venerdì 3 ottobre 2014

ROBERT PLANT "Lullaby And... The Ceaseless Roar" (Nonesuch Records/Warner, 2014)


Non ho mai avuto simpatia per Robert Plant. Ma non c'è una ragione precisa.
Forse solo perché in quelle un po’ infantili logiche di contrapposizione, sono sempre stato un gillaniano. Deep Purple anziché Led Zeppelin, come se gli uni escludessero gli altri.
E quindi Blackmore invece che Page. Paicey piuttosto che Bonzo.
Un amore mai consumato, nato con difficoltà fin negli approcci (il mio primo disco del Dirigibile fu “Presence”, forse il viatico meno ideale per essere introdotti alla loro arte). Ma principalmente allo scoccare della scintilla non giovò la mia cronica attitudine di rancoroso bastiancontrario. Insomma, degli Zep ne parlavano tutti e troppo bene. Fu per me normale averli costantemente in lieve antipatia.
Poi dopo tanti anni, incuriosito da un’anteprima, ho deciso di concedere un’opportunità a questo disco, uscito neppure un mese fa.
Concedere un’opportunità al "nemico" Plant.
Il fatto che Brigata Rock, diversamente dalle sue abitudini, scelga oggi di parlare di un disco ancora fresco di stampa dovrebbe già indicare come finisce questa storia. O come inizia.
Perché attraverso “Lullaby And... The Ceaseless Roar” io riscopro a ritroso la carriera intera di un artista. Chiedendogli scusa.
Il disco è un viaggio, un teletrasporto per immagini e sensazioni che puoi vivere anche restando fermo sulla poltrona di casa.
Non sembra una casualità che la maggior parte delle canzoni (soprattutto le prime della tracklist, quelle che più spingono verso nuovi itinerari) sfumino in fade out. Non pare il rimedio al dilemma “E questa come la facciamo finire?”, no. E’ semmai la scelta di non segnare la fine, di non stabilire un confine, di non opprimere un orizzonte. I brani stemperano piano, spariscono lenti all’ascolto con la missione di lasciare le emozioni in sospensione e non tagliarle di brutto.
E al centro dell’opera c’è lui. Non solo la sua voce. C’è lui. Con tutto di sé. La voce e siamo d’accordo. Ma poi le rughe, il carisma, le mani, le mete lontane, gli anni passati a mille all’ora, l’anima, le ombre, la leggenda, i capelli, Karac, gli occhi che ormai sanno, una piuma dentro al cerchio, il dolore, il ritorno a casa. La sua storia intera.
Plant e il suo mito si fanno avvolgere dalla musica in quel solito abbraccio sensuale. Non più un fatto ormonale come al tempo delle camicie sbottonate e i jeans attillati; adesso Plant fa l’amore con il rock con tutta la maturità delle sue conoscenze.
Si ama meglio in là con gli anni. Meno focosi, meno prestanti, ma si conturba di più la mente, si lavora a lungo sui sensi, si va più in profondo.
Quello iniziale è il tributo ad un traditional americano, “Little Maggie”. Ci va subito oltreoceano, Robert. Ci va al principio come punto di partenza, una scelta precisa, una ricognizione, la pianificazione del viaggio. Da lì tutto cominciò, l’origine fu la folgorazione occidentale per quella capacità tutta statunitense di dare un suono ad ogni epoca, di fissare idee e colori, di attribuirli a precise latitudini geografiche eppure riuscire ad esportarle ovunque, fin nei luoghi e nei tempi più impensabili. L’America come raccoglitore universale delle tradizioni e delle culture, come loro rielaborazione. Come pozzo senza fine. L’America come colore primario.
La versione di Plant offre una profondità di campo sconosciuta alle tante rivisitazioni precedenti, da quella anni ’40 degli Stanley Brothers a quella al solito scorbutica di Bob Dylan. Sul fisiologico nervosismo del banjo, irrequieto nel suo strimpellio come la corsa della lepre in un prato, Robert porta la carezza del suo canto e modella il bluegrass originario come fosse molle argilla e lui il più esperto dei vasai. Poi vai a vedere che cosa fu il bluegrass, lo scopri come il risultato di ciò che gli immigrati irlandesi e scozzesi impiantarono sul ceppo del country e del blues quando arrivarono a stanziarsi sulle povere e antiche Appalachian Mountains e capisci che Plant in realtà va lì a recuperare un’altra parte di sé, un pezzo di storia dei suoi antenati, una delle lontane espansioni della cultura britannica.
Avviene un processo simile anche più avanti nel disco per la traccia “Poor Howard”, non propriamente una cover ma indicata come una derivazione, un “liberamente tratto da” una vecchia canzone di Huddie “Leadbelly” Ledbetter (“Po’ Howard”), un tema lirico di tipica dolenza afroamericana al confine con le storie sullo schiavismo nero nelle piantagioni, in cui Plant e la sua banda portano ancora a simposio blues, folk, gospel e il brio della musica gaelica.
