mercoledì 27 novembre 2013

WICKED MINDS "From The Purple Skies" (Black Widow, 2004)


Wicked Minds. Quando arrivarono fu una botta al cuore.
Solo gli Standarte, tra chi in Italia guardava con amore vero ai suoni magici dell’era settantiana, mi avevano entusiasmato così. Tra le due band ci corre qualche anno in fatto di approdo alla militanza ufficiale, ma c’è almeno un denominatore comune che ne riduce le distanze: è infatti la Black Widow a produrre i rispettivi lavori, sebbene gli Wicked Minds di Piacenza non siano qui al loro esordio universalmente riconosciuto.
Un altro aspetto di condivisione è la musica. Diversa, ma ugualmente grandissima. Devota al passato ma capace di farlo rivivere senza che l’operazione metta in gola il magone ai nostalgici.
Se si vuole ce n’è perfino un terzo, un po’ più tirato per i capelli. E cioè che anche in questo caso c’è di mezzo una copertina dalle tinte... ad ultravioletti: “Standarte” era il risultato di una forte saturazione dell’immagine, “From The Purple Skies” viene ricavata da un passaggio ai filtri. In ogni caso già dall’idea grafica ecco due approcci romanticamente retrò, due trucchi fotografici che si usavano un tempo...
Come detto, a differenza dell’omonimo degli Standarte, “From The Purple Skies” non è l’opera prima degli Wicked Minds, band piacentina alla cui carriera la Black Widow – impressionata dai contenuti stilistici dimostrati fin lì – si offre di dare maggiore visibilità dopo che Roberto Mocca e la sua W-Dabliu Records di Alessandria avevano per primi creduto nel progetto editando l’esordio “Return To Uranus” nel 1999 (quando dall’imberbe thrash metal dei primi demo si era arrivati intanto al primo step di uno stoner misto a certa psichedelia hard hendrixiana, passaggio ottenuto attraverso la formazione triangolare Calegari-Garilli-Concarotti) e “Crazy Technicolor Delirium Garden” nel 2003 (sempre con Calegari nel doppio ruolo di chitarrista e cantante ma con il gruppo già diventato un quartetto per la significativa aggiunta dell’organista prodigio Paolo “Apollo” Negri).
“From The Purple Skies” di fatto ripropone la stessa scaletta dell’album precedente con in più due cover e il sostanzioso finale affidato alla rivisitazione della titletrack del primo Lp, proprio quella “Return To Uranus” che negli anni è stata oggetto di modifiche e revisioni continue. Soprattutto il disco segna la configurazione dell’organico a cinque elementi con l’ingresso di una voce solista a tutti gli effetti, “l’amico di famiglia” J.C. Cinel, condizione questa se non imposta almeno fortemente caldeggiata dall’etichetta genovese per arrivare alla stipula del contratto.
Per dirla tutta anche alcune immagini dell’artwork sono tratte in realtà proprio dalla stessa session fotografica del lavoro precedente tant’è quella che su “Crazy Technicolor...” era solo la modella Silvia “Miss X” Barbieri, quando appare su “From The Purple Skies” è già ormai diventata la fidanzata di “Apollo” Negri. Ovvìa, anche Brigata Rock da adesso può annoverarsi tra i blog di gossip e pettegolezzi...
Eppure, nonostante questi stretti imparentamenti, il primo lavoro nato sotto l’egida Black Widow non è certo un semplice copia-incolla di quanto realizzato prima. Anche perché il concetto di fissità decisamente non appartiene alla band che rimarrà invece sempre in continua mutazione: prima il doloroso cambio di batterista (Ricky “Mendosa” Lovotti per lo storico Concarotti), poi l’abbandono di Cinel e la “rivoluzione” di affidarsi alla voce solista di una donna (la tigre Monica Sardella), infine il coraggioso tributo del 2011 dedicato agli eroi del prog tricolore che sposta abbastanza il baricentro espressivo degli Wicked Minds. Ma la mutazione va intesa in progresso anche oggi che il progetto appare momentaneamente congelato, sopravanzato per adesso dalla maggiore spinta che Lucio Calegari sente di dover dare in questa fase alla sua creatura paralella, gli altrettanto ottimi Electric Swan (sempre con la grintosa Monica alla voce).
