mercoledì 17 giugno 2015

MERRY GO ROUND "Merry Go Round" (Black Widow, 2015)


Probabilmente i suoi stessi artefici non sarebbero oggi capaci di guardare alla loro antica creatura in questi termini, ma ad occhi (e orecchi) esterni la grandiosa esperienza che passò sotto il nome di Standarte nel suo sfortunatamente breve percorso preservò sempre una certa aura perlomeno misteriosa, a cui forse ancor più del sound contribuirono alcuni elementi grafici tendenti al gotico dell’artwork dei dischi (chiamo ad esempio a testimone la collaborazione con l’arte scurissima di Danilo Capua, il pittore delle tenebre), la dedica dell’esordio a Vincent Crane il folle, il buio pesto attorno ai riferimenti del passato, il ricorso a cover che soltanto gli iniziati potevano cogliere, l’ombra attorno al carisma del loro leader ideologico.
Michele Profeti e Stefano Gabbani il sigillo Standarte se lo portano addosso. Ce l’hanno marchiato sulla pelle, come un segno di riconoscimento. Ne parlano solo se glielo chiedi. Un po’ come Quint quando prima dell’ultima caccia allo squalo spielbergiano è costretto a spiegare allo sceriffo Brody e all’oceanologo Hooper l’origine del tatuaggio che porta indelebile sul braccio, il simbolo dell’incrociatore Indianapolis e la terribile storia che ci stava dietro. Musicalmente anche Gabbani e Profeti sono due reduci, scampati con onore alla battaglia (il recupero di suoni e stili nati all’alba dei seventies) che allora li vide tra i coraggiosi precursori lungo una strada che oggidì è invece trafficata a sei corsie. Furono trapper talmente in avanscoperta che il resto delle truppe non avrebbe mai fatto in tempo a raggiungerli e quando arrivò trovando la pista tracciata, quelle nobili guide già non c’erano più. Insomma essere reduci da quell’avventura musicale significa aver sperimentato fra le ossa e in mezzo all’anima il duro rimbalzo dei sogni e soprattutto aver imparato in modo inequivocabile e diretto la lezione di quanto il merito e l’eccellenza valgano spesso un benemerito cazzo. Lo si sa un po’ tutti, d’accordo, ma il più delle volte lo si apprende per induzione indiretta, perché lo si vede capitare ad altri. Quando è invece il proprio indiscutibile talento a batterci immeritatamente il muso, il dolore è tutta un’altra storia.
Eppure Gabbani e Profeti sono ancora sul pezzo. Imperterriti, battono la stessa via. Con motivazioni magari diverse, ma che non sono andate perdute.
Meno bene ne è uscito Daniele Caputo, l’anima più fosca dei tre, che sembra aver rimandato la musica là da dove era venuta (al diavolo!) e oggi si aggira in disparte come una bestia ferita, schiumando rabbia, nascondendosi al mondo, quasi solamente detestandolo e nulla più.
E’ sceso dalla giostra. Per sempre.
Del resto Daniele, batterista, cantante, musicologo e carattere complicato, ci era salito in corsa su quella giostra, non era partito insieme agli altri. Lui aveva la sua traiettoria, sbilenca per natura, aveva il suo scomodo pellegrinaggio a ritroso cui rispondere; lungo l’itinerario del suo vagabondaggio musicale quel tratto di strada decise di farlo in comune a due ex-Storks, punk-garage band della ruspante provincia pisana. Insomma, era lui lo straniero. Quello aggregato, anche se spesso decideva per tutti.
