domenica 9 febbraio 2014

ELOY "Inside" (Harvest, 1973)


Non è per “Inside” che gli Eloy sono principalmente rammentati. Ha spigolosità e un suono ancora acerbamente troppo hard perché il disco possa essere preso a paradigma dello stile che poi la band saprà meglio definire negli anni seguenti.
I lavori detti della maturità (penso a “Dawn”, a “Ocean”, a “Silent Cries And Mighty Echoes”) collaudarono un sistema espressivo molto incentrato su un rock spaziale fluttuante e tastieroso, che seppe emanciparsi abbastanza dalla cupa prolissità del kraut-rock e guardare con buona capacità di reinterpretazione all’opera inglesissima dei Pink Floyd.
Di Waters e bandmates non ebbero il talento, lo spessore né il tormento cerebrale, non ne ebbero la cifra stilistica e neppure il conto in banca, ma seppero musicare idee ugualmente coraggiose, muovendosi negli spazi siderei e nei viaggi della mente con dignità assoluta.
“Inside”, dopo l’interlocutorio album omonimo d’esordio del ’71, sta proprio alla base di quel loro percorso, ne rappresenta l’abbrivio, una sorta di allunaggio sulla via della perlustrazione del sistema planetario, visto che fu la volta celeste che si scelsero spesso come mèta esplorativa.
Anche se titolari di una discografia ponderosa, qui in Italia (dove non sono neppure mai stati in tournée!) non hanno mai fatto breccia se non presso i soliti completisti dei seventies tant’è che spesso, se si pronuncia il nome della band, ai più torna prima alla mente uno degli stranieri del Genoa di metà anni ’80, passaporto brasiliano eppure similitudini somatiche austriache. Va be’, digressioni calcistiche che qui non interessano…
Il nome Eloy invece, un nome estratto dalla fantasia galoppante dello scrittore Herbert G. Wells (nel suo romanzo “La macchina del tempo” gli Eloi, senza la y, erano una delle due razze protagoniste del racconto, contrapposta a quella dei Morlocks), è un nome che pur rimanendo confinato tra le seconde linee si è conquistato negli anni un certo nitore, una sua chiarezza, un’identificazione certa.
Nel corso della loro carriera il primevo sound fu passato attraverso il setaccio di una diversa modulazione, fatta di addolcimenti ritmici e levigature chitarristiche, di contaminazioni elettroniche e forti iniezioni sintetiche; invece “Inside” è ancora un disco di hard progressive con un’embrionale ma per il momento non pienamente definita connotazione space.
Frank Bornemann aveva da poco ereditato il trono Eloy e stava ancora studiando da re: si trovava adesso a dover infatti affrontare il ruolo di voce solista, dopo l’abbandono del cantante originale Erich Schriever, e di detentore unico del suono di chitarra dopo che l’accompagnatore ritmico Manfred Wiezcorke preferì scivolare dietro l’organo hammond. Non ne aveva ancora piena coscienza eppure sarà da lì in poi che a lui, e a lui soltanto, sarà rimessa ogni decisione relativa alla band tanto che tutti coloro che nel tempo saliranno a bordo non andranno mai oltre un rapporto di vassallaggio.
Furono comunque proprio Wieczorke e la sua scelta di smetterla con la chitarra ad invertire la tendenza e la storia degli Eloy; lui così dichiaratamente appassionato del rock psichedelico dei Pink Floyd volle inserirne nel contesto alcune rifrazioni, l’obliquità di certe luci.
Lo sfortunato batterista originario Helmut Draht (scomparso il 3 ottobre 2003 dopo una grave malattia) rimase seriamente ferito in un incidente stradale in seguito all’uscita del primo disco e non poteva più garantire la completa operatività, per cui al suo posto fu chiamato “l’amico Fritz” Randow. E’ dunque con questa formazione a quattro elementi che gli Eloy occuparono gli Studi Windrose-Dumont Time di Amburgo (prestigiosa sede già scelta da un sacco di gruppi interessanti come Lucifer’s Friend, Jane, Frumpy, Grobschnitt, Epitaph) per incidere i solchi del loro secondo lavoro; non c’era il guru Conny Plank a curare l’ingegneria dei suoni come in occasione dell’esordio, ma non per questo il disco suona mal rifinito, senza nerbo o privo di giuste dinamiche.
Il lato A dell’album è interamente occupato dall’imponente “Land Of No Body”, un corpo unico di 17 minuti.
Un giro asciutto ma terribilmente angosciante, poche note per ombre che si allungano deformandosi alla sera, una voce lontana un po’ effettata che si muove sulla stessa lugubre linea per un’introduzione che ha una forte sintomatologia dark.
Dopo una prima fugace apparizione dell’organo ecco che un ritmo che ricorda il tema di “Aqualung” e un cantato andersoniano imprimono movimento al brano che da lì prende a snodarsi in varie sezioni, tutte accomunate dalla decadenza delle atmosfere e dominate dall’hammond che più avanti lascia il testimone a suoni più algidi e spettrali (c’è anche l’effetto pianistico di “goccia d’acqua” che tanto rammenta “Echoes” dei Floyd). Ghiaccio e solitudine, una poetica acuminata e invernale.