“From The Purple Skies”, realizzato con benedetto atteggiamento passatista attraverso una strumentazione che odora d’antico e fa l’invidia dei collezionisti ma cui s’infonde una vitalità nettamente al passo coi tempi, viene realizzato all’Elfo Recording Studio di Tavernago, Piacenza. Gli Wicked Minds di fatto non devono percorrere molti chilometri per ottenere quello che desiderano perché l’Elfo è proprio ciò che cercano, un meraviglioso ambiente studiato per una cura capillare del suono, tecnologie avanzate a disposizione della sensibilità del più nobile degli artigiani: progettata dall’architetto Romolo Stanco, la multicolore struttura dell’Elfo prende forma nei primi anni ’90 nella campagna piacentina ai piedi della zona collinare di Agazzano grazie alla passione di Alberto Callegari (una “L” in più rispetto a Lucio e su questo disco responsabile di missaggio e mastering) e diventa in fretta un punto di riferimento per i cultori della registrazione in studio.
Artisticamente il disco vive della perfetta simmetria tra chitarra e organo e poggia sulla simbiosi creativa dei due rispettivi strumentisti “manovratori”. Lucio Calegari è il prototipo del chitarrista hard rock: lo è per conoscenza profonda della materia, lo è per stile e ideologia, lo è per quanto ama il sound del suo strumento, lo è per spirito libero e selvatico. Lo è anche per physique du role. Tutte caratteristiche difficilmente cumulabili nella stessa persona quando si parla di musicisti italiani.
Apollo Negri, che in verità aveva solo 8 anni quando il gruppo si formò (si parla dell’87), mischia Brian Auger a Jimmy Smith (lo si ascolti con la band di provenienza, i divertentissimi Link Quartet che sciorinano funky, beat anni ‘60, jazz, soul e rhythm’n’blues) però è affascinante ascoltare in lui anche remote tracce del Peter Robinson dei Quatermass o di Reinhold “Bubu” Sobotta dei Birth Control per arrivare anche al tocco jazz-soul di Lynton Naiff degli Affinity.
Sebbene per ciò che riguarda l’approccio hard dei Nostri (quindi al netto delle trame più psycho) si possano registrare in diversi tratti dell’album parentele piuttosto strette con Fuzzy Duck e primissimi Eloy, se dovessi fare il nome di un disco a cui, parere personale, più si avvicina “From The Purple Skies” citerei “First Loss”, l’unico lavoro dei Murphy Blend, anno di grazia 1971. Non è per sfoggiare a tutti i costi una conoscenza che di fatto non si ha, ma troppo spesso nelle considerazioni attorno allo stile Wicked Minds si cita un po’ per riflesso la triade Deep Purple-Uriah Heep-Atomic Rooster. Non è certo un errore, riferimenti a questo podio illustre si riscontrano davvero lungo gli 80 minuti del Lp (consistenti ci sembrano più che altro quelli alla band di Mick Box), ma troppo spesso la presenza paritaria di organo e chitarra all’interno di un tessuto sonoro cava fuori quasi per induzione dal cilindro del recensore il paragone più diretto e, se si vuole, scontato. Quando però ascolto “From The Purple Skies”, mi sfugge la dotta componente classica che stava a monte del parto delle menti di Lord e Blackmore, non ravvedo gli arrangiamenti pacchiani o la drammaticità di certi Uriah Heep, né tantomeno rilevo la penombra dark e i nervi scoperti degli Atomic Rooster più conosciuti. Invece pur considerato che “First Loss” è un album minore (anche un po' deboluccio nel chitarrismo solista) realizzato a Monaco oltre trent’anni prima, ecco che spolverandone il sound, orientandolo geograficamente e “climaticamente” più a sud, quindi esponendolo ad una maggiore mediterraneità (l’hard rock teutonico non brillò mai per calore e solarità) e soprattutto innestandoci sopra un cantante di livello, non dico che proprio si ottenga l’esordio degli Wicked Minds, ma neppure si dica una grossa bestemmia a paragonarcelo. E credo in definitiva che Lucio, soprattutto nel suo vecchio ruolo di negoziante di dischi innamorato delle sonorità arcaiche, non avrebbe a dolersi granché dell’accostamento.