I Merry Go Round che arrivano oggi sono proprio gli Storks che partirono ieri (il chitarrista Renzo Belli, la fondante sezione ritmica di Sandro Maccheroni e Stefano Gabbani, il Greg Ridley della Valdera, più l’organista Michele Profeti entrato in un secondo momento per sostituirsi alla seconda chitarra dell’originario Millo Arcolini), passati attraverso la prima pioggia lisergica dei Boot Hill Five (il primo connubio artistico con Caputo, senza Maccheroni e con in più Marco Gianchecchi) e appena dopo sopravvissuti alla nera tempesta hard progressiva degli Standarte (senza più neanche Belli e Gianchecchi). Poi il lento deflusso, la virata larga nel beat psichedelico dei London Underground (progetto di decompressione di un Caputo ormai prossimo all’abbandono con una partecipazione del solo Gabbani circoscritta nel tempo) e infine il ritorno alla terra madre e la nuova rinascita degli Storks (Profeti e Gabbani di nuovo con Belli e Maccheroni), con l’innesto di un altro chitarrista (Sandro Vitolo) e in ultimo con l’aggiunta di una voce femminile. Il cerchio che si chiude. Il giro di giostra che si completa, per iniziarne un altro ancora. E la musica riparte.
Se gli Standarte rivendicavano una discendenza diretta da Atomic Rooster, Quatermass, Gracious, Czar, Beggar’s Opera e più in generale dal versante dark dell’hard prog psichedelico inglese di fine ‘60 e primissimi ’70, i Merry Go Round emergono più naturalmente da certe penombre, smussano la grevità ritmica e per via soprattutto del cantato accostano la loro espressione musicale al fuoco soul, scaldando sensibilmente il mood generale. Così capita, per motivi ogni volta diversi, di trovare qua e là lontane parentele con Indian Summer e Affinity, affascinanti entità levigatesi all’incrocio dei venti, là dove l’onda psichedelica era nella sua fase di riflusso, l’hard rock vagiva e non era ancora heavy, il progressive non giungeva ancora alle sue più compiute elaborazioni.
Del resto, che lo si voglia o no, sono purtroppo già passati vent’anni esatti dall’esordio Standarte, per un musicista sta dunque nell’ordine naturale delle cose maturare uno stile nel tempo, affinare dei gusti, evolversi anche nell’approccio alla propria espressione artistica.
Se gli Standarte suonavano arcani, plumbei e stentorei, se il loro hard prog era tutto... una preghiera e una maledizione, il sound targato Merry Go Round è invece più multicolore, meno intinto nella psichedelia, filtrato adesso dalla passione per il rhythm'n'blues, un sound più snello e swingante, merito questo (oltre che di una normale crescita) anche della batteria di Sandro Maccheroni, educata e tutta votata al groove, e del dinamico basso di Gabbani.
Disco in presa diretta. Addirittura con successivi problemi di rientri nei microfoni in sede di mixaggio. Analogia spinta, analogia vecchio stampo.
Chiunque oggi può mimetizzarsi in sala d’incisione. Tra potenziometri, regolatori e trigger vari, si può ottenere dalla propria performance quello che mai si saprebbe garantire una seconda volta magari sul palco.
E’ come una donna che ha una prima di seno e va in giro col push-up per dimostrare una terza. Non è tanto un fatto di fumo negli occhi, ognuno fa quel che crede, però forse dimostra una forma di disagio nel rapporto con chi si è davvero.
I Merry Go Round, orgogliosamente strutturati da una gavetta perenne, radicati nelle loro convinzioni musicali, refrattari alle mode e alle banalità, sono del tutto “d’accordo con sé stessi” (in questo assolutamente toscanissimi!) e hanno capito perfettamente che se su disco somigliano il più possibile a ciò che sono di fatto, meglio è per loro. E anche per noi all’ascolto. Via ogni filtro tra chi suona e chi sta a sentire. Percezione diretta. Questi siamo.
Prima di far andare l’album merita un cenno anche il riuscito lavoro grafico di Alberto Boldrini e dello stesso Gabbani, con un disegno di copertina che per via del tema rappresentato e della luce che filtra radente ad illuminarne di traverso i colori mi suggerisce una commistione tra “Black Moon” di EL&P e l’antico omonimo Dando Shaft.
