domenica 21 aprile 2013

HALF MAN "Red Herring" (Beard Of Stars, 2002)


Qualche tempo fa ho letto la recensione che sulle pagine di Rock Hard Stefano Cerati ha scritto a proposito di “Paths To Charon” degli Skanska Mord. Ne sono rimasto incuriosito ed ho acquistato l’album. Che non è affatto male, davvero (Cerati difficilmente spara cazzate!). Però non è di questo che volevo parlare.
La buffa combinazione – tutta personale – è che appena attacca il cantato del disco di questi svedesi, si è come creato un trait d’union, un ponte temporale con l’album che proprio prima di quello stavo ascoltando perché volevo darne qualche cenno qui su Brigata Rock: “Red Herring” degli Half Man, svedesi pure loro (di Orkelljunga, al sud), giunti alla pubblicazione di quel secondo ed ultimo lavoro (il primo “The Complete Field Guide For Cynics” fu un’autoproduzione) una decina di anni fa.
Metto immediatamente mano alle note del cd e scopro difatti che il cantante/armonicista degli Skanska Mord è proprio lo stesso Janne Bengtsson che aveva guidato gli Half Man, in quel caso addossandosi perfino le parti di chitarra solista. E accanto a lui nella nuova avventura c’è un altro “mezz’uomo”, il bassista Patric Carlsson, l’amico di sempre, quello di tutte le condivisioni comuni (tra Half Man e Skanska Mord ci sta anche l’esperienza Tectonic Break): entrambi cresciuti a pane e vinili anni ’70, una passione collezionistica che li avvicina da quand’erano ragazzini.
Fu addirittura l’italico stivale a dare asilo a questi “giovani vecchi”: lo fece attraverso la savonese Beard Of Stars, una costola della Vinyl Magic che in quegli anni perlustrava l’underground stoner sniffando con fiuto sapiente gli scantinati di mezza Europa, e che si decise a produrre il loro secondo tentativo discografico dopo le buone argomentazioni intraviste nell’esordio a tiratura limitata.
“Giovani vecchi”, ho detto. Ed in effetti è quanto sembrano gli Half Man, una carta d’identità dei giorni nostri ma sdrucita e slavata come se avesse fatto inavvertiti giri di lavatrice nella tasca di qualche jeans scampanato. Il loro approccio al rock appare piuttosto serioso, pieno di riverenza, quasi una missione consapevole, c’è poco spazio per temperamenti caciaroni e scanzonati.
Tra le rare concessioni in questo senso si colloca la copertina che offre un disegno, ingannevolmente colorato sulle tonalità del primo Jade Warrior, in cui due rane stazionano tra i funghi multicolore di un sottobosco (però, quanta simbologia allucinogena!) mentre sul retro trova posto la caricatura goliardica dei quattro membri della band che, forse anche in barba al simbolismo del mito svedese Ingmar Bergman che ne “Il settimo sigillo” faceva giocare a Max Von Sydow la definitiva partita a scacchi con la morte, qui duellano con una tutt’altro che minacciosa Nera Signora in un match di croquet.
E così, mentre c’era tutta una scena stoner (principalmente americana) che si sfidava sul terreno gravido delle saturazioni, ispessendo le fuzz guitars e comprimendo le ritmiche, cuocendosi i pensieri ovunque ci fossero lande desertiche che non offrissero riparo alcuno dal sole più stordente, i buoni Half Man (forse perché arearono il cervello con le brezze svedesi) asciugarono di molto il grasso delle distorsioni e contennero la naturale irruenza della giovane età in favore di un più ragionato spiegamento delle forze, opportunamente comparato con quanto di buono era stato fatto dai loro stessi idoli seventies.