Appunto, Leadbelly. Un nome che per forza riconduce al luminoso passato di Robert. “Led Zeppelin III”, 1970. “Gallows Pole” recuperava una delle tradizionali folk song dell’America rurale (“The Maid Freed From The Gallows”) ma la versione del Dirigibile non prescindeva da quella intermedia a titolo “The Gallis Pole” e chitarristicamente arrembante del vecchio Huddie, virtuoso della dodici corde (infilandoci poi dentro anche il riff portante con cui Jansch e Renbourn avevano ridato lustro al traditional “The Waggoner’s Lad”).
Ma per quanto siano remoti i riferimenti e strutturali le fondamenta su cui Robert va a poetare, i suoni di “Lullaby And... The Ceaseless Roar” portano forte il segno della modernità. In questo la band di accompagnatori, i Sensational Space Shifters sotto la cui rinnovata denominazione si uniscono alcune nuove figure (su tutti il gambiano Juldeh Camara e il suo fenomenale nyanyeru, o ritti, una sorta di violino a una corda tipico dell’Africa occidentale) al nucleo già in precedenza al servizio di Plant, interpreta perfettamente il compito. Filtri, loop, tecnologia, effettistica, incorporee spirali cosmiche. Niente di eccessivo, solo arricchimenti funzionali all’estetica, è tutto a misura, tutto cucito sopra, perfettamente in stile.
La stessa sede delle incisioni, i magnifici Real World Studios fatti costruire da Peter Gabriel a Box, un piccolo villaggio dello Wiltshire (la band ha suddiviso i lavori utilizzando anche gli Helium Studios di Bradford-On-Avon, un paesotto poco più grande a meno di dieci chilometri da lì), sembra la location ideale per la combinazione di antico e moderno: in un ambiente di vegetazione lussureggiante, pietra, legno e grandi vetrate nella parte residenziale che ospita gli artisti, va ad incastonarsi una sala di registrazione che è un gioiello di avanzata tecnica audiofonica.
Qualcosa di questa connotazione artistica si era cominciato ad apprezzare già su “Mighty Rearranger”, dove c’erano gli Strange Sensation (una “s” in meno nell’acronimo, il che era meno opportuno) a confezionare di attualità e misticismo i brani grazie soprattutto all’eclettismo di Justin Adams (vero alter-ego di Robert negli ultimi dieci anni), al gusto avanguardistico di John Baggott e alla giovane età di Liam “Skin” Tyson, ex-chitarrista dei Cast; ma per quello che riguarda più strettamente Plant la vera chiave di volta è stata principalmente rappresentata da “Raising Sand” del 2007, l’album di riproposizioni folk e country al fianco della cantante Alison Krauss, per via di una modalità canora tutta sbilanciata sul lato dell’interpretazione, del dosaggio, della sottrazione. Una vocalità matura, più rarefatta e meno invasiva, un modo diverso di giocare con le luci e soppesare le ombre del proprio strumento. Chi possiede “Raising Sand” dia per esempio un ascolto alla clamorosa rilettura di “Nothin’” di Townes Van Zandt dove Robert tocca vertici assoluti e un arrangiamento che sta a metà tra il country western elettrico e distorsioni di tipo gitano-balcaniche regala al brano un magnetismo ubriacante.
A riportare in vita l’hard rock bruciante e orgasmico degli Zeppelin ci stanno provando giovani virgulti assai promettenti come Rival Sons o The Answer: è giusto che sia loro quella scena. Jimmy Page li ha già battezzati con dichiarazioni ufficiali di stima, Plant con gli sviluppi della sua carriera solista fa capire invece che egli guarda ormai da tutt’altra parte, che non è affatto in competizione con quelli che potrebbero essere i suoi figli.
Un conto però è non entusiasmarsi più troppo per quanto fatto, vissuto e ascoltato nella parentesi d’oro della sua gioventù, un conto è rinnegarlo. E’ vero che Plant guarda alla vecchia stagione musicale hard degli Zep con orgoglio molto distaccato, è vero che lui è quello che più degli altri ha tentennato sulle proposte di reunion (accettandole solo per rarissime occasioni celebrative) e che lascia volentieri a Page tutto il raschiamento del fondo del barile, ma è ancora più vero che Plant è un figlio del rock, lo rimarrà sempre, e sempre parlerà quella lingua. Con tutta la maturità e le contaminazioni che si vuole, quello che gli uscirà dalla voce e dalla penna, fondamentalmente dall’anima, rimarrà sempre rock.
Quando ad esempio esplode la chitarra elettrica in un brano che non pareva prevederlo affatto come “Embrace Another Fall” (l’episodio più vicino alla world music, con l’inserto vocale da co-protagonista di Julie Murphy dei folksters gallesi Fernhill e che anni addietro aveva già duettato con Plant), lo fa per solo mezzo minuto ma il rocker che è in noi trasale, riconosce il proprio paese, per un attimo le trasferte e i pellegrinaggi a cui lo obbliga quest’album lo riconducono sulla via di casa. E’ la strizzata d’occhio che Robert ci dà. Per suggerirci che c’intendiamo sempre.
