martedì 11 marzo 2014

GRINDERSWITCH "Honest To Goodness" (Capricorn, 1974)


Quando (e se mai) arriverete in fondo a questo articolo su “Honest To Goodness” dei Grinderswitch, vi accorgerete quanto poco spazio in definitiva avrò dato alla descrizione strettamente musicale dell’album.
Per quanto ben suonato, appassionato e appunto “onesto” il disco va annoverato tra le posizioni di rincalzo in un’ipotetica graduatoria del southern rock.
Ma raccontare di questa band di sinceri comprimari ci permette di accennare agli umori che germinarono a partire dalla fine dei ’60 in quel sonnacchioso e un po’ arretrato angolo sud-orientale degli States, nonché di lambire le vicende decorate, drammatiche e bellissime dei veri primattori del rock confederato, la leggenda Allman Brothers Band. Tuttavia ridurre l’esordio dei Grinderswitch al solo pretesto per parlare d’altro sarebbe uno squallido escamotage che non renderebbe il giusto tributo a chi, pur non possedendo la statura e la scintilla creativa dei grandissimi, ha comunque contribuito alla definizione di un genere e ha portato umilmente l’acqua a quello stesso mulino.
L’aspetto che i Grinderswitch vollero darsi sulla copertina del loro primo album è quella zozza e sdrucita dei lavoratori della ferrovia, paludati in vecchi modelli di jeans e armati di martelli e picconi, come se avessero appena finito di zavorrare di ghiaia un tratto di binari: una foto che sembra davvero pescata dai vecchi libri illustrati che narrano lo sviluppo delle strade ferrate nella seconda metà dell’ottocento.
Lo scatto in questione fu realizzato su un segmento storico della rete ferroviaria americana (in quel tempo quasi del tutto dismesso) nel tratto che attraversava Juliette, un quarto d’ora a nord di Macon, grazie al passaggio della linea della East Tennessee, Virginia & Georgia Railroad, più tardi restituito ad un traffico normale grazie al recupero della Southern Railway. L’affascinante edificio sullo sfondo è il cotonificio del paese, già in disuso a partire dal 1957, eretto negli anni ’20 sopra la precedente struttura di un enorme mulino ad acqua sulla sponda dell’Ocmulgee River. Come nota a margine ci va di dire che, più che per troneggiare sulla veste grafica di “Honest To Goodness”, la costruzione - oggi parzialmente adibita a museo di motociclette d’epoca - è diventata di qualche interesse turistico perché lì attorno nel ’91 fu allestito il set della pellicola di successo “Pomodori verdi fritti” (anche se fu soprattutto in un film precedente, “A Killing Affair” dell’86 mai uscito in Italia, che la vecchia fabbrica faceva insistita mostra di sé nelle scene iniziali). E comunque, a chiudere, il fatto che sia stata Juliette la location scelta per la cover del lp non può che far drizzare le orecchie a tutti gli esperti della saga Allman Brothers perché fu proprio lì che, al pieno delle possibilità economiche, Betts & company acquistarono un terreno di 430 acri nella cui fattoria (quella resa celebre dalla foto di “Brothers And Sisters”) sistemarono parte consistente delle loro famiglie con l’idea, poi non realizzatasi compiutamente, di allestirci un vero e proprio villaggio di proprietà, un resort privato con gli alloggi per crew e musicisti che unisse la passione della musica a quella per la vita collettiva a stretto contatto con la natura. 
Se sul conto dei Grinderswitch nulla si può eccepire circa la loro scorza di hard-workers del rock (effettivamente la storia li tramanda, in rapporto alla loro relativa popolarità, come una delle band più indefessamente attive sul territorio, una di quelle che più erano abituate a sbattersi in sede live), forse però ciò che nell’immaginario dei cliché si attribuisce alle caratteristiche dei faticatori della classe operaia è poi meno riscontrabile nella musica contenuta nei solchi del vinile. Non c’è nessuna pesantezza nei tratti, non ci sono le braccia robuste con cui i lavoratori della ferrovia piantavano gli arpioni per il fissaggio delle traversine dei binari: i Grinderswitch suonano senza calli alle mani, hanno una gentilezza stilistica che fa essere il loro southern-blues agile e snello, molto in contrasto insomma con quell’immagine tosta e un po’ grezza della cover.