Appena scocca l’undicesimo minuto la band intera raggiunge Wieczorke che se n’era andato in fuga solitaria per una jam strumentale piuttosto compulsiva che inevitabilmente richiama quella celeberrima di “Child In Time” dei Deep Purple e che Bornemann cerca di risolvere in assolo come – non ce ne voglia – la suonerebbe un Blackmore con un polso ingessato. Tra Purple appunto e Uriah Heep il fiammante stacco hard con urla al vetriolo prima che si torni a sviluppare uno dei temi iniziali dall’intonazione declamatoria quasi sacerdotale per accedere in ultimo ad un finale rampante che ricorda ancora la band di Hensley mischiandone però la forza d’urto alle più complesse elaborazioni progressive che i Jethro Tull nel medesimo periodo formulavano nei momenti più corali dei loro “Thick As A Brick” e “A Passion Play”.
La voce di Bornemann, spesso debole e impalpabile e infatti sempre additata dai critici come anello debole della catena, trova invece in questi diciassette minuti un sussulto d’orgoglio e una sua dimensione accettabile. Quanto alle estrapolazioni dalle tablature di Blackmore & Co. (e da “Child In Time” in particolare) gli Eloy andranno addirittura oltre l’anno successivo con l’ottimo “Floating”, a tratti deeppurplezzandosi ancor più smaccatamente nella lunga “The Light From Deep Darkness”.
Pur denunciando ancora qualche limite negli arrangiamenti, una cui maggiore padronanza viceversa avrebbe saputo amalgamare meglio certe parti, con “Land Of No Body” gli Eloy allestiscono una suite credibile, mai noiosa, dalla personalità spiccata, affascinante perché tetra e solenne. Anche i Nektar (penso soprattutto a quelli del secondo lavoro, “A Tab In The Ocean”), gruppo trait d’union tra il prog inglese e quello teutonico considerati i natali albionici ma il domicilio tedesco, fecero qualcosa di simile; tuttavia a quei tratti epici gli Eloy arrivarono più diretti e spigliati, con una maggiore immediatezza, meno logorroici. Il prog sinfonico sulle cui sponde giungeranno nel corso degli anni successivi qui è tutto “in essere”, lo si avverte dietro l’angolo, nelle intenzioni, nel tendere verso una grandeur che nei fatti, complice anche una strumentazione relativa, rimane inespressa.
Frank Bornemann era nato appena finita la guerra; non ne vide le atrocità con i suoi occhi ma ne portò per sempre con sé il peso e le cicatrici perché il padre rimase ucciso da una bomba che distrusse la loro casa di Hannover e perché da innocente, lui come tutti quelli della sua generazione, dovette subire il giogo dei disagi di un paese sconfitto, distrutto e anche detestato (oltre cortina e non solo) per tutto ciò che di terribile aveva rappresentato nell’ultimo ventennio. Nelle liriche dei suoi brani, a differenza di Schriever, egli sorvolò sui temi socio-politici inizialmente affrontati, eppure anche nel suo modo di scrivere d’altro probabilmente qualcosa ebbe a passare delle ombre che gli dimoravano dentro. In particolare “Inside” è tutto attraversato da una bruma opprimente, motivato da un plumbeo senso d’inquietudine. Non è un disco sereno.
La facciata B è aperta dalla title-track che, introdotta da un delicato arpeggio di chitarra e da una melodia carezzevole, in realtà si regge su un bel riffone con chitarra-organo in simbiosi, propone un lungo assolo di Bornemann (addirittura incrociato ad un altro nel mixing) e mette in evidenza anche il drumming heavy e fantasioso di Fritz Randow il quale non per nulla svilupperà tutta la seconda parte della sua illustre carriera al seguito di band metal (Victory, Sinner, Saxon) salvo poi confluire tra le file di un’altra nota band di Hannover, i Jane (esperienza comune, anche se condotta in periodi differenti, a quella del tastierista Wieczorke).
“Future City” ancora una volta non nasconde troppo le sue nobili influenze; ci sono anche qui sprazzi evidenti di Jethro (il cantato di nuovo simile a quello di Ian Anderson, un’iniziale approccio folkish) e soprattutto l’incipit del brano prende parecchio da “Beggar’s Farm” – ma nella cadenza, complice forse la linea di basso, nella struttura e “nell’utilizzo dei materiali” anche qualcosa da “Shield” dei primi Deep Purple – per poi approdare addirittura ad un latin rock tutto strumentale dalle tendenze funky con sfoggio di esteso armamentario percussivo (si riconoscono ad esempio bongos, raganelle, il caraibico guiro). Una strana divagazione esotica, peraltro abbastanza in linea con le sperimentazioni psycho-prog del periodo.
L’album si chiude con “Up And Down”, una lenta ballata space cantata da Manfred Wieczorke, dove riemergono prepotenti le visioni floydiane e il cerchio si chiude con il ritorno ai climi rigidi del brano di apertura. Nonostante un apprezzabile break centrale di più chiara impostazione progressiva, il brano rimane inciso nella memoria di chi ascolta soprattutto per il suo mood generale, la lentezza della sua cadenza, per la desolazione che genera nello spirito. C’è anche qui un senso di vacuità, di ambienti sconfinati e deserti, di gelo. Dilatazioni che danno la stura a paure agorafobiche. Rarefazioni polari.
Soprattutto con gli effetti di fading e bilanciamento sui due diversi canali si amplifica quest’idea di spazi vuoti dove il suono si riverbera all’infinito attraverso echi (“Echoes”?) ribaditi ad oltranza nel buio stellare.
Ci sono altri tesori sepolti lungo la scia del viaggio Eloy, non soltanto “Inside”.
A volte la curiosità paga. Che dite, cari tombaroli del vinile? Vi va la ricerca?