A fronte di una splendida introduzione che apre a liquidità psichedeliche ma che soprattutto omaggia il caro vecchio prog italico (Metamorfosi in particolare), la title-track parte poi in tutt’altra direzione dando vita ad una vorticosa corsa a perdifiato retta dal giro valvolare dell’hammond. Qualche similitudine, benché lì non ci fosse linea vocale e qui invece ce ne sia una ben disegnata e incisiva, esiste tra questo brano e “Flight Of The Phoenix” dei Grand Funk Railroad, ovvero il termine temporale con cui Craig Frost – inizialmente quale membro esterno – arrivò a sfaccettare con l'organo il suono fin lì solo piramidale di Farner-Brewer-Schacher. Per me questo brano continua ad essere la sintesi perfetta di cosa sono (stati?) gli Wicked Minds, quello che sempre faccio ascoltare per primo quando ho voglia di farli conoscere a qualcuno: suoni stellari, arrembaggio ritmico, assoli misurati ma dinamitardi, voce sugli scudi. C’è tutto: tempra, capacità compositiva, grinta, fisicità, cultura, divertimento.
“The Elephant Stone”, che ripropone un ritornello che J.C. e Calegari avevano composto circa vent’anni prima (a dimostrazione che le buone idee prima o poi uno sbocco per venire alla luce lo trovano sempre), pare per davvero un tributo alla memoria degli Uriah Heep almeno fino a quando la band non arriva ad un passaggio più acidamente psichedelico e fosco con qualche richiamo a certe fumiganti arie dei May Blitz; poi un respiro sulle ali distese del mellotron e di nuovo l’immersione nell’hard più corale dove Calegari strazia l’anima con un solo lancinante.
“Drifting” giunge più ragionata e prima di snocciolare il suo vero nucleo hard rock (ricavabile tra bridge, refrain e nell’incrocio degli assoli poco oltre la metà) fa il giro largo divagando su melodici sentieri progressivi sfruttando anche un’apertura classicheggiante e il fascino aulico del flauto, qui portato in dote dall’ospite Patrizio Borlenghi, vibrafonista, percussionista e appunto flautista con tanto di diploma al Conservatorio e collaboratore di diversi insiemi orchestrali del piacentino.
“Across The Sunrise” presenta inizialmente un altro divino inserto di hard progressivo di chiara matrice tricolore perché un Calegari ispiratissimo sfodera guizzi artistici simili a quelli del Bambi Fossati meno interessato a riprodurre Hendrix e perché il pezzo risveglia anche il ricordo del Biglietto Per L’Inferno (qualcosa d’imprecisato mi fa ripensare al finale de “L’amico suicida”). Poi si addiviene al corpo vero del brano, fatto di una tensione hard palpabile, fatto di strofe ritmicamente claudicanti e (g)riffate da una fantastica chitarra seventies in cui il canto di J.C. viene sotterraneamente ribadito da una versione antitetica e solforosa e con infine un refrain che mette tutti d’accordo per la sua facilità ad essere intonato a piena voce. Il suono è prepotente, l’audacia non manca, il petto in fuori, la voce emerge limpida e sicura e, nota di merito aggiuntiva, Andrea Concarotti suona in maniera superbamente old-style (almeno quanto le sue basette!).