Dopo un prolungato sibilo tastieristico che sembra la lenta frenata di un vecchio vagone sferragliante e una risata di scherno, l’avvio a nome “Dora’s Dreams” è un tumulto in pieno stile Uriah Heep, dominato dall’hammond un po’ come avvenne con la titletrack nell’esordio degli Wicked Minds, altro fiore all’occhiello italico. Ho detto Uriah Heep e non me ne pento perché l’assalto sonoro me li ricorda più di ogni altro ma più avanti, sebbene non sia il suo riferimento principale, quando Profeti inanella il fulminante assolo all’organo è come se ammiccasse al ricordo del maestro Jon Lord così come ai Purple occhieggia per un attimo la rapida sovrapposizione tastiera-chitarra poco prima della fine.
E’ tuttavia dopo due minuti di vecchio hard a manetta che i Merry Go Round lasciano scivolare giù dalla manica il loro asso: si chiama Martina Vivaldi e canta da paura. Tatuatissima e “tricologicamente sconvolta” era già stata impelagata in diversi progetti piuttosto sotterranei (Troxy Bang e il duo sperimentale Kvas tra gli altri) ma soprattutto nei Nerocarnale, una band di Cascina dal forte impatto punk che aveva sì già fornito il metro di una singer aggressiva e sfrontata ma non certo di una voce che potesse padroneggiare uno stile così sfaccettato, maturo, dalle tante diverse anime.
Il suo ingresso sul disco ce la fa apparire come una ieratica vestale dalla declamazione bassa e vibrante ma è soltanto uno dei registri che la Vivaldi si dimostra in grado di tenere (altro che ieratica vestale, appena più avanti nel brano butta là un acuto alla Gillan da far trasalire!). Così lungo l’arco dell’album troveremo la sua voce bagnarsi nel soul di cui si abbeveravano le interpretazioni di Julie Driscoll e Linda Hoyle, fremere degli stessi retaggi blues con cui Maggie Bell pilotava gli Stone The Crows, ma anche giocare all’irriverenza più dispettosa alla maniera di cantanti abrasive e selvatiche come Janita Haan dei Babe Ruth o Jill Saward della Fusion Orchestra.
Particolare lo spunto del testo, ovvero il riferimento al celebre caso clinico freudiano di Ida Bauer, una paziente affetta da isteria e a cui Freud assegnò il nomignolo di Dora, con una serie di immagini apparentemente senza senso ma che invece sono derivate direttamente dal racconto dei suoi sogni.
Elevandosi sulle stagnanti strofe di “After”, lividamente concentriche come le increspature di acqua ferma che si propagano in tondo quando ci si lancia dentro un sasso, la voce prorompe poi in tutta la sua potenza in un ritornello arioso e polmonare, sdoppiata su due piste gemelle per riceverne prestanza di coro. Canzone di contrasti e tinte pastello, melodie forti ma malinconiche, alto tasso di musicalità.
“Autumn Days” solletica più forte che altrove la rimembranza Standarte, con la linea vocale perfettamente sincronizzata sulla frase di organo come succedeva ad esempio in “Wise Lane Revenant” o “N.T.F.B.Y.”. Tarda psichedelia che, se interpretata da Daniele Caputo, avrebbe avuto timbro tutto diverso eppure con un filo di fantasia la si può riuscire ad immaginare una virtuale versione alternativa traslata vent’anni in anticipo.
Michele Profeti dilaga nei flussi avvolgenti del suo impianto tastieristico riempiendo le linee di hammond e mellotron (un marchingegno di fabbricazione originale, con addosso tutti gli anni, le storie e gli acciacchi della sua età...) con cui ormai “Barabbino” ha raggiunto la perfetta simbiosi. L’impasto dei due suoni è sempre bello denso ma, almeno per chi scrive, si tratta di un’alchimia essenziale alla definizione del sound Merry Go Round e un contrassegno di garanzia distintivo del suo compositore. Quando Profeti sceglie di combinare da pari a pari i due strumenti, quando fa convergere le due voci in una soltanto, è come se dosasse a piacimento due ingredienti dal sapore fortissimo con la padronanza dello chef più sofisticato; imparenta il mellotron con l’hammond per smorzare il dolciastro dell’uno e sgrassare l’altro; per togliere la pomposità un po’ scolastica al Mike Pinder dei Moody Blues, gli mette addosso la marcatura stretta e mordace del rhythm’n’blues bianco di Graham Bond.
