venerdì 8 maggio 2015

TEN YEARS AFTER "Watt" (Deram, 1970)


E’ risaputo che non è certo “Watt” il disco migliore dei Ten Years After. Questo almeno sentenzia la maggior parte dei critici, sia coloro che vedono nella produzione pre-Woodstock la fase più creativa e affascinante della band sia quelli che invece apprezzano più la maturità dei dischi successivi a quell’evento spartiacque ma che quasi universalmente preferiscono “Ssssh” e “Cricklewood Green” tanto da considerare questo un’appendice declinante.
Un po’ ovunque si leggerà che il gruppo era sotto pressione, il logorio del continuo sbattimento in tour sfilacciava i rapporti interni, che la scelta di dare “da mangiare al mercato” con praticamente due dischi l’anno stava prosciugando la polla delle energie creative più limpide. Non sono falsità.
Tuttavia “Watt”, che sia o meno episodio minore del catalogo Ten Years After, ha quella meravigliosa e inattaccabile natura di rappresentatività. E’ un disco che fotografa esattamente un periodo e ne ripropone con fedeltà il suono e perfino l’odore.
E’ un disco inizio anni ’70. Classicamente inizio anni ’70. Circoscritto in quell’epoca, non si sgarra. Fossimo archeologi che vengano interpellati per fornire la datazione approssimativa di un reperto, per il modo in cui suona, per l’ingenuità che lo permea, diremmo che “Watt” non potrebbe risalire neppure ad un anno più tardi. Più facilmente sbaglieremmo anticipandolo a quello prima addirittura. Un giochino per nullafacenti, lo so, quasi esistesse la dendrocronologia applicata al vinile che ne determina l’età studiando i solchi come fossero anelli di crescita sulla sezione del tronco di un albero.
E’ che “Watt” è un album innocente. Non ha ancora la corruzione dei seventies più avviati, non si è preso il bacio di quella violenza che caratterizzerà pesantemente tutto il decennio, non ha niente della disillusione, della presa di coscienza, della tensione e del piombo, della cupezza, delle tetraggini. “Watt” non è implicato in brutte storie d’inquinamento sonoro, di tematiche buie ed occulte, non sfrutta nessuno dei cliché che di lì in avanti emozioneranno la maggior parte dei fedeli della musica dura.
“Watt” è la solare espressione di un modo semplice e ancora incontaminato di fare rock. E’ una caratteristica che accompagna l’intera carriera dei Ten Years After, non soltanto gli spunti di questo album, ma arrivando dall’Inghilterra nel dicembre del 1970 “Watt” appare già in evidente fuori sincrono con ciò che la scena contemporanea stava dando alla luce. E ascoltarne oggi le canzoni, non canzoni “senza tempo” ma canzoni che il loro tempo ce l’hanno tutto e gli si vede benissimo addosso, ci obbliga ad un meraviglioso viaggio a ritroso, nostalgico e un po’ romanzato, il proverbiale tuffo in un passato che non è più riproducibile.
“Watt” e i Ten Years After permettono tutto questo.
Al pari di uno dei vecchi dischi dei Creedence Clearwater Revival. Dei Canned Heat. Degli Steppenwolf. Dischi che appena uscirono e furono fatti girare sotto l’esame attento della puntina già mandavano un “suono anziano”, avevano già addosso una sottile patina di polvere, qualche ruga portata alla grande, un lieve reumatismo affrontato con disinvoltura. Ma andavano bene così, come quei vini senza bisogno d’invecchiamento. Sì, è vero, come esempi ho citato tutta roba americana. Ma in realtà i quattro albionici, cresciuti tra Mansfield e Notthingham, gettarono un ponte saldissimo con la cultura e le colorazioni statunitensi tanto da stabilire tra le band europee il record di tour oltreoceano.