Prima facciamo però un po’ di storia.
L’origine dei Grinderswitch va fatta risalire alla volontà di Joe Dan Petty, roadie secco rifinito e dal muso di topo dell’Allman Brothers Band, di formare un proprio gruppo e di ricominciare quindi l’attività musicale intrapresa fin da ragazzo ma poi interrotta per prestare servizio presso il carrozzone dei fratelli Allman. Originario di Bradenton in Florida, Joe Dan ebbe un primo assaggio di professionalità proprio al fianco di Dickey Betts suonando per un po’ nei Jokers (che sono addirittura citati in un verso della canzone “Rock And Roll, Hoochie Koo” di Rick Derringer).
Petty suonò poi nei Thunderbeats il cui chitarrista solista (almeno nella versione antecedente al trasferimento nella zona di Jacksonville) era Larry Reinhardt, ovvero il “Rhino” che più avanti sarà negli Iron Butterfly di “Metamorphosis” e che soprattutto dette vita ad uno dei più clamorosi miracoli hard rock dei ’70, i Captain Beyond. Proprio nell’area di Jacksonville, che tanta parte ebbe nella genesi dell’ala dura del southern rock, sarà coinvolto in una formazione di puro blues (e anche puro anonimato), tali Gold Rush, mentre solo quando prese a suonare in una local band ospite fissa di un pub di St. Augustine gli capitò l’occasione che avrebbe dato una svolta alla sua vita: infatti nell’estate del ’70 il vecchio amico Dickey Betts capitò a tiro da quelle parti, lo andò a trovare e, approfittando della chiusura per un paio di settimane di quel pub per alcuni lavori di ammodernamento e della conseguente pausa lavorativa di Joe Dan, gli propose di aggregarsi per qualche giorno a lui e alla congrega dei fratelli Allman che a Miami, presso i Criteria Studios, stavano ultimando le registrazioni del secondo album “Idlewild South” sotto la supervisione di Tom Dowd. Sta di fatto che da lì in poi il gruppo che suonava regolarmente nel pub dovette cercarsi un altro bassista: Joe Dan Petty non tornò più a St. Augustine e divenne a tutti gli effetti un membro della road crew dell’Allman Brothers Band, inizialmente come tecnico della batteria di Butch Trucks (in seguito si occuperà delle chitarre).
L’esplosione e il successo della band di Duane e Gregg combinati al fatto che loro avessero scelto come base operativa Macon dietro la regia di Phil Walden, segnò uno spostamento geografico considerevole di tutta la nascente scena southern, tanto che gli Allman non furono che i primi a migrare dalla Florida alla Georgia. E Joe Dan Petty con loro.
Dopo qualche anno a fedele servizio dei Bros (e siamo già nel ’73), al bassista tornarono progressivamente a prudere le mani e piano piano gli si riaffacciò alla mente l’idea di rimettere in allestimento un proprio gruppo. In prima battuta provò a pescare direttamente dal giro di conoscenze più strette offrendo il ruolo di chitarrista all’amico con cui divideva al tempo un appartamento, Les Dudek, nato in una base navale del Rhode Island da un padre graduato ma trasferitosi giovanissimo in Florida e che ora bazzicava la scena di Macon fiero del suo talento emergente. Dudek rifiutò di legarsi stabilmente ad una band preferendo più sfarfallare senza fissa dimora però aiutò Petty a trovare almeno due degni compari: si trattava di un paio di sodali provenienti da Auburndale, il chitarrista Larry Howard e il batterista Rick Burnett, che erano musicalmente “culo e camicia” fin dal ’64 e che Dudek aveva incrociato nell’esperienza comune dei Blue Truth.
Se si vuole, fu la morte di Duane Allman ad avviare indirettamente il processo di formazione dei Grinderswitch, innescando una serie di piccole coincidenze temporali e geografiche che nei fatti permisero la costituzione del gruppo.
