martedì 7 gennaio 2014

DIES IRAE "First" (Pilz, 1971)


Non solo pietre miliari qui su Brigata Rock. Anche se spesso si è voluto rendere omaggio ai titani del rock, a volte ci siamo riservati qualche citazione più sotterranea. E infatti oggi va così.
I Dies Irae, quattro tedeschi di Saarbrucken e quindi gente di confine non estranea a concetti di contaminazione, a dire il vero stanno parecchio in basso nella virtuale graduatoria delle band che hanno dato lustro alla musica che ci appassiona. Ma tant’è. Se Dio vuole qui non si deve rispondere a nessun obbligo se non al solletico di raccontare in libertà quel che ci va sul momento.
“First”, titolo involontariamente ironico (perché a dispetto delle premesse a quello non seguì nessun “Second”, nessun “Third” e via dicendo), è onestamente un disco deboluccio, d’interesse più collezionistico che artistico, eppure qualcosa ce lo fa piacere comunque. Forse perché si tratta di un lavoro poco pretenzioso, partorito in appena due giorni, ingenuo ma genuino, forse perché è un disco un po’ sfortunato, senza seguito e senza vendite, perché fu boicottato, perché ha un sacco di “fratelli maggiori” che giganteggiano su di lui e gli fanno ombra...
Si è detto della provenienza geografica “borderline” dei Nostri. Il terreno del Saarland fu oggetto di diverse dispute tra Francia e Germania che se ne palleggiarono l’annessione per un paio di volte a cavallo delle due guerre. Gli ambienti di confine, si diceva sopra, sono spesso capaci di generare in chi li vive in tempi di pace (e generazionalmente è il caso dei Dies Irae) stimoli e curiosità, aperture, ricettività; ma in periodi di guerra, e questo è invece il caso dei loro padri, le terre di frontiera sono quelle degli sbarramenti, quelle dove chi è al di là è il nemico, ed è un nemico che spara; sono quelle dove si consumano i primi conflitti, dove si versa il primo sangue. Durante la seconda guerra mondiale la terra del Saar fu schiacciata tra la linea Maginot francese e la linea Sigfrido tedesca e fu teatro di pesanti devastazioni.
Anche poi a trincee dismesse, nella popolazione degli anziani e dei “mezza età” il forte nazionalismo germanico tenne alto il suo profilo e cercò di salvaguardarsi dalla penetrazione di impulsi culturali stranieri; ma quegli impulsi erano talmente seducenti e portatori di nuove filosofie che il mondo giovanile tedesco, anche per ribellione verso chi indirettamente lo aveva coinvolto nel disastro, smaniò sempre più all’interno della stretta gabbia in cui si voleva trattenerlo.
Nello specifico del nostro racconto Rainer Wahlman, il cantante-armonicista dei Dies Irae, riferisce di un padre inflessibile nell’inculcargli le canzoni tradizionali tedesche e del tutto intollerante verso quell’ “inquinamento” che “la musica dei nemici” (o “american negro music” come lui chiamava sprezzante il rock’n’roll degli anni ’50) rischiava di corrompere la mente del figlio.
Se le censure imposte da quel genitore fanatico riuscirono grosso modo a tenere botta al tempo della prima ondata di intromissioni estere (Elvis, Buddy Holly, Little Richard), poco poterono nel decennio successivo quando arrivò l’urto anomalo della “british invasion” tant’è che sempre Wahlman racconta che il babbo, come estremo gesto di frustrazione, gli fece volare giù dalla finestra il giradischi... 
Così i Dies Irae scelsero. Scelsero di inimicarsi parentado e habitat naturale quando decisero di mettersi a suonare rock. E scelsero di farlo in modo tale che la loro ribellione avesse tutti i toni della smaccata provocazione, che ferisse sul serio chi li aveva partoriti ed educati.
Subirono facilmente la fascinazione per il movimento libertario di fine ’60, filtrato però dall’infelicità di un popolo che si era trovato dalla parte sbagliata: il loro fu l’umore nero di una generazione che vedeva tanto con chiarezza quanto con rabbia i limiti e gli errori imperdonabili dei propri padri.