Riguardo ai pareri della critica su “Watt” si è parlato spesso di continuità, per molti commentatori addirittura eccessiva, con i suoni e le proprietà di “Cricklewood Green”. Al di là del fatto che non mi sembra questa poter essere di per sé una delle colpe più turpi, le ragioni sono anche facilmente spiegabili: dal disco precedente infatti lo distanziano appena sette mesi, quale artista realmente convinto di ciò che fa cambierebbe stile compositivo, approccio e tecnica espressiva in un lasso di tempo così ristretto? Non solo. “Watt” nasce dalla stessa sala d’incisione, i benedetti Olympic Studios di Barnes a Londra e grazie al lavoro del medesimo ingegnere del suono, il confermatissimo Andy Johns qui appena ventenne ma già annoverato tra i migliori in circolazione. Spunta invece per la prima volta tra i crediti il nome di un assistente tecnico ancora più giovane, Chris Kimsey, anche per lui un futuro da luminare nel mondo discografico che lo vedrà lavorare con artisti di caratura mondiale (Led Zeppelin, Rolling Stones, EL&P, Peter Frampton) ma che a me piace ricordare anche per la meritoria produzione degli ultimi Marillion con Fish (il capolavoro “Misplaced Childhood” e “Clutching At Straws”).
A livello grafico no. Dopo la foto tra il barocco, il kitsch e l’insipido della cover di “Cricklewood Green”, la band interrompe il parallelismo con l’album precedente e torna alle forme visuali dell’arte psichedelica che già avevano corredato i primi dischi: colori che prendono a pugni in faccia, elaborazioni oniriche delle immagini, sovrapposizioni stranianti, saturazione a mille, visionarietà e fantasia (nota a margine: per quanto il Graham Nash di Crosby e Stills sia da sempre un grande appassionato di fotografia, quello accreditato per gli effetti grafici nelle note è solo un omonimo).
Dici Ten Years After e dici Alvin Lee, nato Graham Anthony Barnes nelle terre leggendarie di Robin Hood ma, come accennato sopra, col cuore tatuato parecchio a stelle e strisce. Chitarrista, cantante, compositore quasi assoluto del repertorio del gruppo, spesso anche responsabile della produzione, sarebbe praticamente impossibile separare la vicenda artistica della band da quella sua (un’evidenza tanto lampante che però non ha evitato che negli anni 2000 i suoi tre vecchi partner gli si siano ammutinati contro per riportare pateticamente sui palchi i Ten Years After senza di lui, ma lasciamo perdere...). Insomma Alvin, prima rubando dalla collezione dei dischi del babbo i concetti musicali più avventurosi, quelli espressi dal jazz, si accrebbe poi a furia di cure ricostituenti di blues ma – come quasi tutti quelli della sua generazione – fu soprattutto folgorato dall’avvento del rock’n’roll, dallo scuotimento fisico, dal movimento, dalle chitarre di Chuck Berry e Scotty Moore.
Non staremo qui a rifarne la biografia, basti dire che ci fu un periodo in cui Alvin Lee veniva collocato tra Hendrix e Clapton, che il suo modo di suonare ha una responsabilità decisiva sulla definizione del moderno guitar-hero e che la sua prematura scomparsa avvenuta nel marzo 2013 (tra l’altro beffardamente imprevista a causa di complicazioni durante un banale intervento chirurgico) ci priva anzitempo di un musicista ancora brillantemente in attività, con ormai le conoscenze, la saggezza, l’abilità, gli strumenti e la maturità dell’artista completo. Una perdita gravissima. Un delitto artistico.
Ma i Ten Years After ne avevano almeno due di fuoriclasse. Perché appena di fianco alla luminescente e mitizzata figura del loro indiscusso frontman sarebbe davvero imperdonabile trascurare il valore del bassista Leo Lyons, autentico Ercole della fatica, capace di caricarsi sulle spalle il sostegno dell’intero peso del suono Ten Years After e tenerlo in equilibrio nonostante le spericolate divagazioni solistiche del chitarrista.
Insomma se Ric Lee, uno dei batteristi più primitivi, legnosi e minimalisti dell’intera scena britannica, badava a battere il tempo andando parecchio per le spicce e Michael George “Chick” Churchill (democratico ben al di là di ciò che poteva far credere l’illustre cognome) sceglieva la via di un appoggio esterno al governo del leader, i Ten Years After oltre ad una delle mani più veloci del rock potevano avvalersi anche di una delle mani più violente: era proprio la destra di Leo Lyons, bassista in perenne trance durante le esibizioni dal vivo, quando con ditate furiose martoriava le sue quattro corde con un impeto da far paura anche ad un Geezer Butler.