Quando il 29 ottobre del ‘71 il 24enne “Skydog” perse la vita a seguito dello schianto in sella alla sua Harley Davidson, l’Allman Brothers cadde in depressione tant’è che mancò un pelo perché non si sfaldasse definitivamente. Dickey Betts meditò di rifugiarsi in un progetto solista (dal nome inequivocabile: Solo) e convocò a Macon l’organista Peter Schless che conosceva fin da ragazzino il quale, suonando al tempo in una piccola band di stanza in Florida, i Power, decise di farsi accompagnare nel viaggio dal chitarrista di quella formazione, proprio Les Dudek. A loro due, come a qualche altro musicista proveniente dalla stessa area, impose l’immediato trasferimento a Macon. Quando però di lì a poco Gregg Allman riprese in mano con decisione la guida del gruppo madre e ne riassettò la struttura, Dickey rispose presente; salvo poi sentirsi responsabile di quei compagni che avevano fatto armi e bagagli per andare a suonare con lui e che adesso si trovavano già orfani del leader. Ci fu la registrazione di qualche traccia, poco più che semplici jam, ma nei fatti quel primo esperimento solista del chitarrista si risolse in un aborto.
Per il disturbo almeno Les Dudek fu tuttavia ripagato dalla collaborazione a “Brothers And Sisters” tantoché ci figura in un paio di canzoni, per la verità due dei più grossi hits del gruppo, alla chitarra solista su “Ramblin’ Man” e a quella acustica su “Jessica” (e su questa anche con qualche merito di composizione mai però accreditato). E’ in questa ospitata di lusso, congiunta al fatto che il boss dei boss Phil Walden pare caldeggiasse un suo inserimento in seno agli Allman quale secondo chitarrista, che risiede il motivo principale per cui Les Dudek preferì tenersi libero per quella clamorosa eventualità e non stringere patti d’alleanza con Joe Dan Petty. Dietro raccomandazione dell’amico, il bassista entrò comunque in contatto con Howard e Burnett che Dudek aveva lasciato qualche tempo prima in compagnia dell’appiedato secondo chitarrista dei Power, quel Danny Roberts che più tardi entrerà nei Mudcrutch, una band di Gainesville che servì al lancio internazionale del suo cantante Tom Petty. Eh già, il fronzuto albero genealogico del rock...
Larry Howard era nato nel ’50 a Winterhaven, Florida, non lontano da dove oggi sorge il Disney World ma che a quell’epoca era una zona paludosa di assoluto disinteresse. Attratto dalla musica fin da subito grazie agli impulsi del babbo e dello zio che militavano in un orchestrina bluegrass in cui era transitato per puro diletto perfino Vassar Clements (guarda un po’, anche se stiracchiato ecco un altro dei legami con le gesta allmaniane perché il celebre violinista prese parte al... vero esordio solista di Richard “Dickey” Betts, “Highway Call” del ’74), Howard era arrivato alla chitarra solo in un secondo momento partendo da studi classici di teoria e composizione e passando anche dall’esperienza di trombonista in una delle big bands nate sull’onda della “predicazione” di Count Basie che in quegli anni perorava quella causa attraverso una serie di itineranti seminari didattici. Parallelamente alla crescita musicale, il giovane Larry sviluppò anche una seconda passione: la droga. Soltanto a inizio anni ’80, quando i medici lo ripresero per i capelli dopo la terza overdose, riuscì a mettere un punto alla sua storia di dipendenza e, di pari passo all’abbandono della vita on the road con i Grinderswitch, grazie anche all’apporto del fratello sacerdote subì la classica folgorazione religiosa e si redense.
Petty, Howard e Burnett trovarono infine l’anello mancante proprio lì a Macon. Lo videro in azione al 576 di Poplar Street, cioè presso il mitico Grant’s Lounge, mentre cantava e suonava la chitarra in una delle ultime incarnazioni dei King James Version (in cui al basso c’era, o almeno c’era stato, un giovanissimo Leon Wilkeson): tipico fisico meridionale di chi sia fortemente allergico allo sport, Robert Andrew “Dru” Lombar, cresciuto (cresciuto parecchio, vista la mole) a Neptune Beach, Florida, fu sempre spronato dalla madre a coltivare l’evidente propensione musicale tanto che già quattordicenne aveva messo su un gruppo strumentale, The Crescents, i quali poi si trasformarono in Soul Searchers quando inglobarono un cantante e che una volta, in una delle famose “battle of the bands” che si tenevano al tempo tra gli emergenti della scena, ebbero addirittura la meglio su certi One Percent (roba da poco, i futuri Lynyrd Skynyrd...).
