sabato 28 settembre 2013

HAWKWIND "Levitation" (Bronze, 1980)


“Levitation” sta tanto in alto nelle preferenze degli hawk-fans quanto “Cultosaurus Erectus” si attesta in quelle dei seguaci dei Blue Oyster Cult. Un parallelismo non del tutto campato in aria (qui non suggerito dalla comunanza della figura dello scrittore Michael Moorcock che collaborò con entrambe le entità): sì, perché in tutt’e due i casi si tratta dell’album di una band istituzionale molto regolare nelle pubblicazioni che, pur investita dall’onda distruttiva del punk, dopo un parziale tentennamento (per gli Hawkwind l’altalenante “PXR5”, giunto un po’ stancamente alla fine di un ciclo, e il deludente “Mirrors” per gli americani) riesce a sorpresa a riaccendere fiamme sopite riallacciandosi al recente passato glorioso; e soprattutto per via dello stesso sincronismo nelle date, il 1980, vale a dire la porta temporale di accesso a quello che, per chi aveva posto nei seventies i basamenti della propria arte espressiva, sarà un decennio musicalmente infausto dalle cui asfittiche pastoie commerciali molto raramente avverrà di elevarsi in maniera dignitosa.
Nel caso poi degli inglesi va detto che la devastazione punk li sfiorò appena non riconoscendo affatto in loro il nemico da abbattere, anzi quasi simpatizzando per certi atteggiamenti da sempre così fuori dagli schemi e per il rifiuto costante dello sfarzo a cui invece si concedevano quasi tutte le rockstar del periodo.
La discografia degli sbandati di Ladbroke Grove, uno dei rarissimi casi di gruppo accostabile al fenomeno hard rock anni ‘70 senza che per questo se ne possa far originare il sound dalla matrice blues comune a tutte le altre espressioni del periodo, ha da sempre mantenuto piuttosto inalterato il suo standard: così come forse è difficile individuare un titolo capolavoro che si stagli nettamente sul resto del lotto degli album prodotti, parimenti trovare un loro disco che abbia scontentato profondamente i fans resta impresa coronata dall’insuccesso. Sono insomma l’omogeneità e la coerenza a caratterizzare la longeva vita artistica degli Hawkwind. Tuttavia alcune diverse onde gravitazionali si sono propagate all’interno del loro stile tant’è che, pur rimanendo sempre “Hawkwind al 100%”, dalla psichedelia acida e dall’ipnosi prima maniera (’70-’72), la band aveva sfiorato una vena quasi epico-progressiva nell’era di mezzo (’74-’75), per addensare poi nel suono forme sempre più consistenti di plastica, automatismi spaziali, raggi laser ed aprire talvolta anche all’electro-funky (’76-‘79). Una rilettura frettolosa e per sommi capi, ma utile a dare il quadro generale del loro percorso evolutivo.
Al 1980 la band arrivò dopo l’esperienza parallela condotta sotto il nome parzialmente mascherato di Hawklords che aveva fruttato l’album “25 Years On” e che da lì faceva adesso confluire sotto la sigla-madre il bassista Harvey Bainbridge, già prelevato dai suoi Ark qualche anno prima da Brock e Calvert per l’elaborazione estemporanea del progetto Sonic Assassins; dopo il periodo passato sotto l’ala della Charisma gli Hawkwind rimediarono un contratto con la Bronze (che il boss Gerry Bron a posteriori confessò di aver stipulato sperando solo nel traino pubblicitario del successo dei Motorhead dell’ex-bassista Lemmy) e lo inaugurarono con il disco dal vivo “Live Seventy Nine”.
Bron mise alle costole del gruppo uno dei suoi luogotenenti, il fido Ashley Howe che giunse così a quella produzione dopo aver curato i dischi di altri artisti dell’etichetta come ingegnere del suono (Uriah Heep, Colosseum II, Angel Witch, gli stessi Motorhead).
