domenica 14 febbraio 2016

WISHBONE ASH "Pilgrimage" (MCA, 1971)


Nella nomenclatura hard rock che conta, quando si mandano a memoria le band che hanno fatto la storia del genere (tra quelle che siano comunque giudicabili attraverso una discografia non inferiore ai dieci titoli) state pur certi che troverete il moniker Wishbone Ash in fondo alla lista. Gli Wishbone Ash sono da sempre gli “ultimi tra i primi”. Quei “primi” sono un numero ristretto, un conclave di grandissimi, starci dentro e appartenerci è roba di lusso, eppure sui Bones continua a pesare più la parola “ultimi”.
Non ci sono demeriti speciali per quella posizione nelle retrovie. Solo semmai un problema a monte: gli Wishbone Ash non sono mai stati un gruppo hard rock tout court al pari delle altre band cui vengono essenzialmente accostati.
Dovessimo prendere a modello il brano più duro della loro carriera (e già non sarebbe identificazione immediata né tantomeno da tutti condivisibile, io stesso sarei incerto… forse “Runaway”?) e lo paragonassimo ai capisaldi degli ipercelebrati “colleghi di reparto”, ci accorgeremmo subito di quante siano le leghe di distanza che intercorrono tra la pesantezza rumorosa di Zeppelin, Purple, Sabbath, Uriah Heep e la band di Andy Powell e soci.
Da aggiungere semmai ai perché di questo leggero subordine una certa mollezza del cantato che li rende secondi rispetto alle iperboliche sfide vocali condotte da gente come Plant, Gillan, Byron.
Non sono che questi i motivi per cui li si relega al fondo dell’elenco, solo perché non del tutto calzanti sotto la schietta definizione “hard rock”. Perché per il resto, qui si parla di un gruppo super.
Molto della loro cifra artistica risiede nell’aver saputo creare uno stile. In un panorama affollato come quello delle band del periodo, tutte giovani e con l’ormone della creatività bello impazzito, credeteci: non è roba da poco. Tra furbeschi scimmiottamenti e scopiazzature in carta carbone, tra contaminazioni fisiologiche e un sincero sentire comune, l’elisir dell’originalità l’hanno trovato in pochi.
Nessuno mai fino ad allora aveva raggiunto un viluppo stilisticamente così stretto tra due linee chitarristiche, mai nessuno aveva pensato ad intrecciarne il canto per ottenerne quasi un’unica voce.
Nei Fleetwood Mac a ben guardare Peter Green e Danny Kirwan (senza contare l’apporto defilato del terzo incomodo Jeremy Spencer, al tempo del cruciale “Then Play On” quasi estromesso dalla band) numericamente affrontarono il tema ma si collocarono su due posizioni ben differenziate e sempre distinguibili.
Anche Cregan e Godding furono già due chitarristi solisti di simile grado quando timidamente approcciarono la materia rock nei Blossom Toes sul finire dei sixties. Ma se è per questo pure nei seminali Yardbirds ci fu un periodo di coabitazione e sovrapposizione di ruoli tra Beck e Page però si trattò di appena quattro mesi a cavallo dell’estate del ’66 e di rarissime testimonianze discografiche perché l’occasione possa considerarsi uno spunto di partenza per una nuova idea musicale anziché, più propriamente, un mero fatto statistico.
Sì, mi si dirà, anche gli Humble Pie si sistemarono a due chitarre. D’accordo, ma c’era una bella differenza tra gli spunti solistici affidati a Frampton e quelli, assai più contenuti, che si ritagliava Marriott.
Le due asce sincronizzate saranno materia dei Thin Lizzy ma bisognerà aspettare il ’74 e “Nightlife” per contemplare il suono delle chitarre gemelle di Robbo Robertson e Scott Gorham. Figuriamoci poi scomodare i Judas Priest (con KK Downing che s’incaponì sulla sua Gibson Flying V solo perché era la chitarra di Andy Powell!) o peggio ancora gli Iron Maiden, venuti al mondo con troppi anni di ritardo (band entrambe in fortissimo odore di metallo che di quella peculiarità ne faranno un trademark imprescindibile). Oltretutto basta leggersi qualsiasi intervista retrospettiva di Steve Harris per chiarirsi ogni dubbio circa chi fossero i destinatari cui versare gli oboli della sua massima devozione...