Il quartetto così formato prese residenza presso una fattoria a sud di Macon, nella campagna tra Centerville e Warner Robins, e si sottopose ad una decina di mesi di prove, stesura di brani e vita in comune e in quel primo periodo fu il solo Joe Dan Petty a “portare a casa” uno stipendio (lavorò come roadie per l’Allman Brothers Band fino a tutto “Brothers And Sisters” sulla cui gatefold figura regolarmente nella foto dell’entourage allargato della band) che servisse da mantenimento anche per i nuovi compagni.
Anche sul moniker scelto, che però suona obiettivamente bene, non è stata fatta definitiva chiarezza: appurato che, come prevedibile, nessun ponte intendesse essere gettato con l’omonimo gruppo che mise assieme Garland Jeffreys per il suo esordio nel ’70, pare che Petty e compagni scelsero proprio di darsi lo stesso nome della località del Tennessee, poco distante da Centerville (una delle innumerevoli Centerville degli USA...), dove appunto era collocato un deviatoio ferroviario e poco altro. Rimane peraltro sconosciuto il motivo per cui la band lo adottò: si può pensare che intendesse omaggiare la stella della commedia musicale country Minnie Pearl (nome d’arte di Sarah Ophelia Colley Cannon), icona dell’umorismo popolare del Sud che proprio in Grinder Switch ambientava le sue vicende di fantasia, però credere che brutti ceffi come quelli schiaffati sulla cover di “Honest To Goodness” fossero devoti alle rappresentazioni del personaggio pur simpatico della contadina col cappello di paglia ci rende un po’ dubbiosi.
C’è un’altra storia, molto più nera, legata a quei luoghi e a quel nome. Ma anche se non so resistere dal darne cenno, devo ammettere che questa è davvero una forzatura tutta mia. In quella zona del Tennessee non è soltanto lo snodo dei binari ad avere Grinder nel toponimo. Tutto origina dalla locanda dei coniugi Grinder (il Grinder’s Stand) che nei primi dell’800 ad una ventina di chilometri dall’attuale Centerville dava ospitalità ai viandanti lungo la pista Natchez. Ebbene il nome Grinder evoca agli americani un sinistro episodio storico perché uno degli eroi nazionali, il celebre esploratore Meriwether Lewis, l’11 ottobre del 1809 proprio in quella locanda trovò la morte a soli 35 anni in circostanze misteriose lasciando insoluto il dubbio se si trattò di suicidio, come ufficialmente si disse, oppure di un vero e proprio assassinio (parte della tradizione popolare racconta che fu proprio Robert Grinder a compiere l’insano gesto per aver trovato Lewis a letto con sua moglie Priscilla...).
Perdonatemi. Tutte queste digressioni mi portano lontano da quello di cui volevo parlare all’inizio. Già, proprio su un “deviatoio” ho deciso di impostare questa storia...  
Grinderswitch, si diceva. Bene. Nel momento in cui i quattro furono in grado di realizzare le versioni demo di qualche loro brano non fu difficile agganciare Phil Walden e proporgliele. In quel frangente la sua Capricorn era parecchio predisposta a cavalcare l’onda del successo del rock sudista sulla spinta motrice del talento dell’Allman Brothers Band e quindi tendeva a contrattualizzare un cospicuo numero di gruppi che aderissero a quella proposta musicale e ne propugnassero il verbo.
E Walden le produzioni le affidava grosso modo sempre a due suoi uomini di fiducia: Paul Hornsby o Johnny Sandlin, già antichi “partners in crime” al tempo degli Hourglass. Quasi mai si derogava da questa opzione. Visto che Hornsby, figlio di un violinista blue-grass, aveva un orecchio più sensibile al country a differenza di Sandlin legato ad un background rhythm’n’blues, ecco che per inclinazione i Grinderswitch furono assegnati a lui (così come, del catalago Capricorn, gli toccarono la Marshall Tucker Band, la Charlie Daniels Band, gli Wet Willie).