Ma “Levitation” contiene anche la svolta davvero significativa nella cronistoria della band, vale a dire il ritorno alle due chitarre, una formula che era valsa soltanto per il primo omonimo disco. Da lì in poi infatti gli Hawkwind avevano riempito il vuoto della precoce dipartita di Huw Lloyd-Langton buttando nel calderone tutto quello che via via gli passava per la mente: dando spazio maggiore al sassofono del teatrale Nik Turner (vero depositario del nomignolo “hawkwind” ma, potendo un giorno Brigata Rock essere letta anche da una signora, non spiegheremo perché), oppure di volta in volta inglobando i sintetizzatori di Del Dettmar (uno che Peter Jackson avrebbe volentieri scritturato per un ruolo da hobbit nei suoi film tratti dall’opera di Tolkien), i generatori audio e le altre diavolerie elettroniche di Dik Mik, la doppia batteria nel periodo del “drum empire” con King affiancato da Alan Powell, il violino maledetto di Simon House (maledetto per tutte le ombre sinistre con cui aveva annerito la procella High Tide), o ancora le ospitate stanziali del poeta-cantante Bob Calvert.
Non solo: a rivestire il primitivo ruolo di contraltare chitarristico del capitano Brock tornò proprio Huw Lloyd-Langton per la chiusura di un cerchio interessante anche dal punto di vista affettivo. “Huwie”, in possesso di tanta perizia e buon gusto, si apprestava pertanto a reintegrare il magma sonoro hawkwindiano di ciò che aveva perduto in fatto di compostezza tecnica: se Brock avrebbe proseguito a distribuire sciabolate elettriche badando al mood complessivo senza troppo curarsi della forma, Lloyd-Langton sarebbe andato ad aggiungere l’opportuno contraltare solistico, lui che nell’interregno temporale tra il ’70 e l’80 aveva errabondato tra esperienze musicalmente assai difformi l’una dall’altra (non solo passando per i canali ufficiali con gli Widowmaker ma anche attraverso collaborazioni piuttosto oscure quali quelle d’accompagnamento a John Butler, a Eddy Klima, a Leo Sayer, a Aleksander Mezek, oppure quelle nelle band “usa e getta” Gallery, Magill, addirittura i latino-americaneggianti Trinidadian Batti Mamselle, per finire con la chicca di un paio d’anni trascorsi con a tracolla la chitarra acustica ad intrattenere i clienti del ristorante vegetariano londinese Pastures).
Dopo il “Live Seventy Nine” si apprestò poi a fare il suo esordio in studio anche la new entry Tim Blake, un geniale manipolatore di suoni con un modernissimo concetto dell’uso delle tastiere, noto col soprannome di “Gollum” nella Londra di Notting Hill di fine sixties e già in organico agli altri frequentatori dell’etere del periodo, i cuginastri Gong.
Quando comunque il gruppo entrò in studio e cominciò a rifinire il materiale da incidere, ecco la grana che non ti aspetti: Simon King, da ormai quasi un decennio contrappeso e ancoraggio ritmico delle volatili visioni musicali di Brock e soci, si dimostrò particolarmente inaffidabile. Lui lo negherà, sdrammatizzando la versione ufficiale e trincerandosi dietro un vago “Sì, avevo qualche problema con l’alcool, ma in realtà fui io a decidere di lasciare la band e di dedicarmi alla famiglia. Molto semplicemente”, ma Captain Dave racconta che in realtà il siluramento del batterista si rese necessario perché King era scivolato irreparabilmente nel giro delle droghe pesanti e non era più in grado di fornire con professionalità i suoi servigi di batterista (oggi, abbandonata completamente la musica, lavora nell’industria del riciclaggio... No, non quella del denaro sporco!). La consueta fretta con cui gli Hawkwind pretendevano al solito di circoscrivere il lavoro di studio in poche takes si palesò addirittura nell’intenzione di utilizzare una drum-machine e sveltire al massimo le pratiche d’incisione; ma fortunatamente l’idea fu dismessa presto, soprattutto grazie al suggerimento di Marion Lloyd-Langton, la moglie di Huw, che al tempo lavorava come ufficio stampa per la Oak Productions, la compagnia che curava anche il management della leggenda vivente Peter Edward “Ginger” Baker: “Perché non chiedete a lui? Ultimamente non sta facendo granché”.