Niente da fare, per episodi che possano sperare di contendere ai Bones quel primato, bisogna viaggiare parecchio e addirittura sbarcare oltreoceano dove forse quella formula fu maggiormente condivisa. Per trovare paragoni che possano reggere il confronto c’è da sprofondare fin nel lontano meridione delle band confederate che al solismo chitarristico affidarono le pagine più decantate dei loro repertori. Se i Lynyrd Skynyrd, addirittura eroi dei “trielli” a sei corde (vere e proprie sparatorie in versione musicale), restano a tutt’oggi un confronto credibile (salvo ammettere che Rossington, Collins e poi King presero a sfidarsi in modo ufficiale non prima del ’73), qualcuno alzerà legittimamente la mano per far notare che l’Allman Brothers Band già da prima fondava il suo credo espressivo sulle due chitarre paritetiche di Duane Allman e Richard Betts. Giusto, dati alla mano non è contestabile. Tuttavia il dialogo tra di loro non ha mai generato un linguaggio che parlasse il medesimo idioma, con Skydog tutto votato a sguinzagliare la sua slide e il buon Dickey a librare country, blues e jazz in maniera autonoma. Ognuno per la sua strada, insomma, anche se rispettavano la stessa segnaletica e le identiche velocità imposte dal resto di quella gloriosa band.
No, non mi convincerete. Gli Wishbone Ash andarono per primi laddove nessuno mai aveva tentato. Perché il caso dei Nostri non fu solo la spartizione più o meno equa delle parti soliste, che come si è visto di casi similari se ne trovano (e se ne potrebbe citare perfino qualche altro), quanto soprattutto la fusione, l’intreccio melodico, la combinazione, la complementarità gemellare di Powell e Turner il cui metodo compositivo ed esecutivo si dipanò proprio da quella mescolanza indissolubile fino a farne il loro sigillo.
Quindi, nonostante con malizia molti commentatori abbiano spesso gettato un ponte di collegamento ad esempio tra la lussuria chitarristica di “Phoenix” e quella di “Free Bird”, è appurato che gente come i Lynyrd ebbe in realtà altri modelli (pur sempre inglesi ma antecedenti: i citati Yardbirds, ma soprattutto – dichiaratamente! – Cream e Free) e se infatti il lavoro dei chitarristi nel loro caso fu quello di trovare una coesistenza stilistica piuttosto che una compenetrazione armonica, si può semmai ipotizzare che le sementi sparse dagli Wishbone Ash sul territorio americano fruttarono forse solo altrove o più tardi: sembra ad esempio il sorprendente caso degli sguaiati Black Oak Arkansas (in brani strumentali quali “When Electricity Came To Arkansas” o ancora di più “Moonshine Sonata” la somiglianza si fa evidente) oppure presso band assai meno arrembanti e sanguigne quali gli Outlaws (vedi il “plagio” dell’attacco di “Holiday” su “Hurry Sundown”) o anche gli Eagles del dopo-Leadon. Forse sarò fissato ma nel famosissimo duetto finale di Felder e Joe Walsh nell’hit “Hotel California” c’è più di qualcosa che rammenta le trame intersecate di Powell e Turner. E bravi Eagles, insomma! Per il loro maggior successo agguantarono un po’ di armonie chitarristiche degli Wishbone Ash, un po’ di mood di “We Used To Know” dei Jethro Tull, di tasca propria ci misero un bel coretto west-coastiano, poi shakerarono ben bene e… si fecero la loro bella pensione! E’ una battuta, ovviamente, anche se su quel brano le spinte ispiratrici le si avvertono abbastanza bene.
Quello che invece non può essere un semplice scherzo di coincidenze è il fatto che sia “Hurry Sundown” sia “Hotel California” sono due album che portano chiara la segnatura del produttore extra-lusso Bill Szymczyk (e comprala una vocale, Bill, perdìo!), che proprio prima di metter mano a quei dischi lavorò con grande profitto nel ’74 a “There’s The Rub”, quinto Lp di studio degli Wishbone Ash, il primo ad essere registrato negli States. E non è un mistero di quanto Szymczyk spronasse sempre i musicisti a fare quel passo in più, ad accogliere qualche suggerimento, a captare input diversi, ad aprire un po’ l’angolatura del proprio orizzonte.
Ma stringiamo adesso sui Bones.
Quando ancora erano poco o niente li benedisse nientemeno che quel bastardo di Ritchie Blackmore che, dopo l’illuminante soundcheck la sera del 18 maggio 1970 (concerto alla Civic Hall di Dunstable nel Bedfordshire con i Bones ad aprire per i Purple) in cui il Man In Black s’intrufolò a provare qualche lick assieme a Andy Powell, li consigliò all’amico Derek Lawrence (il produttore dei primi tre album Profondo Porpora, che aveva da poco passato la mano ma col quale in quei giorni, terminate le fatiche di “In Rock”, Ritchie si sollazzava in studio per quelle registrazioni che poi sarebbero state edite più tardi sotto il nome mascherato di Green Bullfrog). Se Blackmore, al solito parecchio avaro di apprezzamenti, si esponeva per qualcuno significava che doveva davvero valere la pena prestargli ascolto e così Lawrence, che – interrotta, come accennato, la collaborazione coi Deep Purple e ceduto il timone al tecnico del suono Martin Birch – era ora alla ricerca di nuovi talenti da sgrezzare, s’interessò sul serio agli Wishbone Ash e dopo aver allacciato una stretta connessione d’intenti con Miles Axe Copeland III, fresco manager della band, si mosse immediatamente per metterli sotto contratto.