I quattro crucchi di provincia dovettero così spostarsi fino ad Amburgo per registrare quel loro unico album nel giugno del ’71. Lo fecero per “gentile concessione” della Pilz e del direttore Jurgen Schmeisser che li produsse e lo fecero presso gli Star Studio dove poterono avvalersi del talento di un personaggio che, lui invece sì, con la musica avrebbe poi campato e alla grande: al tempo era infatti di stanza lì il tecnico del suono Konrad Plank, per tutti “Conny”, vera e propria longa manus attraverso cui il rock tedesco in parecchie delle sue forme (Scorpions, Lucifer’s Friend, Eloy, Jane, tutti i nomi maggiori dei corrieri cosmici del krautrock e via discorrendo) intese aprirsi al mondo. Plank, l’aspetto di un clochard ma l’inclinazione del genio, fu talmente decisivo nella definizione di un certo sound (dal ’74 divenne proprietario del Conny’s Studio a Wolperath, non lontano da Colonia) che alle sue produzioni prese a riferirsi anche la scena new wave inglese dei primi anni ’80 (Brian Eno lo elesse quasi a guru personale) per arrivare a nomi altisonanti in ambito pop-rock europeo come Eurythmics, Ultravox e perfino la nostra Gianna Nannini. Un malaccio lo ha stroncato nell’87, neppure cinquantenne, con ancora tanto da offrire alla musica contemporanea.
Ma torniamo più modestamente ai Dies Irae di “First”.
C’è subito la strizzata d’occhio, forse un po’ calcolata, un po’ modaiola all’occultismo facile cui i Sabs avevano dato la stura con buona dose di dispettosa goliardia. Pochi sottintesi infatti, a partire dal titolo, animano l’opening track “Lucifer”: le sfuriate elettriche con tanto di armonica esagitata lasciano il passo alla decadenza delle strofe che proiettano il brano in ambiti fortemente dark. Tra sguaiataggini e irriverenza canora, ecco che dunque avanza questo blues imbastardito, dalle cadenze mortuarie, liricamente posseduto. La compresenza dell’armonica e di una tematica simil-esoterica probabilmente suggestionarono qualche critico che forse per associazione d’idee (“The Wizard”) tirò fuori il paragone proprio con i Black Sabbath, ma questo contesto a me sembra più similare a quello in cui si mossero entità come gli Zior, considerati sì epigoni del dark sound (loro avevano anche l’organo) ma in verità artefici di un heavy blues progressivo un po’ sconclusionato condito appunto in salsa occulta e mefistofelica.
L’inciso di trenta secondi a titolo “Salve Oimel” è un’altro macigno sulla buona digestione dei benpensanti tedeschi dell’epoca perché dopo la recitazione della massima “Omne animal post coitum triste” i Dies Irae si assicurano che tutti capiscano il latino fornendoci nel dubbio anche un compendio sonoro con gemiti e sussulti abbastanza eloquenti (si spera soltanto che l’incisione non sia stata effettuata con rigore veristico...): insomma un’altra buona ragione per vietare la diffusione dell’album.
Anche “Another Room” ha tendenze scure, inquietudini, e la stessa vistosa incertezza su cosa rappresentare. Il cantato è drammatico, quasi disperato, il riff piuttosto livido, ma poi tutta la parte centrale della traccia vira verso soluzioni jazzate che stemperano l’opprimente depressione delle strofe.
Lo strumentale “Trip” fa onore al titolo che reca ed è un viaggio del subconscio nelle limacciose tenebre di un’anima stordita dagli acidi. Sette minuti di effetti sonori stranianti, psichedelia ottenebrante, rumorismo, voci smarrite e disconnesse che bisbigliano: Conny Plank dà qui un primo saggio di quello che riesce a tirare fuori da dietro la sua consolle, ispirato da questi quattro hippies e dalle loro fantasie annerite. Insomma, per intenderci, “Trip” sta al resto dell’album come la scena nel cimitero a New Orleans, col suo montaggio delirante a visualizzare gli effetti dell’LSD, sta al film culto “Easy Rider”.
La vulcanica “Harmagedon Dragonlove”, retta principalmente dai guizzi elettrici del chitarrista Harald Thoma, mostra ancora un’esuberanza vocale che ha davvero poco della tipica rigidità teutonica. La composizione soffre di scarsa linearità e denuncia limiti evidenti di arrangiamento: è più simile ad un patchwork che non ad una composizione musicale; tuttavia i segmenti, sebbene poco amalgamati, offrono la visione di una band a tratti davvero poco circoscrivibile nell’area tedesca. Quel poco di armonico e rasserenante che si riesce a ricavare nel bel mezzo della baruffa hard somiglia a qualcosa dei gruppi hard britannici minori (parecchio minori), quelli tipo Dark o Dogfeet (anche questi ultimi avevano sul loro unico album un pezzo intitolato “Armageddon”...) che provarono ad innestare tessitura melodica nei loro orditi. A corredo di questa trama musicale hard progressiva, il testo mischia simboli biblici apocalittici (il drago rosso a sette teste, il numero 666, l’Armageddon) ad altre immagini culturalmente più avvicinabili (vergini che cantano, flowers, love), quasi una rivisitazione austera della “summer of love” scoppiata qualche anno prima dall’altra parte del mondo.