Con un parco tastiere così ingombrante è davvero insolito trovare posto a ben due chitarre eppure nel caso dei Merry Go Round non si va mai all’ingorgo, c’è spazio per tutti. Soprattutto grazie alla misura, dote rarissima tra i chitarristi, del solista Vitolo e del curatore delle ritmiche Belli, i cui interventi sono di sostegno funzionale ai brani laddove serva oppure hanno il carattere di contenuti fregi decorativi nei momenti di proscenio senza mai trascendere nel soverchio.
La susseguente “Poison Ivy” sembra arrivare con l’intenzione ancora più diretta di allacciare quel rapporto stretto col passato Standarte e solo la vocalità esuberante di Martina e la pienezza del refrain ostacolano l’automatismo di certe associazioni. Un refrain che s’incastonerebbe alla perfezione nel repertorio dei migliori acts oggi dediti a quelle sonorità vecchia scuola dalla sfumatura occulta con l’utilizzo della voce solista femminile (Jex Thoth, Blood Ceremony, The Devil’s Blood). Le note conclusive di hammond, sferzanti come pennate di chitarra, su cui la Vivaldi enuncia un brevissimo recitato finale, richiamano per un istante il riff base con cui Hensley rese immortale la “Gypsy” degli Uriah Heep.
Assolutamente più nascosto è invece il riferimento diretto che i Merry Go Round mettono subito appresso producendosi nell’oscura cover di “Free Ride” degli Wildwood, californiani di Stockton con all’attivo solamente due singoli per la Magnum sul finire dei ’60 (più un cd antologico postumo di materiale quasi interamente inedito, “Plastic People” del 2012, che riporta alla luce la loro dura psichedelia garage). “Free Ride”, pare imposta da Gabbani al resto della band, contende all’iniziale “Dora’s Dreams” l’attestato di brano più heavy del disco tanto che anche il fumigante originale già di suo suona come se pescasse e fondesse insieme le cose più dure uscite sui dischi degli Iron Butterfly e degli Steppenwolf. I Merry Go Round non stemperano in alcun modo, anzi caricano. La chitarra è qui più esposta, sia nell’uncinante riff di partenza che lungo l’evoluzione del pezzo, gli spigoli sono vivi.
Per l’esaltante “Changeling” in avvio si cita ancora qualcosa di non lontanissimo da quello stesso giro d’organo di “Gypsy” degli Heep (ma è un pezzo caro ai Nostri perché talvolta lo ripropongono anche in sede live); ma più avanti il brano al posto di un ritornello cantato piazza un’apertura di organo d’indiscutibile solarità. Chiunque dell’età di Profeti che si dica innamorato dei suoni seventies di certo non può trascurare tutta la scena progressiva tricolore di quegli anni e la combinazione organo e mellotron di questa sua frase suona come una delle ribalte più festose di quel genere, per quanto lo stesso giro di hammond non dispiacerebbe affatto neppure al tocco morbido di Booker T. Jones. Grandioso il finale che mette in luce tutto il potenziale della band, intersecando come in staffetta il gusto abile e spettacolare di Profeti, le giravolte canore della discola Vivaldi e le accurate calibrazioni di Sandrino Vitolo. Gioco di squadra rodato e mandato a memoria, emozionalità pura, voglia incontentabile di suonare, cantare, fare musica...