Così da un lato i buoni uffici di Lawrence nonché i suoi molteplici contatti nell’ambiente discografico e dall’altro la faccia tosta, l’esuberanza e l’aperta visione del mondo di Copeland, portarono presto all’accordo col californiano Don Shain, uno dei principali uomini della Decca/MCA, e quindi ad un fruttuoso contratto con la label americana, fatto a quel tempo abbastanza insolito per una band inglese e oltretutto esordiente.
Si è fatto il nome di Miles Copeland e chi ha fretta di arrivare a leggere qualcosa di “Pilgrimage” ci perdonerà ma non si può qui non aprire una parentesi su quella che al pari dei musicisti fu una figura decisiva nella carriera della band.
Intanto perché quel binomio a due chitarre così caratteristico prese forma dietro ad una sua intuizione. Andò infatti che Miles incrociò gli agonizzanti Tanglewood (i fratelli Martin e Glenn Turner più Steve Upton), che avevano preso quel nome e abbandonato il vecchio moniker The Empty Vessels da quando da Torquay nell’Exeter erano arrivati nella capitale. Li approcciò casualmente una sera nel luglio del ’69 presso il Country Club di Hampstead quando pare facessero da apripista a Keith Relf (lo dice una fonte interna, probabilmente si trattava già di una delle prime uscite dei Renaissance), ne rimase colpito e volle complimentarsi con loro a fine esibizione salvo scoprire che, complice l’imminente abbandono di Glenn che stava andando giù di nervi per via di una sbandata amorosa senza futuro, i Tanglewood avrebbero gettato la spugna proprio dopo quell’ultimo concerto.
Miles convinse Martin e Steve a non mollare e, ricorrendo allo scantinato della casa di famiglia al numero 21 di Marlborough Place nel benestante quartiere di St. John’s Wood, fornì ai due la base operativa per metter su un’audizione per il ruolo di nuovo chitarrista della band. E quando dai circa trenta provinanti Martin e Steve non sapevano scegliere chi tra Andy “Snap” Powell e David “Ted” Turner meritasse il posto, fu proprio Miles a insistere perché li prendessero entrambi e nel contesto rinunciassero all’ipotesi di assoldare un tastierista come quarto componente. Colpo di genio e... “hole in one”.
Miles Copeland III nacque incidentalmente a Londra nell’ospedale di Hampstead danneggiato dalla guerra da padre americano (di Birmingham, ma quella in Alabama) e madre scozzese. Lei era un’archeologa in stretta connessione con l’intelligence britannica, lui un importante agente dell’OSS e poi della CIA, divenuto famoso al tempo del mandato in Siria per essere stato il primo occidentale a toccare con mano (e purtroppo anche a veder in parte sfaldare irrimediabilmente sotto i suoi occhi) i celeberrimi rotoli del Mar Morto, le pergamene di Qumran il cui ritrovamento apriva ad implicazioni decisive per la rilettura della storia di Gesù e che uno scaltro mercante egiziano era disposto a contrabbandargli dietro opportuno compenso.
Per quello che più concerne la materia che interessa Brigata Rock, il padre era stato in gioventù un trombettista jazz imparando a suonare lo strumento quando da ragazzino la contrazione della tubercolosi lo fermò a letto per una lunghissima degenza (e alla fine imparò così bene che suonò perfino nella Glenn Miller Band!).
Anche Miles al pari del genitore rimase da subito folgorato dalla musica, nel suo caso visti i tempi dal rock’n’roll. Ragazzo poco allineato ai gusti e alla normalità dei suoi coetanei, salutista e a suo agio con le filosofie meditative, cintura nera di judo, prese rapidamente dimestichezza col “tener di conto” in virtù del fatto che il padre lo nominò sovrintendente alle finanze della famiglia Copeland con grosso scorno dei fratelli più piccoli: Ian, poi diventato uno dei più famosi booking agent negli anni ’80 e autentico mentore della scena new wave (scomparso però a soli 57 anni per un melanoma) e Stewart, futuro batterista con i Curved Air e soprattutto star con i Police.
Per via degli impegni diplomatici dei genitori, imparò a fare la spola tra luoghi geografici (e culture) agli antipodi: Stati Uniti, Inghilterra, Egitto, Libano.
Fu proprio a Beirut che Miles perfezionò un corso universitario di business e l’occasione di mettere alla prova sul campo l’inclinazione naturale che sembrava fargli calzare a pennello una professione come quella del manager gli si presentò attraverso i londinesi Rupert’s People (l’organista era quel John Tout, futuro Renaissance, purtroppo scomparso il 1° maggio 2015 per insufficienza polmonare, che suonò la tastiera come ospite su “Throw Down The Sword” al tempo di “Argus”).