Inseritisi da principio nel filone dei revivalisti britannici del blues, i Ten Years After furono poi tra quelli che diversificarono la proposta approdando a sponde hard rock per quanto tra loro e i classici nomi massimi del genere intercorrano parecchie categorie di peso. Il loro stile, diversamente da quello irremovibile di molti colleghi di reparto, fu in sintesi un’oscillazione credibile tra denso blues e una forma ipervitaminizzata di rock’n’roll, senza nessun disagio nel colorare il tutto attraverso saltuarie pennellate di jazz.
Basta ascoltare le fuoriuscite soliste che Alvin e Chick concretizzeranno nel ’73 per capire meglio quanto ampio e diversificato fosse lo spettro delle tendenze musicali all'interno dei Ten Years After. Il chitarrista scelse una via per certi versi simile a quella di Eric Clapton quando nell’immediato dopo Blind Faith volò in America per incrociare il suo stile con quello al tempo stesso rurale e stellare di Duane Allman nell’esperienza di Derek And The Dominos: si unì al cantante gospel Mylon Lefevre, sudista bigotto del Mississippi dalla ricca tradizione canora, e realizzò un gran bell’album (“On The Road To Freedom”) dalle rilassate atmosfere country e dal grande respiro melodico, album che guardava con devozione ai suoni antichi degli States e che comunque annoverava il contributo di guest star tutte british quali il baronetto George Harrison, Ronnie Wood, Steve Winwood e Jim Capaldi, Mike Patto, Mick Fleetwood, Ian Wallace e Boz Burrell. Chick Churchill da par suo, temperamento mite ma viso furbetto da baro, dette alle stampe quello che invece rimarrà il suo unico lavoro in proprio (e in questo caso c’è qualche difficoltà in più nel procacciarselo): si tratta di “You & Me”, esordio di grande misura, discreto e gentile, dove una chiara matrice soul e rhythm’n’blues si lascia sfiorare da qualche carezza progressiva; a dimostrazione di quanto la band madre fosse tenuta in considerazione, anche a sostegno del minuto Chick (“il pulcino”) si scomodarono Martin Barre, Cozy Powell, Bernie Marsden, Gary Pickford-Hopkins, così come Rick Davies e Roger Hodgson dei Supertramp, oltre ai compagni di cordata abituali Ric Lee e Leo Lyons.
Ok, si è parlato fin troppo. Andiamo al disco.
“Watt” ha un lato A di tutto rispetto. Semmai le scintille creative si fanno meno guizzanti una volta che si cambia facciata al vinile, i Ten Years After diventano piromani assai più mansueti annacquando le idee incendiarie e spargendo qua e là materiale ignifugo ricavato da qualche lungaggine e prolissità di troppo.
Ma il lato A, si diceva, ha tutto per entrare di diritto nel miglior repertorio della band.
L’ingresso è affidato alla solida “I’m Coming On”, essenziale e insistente hard rock sorretto da una struttura inattaccabile (strofa-refrain-assolo-strofa).
Nel ’74, dall’altra parte dell’emisfero, ne proposero una versione potenziata nel voltaggio e nel rumore gli australiani Buffalo sul loro terzo album “Only Want For Your Body”. Il brano è quello, non si discute, eppure quanto è difficile riprodurre il mood dei Ten Years After, sempre così “swingante” sia che affrontino linee jazz-blues sia che invece si cimentino con materia più hard.
C’è altro che mantiene la cover a debita distanza dall’originale ed è l’assolo centrale di Alvin Lee, roba dura con cui confrontarsi: quasi due minuti di esposizione all’interno di un brano che non arriva a quattro totali farebbe pensare ad un’evidente sproporzione; in realtà l’assolo ci sta tutto, Lee non si arrotola inutilmente su sé stesso ma tinteggia rosso fuoco sul tempo incalzante, dando senso e valore ad ognuna di quelle battute; non ci mette di mezzo soltanto la mera esibizione della sua proverbiale velocità, qui ha un modo diverso di coprire gli spazi e le sue sono validissime traiettorie musicali. Sotto di lui, Churchill contrappunta d’organo mentre Lyons sospinge senza sosta.