Pizzicata sul manico della chitarra classica e avvolta da spirali di effettistica space che ne sfumano i confini, “To Die Of Fear” tira fuori dalle corde di Martina Vivaldi un’interpretazione ai confini tra jazz e soul; si crea uno splendido ponte temporale con “Coconut Grove” dei Lovin’ Spoonful, ma non tanto con l’originale dalle buone maniere cantato da John Sebastian quanto semmai con la versione che ne dettero nel ’70 gli Affinity con una Linda Hoyle padrona assoluta della scena e Lynton Naiff a impreziosire il sostrato strumentale. “To Die Of Fear” è comunque episodio di assoluta autonomia, una ballata straniante e glaciale, sfuggente, che ti caccia il suo decadentismo sotto pelle, ti irradia freddo nelle vene.
E’ il tempo della seconda cover, così arriva “Indian Rope Man”, antica memorabilia del repertorio di Richie Havens, messa originariamente su disco ("Richard P. Havens, 1983") nel 1969 dal cantautore con l’apporto di ospiti provenienti dal mondo dei jazzisti come l’organista Warren Bernhardt, lo strepitoso flautista Jeremy Steig, il drummer Don MacDonald. Non ci arrivano per via diretta i Merry Go Round, perché il brano soprattutto negli anni immediatamente successivi alla sua pubblicazione (complice anche forse l’esposizione woodstockiana del suo autore, il primo che prese per le corna il toro dell’emozione e che battezzò il festival avanzando sulle assi del palco e fronteggiando la platea sconfinata accorsa alla fattoria di Max Yasgur), ebbe più di un ripescaggio. Senz’altro il più celebre è quello dei Trinity di Brian Auger e della Driscoll, una versione asciugata nel minutaggio ma potenziata nel sound rispetto all’originale grazie principalmente all’opera di quei due fuoriclasse del settore (e anche due autentici fuochi ispiratori per Profeti e la Vivaldi, tanto che sembra sia proprio a quella riproposizione che soprattutto i Merry Go Round guardino). Addirittura coeve (1970) altre due cover: quella degli Warm Dust che la misero in chiusura del loro esordio “And It Came To Pass” e ci apportarono la variabile dei fiati grazie ai due sassofonisti che avevano in organico e quella dei tedeschi Frumpy – a quel tempo addirittura privi di chitarra – che sul primo lavoro "All Will Be Changed" ci dettero ancora più dentro e ne variarono i ritmi alternando a quello base del refrain il procedere lento e cadenzato delle strofe su cui la voce mascolina di Inga Rumpf si ergeva nelle sue caratteristiche gravità tonali.
Senza dubbio ne esisteranno altre, io conosco queste.
La ricca “In Search Of Lost Time” (un titolo che sfiora i Moody Blues...), avvolgente come il sensuale abbraccio di un’amante, viene letteralmente condotta per mano dal mitologico Rickenbacker a tracolla di Gabbani e dalla non certo da meno Ludwig del ’67 sotto le grinfie di Maccheroni. Incontenibile la Vivaldi, ma per un gusto personale – pur riconoscendole fibra e muscoli da vendere – la preferisco quando slabbra meno le sue esecuzioni. Tanto non sarà mai in ogni caso, anche quando si volesse costringerla entro binari più rigorosi, la scolaretta del coro, la cantante mansueta che esegue a comando le sue parti.
E’ proprio ad esempio ciò che accade nella successiva “Mesmerized Worlds”, dove la singer ha tutta la possibilità di esibirsi nelle sue diverse modulazioni ma, pur debordando di energia, lo fa pienamente nel contesto riuscendo alla grande in una delle migliori performance del Lp. Il brano, che si apre come una via di mezzo tra Fields e Spring, sa sprigionare belle dosi di energia pur partendo da una base di placida melodia e dalla distensione strumentale e del canto s’impenna poi in corali rinvigorimenti a cui ognuno dei sei giostrai porta il suo decisivo contributo.