Il primo contatto avvenne quando la band psichedelica di Lynton e Tout capitò assurdamente in tournée in territorio libanese per suonare ai balli scolastici della capitale e per la quale Copeland, coinvolto nell’organizzazione dell’evento, ideò uno spettacolo di successo tutto giocato sugli effetti di luci nere e ballerine dipinte con vernici fluorescenti.
Poi una volta che Miles ebbe ultimata la tesi a Beirut e si ricongiunse al resto della famiglia a Londra, ecco che si rimbatté presto proprio negli sconfortati Rupert’s People che gli proposero di far loro da manager dopo aver troncato i rapporti col precedente “protettore” Howard Conder, un ex batterista del giro di Joe Meek. L’esperienza, pur infruttuosa a livello di grossi riscontri commerciali, ebbe tuttavia il merito di innescare in Miles Copeland il desiderio violento di intraprendere a tutti i costi quella strada e di invischiarsi a tutto tondo nel rock’n’roll.
Molto meglio andò quindi al secondo tentativo quando, come detto, impedì ai “morituri” Tanglewood di caricare gli strumenti sul furgoncino per tornarsene nella natia Torquay e li convinse invece a pubblicare quel benedetto annuncio sul Melody Maker alla ricerca di un nuovo chitarrista. Che alla fine furono appunto due. E neppure così sovrapponibili.
Di sicuro Turner e Powell condividevano la passione per gli Shadows, che per tutta la Britannia giovanile rappresentarono una vera folgorazione. Non solo per il lavoro solistico di Hank Marvin, quanto (ed è il caso di Powell) per l’eroico gregariato del ritmico Bruce Welch.
Il limpido sentimento blues di David Alan “Ted” Turner, chitarrista proveniente dall’area di Birmingham baciato da un formidabile gusto melodico, lo inseriva più propriamente nella fitta schiera dei suoi coetanei tutti affascinati dalla riscoperta della musica tradizionale nera (dopo l’esperienza con gli oscuri King Biscuit, aveva audizionato anche per i Colosseum) mentre già più atipico appariva Andy Powell, anche nell’immagine (giacca o camicia, cappellino, occhiali da vista), che sul manico della sua Gibson precorreva inconsapevolmente certo stile metal per via di note spesso veloci e affilate ma a cui arrivava dopo un giro molto largo e da un percorso meno battuto dai musicisti inglesi del tempo, ovvero quello del soul e del rhythm’n’blues, un modo del tutto diverso di confezionare il “formato canzone”, lo studio certosino dei dischi Stax e Motown, le imitazioni del colonnello Steve Cropper. E tutto questo, per non farsi mancare niente, impastato con le proprie radici anglosassoni e la devozione per il modo in cui sapevano combinare le chitarre i maestri folk Jansch e Renbourn, tant’è che “Snap” aveva già sperimentato nei Dekois un ruolo paritario di doppio chitarrista in coppia con Eamonn Percival, futuro giornalista rock.
Visto poi che si è menzionato Powell anche per l’originalità dell’immagine va detto che a quella concorse parecchio pure la sua Flying V (chitarra fino ad allora ritenuta troppo avanguardistica anche nel profilo ma... una volta vista da Andy a tracolla dell’idolo Albert King, fu un colpo di fulmine!) che, guarda caso, riproduceva quasi ad uso simbolico la forma “a forcella” richiamata dal nome stesso della band, almeno nella sua prima metà (“wishbone”).
Ad un Powell sfaccettato, frenetico e brioso, si metteva in raffronto un Ted Turner parsimonioso e misurato, che difficilmente infilava note in più, espressamente innamorato com’era di Peter Green.
A proposito di questa infatuazione, non tutti conoscono l’aneddoto appena più tardo che mise in allarme Miles Copeland nelle primissime ore seguenti lo sbarco americano dei suoi giovani protetti. Alla vigilia del debutto al Whisky A Go Go di Los Angeles (inizio marzo ’71), Ted sparì per un paio di giorni fuorviato dalla predicazione di un guru fanatico di Gesù e soprattutto annebbiato da dosi massicce di mescalina propinategli dal santone. Quando in qualche modo il chitarrista fu recuperato e riannesso alla band, Miles non perse tempo e chiamò subito il fratello Ian, fresco reduce dal Vietnam, per assegnargli il nuovo incarico di tour manager dei Bones (dicitura largheggiante che stava a significare più prosaicamente “cane da guardia”): la motivazione più impellente era proprio quella di controllare da vicino Ted Turner, il più giovane dei quattro, e impedirgli di seguire le orme e i passi malfermi del suo idolo Peter Green che appunto tra bombardamenti psicotropi e deliri messianici aveva mandato a puttane un talento più unico che raro.