Detto fatto. La proposta circuì facilmente Ginger, anche perché gli fu promesso un compenso triplo rispetto a quello che si soleva destinare per un lavoro di session in studio (ma il batterista ancora oggi ha qualcosa da ridire sull’effettivo pagamento di quanto pattuito...) e lui se la sbrigò in appena due giorni, tanto che Dave Brock ebbe a dire: “Quello che Ginger può fare con una mano, gli altri batteristi devono farlo con tutte e due”. Può darsi che vada inteso alla lettera. Perché mentre suonava la materia-Hawkwind, la mano libera presumibilmente la utilizzava per tenere la sua quotidiana bottiglia di Bacardi...
Eppure al di là di quella che poteva apparire una bislacca combinazione, a ben guardare con loro, zingari così apolidi e fuori fase, cavalieri erranti per conto del signore del caos, un altro nomade cialtrone come Baker non poteva che trovarsi in sintonia.
Dunque i giorni che intercorsero tra luglio e agosto 1980 videro i rinnovati Hawkwind domiciliati presso i Roundhouse Studios, al numero 100 di Chalk Farm Road di Londra, intenti ad incidere il loro decimo album di studio (nel conto ci metto dentro anche “25 Years On”). Stavolta persino il ricorso all’avanguardistica tecnologia digitale (la storia del rock annovera “Levitation” tra i prmi cinque dischi al mondo registrati col nuovo sistema) dimostra di fatto quanto Brock e soci non fossero vecchi hippy storditi legati ad una psichedelia confusa e demodé ma di quanto anzi il loro suono si aggiornasse con costanti ammodernamenti aprendo continuamente alla sperimentazione.
Non c’è da fare gran letteratura su un disco degli Hawkwind. Si accendono i propulsori e si va.
La title-track posta opportunamente in apertura riavvia appunto senza indugi i motori dell’astronave: cinesi chitarristica, accensioni elettroniche e sezione ritmica dal groove compatto e insistente (a dispetto della storia documentata che invece volle Bainbridge e Baker ai ferri corti). Tra i consueti latrati canori di Brock spicca qua e là qualche frammento d’oriente (niente di così calcato peraltro come in “Hassan-I Sabbah”), cenni vaghi ben amalgamati nel solito nebuloso caleidoscopio hawkwindiano (toh, “...indiano” appunto). Tutta la fase centrale del brano è forse l’unico accenno alla primitiva trance sonica degli esordi, con un giro ritmico reiterato e ossessivo che fa chiudere gli occhi e ondeggiare pesantemente. L’album ha pertanto un deciso urto hard rock, frutto di una ritrovata vitalità.
La successiva e un po’ radiofonica “Motorway City”, già nel set dal vivo da qualche tempo (era infatti stata pubblicata nel “Live Seventy Nine” dell’anno avanti), detta nel testo immagini che non sarebbero dispiaciute ai futuristi e anche se assai meno bellicosa dell’opener prosegue tuttavia nel ricorso a suoni meno eterei del solito sfruttando molto l’ispirazione di Lloyd-Langton che si lancia in fuga solistica sulle costanti pulsazioni del basso di Bainbridge.
Dopo l’effettistica del breve strumentale “Psychosis”, quasi una sosta presso una base spaziale in pieno fermento, la band si scapicolla nella corsa di “World Of Tiers” (altra traccia al netto di linee vocali) che lancia in orbita le ipnotiche rullate di Ginger e le sferzate di chitarra elettrica ammantandole dei tipici suoni sintetici che richiamano una dimensione immersa tra polveri interstellari ma piazzando nel mezzo anche un inconsueto break che repentinamente svuota la densità delle distorsioni, interrompe il groove e per un minuto appena si distrae in una pennellata acustica di stampo simil-progressivo (qualcosa che, azzardiamo un po', forse non sarebbe dispiaciuto a Steve Howe).