Presente sul cd ma non sulla versione in vinile giunge infine la terza cover del lotto ed è chiaramente un sussulto per tutti gli amanti del vetusto dark prog visto che si tratta della celebre “Friday The 13th”, nuovo omaggio al ricordo degli Atomic Rooster di Vincent Crane (ed ecco il raccordo ulteriore agli Standarte), qui rappresentati al momento del loro esordio quando a fianco del leader c’erano ancora Nick Graham e Carl Palmer. Tuttavia su questa canzone per un certo periodo ha regnato un bel po’ di confusione perché praticamente ne esistevano due versioni in contemporanea: una sulla tiratura inglese dell’album con appunto il vocione pastoso del già dimissionario Nick Graham e naturalmente senza una sola nota di chitarra, l’altra sulla versione americana (ed è questa la più conosciuta, anche se di fatto snaturava abbastanza l'idea iniziale con cui era stata concepita) ri-registrata subito dopo la defezione di Graham con le overdubs del nuovo arrivato John Cann, la sua acida Telecaster e l'aspro cantato interamente reinciso.
C’è in coda al disco anche una traccia fantasma, una jam priva del titolo e di parti cantate, dove la sezione ritmica ha modo di mettersi in evidenza più liberamente che in altri momenti e chiama alla baruffa le idee solistiche di Profeti, qui scatenato anche al moog, e dei chitarristi. Un bel modo di salutare.
Ma il bello dei Merry Go Round è che la loro storia è, parallelamente a quella musicale, anche una storia di rapporti umani. Che nascono al tempo dei calzoni corti, dei pochi pensieri e delle risate a getto continuo. Rapporti che inevitabilmente finiscono per confluire nelle trame musicali, nell’intesa ad occhi chiusi, nell'indiretto racconto di sé.
Trovarsi dopo trent’anni ancora insieme, a giocare alle emozioni, ognuno col suo percorso di crescita personale eppure con quel lungo tratto in comune, è una vittoria della vita. I ragazzi che provavano al Fondino di Pontedera sono sempre lì. Magari disillusi e con qualche capello in meno (è il triste caso del buon Maccheroni...), ma sempre lì. Appassionati inguaribili dello stesso gioco.
Dài. Ancora un giro di giostra, ragazzi.

6 commenti:

  1. mi piace leggerti! sarebbe davvero bello avere tra le mani un articolo sui wishbone ash periodo same,pilgrimage,argus!!!! che ne dici jahier? scrivimi un post di risposta!

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    1. Grazie, carissimo.
      Un pezzo sugli Wishbone Ash in realtà mi era già stato sollecitato tempo addietro. Chiaramente si parla di uno dei gruppi musicalmente più stimolanti tra tutti quelli che sono inclusi nell'amato carrozzone del rock duro (o giù di lì) degli anni '70. Non dovendo rispondere a nessuna imposizione editoriale, quando scrivo mi permetto di seguire davvero le inclinazioni del momento. Di articoli abbozzati, in larga parte già stesi o ormai solo da rifinire in verità ne ho abbastanza, ma spesso (per pigrizia o per una convinzione non totale) tardo ad arrivare alla pubblicazione. Il problema degli Wishbone Ash non è certo legato alla loro musica, dal fascino inarrivabile. Semmai sono uno di quei casi (un po' rari) di band che narrativamente offrono meno spunti per quelle trattazioni parallele (aneddoti al limite della mitologia, vite avventurose, tragedie artistiche e non) dove uno "sbrodolatore" di parole come me va volentieri a nozze. Non essendo io un musicista, vado più in difficoltà laddove la trattazione dell'argomento sia più strettamente tecnica e musicale e lasci meno spazio alla parte "letteraria" e buona per le infiorettature.
      Però ti ringrazio per lo spunto e ti garantisco che ci proverò con più grinta. Anzi, potrei prenderla addirittura come una bella sfida! A presto.

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  2. Ottima recensione! Confermo quanto scritto, i Merry Go Round sono strepitosi!

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  3. Grande band!!! Spero di vederli presto dal vivo!!!!

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  4. grande Jahier a quando il prossimo post ?
    Michele (in arte pompetta) un vecchio fun sin dai tempi di I got my mo....dei murble cutters

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  5. speravo in un regalo di natale........

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