L’altra metà della band, ovvero i “senatori” che l’avevano messa su, erano senza dubbio due figure che contribuivano alla pari alla definizione del carattere Wishbone Ash. Uno era il leggiadro Steve Upton, nato in Galles ma cresciuto nel Devon, un destro che suonava con la batteria impostata per un mancino (quindi non a mani incrociate), già ai tamburi con The Scimitars e The Devarks ma avvicinatosi allo strumento molto tardi e quasi per scherzo, mai pedestre pur senza eccedere in esagerazioni, portava in dote un drumming dinamico ed educato, di naturale estrazione jazz.
Martin Turner in ultimo, nel suo modo di concepire la composizione e di dare sempre alla linea melodica un ruolo di inattaccabile sovranità, non nascondeva certamente l’imprinting dei nonni entrambi pianisti che fin da piccolo gli regalarono dimestichezza con le regole musicali né abbandonava la sua successiva impostazione di studi di musica classica e la passione per i grandi geni russi da Tchaikovsky a Rachmaninov fino al più tardo Shostakovich.
A questo punto, fatte le dovute presentazioni, siamo pronti per l’ascolto dell’ellepì, che uscì in agosto negli USA, un mese prima rispetto all’Europa per via della label dal presidio principalmente americano.
Non inganni quella che, lo possiamo dire senza tema di smentita, rimane forse la copertina più brutta e insignificante nella storia dello studio grafico Hipgnosis, uso a ben altre immaginifiche concezioni visuali come dimostrerà già per il successivo “Argus” realizzando per la band uno shot fotografico che nell’essenzialità dei suoi pochi elementi rimarrà uno tra i più suggestivi, misteriosi ed evocativi nella memoria degli appassionati rock. A dispetto dunque di un artwork dallo scarso impatto, “Pilgrimage” s’incastona nel periodo aureo degli Wishbone Ash ed è tutto fuorché il vaso di coccio tra quelli di ferro; d’accordo, raramente lo si preferisce al brillantissimo omonimo dell’anno prima e quasi mai al capolavoro che gli venne subito appresso, ma resta un disco a cui i fans sono da sempre devoti.
“Pilgrimage”. Pellegrinaggio.
Gli Wishbone Ash sono dunque in viaggio per loro stessa ammissione. Ma non un viaggio vacanziero. Sono piuttosto dentro un percorso.
Lungo i solchi del vinile talvolta fa capolino la sensazione che si tratti di un album di passaggio (quattro brani su sette senza una lirica di accompagnamento, un sostanzioso estratto live, addirittura l’unica cover presente nei lavori in studio dei primi dieci anni di vita della band!) ma non nel senso di frettoloso spostamento tra una partenza e un arrivo o, peggio, di riempitivo necessario al rispetto contrattuale. No, c’è in “Pilgrimage” la sublimazione del concetto più alto di “passaggio”. Quello di crescita. Di trasformazione. Di ricerca.
Dai sei brani del debutto sciorinati in scioltezza senza timore di diluirne un paio ben oltre il minutaggio classico (le fondamentali “Handy” e “Phoenix” che però ancora indulgevano nell’evoluzione tipica del suono jam), Powell e compagni usano “Pilgrimage” per focalizzare meglio lo stile, già peraltro dotato di buona personalità, e soprattutto di affinare la tecnica compositiva per arrivare a quella compiutezza che raggiungeranno appieno subito dopo col capolavoro “Argus”, il disco senza una sola nota fuori posto, quando oltretutto gli Ash aggiunsero alle cinque righe del loro pentagramma addirittura una sesta, quella dell’epicità.
Qualche rigo sopra si è nominata “Phoenix”. Intesa come la mitica Fenice ovviamente. Un’altra nota a margine, ok, ma chissà quella vecchia canzone e quel titolo quale turbine di pensieri contrastanti scatenano oggi nell’anima del povero Ted Turner dopo che il 12 aprile 1994 a Scottsdale, Arizona, suo figlio undicenne Christopher “Kipp” gli fu falciato appena accanto da una Rolls-Royce pirata e perse la vita mentre erano a passeggio insieme (il colpevole, un industriale in pensione in forte odore di sbornia, fu tuttavia individuato e arrestato due giorni dopo). Arizona, si è detto. Scottsdale, appunto. Un sobborgo di... Phoenix.
L’iniziale “Vas Dis” è la rivisitazione di un vecchio numero di Brother Jack McDuff, organista jazz iperattivo negli anni ’60, di non facilissimo consumo tant’è che la sola testimonianza discografica dell’originale è un’esecuzione live sull’album “Brother Jack At The Jazz Workshop Live!” realizzato per la Prestige nel 1963: dura otto minuti contro la short version degli Ash che si attesta vicino ai cinque, affida il tema base a fiati e organo e snocciola in serie i lunghi assoli di McDuff stesso, di sax, di chitarra (un ventenne George Benson qui in rampa di lancio) e infine di batteria.