Ad un primo colpo d’occhio “My Baby Left Me” sembra voler omaggiare l’idolo giovanile di Alvin Lee, l’Elvis Presley a cui lui dichiarò essere addirittura riferito il nome della band (i “10 anni dopo” sarebbero infatti da considerarsi a partire dal lancio nell’orbita del successo mondiale di Elvis, ma almeno Leo Lyons racconta una storia diversa): acchiappa il titolo dalla canzone che Presley incise nel ‘56, come in quel caso lo riproduce quale incipit del testo e sfrutta anche una rima pressoché identica (un melodrammatico “cry”-“goodbye” per The Pelvis, un più ironico “cry”-“bye bye” per Alvin) e in un paio di versi l’intonazione canora di Lee sembra ispirarsi piena di riverenza alla maniera interpretativa più gigiona del Re del Rock’n’Roll (“...I thought I sang for real”, “...She left me all alone”). In realtà la canzone non divide nient’altro con quella più vetusta omonima ed è un esempio di divertente progressione rock tipico della band, dal piano al forte, dal romantico all’epilettico, dal rallentato alla scorribanda.
Come già accaduto in aprile su “Cricklewood Green” con “Circles” anche qui i Ten Years After aprono la loro parentesi romantica attraverso gli assunti della ballata. Ma se “Circles” era un’inflessione folkish, acustica, bucolica ed edulcorata, “Think About The Times” ci arriva decisamente più corale, più suonata, ben più dentro al tessuto del Lp, melodicamente più intensa e drammatica. Per i rigidi parametri rock più riuscita. Ci giganteggia Leo Lyons mentre, pur se sempre subordinato (o “sordinato”), emerge qua e là il lavoro oscuro di Chick Churchill, più a suo agio al piano che non con altri apparati tastieristici.
E’ sempre sull’irresistibile groove di pianoforte e ritmica di sostegno che Alvin Lee impianta le parti più sbarazzine e canzonettistiche di “I Say Yeah”, salvo poi protrarsi un po’ troppo nella parte centrale a carattere di jam dove si diverte a sciorinare parecchie delle possibilità che gli fornisce l’effetto chitarristico che stava cominciando giusto allora a prendere campo, ovvero “the Bag”, il dispositivo della Kustom ritenuto uno dei primi talk box immessi sul mercato. Ci aveva già giochicchiato un po’ John Kay degli Steppenwolf e anche Pete Townshend con qualcosa di simile, ma non è che fin lì in molti, nella loro ricerca di nuovi espedienti sonori, avessero fatto ricorso a quell’attrezzo ingegnoso più simile ad uno strumento da ambulatorio.
Chissà se non fu proprio il nomignolo costruito sulla falsariga di quello di un pistolero che gli affibbiarono precocemente (“la chitarra più veloce del West”) a suggerire ad Alvin lo scenario musicale spudoratamente morriconiano per il breve interludio a titolo “The Band With No Name”, parafrasi abbastanza decifrabile dell’Uomo Senza Nome, l’iconica caratterizzazione con cui circa un lustro prima Clint Eastwood aveva fatto irruzione nell’immaginario cinematografico grazie alla trilogia del dollaro tutta italiana a firma Sergio Leone. Si dirà che l’ispirazione dei Ten Years After è alle corde, invece l’apertura strumentale del lato B è un minuto e mezzo fuori dagli schemi e del tutto apprezzabile. Fosse anche solo per le associazioni che suggerisce. Chitarra acustica, tamburo di marcia, una nota di pianoforte in sottofondo a cadenza regolare come battesse il suono di una campana a morto, addirittura l’effetto di uno sparo a bruciapelo alla fine del brano proiettano i Ten Years After in una magnifica cornice western, stavolta quella epica dei duelli al rallentatore, inscenati in spiazzati deserti o tra scarni e polverosi agglomerati di baracche di legno, l’epica della brama del denaro, del tradimento, della morte coraggiosa. Non quella scanzonata cui avevano accennato nel country e nell’honky-tonky di “Year 3,000 Blues” su “Cricklewood Green” che musicalmente (solo musicalmente, perché le liriche trasmettevano tutt’altro) rappresentava una sorta di cowboy song da saloon gremito a fine giornata.
Si fa largo tra l’intralcio di motori d’auto nel traffico cittadino il blues stanco di “Gonna Run”, ma si sente benissimo che i Ten Years After stanno solo scaldando le valvole e preparandosi il terreno per una scappatoia da quel tipo di stantia ripetitività musicale e infatti non passa molto che, dopo l’invito vocale di Alvin alla corsa, la band se ne vada in una veloce fuga jazz zigzagando agilmente: il brano riporta in musica il significato delle parole, la voglia di affrancarsi da certi stress e condizionamenti (forse non solo geografici, viene da pensare) per riappropriarsi di una libertà qui vagheggiata come possibile solo alle dimensioni del paese, alla vita di campagna, lontano dalla città, dalle impostazioni routinarie, un'idea di ribellione spesso comune tra quei giovani rockers che si trovarono in breve strizzati dagli ingranaggi di un successo clamoroso e soffocante.