“Forever My Queen” è la versione potenziata del vecchio brano dei Pentagram tanto che la sterzata su atmosfere più sinistre e heavy è abbastanza distinguibile. La canta Lucio Calegari, più vicino alla timbrica squilibrata del mefistofelico Bobby Liebling, gettando un ponte col passato ove era lui il singer della band, e la citazione dei doomsters della Virginia è un accento caliginoso sulla prosa limpidamente hard dell’intero disco. Uno sbuffo di cenere, un ghigno luciferino.
Nel suo sensuale avvio “Rising Above” permette a J.C. Cinel di interpretare un po’ alla Coverdale mentre più avanti, nello sviluppo del pezzo, se la smazzano Lucio e Apollo spartendosi assoli e dando pienezza e abbellimento ad una traccia che altrimenti strutturalmente incanta meno di altre.
Se assai più spigolosa esordisce “Queen Of Violet” che alterna perfidi sussurri a esplosioni heavy, tensioni darkeggianti ad elettrici colpi di frusta (qui sì che emergono archetipi di derivazione Uriah Heep, c’è già in embrione una prima citazione di “Gypsy” quando Apollo fa tremolare solitarie note di hammond), “Space Child” approccia cullante e romantica, ha la cadenza della ballata, ma con gli Wicked Minds non si può mai stare tranquilli e appena appresso le flautate strofe in chiave space-folk ecco che la band irrompe a briglia sciolta e la fusione tra parti strumentali e linea cantata offre un’interconnessione ideale. Struttura progressiva, orizzonti psichedelici e temperature hard rock: un gran bel manifesto sonoro per la band, un crogiolo di elementi differenti dove la mescolanza è studio e arte, non guazzabuglio.
Con “Gypsy” gli Wicked Minds dichiarano espressamente l’amore per gli Uriah Heep rieditandone con ossequio e fedeltà l’antesignano dei loro capolavori: Apollo Negri non si tira indietro nel confronto con Ken Hensley e se anche gli manca la lunga criniera con cui scapellare sui tasti calca ugualmente la mano sull’hammond con lo stesso ardore selvaggio del tastierista di Plumstead mentre è molto probabile che anche Byron da lassù approvi e sorrida sotto i baffi. Da più parti ho sentito chiamare in causa l’ingombro del mito David Byron quando si è inteso descrivere il cantato di J.C. Cinel. Però in questo raffronto non è che io distingua troppe similitudini. Al di là che paragonare qualcuno a Byron significa volergli male, qui si tratta più che altro di diversa attitudine. In comune i due hanno senz’altro la natura adamantina della voce ma se quella santificata icona rock ne faceva un uso avventuroso sfidando ogni volta sé stesso sul terreno dell’interpretazione, il nostro J.C. (la cui vocalità, intendiamoci, è il valore aggiunto degli Wicked Minds e ciò che ha veramente permesso loro di avere un profilo internazionale) rimane saldamente in equilibrio sulle certezze della propria tecnica riducendo a poche varianti quella coraggiosa follia che ha reso imperitura l’arte dei più grandi cantanti seventies. Non solo: il coinvolgimento di Cinel nel progetto di Calegari è, se si vuole, quasi un po’ una forzatura rispetto a ciò che il vocalist aveva fatto fin lì e a ciò che che continuerà a fare anche una volta uscito dalla band: partendo dalle esperienze con i gruppi Lost And Found, Poison Whiskey, Head And Heart, passando per l’affermazione della carriera solista per arrivare alla collaborazione con la Jimi Barbiani Band, la sua vocazione è quella di un sano rocker classicamente innamorato dei suoni americani più tradizionali, dal country-blues al southern, dalla west-coast a forme di cantautorato folk-rock.