“Tired” aumenta ancor più la disomogeneità del disco in rapporto a quanto la Germania stava proponendo allora: il brano è infatti un “anglofono” boogie-blues ipervitaminico con all’interno addirittura uno scambio di stilettate solistiche tra armonica e chitarra. Niente di originale, niente di inarrivabile, eppure funziona. E il brano è disomogeneo anche se si confronta ciò a cui sprona coi suoni, uno sbattimento molto “fisico”, con ciò che invece predica nelle parole, che sono un tutt’altro che velato incentivo all’uso delle droghe: trip, speed, yellow sunshine non sono vaghe allusioni; la formula più nascosta è semmai la citazione di uno dei giochi lessicali di John Lennon, quel “dovetail joint” da lui utilizzato furbescamente in “Glass Onion” per camuffare la parola “joint” (“spinello” in linguaggio gergale) nel vocabolo composto che invece prende il significato di “incastro a coda di rondine” e si usa in falegnameria.
Alla nervosa partitura hard-jazz della lunga “Witches Meeting” (comprensiva addirittura degli assoli di basso e batteria) ecco che Wahlman affida un breve testo che di nuovo occhieggia divertito ai cliché ossianici di quel dark sound allora in voga, ma ancora non c’è perfetta simbiosi tra liriche e musica: non ci sono suoni orrorifici, né atmosfere plumbee e sebbene qui più che altrove, proprio a voler operare una forzatura, si possano trovare tracce dei primissimi Black Sabbath (penso alle acerbe parti strumentali di “Wicked World” o alla lungaggine della cover di “Warning”), manca quella pesantezza che nel caso dei quattro di Birmingham da sonora diventava concettuale, manca quella distorsione elettrica che gelava il sangue, manca quella spigolosità gotica capace di incutere timore attraverso il potere del proprio carisma. Così, se anche il brano a parole descrive nientemeno che il momento che prelude a un pernicioso rendez-vous tra fattucchiere, di fatto musicalmente non riesce ad allarmare o atterrire l’ascoltatore né ad evocare quel mistero che l’oggetto del racconto richiederebbe.
Non prendendo in considerazione i trenta secondi finali a titolo “Run Off” (un altro scherzetto di Plank e della band che attacca un lento giro blues ma poi l’audio viene progressivamente velocizzato fino a squittire nella più stridente cacofonia), la vera chiusura del disco è affidata a “Red Lebanese”. Bene! Chi più ne ha più ne metta, ecco un altro titolo che non si vergogna di esaltare l’hashish (il Libano Rosso): insomma si vede che i Dies Irae godevano proprio a tirarsi la zappa sui piedi... Il brano è diviso in due parti di pari cronometraggio: la prima inizia bene con semplice hard blues di buona presa che ricorda Ten Years After e Groundhogs sebbene poi scivoli in un arrangiamento jazzato che ancora una volta non convince (anche perché per farlo bene occorre avere qualche dote in più); la seconda invece si concede addirittura un’apertura di chitarra classica un po’ fuori contesto prima di tornare al duro riff iniziale. D’accordo, la solita confusione (d’altronde se tanto inneggiavano al fumo se ne saranno pur sparati un bel po’, no?), ma anche qualcosa di buono, perché negarlo?
Si sente che “First” fu registrato in soli due giorni. Si sente la necessità del “buona la prima”. Si sente la fretta. Ma è anche per l’incoscienza e questo menefreghismo che ci piace.
Sulla foto di copertina una trama di filo spinato in sezioni parallele suggeriva figurazioni poco piacevoli. Prigionieri e prevaricati. Così dovevano sentirsi Wahlman e compagni quando la passione per quel rock che veniva “da fuori” gli veniva combattuta con le cattive.
C’è però un filo spezzato tra quelli sulla cover, proprio lì dove la grafica ha naturalmente creato lo spazio per piazzare il nome della band.
Ecco, questo è fondamentalmente “First”. Un filo tagliato. Un tentativo di fuga. Chi se ne frega se sarebbe andato a buon fine. Loro ci provarono.