Anche “She Lies In The Morning” fa un po’ la stessa cosa e si dilata fino ad oltrepassare i 7 minuti perché al corpo base del brano, una discinta apertura al pop sixties dalla presa invidiabile, Lee e compagni appiccicano (è proprio il caso di dirlo perché al collegamento delle due sezioni non c’è nessuna fine intuizione di arrangiamento, soltanto un effetto sonoro che risolve tutto grossolanamente) una lunga parte strumentale, jam psichedelica dove rispunta ancora il vecchio flirt con il jazz e con le sperimentazioni di “Stonedhenge”. Quantunque il genere hard rock, pur così difforme nelle sue varie espressioni, abbia spesso dato sfogo alla libertà strumentale e altrettanto spesso se ne sia fatto pure vanto, le improvvisazioni immortalate nei lavori in studio non mi appassionano. E’ quella live la dimensione più appropriata per l’interplay tra i musicisti, per le esecuzioni sovradimensionate, le dilatazioni, il gioco di sponde, i trip d’ispirazione che guai a chi li vuole interrompere. Quando invece certe soluzioni le si immortalano nelle versioni originali dei pezzi, ecco che a quel punto il dubbio del filler, del riempitivo, del tappabuchi per superare almeno la stesura di trenta minuti di musica inedita si avvicina abbastanza alla certezza. Capita così che il brano, frizzante nei tre scarsi minuti iniziali, nel suo prosieguo dia un bell’appiglio ai molti detrattori di “Watt”.
L’uscita sul crash fuori tempo di Ric Lee al minuto 1’59’’ serve a capire come si realizzassero i dischi allora, quando dieci canzoni in scaletta erano già un eccesso. Serve a capire quanti pochi accorgimenti fossero possibili, quanto valesse più la cattura dell’impronta generale del pezzo piuttosto che la perfezione dell’esecuzione; zero trucchi, correzioni ancora meno. Come un’istantanea analogica scattata che vedi materializzarsi nella vasca dello sviluppo anziché farla passare attraverso i filtri del pc e di Photoshop.
L’album si conclude con un estratto live del festival all’isola di Wight nell'agosto di quell'anno, la cover caciarona di “Sweet Little Sixteen” di Chuck Berry, uno stomp boogie-rock tutto stop & go buttato giù solo per far scuotere la capoccia e saltare scompostamente che sembra più la volontà di sottolineare quanto più appropriata fosse per la band la dimensione dal vivo in rapporto a ciò che invece era necessario fare in studio al momento di incidere nuovo materiale, un cruccio che Alvin Lee sentiva talmente forte da doverne fare quasi ammenda perfino sulle note di copertina di “Ssssh”. Forse una scelta frettolosa, che poteva mettere in luce episodi assai migliori e più rappresentativi, ma con tutta probabilità la band voleva davvero contrappesare con un cazzotto il mood generale del Lp, in definitiva garbato, stilisticamente ben inquadrabile in una certa rilassatezza di fondo.
Alle nuove generazioni che magari hanno avuto il primo approccio con la musica hard e heavy tramite le velocità, la rabbia urlata e la devastazione del thrash fine eighties o più tardi attraverso la moda delle contorsioni metallico-cervellotiche dell’era Dream Theater o a quelle che, ancora dopo, a questo sfaccettato genere di espressione dura sono giunte grazie al fascino oscuro e complicato di band come Opeth o per via dei pesi massimi del rumore moderno quali Mastodon, questo disco non dirà assolutamente niente. Ma a tutti coloro che invece, per elementi anagrafici o magari per sincera e appassionata curiosità storica, fossero allineati con un certo gusto retrò che li porta ancora oggi ad emozionarsi per tanto del buono che fu prodotto in quegli anni avvolti nel mito, ma che per qualche caso negli ascolti avessero lasciato un po’ indietro i Ten Years After, sono convinto che anche “Watt” potrà risvegliare in loro quella vecchia, cara, irresistibile eccitazione.