A posteriori la band non si dirà totalmente soddisfatta della cover di “Gypsy”: non per la resa (perché sfido chiunque a poterne dir male), quanto semmai per l’eccessiva adesione al modello originale. Quello che infatti agli Wicked Minds non manca durante tutto l’arco del Lp è il coraggio: “appiattirsi” dunque all’ombra di un colosso come quel successo immortale degli Heep, anche se lo avevano in scaletta dal vivo da un bel po’, non li dovette far sentire molto appagati. Lo dimostrarono nel disco successivo, “Witchflower” del 2006, in coda al quale omaggiarono sì un’altra band mitologica (taluni Deep Purple...) e una loro ballata assai nota (“Soldier Of Fortune”) ma lo fecero apportandovi un bellissimo contributo strumentale inedito che rivendicava a pieno titolo la grande personalità di Negri e compagni.
Dura 18 minuti la conclusiva “Return To Uranus”, rielaborazione di un brano che esisteva già da un sacco di tempo nel repertorio del gruppo. Calegari e compagnia trascinano i Deep Purple nelle estensioni della jam psichedelica, nel gioco di sponda che regola quell’interplay tra strumenti di cui loro stessi all’alba dei ’70 furono eroici fautori nei concerti, ma soprattutto a me sembra che si divertano a riesumare dal dimenticatoio gente assai più sconosciuta come i Frumpy di Inga Rumpf e Jean-Jacques Kravetz, soprattutto quelli di “2” (uno dei dischi hard rock da riscoprire assolutamente). Prima che la band intera dopo il segnale dato dal basso di Enrico “Deep” Garilli metta la quinta, è tempo di manovre e allineamenti tanto che inizialmente Negri e Calegari scrocchiano le dita e scaldano i motori dei loro strumenti: da un lato Apollo si prende la cura necessaria per portare a regime il pachidermico auto-articolato dell’organo hammond (lo fa procedendo quasi per gradi e introducendoci meravigliosamente alla gamma delle sue possibilità sonore), dall’altro il “Cigno” Calegari misura lo stato di forma della sua Gibson con guizzi melodici e rapide frasi. E’ insomma la lenta, rituale predisposizione alla fatica che dovranno sostenere di lì a poco, la regolazione e la taratura dei suoni, la sincronizzazione di due velocità e due linguaggi così diversi eppure al tempo stesso capaci di una combinazione estremamente affascinante.
Più avanti poi il pezzo, complici il canto del moog e la carezza del flauto, ripiega sul rock progressivo ed ha una meravigliosa coda strumentale dove il polmone dell’ascoltatore si rigenera inspirando lento dopo la maratona ad andatura sostenuta di tutta la prima parte del brano ma a ben guardare anche di tutto il Lp. Rock progressivo di quello che non va ad impelagarsi in assurde strettoie ritmiche, in gimcane asettiche dove sia soltanto la penna sul pentagramma a decidere come, dove e quando. No. Qui, giunti alla fine della corsa, si leva l’ancora dell’ispirazione più libera, lo spazio si apre d’improvviso, il tempo si cancella: rimane tutta la larghezza degli ampi giri melodici, reiterati fino a sfumare, su cui Lucio imbastisce l’ultimo dei suoi assoli, tre minuti dipinti senza assillo, con tutta l’anima di fuori...
Oggi che tanti gruppi (per di più inglesi e scandinavi), giustamente sotto la lente d’ingrandimento della critica, stanno concretizzando il ritorno deciso alle sonorità e alle tendenze dei seventies, esaltando attraverso nuove forze un modo amabilmente vecchio di fare musica, ecco, bisognerebbe che molti di quei gruppi prima si ascoltassero gli Wicked Minds e poi decidessero se è davvero o no il caso di provarci. Perché reggere il confronto con chi questo modo di suonare rock lo ha realizzato in maniera così grandiosa non credo sia molto facile.
Per chiudere: di “From The Purple Skies” hanno parlato bene tutti, il mio parere non apporta nessun contributo significativo alla statura dell’opera. Semmai, a fronte di tutte le recensioni entusiastiche che sono piovute addosso alla band, la mia ha una virtù che spero faccia comprendere a Lucio e compagni quanto poco abbia di gratuito.
Ebbene sì, cari Wicked Minds, sappiate che per un tifoso della Cremonese non sia stato per niente facile incensare le gesta dei “nemici” piacentini!

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