Paul Hornsby veniva da New Brockton, un paese nel sud dell’Alabama, e cominciò a far seriamente con la musica al tempo dell’università quando si spostò a Tuscaloosa. Fu nei 5 Men-Its (o Five Minutes come diventarono poi) con appunto Johnny Sandlin e Eddie Hinton, ma soprattutto negli Hourglass ancora con Sandlin e con i fratelli Allman con cui tentarono la fortuna nella dorata California. Dissolta quell’esperienza fece poi ritorno a Tuscaloosa e formò i South Camp con gente come Chuck Leavell, Charlie Hayward e Bill Stewart, per poi prendere a bazzicare i Muscle Shoals Studios in veste di turnista dietro invito dell’amico Duane Allman che proprio lì si stava facendo un nome e dunque finendo per entrare nell’area di competenza di Phil Walden che attorno al talento stellare del chitarrista stava elaborando ambiziosi progetti.
Quando meglio razionalizzarono le loro velleità di business, Phil Walden, il fratello Alan e il socio Frank Fenton misero su un’etichetta discografica specializzata, la Capricorn Records, e ne crearono il quartier generale a Macon dotandolo anche di una sede operativa con i celebri Capricorn Studios al numero 536 di Broadway Street (oggi Martin Luther King Jr. Boulevard) che al di là del plurale utilizzato nella dicitura in realtà erano un solo ambiente, un grande stanzone polivalente con un’unica sala d’incisione. Hornsby, così come Sandlin, fu inizialmente un session-man fisso al soldo della label come componente della Capricorn Rhythm Section, ma ben presto si trovò sempre più spesso coinvolto nelle vesti di produttore.
Non descriverò minuziosamente l’album. Diciamo che la forma di southern che preferisco è quella più spuria che discende dai Lynyrd Skynyrd, quella che contaminò le sue radici con pregnanti dosi di rock britannico, e i suoni più orientati al country un po’ li soffro.
Il punto a sfavore dei Grinderswitch, purtroppo decisivo per le sorti commerciali, è che le loro tracce non sono memorabili. Soprattutto perché non sono memorizzabili. Non è un bisticcio di parole. Qui mancano gli elementi che permettono ad un brano di entrare nella zucca: manca il riff che acchiappa, manca la strofa con le palle, manca il ritornello vincente. Il southern gentile dei Grinderswitch sembra tutto impostato su un buon groove di base e sul proscenio solistico dedicato alla chitarra di Lombar, il che è senz’altro un bel sentire, dico davvero, ma non miete vittime in fatto di consensi di massa.
La voce di Dru (che per i primi due album, cioè prima dell’innesto del tastierista stabile Stephen Miller, rimane unica voce solista) non è affatto male, unisce potenza blues a personalità soul; semmai a convincere poco sono le linee del cantato, troppo “in fuori” rispetto alle parti musicali quasi si trovassero a generare una melodia a sé stante non sufficientemente corroborata né troppo suggerita dalla sottostante attività degli strumenti. Troppo spesso nei verses, nei bridge, nei refrain è la voce che prova a dettare il motivo, a trainare tutto il resto anziché stare al passo. Non è una scelta di Lombar e compagni, quanto piuttosto uno di quei limiti strutturali che ha distinto sempre le seconde linee dai titolari intoccabili, i gregari dai campioni.
Larry Howard, piuttosto devoto alla sua passione per Gram Parsons e i Flying Burrito Brothers, si dimostra timorato della distorsione almeno quanto poi negli anni della maturità lo diventerà di Dio e il suo è un accompagnamento in sordina, discreto ma funzionale al solismo di Lombar; è una buona penna in quanto a composizione ma salvo per pochissimi licks da protagonista, lascia fare tutto quanto al compare più dotato; mentre Burnett è un batterista di servizio, di quelli di cui è pieno un genere ritmicamente semplice e conciso come il southern rock, Joe Dan Petty rivela concetti armonici molto interessanti, mutuati senz’altro dal fenomeno Oakley che aveva potuto studiare da vicino (almeno una volta lo aveva dovuto addirittura sostituire quando Berry era collassato durante uno show nel periodo post-Duane a causa della dipendenza sempre più schiavizzante dalla droga).
Tuttavia ci sono cose interessanti tra le otto tracce.