Così su un treno ritmico lanciato a tutta e su una linea di basso coprente e ipnotica (che probabilmente sarebbe piaciuta al nostro Pignatelli di fama Goblin), i Bones giocano con la stessa frase dell’originale assegnandola alle chitarre e corroborandola con un inedito cantato scat, poi accendono l’occhio di bue su Andy Powell e le sue doti solistiche e infine lasciano che Steve Upton concluda la kermesse reinterpretando brillantemente la chiusura che fu appannaggio del batterista Joe Dukes sulla primigenia incisione di McDuff.
E’ anche la posizione in scaletta che sorprende. Un avvio volutamente in salita, ostico. Scarso appeal da apripista.
Ma un pellegrinaggio non è mai una scampagnata. Presuppone fatica e sudore, implica impegno.
In questo senso ne intraprende ancor meglio la missione la successiva “The Pilgrim”, quasi una titletrack, che serve su un piatto d’argento lo spunto principale per quello che poi diventerà il meraviglioso hard rock progressivo ipertecnico ed elaborato dei Rush. Non ci sarà certo qui la stessa confidenza col metronomo, ma cazzo quanto coraggio! Più di otto minuti strumentali (levato giusto qualche breve coretto di sillabe nonsense armonizzate collettivamente e ancora un po’ in scia allo stratagemma scat dell’opener), otto minuti intricati e appassionati; un affresco ricco e policromo, realizzato senza imbarazzi quando ancora il pubblico deve recepire e inquadrare bene chi sono e cosa vogliono dire questi quattro ragazzi dall’aria così a modo. Non mi si prenda per pazzo prima ancora di capire che cosa voglio dire ma, con le dovute proporzioni e tutte le premesse che ci si può anteporre (non ultima quella che tra i due pezzi ci stanno sette anni densi e fondamentali per lo sviluppo della musica dura), “The Pilgrim” sta in nuce all’hard rock britannico come “La Villa Strangiato” del trio canadese sta a quello americano. Levatura superiore alla media, mentalità grandangolare, idee tutto fuorché a basso costo. Gli Wishbone Ash giocano ancora d’azzardo ma la ricezione di chi ascolta li premia: il brano scatena un’eccitazione mentale oltreché fisica e stringe un altro paio di decisivi giri di chiave attorno alla filettatura che lega saldamente la band al progressive. Prog al netto delle tastiere, ok (mica è un’eresia, si può fare!): i primi dischi degli Wishbone Ash, quelli più conosciuti (sic!), lanciano spesso chiari segnali di prog chitarristico, solo marginalmente cadenzato hard, facendoci confluire dentro anche una forte connotazione folk.
A testimoni del mio azzardato paragone con i Rush porto l’intro atmosferico dai suoni dilatati che sfocia poi in uno spigoloso tempo dispari col basso in prestante evidenza e gli accenti di batteria tutto fuorché usuali (costruzione non proprio dissimile da come poi verrà ad esempio concepita anche “Xanadu”...) e ancor più gli stop con cui si chiude il pezzo e che poi diventeranno una delle firme più riconoscibili del repertorio di Lee e soci.
Con la linearità della successiva “Jail Bait” è un po’ come se gli Wishbone Ash avessero preso spavento di sé stessi e dopo le due avventurose narrazioni di inizio Lp intendessero riappropriarsi di un linguaggio musicale più ortodosso e comprensibile, tant’è che vanno a ridare fiato alla loro seconda anima, quella legata alla tradizione. “Jail Bait”, pur senza rinunciare al consueto florilegio delle esposizioni chitarristiche, recupera l’antico passo del boogie-blues corazzando di armonie e solismi lo scarno scheletro dei ritmi alla Canned Heat. C’è un abisso tra l’architettura avanguardistica di “The Pilgrim” e questa canzone basilare, ma una tale dicotomia non si verificherà qui per l’ultima volta nella carriera della band. E in verità neppure per la prima perché anche sull’esordio Powell e compagni avevano affiancato le maratone di “Handy” e “Phoenix” ad almeno un episodio “più facile” quale l’opener “Blind Eye”, un jazz-blues ritmato boogie, conciso e immediato. Né appunto si può trascurare come, pur inserito nella cornucopia musicale di “Argus”, in realtà fu la traccia più povera (l’altro boogie “Blowin’ Free”) a fruttare loro il successo più significativo e addirittura – non senza una certa ironia – a diventare forse il brano di massima identificazione del gruppo.