Robert Plant non boicotta il passato, sa benissimo quanto l’uomo e l’artista di oggi discendano direttamente dallo sfrontato “dio dorato” che quarant’anni fa stava alla guida della più incredibile macchina di successo al mondo. Così è inevitabile che certi ricordi, pur frammentari, affiorino in superficie. Ricordi suoi e ricordi nostri. Come in “Pocketful Of Golden” la cui prima frase del testo ricalca quella dell’antica “Thank You”, anno 1971: “And if the sun refused to shine”...
“Lullaby And... The Ceaseless Roar” dispiega le sue lunghe ali e dall’America torna a sorvolare sul Regno Unito, sosta in Irlanda dove si rifocilla col primordiale folk celtico e le gighe popolari, poi prende il volo di nuovo virando a sud-est per incunearsi in picchiata tra le vibrazioni dei membrafoni mediorientali e apprendere la cadenza delle preghiere rituali dei Sufi, poi riemerge in alto e va a planare a ridosso del deserto magrebino, poi giù nel Mali dove i tuareg pizzicano i rudimentali tehardant, e ancora più a sud nell’Africa subsahariana dove le pulsazioni ritmiche hanno quel metro tribale e ossessivo che ipnotizza, guadagna i sensi e favorisce la trance.
Non si va per francobolli e cartoline, foto con didascalie, quadretti scollegati; il viaggio a cui c’invita Rob è la fusione totale di questi ritmi e questi aromi, spezie e tappeti, pietrisco e stoffa, piovosità e sole battente, un cottage in pietra nella brughiera gallese e un villaggio berbero dell’Alto Atlante, grigiastre albe brumose e tramonti incendiati, mare spumoso e sabbia con dietro altra sabbia. Tutto sta insieme nelle stesse note, trattenuto dalla magia universale del rock. E’ l’esito fortunato della sfida di armonizzare i contrasti, enunciata fin dal titolo in copertina.
E’ quanto accade ad esempio in “Rainbow” (che all’interno delle sue liriche reinterpreta alcuni versi di una poesia dello scrittore inglese William Morris, secolo diciannovesimo), cantata in maniera sublime, con frasi sospirate alternate a limpidi vocalizzi: tamburi battenti e dolcezza, nessuna dicotomia, una soavità senza tempo che lascia visualizzare la silhouette di una carovana al calare del sole in lenta marcia lungo lo skyline delle dune del deserto. Andatura armonica, niente fretta, conoscenza dei percorsi, vento silenzioso che scivola sul cotone delle tagelmust, spazi infiniti, un cielo grandissimo che si appresta a contenere il buio assoluto...
Anche i pezzi meno avventurosi, che fanno narrazioni più vicine al vecchio mondo di Plant, quello calpestato più spesso, quello fatto suo già un sacco di altre volte, in verità stanno benissimo su questo diario di bordo.
Ci sta benissimo “Turn It Up”, che più di tutte le altre tracce si ricorda di come facevano gli Zeppelin (c’è anche qui un verso in cui Robert parafrasa il sé stesso giovane: “the road remains the same”...) e ne fa risalire la febbre; oppure la ballata intimista “A Stolen Kiss”, una delle più grandiose canzoni romantiche degli ultimi anni, pianistica e malinconica, con lunghe note di chitarra ad esaltare la linea melodica e un break ripetuto due volte che contiene il titolo del disco ma che mette un brivido per l’inversione atmosferica che crea; o ancora “Somebody There”, dalla struttura semplicissima e quel meraviglioso refrain che per purezza rimanda ad uno dei migliori inni pop dei sixties; mentre simile candore pop ha anche “House Of Love” che a metà corsa immette però un’evidente commistione araba.
Ha invece più l’aspetto di un remix, ma non lo è, l’ultima traccia dell’album, la concisa “Arbaden (Maggie’s babby)”. Ci vanno a finire dentro parecchie cose: ritmica bombastica, manipolazioni al computer, samples e schiribizzi elettronici, una reprise della strofa vocale dell’iniziale “Little Maggie”, l’inserimento di un cantato in lingua Fulani ad opera di Camara e addirittura, appena percettibili, fantasmi Zeppelin nella forma di un paio di espressioni di chitarra che fanno voltare di scatto come se fosse appena apparso all’improvviso James Patrick Page (semiclandestino eppure c’è, perdìo, quel lick simile a “Celebration Day”)...
Al di là di tutte le parole spese, alla fine rimane quest’opera. La voce e le canzoni di Robert Plant. Rimangono questi cinquanta minuti di arte e spiritualità. Rimane l’orgoglio con cui la si potrà regalare a qualcuno che ci è caro.
Rimangono queste visioni e il fascino della loro musicalità. Il racconto di un uomo che ha prestato l’anima e la voce a generazioni intere di ascoltatori sognanti, romantici e ribelli, pacifisti ma incazzati, viaggiatori innamorati, bambini mai cresciuti.
Grazie, Robert. Te la riconosco tutta per quella che è, la tua grandezza.
Finalmente dopo tanti anni mi sono riappacificato con te.