Intanto c’è l’incipit, quella “Kiss The Blues Goodbye” che si lascia omaggiare dall’intervento extraordinaire di Dickey Betts nel secondo assolo di chitarra: non una comparsata routinaria ma un bell’inserimento calzante che nobilita il brano e dove lo stile e il timbro del cowboy di West Palm Beach trovano degna esposizione. Mossa vincente, l’ingresso della band nella discografia ufficiale del rock sudista convince. Oltre al duetto paritario tra Lombar e Betts nel mezzo ci stanno pure alcune battute a completa disposizione del sapiente buon gusto di Paul Hornsby al pianoforte che qui come lungo tutta la durata dell’album si compenetra benissimo col sound generale, sia per gli spunti solistici sia per tutti i sapori e le profumazioni che sparge qua e là in modo più nascosto.
C’è “How The West Was Won” (con la presenza alle percussioni di un altro “fratello”, Jaimoe) che viaggia in stretta correlazione con la Marshall Tucker Band e anticipa uno stilema caro agli Outlaws di Tampa (che esordiranno l’anno dopo) per quei cori melodici sparati in alto come se appunto provenissero dal country dell’altra costa degli States, quella West: di questa conquista dell’Ovest i Grinderswitch non traspongono in musica il sudore e le fatiche di chi la realizzò; non ci arriva la polvere e le privazioni delle carovane, né il disastro di certi viaggi, non ci arrivano i sacrifici dei pionieri, il miraggio sudicio e incrostato di fango secco dei cercatori d’oro. Non ci arriva neppure il rumore delle schiene spezzate delle squadre dei manovali che costruirono la ferrovia, proprio quei manovali che con l’azione sottopagata delle loro braccia permisero per davvero di conquistare il lontano occidente e che i Grinderswitch impersonavano in copertina. Invece in questo e negli altri pezzi, come si è detto, la band saltella grazie al suo leggero e brioso western swing. Ecco, più che i colpi di mazza degli operai in “How The West Was Won” si ascolta l’eccitazione dei passeggeri di quei treni, la gioia per la scoperta del nuovo mondo attraverso un viaggio finalmente confortevole. Un sound spigliato e allegrotto.
C’è poi il rock’n’roll ballerino di “Eighty Miles To Memphis” e “Catch A Train”, con quelle zompettanti dosi di boogie che la band saprà riproporre meglio dal vivo e già negli album successivi: tutto stacchi e ripartenze, agilità, fretta, pick-up mordaci, martelletti del pianoforte surriscaldati.
C’è “Roll On Gambler”, forse il brano complessivamente di maggior spessore, che ha una partenza country fin troppo rasserenante ma che a metà brano si eleva su un linguaggio dal forte accento allmaniano e mentre Joe Dan Petty sostiene tutto con una trama di basso che non può non rammentare l’arte strepitosa di Berry Oakley, Dru Lombar ha spazio per un lungo assolo, fluido, disegnato con grande cura: tutta la parte strumentale della canzone secondo me ha pieno diritto di inserirsi tra le cose più belle del southern rock. Freschezza, eleganza, melodia ma anche energia, vitalità. Il Sud che non canta sé stesso a denti stretti, con la ghigna di chi per forza deve odiare gli yankees; non il Sud conservatore e bighellone, neppure quello violento e sempre incazzato. Un Sud che vuole solo affermare i suoi forti, meritevoli caratteri musicali, incondivisibili altrove.
C’è “Homebound”, innaffiata da fiotti d’organo, che ha la griffe della ballata matura, poco radiofonica ma molto soulfully, saggiamente accentata dove e quando serve: non un episodio che possa appassionare i rocker più ruvidi ma non per questo traccia trascurabile.
C’è infine “Peach County Jamboree” (coverizzata da Charlie Daniels nel 1999 su “Tailgate Party” al pari di altri tributi al southern) che sembra un primo abbozzo della più famosa “I Know A Little” skynyrdiana e senz’altro Lombar e Steve Gaines non dovevano avere passioni musicali troppo dissimili, tra New Orleans, honky-tonk, rhythm’n’blues e dixieland. Musica popolare, da festa di paese. Rock rurale e nessuna vergogna.