Senza dubbio una canzone più american style, a partire dall’uso nel titolo di una locuzione in pieno slang: con “esche da galera” gli statunitensi chiamavano le pericolosissime minorenni che tutto esibivano fuorché i connotati della propria carta d’identità e che facevano a gara per accalappiarsi i rocker di passaggio in tournée. Sullo stesso argomento anche i Motorhead scrissero la loro “Jailbait” (qui una parola sola), su “Ace Of Spades”, al solito molto più esplicita e spiccia nelle liriche…
Il lato A termina con i due minuti poco più di “Alone” che, arrivando e andandosene sfumata, fa presupporre si tratti dell’estrapolazione da una ben più prolungata jam in studio, sensazione di ascolto confermata 26 anni dopo quando nell’antologico box-set “Distillation” del ’97 curato dalla tedesca Repertoire viene editata tra le rarità un’alternativa extended version del brano che va oltre i cinque minuti e mezzo (diversa ma altrettanto mirabile!) e che contempla anche consistenti parti cantate: tuttavia la proposta originale presente su “Pilgrimage” è un altro esercizio di simbiosi tra Powell e Turner con il cinguettio romantico delle loro chitarre, esempio validissimo a comprendere quanto già fossero avanti nello sviluppo del loro stile di… “passo a due”.
E’ soprattutto sui suoni legnosi e spartani di batteria (non per nulla molto simili a quelli scabri calibrati per Ian Paice sui primi album Purple) che sul disco si sente la mano di un produttore vecchio stampo come Derek Lawrence, poco uso ad interventi massicci sul sound, un produttore legato all’essenzialità delle esecuzioni e non aperto alle innovazioni e ai decisivi passi in avanti che l’ingegneria sonora stava al tempo compiendo. Ma tutto fa così beatamente seventies...
L’altro segmento strumentale a titolo “Lullaby” con cui inizia il lato B sembra concepito per fornire la delicata base per la ben più famosa “Entangled” dei Genesis che verrà. Gli Wishbone Ash non hanno certo quel perfezionismo estetico né mirano alle stesse elaborazioni architettoniche ma la suggestione, stimolata solamente dai secondi iniziali del brano, anche se dura poco esiste. Pur rimanendo una deliziosa parentesi di sognante chitarrismo, “Lullaby” è anche un gran pezzo di bravura di Martin Turner e un bel paradigma per capire che tipo di valore melodico aggiunto rappresentasse il suo basso per i due compagni più in vista, tant’è che qui sono ben tre le linee che vanno all’intreccio.
Come si è abbozzato prima c’è anche il folk nel capiente bagaglio Wishbone Ash, una costante evidentissima della loro carriera (solo per limitarsi a quell’ “Argus” che ne fissò definitivamente lo stile, basti ascoltare “Leaf And Stream”, i primi tre minuti di “Time Was”, in modo più contaminato l’apertura di “Sometime World” o perfino l’eleganza epica del capolavoro “Throw Down The Sword”). Ciò che seppero fare con le chitarre, gli Ash provarono a farlo anche con le voci spalleggiandosi spesso in un doppio canto sincronizzato qui soprattutto per mascherare un’evidente debolezza di fondo e per non lasciare mai Martin Turner troppo solo nell’assolvimento del compito.
Ma la cura vocale, pur partendo da una preparazione non solidissima, era appunto anche frutto del retaggio folk e dell’ammirazione per l’espressione canora nobile e forbita dei maggiori ensemble britannici del settore, Fairport Convention e Pentangle in testa.
E’ proprio col canto pulito e impostato a più voci di “Valediction” che la band scivola dunque nella ballata folk (un po’ come avvenuto in “Errors Of My Way” sull’esordio), ma con intenti scioltamente progressivi affronta gli ultimi due minuti di sola musica arrangiandola in chiave quasi reggae (!). Le chitarre sono punte di spillo, pizzicano senza mai lacerare, senza mai tranciare. Disegnano quasi come in un pittorico pointillisme, non sparano sulla tela dei loro quadri rabbiose secchiate di vernice.
Il disco si chiude con l’ampio minutaggio di “Where Were You Tomorrow”, un estratto live che prova a ribilanciare lo stile della band strattonandolo decisamente dalla parte del blues, messo a chiusura del Lp anche per rendere il senso di un sound che quando voleva sapeva sporcarsi le mani nella materialità tipica del rock, per evitare che insomma al nome Wishbone Ash venisse solamente associata l’idea di una musica molto educata, troppo costruita, tutta spinta sul lato di un certo formalismo ingentilito.
Il brano, fotografato dal vivo nella splendida cornice della De Montfort Hall di Leicester (la sede da cui i Genesis trarranno nel’73 le registrazioni per il loro primo live ufficiale), “rolla e stompa” che è un piacere e comprende anche una parte centrale col classico passaggio dal forte al piano e al pianissimo, ideale per coinvolgere il pubblico nell’hand-clapping di sostegno, per poi riesplodere nel gran finale, ma più che altro è una vetrina per l’abilità solistica di Turner e Powell qui presi in un’alternanza di parti e in una girandola chitarristica meno distintiva e meno tipicamente Wishbone Ash-style.