Ancora un intro di soli effetti sonori, il minuto e mezzo di “Prelude” dove le manipolazioni di Tim Blake ci fanno sfiorare dal gelido pulviscolo atmosferico, per poi arrivare ad uno dei pezzi più affascinanti dell’intera discografia Hawkwind: “Who’s Gonna Win The War”, è tanto marziale ed epica nel refrain quanto livida, deambulante e angosciata nel resto del suo decorso, come avvolta nelle nebbie, nell’incertezza e nella desolazione di un futuro post-atomico. “Brocky” il Capitano e la sua compagine di macilenti disertori emergono dal limo della psichedelia più inconcludente e danno vita ad un pezzo che ha i suoi punti di forza nella potente vena immaginifica e nel riuscito abbinamento tra musica e liriche, ma che ad ascolti successivi – ed è una cosa che accade raramente con questa band così concentrata sulla coralità del primo impatto – permette la scoperta di tesori altrimenti destinati al subordine (il centrale assolo cristallino di Huwie, il drumming mai scontato, ricco di dettagli, le finali frasi di chitarra dolenti e perfettamente calibrate, una sensibilità quasi pinkfloydiana...). 
“Space Chase” è un altro strumentale, il migliore della tracklist, ove a sorpresa gli Hawkwind – mai maestri di grande sintesi – riescono stavolta in appena tre minuti a creare un concentrato di space rock tecnico, arrembante, duro e conciso. Lloyd-Langton compone, gli altri ci dànno dentro con splendida convinzione. E’ in brani come questo che si apprezza quanto Ginger Baker sia arrivato opportunamente a diversificare il trademark percussivo della band, ovvero quel martellare un po’ frigido fin lì adoperato dal dinoccolato Simon King.
Introdotta (e poi chiusa) dalla merce rara di una chitarra acustica, “The 5th Second Of Forever” prova invece a percorrere quelle vie pop/new wave che gli ultimi dischi più insistentemente avevano battuto (ad esempio “Jack Of Shadows” su “PXR5” o molte cose dal disco a nome Hawklords): troppo breve per essere giudicata, sembra quasi un aborto, una dismissione, un progetto lasciato a mezzo, una rinuncia. E peccato perché anche qui Huw Lloyd-Langton dimostra di essere lanciatissimo.
Meccanicità e sistemi automatizzati caratterizzano la conclusiva “Dust Of Time”, con la voce aliena di Brock e il consueto florilegio di luminescenze laser tradotte in musica; questo almeno fino a quando, dopo appena un paio di minuti il brano apre ad un’insolita soluzione progressiva che sul pentagramma del “Vento di Falco” solo sporadicamente ha trovato consenso e opportunità. Sarà che quest’edizione della band può a ragione essere considerata la più dotata tecnicamente della sua intera storia, sta di fatto che la formazione responsabile di “Levitation” con maggior sicurezza del solito sembra disposta ad avventurarsi qualche passo aldilà dei suoi abituali cliché compositivi.
Tuttavia, a dispetto di quanto bene gli Hawkwind così assortiti avessero lavorato in studio, la natura stessa del gruppo (quella di una giostra da cui si scende e si sale ad ogni cambio di giro) tornò subito ad affermare l’ineluttabilità del proprio viaggio. Il primo a rimanere appiedato (in senso letterale!) fu Tim Blake che per via delle ore che passava al telefono con la sua compagna, una modella francese, e dei conseguenti ritardi accumulati finì con lo spazientire “Captain” Dave. Il 17 ottobre di quell’anno avevano suonato alla Victoria Hall di Hanley, Stoke-on-Trent, e quando la mattina seguente la band era pronta per ripartire e “Gollum” stava invece ancora attaccato alla cornetta, Brock... sbroccò e s’impose d’autorità con un perentorio aut aut: “O sale in macchina tra cinque minuti o lo lasciamo qui”. Si vede che il “Ma quanto mi ami?” tra il tastierista e la sua dolce metà si protrasse oltre il consentito, quel che è certo è che (per un aneddoto piuttosto famoso tra i cronisti del rock) Tim Blake rimase a Henley. Scaricato senza appello.