Già, si citava Charlie Daniels, altro pezzo da novanta del Sud. Anche lui collegava il moniker Grinderswitch alla ferrovia per quest’associazione di idee indotta dalla band in modo non certo subliminale tant’è che in uno degli inni del suo repertorio, quella "The South’s Gonna Do It Again” che all’interno delle liriche mascherava i nomi dei gruppi sudisti più famosi, dedicava loro il primo verso: “Well the train to Grinder’s Switch is runnin’ right on time”...
Se posso, vorrei dare un consiglio a proposito di “Honest To Goodness”: è un disco che nell’abituale fruizione della musica risulta perdente; ascoltandolo in sottofondo mentre si fa qualcosa d’altro, è un disco che scivola via, che permette distrazioni facili. Provate invece a dargli fiducia e un po’ di attenzione. Provate ad ascoltarlo in cuffia. Potrebbe rivelarsi tempo non buttato via.
Anche se lei parla di un luogo e non ovviamente della band, l’augurio è simile a quello con cui Minnie Pearl chiude la sua autobiografia (l’ho appreso dalla benemerita Wikipedia, mica leggo di questa roba!!!): “People always ask me: ‘Where is Grinder's Switch?’. As I grow older, the place is no longer a little, abandoned landing switch on a railroad in Hickman County. Grinder's Switch is a state of mind, a place where there is no illness, no war, no unhappiness, no political unrest, no tears. It's a place where there's only happiness (...). I wish for all you a Grinder's Switch”.
Questa storia ha purtroppo anche i suoi lati tristi.
Andrew “Dru” Lombar, piombato in coma nel luglio del 2005 dopo un grave infarto, è morto il 2 settembre di quello stesso anno nella sua Jacksonville Beach. Un giorno appena dopo il bluesman R.L. Burnside.
Prima di lui però nel pomeriggio dell’8 gennaio 2000 se n’era già andato Joe Dan Petty, schiantandosi (pare per un problema di erogazione del carburante) col suo velivolo privato, un Beechcraft Musketeer del ’63, con a fianco l’amico e co-pilota Richard Turpin in un campo presso le vicinanze dell’Herbert Smart Airport, una piccola pista periferica a est di Macon.
Gli Allman, dopo aver suonato anche alle sue esequie ufficiali, ne celebrarono la memoria durante gli show della primavera del 2000 poi confluiti su “Peakin’ At The Beacon” (la dedica al “good man” Joe Dan la si ascolta alla fine della lunghissima versione di “High Falls” e quelle sono anche le ultime parole pronunciate da Dickey Betts su un disco dell’Allman Brothers Band).
Un’altra croce su quella mitica road crew che gli Allman vollero fosse immortalata sul retro di “At Fillmore East” come parte integrante della “famiglia”, in uno degli scatti più famosi della storia del rock.
La guardi oggi quella foto in bianco e nero e, pur considerando che è ormai vecchia di oltre quarant’anni, non puoi non constatare che di quella cricca soltanto Robert “Kim” Payne e Willie Perkins sono ancora in vita.
Il primo ad andarsene fu l’eccentrico road manager Twiggs Lyndon, che nell’immagine appare incorniciato in un ritratto in alto sul muro perché al tempo era rinchiuso in cella per aver accoltellato a morte il proprietario di un locale di Buffalo che non intendeva pagare la band dopo uno show. Twiggs morì malamente nel novembre del ’79 schiantandosi al suolo da un’altezza di 2500 metri nei pressi di Duanesburg nello stato di New York quando durante uno dei suoi tanti lanci il paracadute non si aprì.
Poi c’è stato Joe Dan, anche lui cadendo dal cielo.
In modo meno avventuroso scomparve poi Mike Callahan in Florida nel settembre 2007, scontando una vita di abusi e consumandosi precocemente a 62 anni addirittura in una casa di riposo.
Il 21 febbraio 2011 è invece toccato a Joseph Lawrence Campbell, il leggendario “Red Dog”, sconfitto a 68 anni nella sua battaglia contro il cancro.
Anche chi li immortalò non c’è più: era Jim Marshall, uno dei più grandi fotografi rock, scomparso nel marzo 2010.
L’erosione del tempo. Vite matte e straordinarie che passano. A noi della Brigata piace ricordarcene.

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