Il disco sfuma tra gli applausi. E’ una degna chiusura.
Oggi Steve Upton è il tenutario di un castello in Francia (il famoso Chateau de Marouatte, proprietà di Miles Copeland e diventato anche importante studio di registrazione) e, se lo fa, la batteria la suona solo per rimuovere ogni tanto la polvere che ci si deposita sopra; Ted Turner si è allontanato dai circuiti importanti, non l’ha proprio piantata del tutto col suo amato blues ma è un uomo dimesso, a cui è stata tolta una grossa parte di sé.
Andy Powell è l’unico dei membri originali ad essere sempre rimasto in sella e a tutt’oggi guida ancora in perfetta forma ancora gli Wishbone Ash (tra un paio di settimane saranno in Italia). Martin Turner gli ha fatto la guerra portando in giro il vecchio repertorio dal vivo sotto l’insegna Martin Turner’s Wishbone Ash, band messa in piedi qualche anno fa per la gioia dei reciproci avvocati che hanno dovuto rappresentare le due parti in una contesa legale bella tosta, e oggi rispondendo all’antico collega con un nuovo album di buonissima levatura.
Insomma sia Andy che Martin, pur divisi e rancorosi, continuano ad essere musicisti superlativi. Senza dubbio lo sono adesso più di quanto lo fossero nel ‘71.
Eppure anche quarantacinque anni fa non erano niente male.

6 commenti:

  1. epico! senza parole jahier, senza parole! lo considero un regalo, di quelli che ti arrivano dagli Amici più cari!!!!!! obbligato!

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  2. l avevo caldeggiato in passato e oggi averlo qui pronto per l'uso, mi emoziona! quanti ricordi, vissuto, fantasie, ......energia, nostalgica e piena di passione come la cover che gioca con i colori di un tempo lontano!

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  3. gli wishbone ash li ho sempre vissuti cosi, adorazione assoluta con un rammarico.
    e se un grande frontman fosse stato della partita? nn parlo della sacra trimurti plant,gillan,osbourne,tipo uno tosto come Byron? ho passato molti anni nel chiuso della mia stanza vinilica a ragionare su questa eventualità,un ipotesi irrisolta e una potenzialità suprema, purtroppo, inespressa. rimangono questi primi cinque vinili(fino live dates 1),un intrecciarsi di fuoco e indifesa tenerezza. un originalità cui molti devono tanto!grazie ancora.

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  4. Ragguardevole sunto di una parabola luminosa e piena di intuizioni ineguagliabili! In tutti questi anno ho letto davvero poco di loro e improvvisamente arriva questa strenna fuori stagione. La copertina,forse la meno fascinosa del lotto hipgnosis ,ma ai miei occhi vampe di ricordi che balenano tra il rosso e l arancione. Poi la musica muscolosa o tenera come un acquerello ,della stessa tinta di peter green e della sua chitarra acquatica. Grazie a te ho ripreso il vinile stamattina è tra il gracchiare e le polveri sospese,ho rivisto la mia passione prendere nuovamente forma! Chapeau.

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  5. Beh,oggi sono felice per questa lettura,scaricata in cartaceo e messa in cassaforte con le tue più stuzzicanti. High ride,captain Beyond,pavlov's dog.......quanto bene mi hai fatto! Tornando al disco,con David Byron sarebbe stato perfetto questo gruppo, con le linee che necessariamente sarebbero divenute più marcate ,più robuste. Poi il frontman ,capace di sbrigare anche il melodico come nessuno, avrebbe garantito performances inarrivabili dal vivo;chitarre che jammano e voce che colma ogni spazio percorribile. ........provate a pensare a the King will come che dalle tinte medioevali salpa verso la stratosfera! Un grande ringraziamento a te Amico jahier!

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  6. Grazie! Le chitarre sono una coppia di amici che dialogano amabilmente accendendo i toni di tanto in tanto,senza mai arrabbiarsi davvero. Trame di una bellezza cristallina che anche dal vivo venivano riprodotte fedelmente, nemmeno una sbavatura! Come dite Voi ,ci fosse stato un cantante di livello il gruppo nn avrebbe avuto ostacoli di sorta a porsi sul gradino più alto! Però,pensandoci bene ,le coloriture sarebbero andate perdute,le coralita pastorali e il gioco di tempere sostituito a volte da arazzi piu accessi e infuocati,sarebbero evaporati. Chiudo dicendo che la loro musica mi ha regalato tantissimo e saperli di nicchia, o culto,mi affascina ancora di più! Un abbraccio forte.

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