Inizialmente si ricorse al roadie di Tim, Paul Noble detto “Twink” (non il più famoso batterista), che aveva suonato negli Here & Now ma nel giro di pochi giorni il rimpiazzo era già fuori uso (si ruppe un piede nell’incidente di uno dei camion che li trasportavano in tour che si capovolse in un fosso) e così già a partire dalla data del 22 ottobre alla City Hall di Newcastle la band ingaggiò Keith Hale dei Blood Donor – e prima anche con una comparsata nei mitici folksters acidi Comus – il quale accettò perché era principalmente un fan accanito di Ginger Baker, tant’è che il gruppo si franse subito in due faglie: Baker e Hale a brigare sempre insieme come il gatto e la volpe (o meglio come il boss e il suo tirapiedi), gli altri tre a detenere il timone delle grandi manovre.
Comunque il “Rosso Malpelo” del rock, salito sul vagone Hawkwind un po’ per indole bizzarra un po’ per mero opportunismo, tutto sommato in quella banda finì per trovarcisi proprio bene e ci prese anche gusto tanto che non tardò molto a voler far pesare le proprie idee. Forse però si fidò troppo del suo carisma quando, usuratisi in fretta i rapporti con Harvey Bainbridge (il vaso era traboccato per ripetuti episodi di “lesa maestà” perché in tour il bassista aveva preso a rientrare troppo presto sul palco durante l’assolo di batteria), Ginger lo definì a mezzo stampa “il peggior bassista del mondo”, un giudizio che peraltro – da vecchio bisbetico qual è – seguita a ribadire ancor’oggi dopo oltre trent’anni, pose al resto della band le sue condizioni (“O lui o io”) e addirittura caldeggiò una clamorosa sostituzione con il partner storico Jack Bruce, per dare al Vento del Falco una caratura davvero stellare.
Non ce la fece la personalità ingombrante di Baker a spezzare la coesione praticata da sempre all’interno degli Hawkwind dal Capitano Brock e quando il divismo di Ginger e il cameratismo della band entrarono in collisione non avvenne altro che una demarcazione definitiva su quella già disegnata linea di frattura: il batterista da una parte (con Hale al seguito), il resto dall’altra. Ognun per sé, insomma.
“Levitation” è pertanto il racconto di quel particolare momento storico, di quel segmento prezioso tra i molti attraversati dal gruppo nel lungo arco della sua vita ultra-quarantennale: oggi Dave Brock continua a fare il Dave Brock, coerente avventuriero fuori dal tempo, un ragazzo di 72 anni che non ne ha mai abbastanza, il tesoriere unico di tutta la conoscenza Hawkwind; Ginger Baker è sempre più burbero e incartapecorito, continua a farsi accompagnare da donne bellissime e molto più giovani di lui, ma quando suona – le volte che gli va di farlo – lo fa ancora con la mano di Dio; Harvey Bainbridge, canuto scapigliato ormai senza denti, uscito volontariamente dalla band nel ’91 per dedicare alla compagna Alice e al figlio in arrivo il tempo che meritavano, non ha completamente rinunciato alla musica e senza pressioni particolari ogni tanto rilascia lavori a suo nome, lavori calati nello space rock e nell’ambient elettronico che, combinati alla sua immagine, lo disegnano come una figura a metà tra un guru dell'iperspazio e uno scienziato pazzo; Tim Blake, telefonista incallito ma soprattutto geniale nerd dei sintetizzatori, senza volersi legare a doppio filo agli Hawkwind (perché ci tiene parecchio alla sua sghemba carriera solista) in realtà continua a frequentarli assiduamente tanto da apparirvi in pianta stabile anche nei recenti lavori.
Ne manca uno. Manca Huw Lloyd Langton. 
Dopo averci coraggiosamente battagliato per un paio d’anni, ha ceduto al cancro il 6 dicembre 2012. L’ascolto che oggi si fa di “Levitation” è per lui.