Giri di chitarra ripetuti quel tanto che serve per provare ad imprimerli nella testa di chi ascolta ma non per portarlo allo sfinimento: gli Half Man mantengono quasi sempre un discreto senso della misura e quando i loro riff (niente di straordinariamente innovativo, ma buone cose lo stesso) minacciano di sforare oltre la pazienza dell’ascoltatore ecco giusto in tempo il cambio modulare, la virata, il break cantato, l’assolo (la lunga “Pigs In Space”, ad esempio, con le sue concessioni alla dilatazione psichedelica). E quando magari l’idea di base non è granché, quando le chitarre insistono su frasi di scarso mordente e la ritmica non è capace di elevarsi oltre un certo lavoro d’ufficio (“Sunday Morning Is Coming Down”, in certa misura anche “Journey Into Darkness”), allora è la voce di Janne Bengtsson ad attirare l’attenzione su di sé con la potenza roca del suo timbro e in qualche modo gli Half Man la sfangano sempre, risultando ovunque capaci di farsi ascoltare con piacere.
Semplice è l’idea strutturale delle composizioni che infatti non prevarica mai l’immediatezza del sound, tant’è che anche i brani strumentali (ne sia di prova l’opener “Repulsion”) non sono l’esercizio virtuosistico di chi voglia a tutti i costi sorprendere quanto semmai l’idea di musicare con grinta certe rapide visioni.
La cover “mignon” di “Willie The Pimp” (qui “Willy”), neppure tre minuti in confronto ai nove dell’originale zappiano, spoglia il pezzo di tutte le stravaganze del maestro Frank, riducendolo all’osso, scarnificandolo, salvando il riff portante e solo in parte l’animalità dell’interpretazione canora di Captain Beefheart; una versione forse più ispirata alla cover che già nel ’70 ne fecero i Juicy Lucy (anche se lì la mischiarono con la titletrack del loro secondo album “Lie Back And Enjoy It”). E quello di Paul Williams non deve essere certo un nome sconosciuto a Bengtsson...
Praticamente l’esatto opposto che fanno col brano successivo ovvero la rivisitazione del traditional “Sugar Mama” già riportato alla luce da Sonny Boy Williamson e soprattutto da John Lee Hooker (c'è un po' di confusione attorno a questo standard perché sotto lo stesso titolo passano anche le versioni dei Taste e dei Fleetwood Mac ma che invece derivano da un'altra antichità "nera", ovvero "My Country Sugar Mama" di Howlin' Wolf), a cui invece gli Half Man aggiungono tutto un apparato elettrico non previsto dalla magre interpretazioni dei vecchi bluesmen; un grande Bengtsson si cala con devozione nella resa sofferta del brano che anche nel suo largheggiare chitarristico e nelle esplosioni ad alto voltaggio aggiunge una vena quasi epica del tutto ignota al blues classico.
Sulla scia delle suggestioni si potrebbe anche azzardare un riferimento demodé con i Groundhogs, magari quelli di “Scratching The Surface” per via dell’armonica (loro che con John Lee Hooker ebbero realmente a che spartire a metà anni ’60), rivisitati qui in veste corroborata ed elettrificata.
Irrompe più nettamente l’anima lisergica nello strumentale “Departed Souls”, ripetitivo e tremolante. Qui come in altre parti del disco è soprattutto la chitarra solista (si veda anche l’ottima “Grass Stains” che sfocia in un bell’assalto finale di armonica) a stemperare il duro blues ora diluendolo in liquidità psichedelica ora affumicandolo con incensi di dubbia provenienza...
Sulle braci sopite dei Canned Heat soffia il gelo del Nord e cristallizza quella primitiva fonte di calore in affilate stalagmiti di ghiaccio: è una combinazione particolare, decentrata e molto spostata dalla parte del blues, un tira e molla tra l’anima profonda della “musica dei neri” e l’appartenenza generazionale ad un modo di suonare sempre più fisico e selvaggio, quasi liberatorio, indurito per osmosi con la violenza dei tempi che corrono.
Ne fuoriesce insomma un heavy blues dal forte tasso elettrico ma dal passo non pesantissimo: la conoscenza di quell’antica materia prima impedisce agli Half Man di misurarsi al pari dei pachidermi doom o stoner che negli stessi anni gareggiavano a chi più forte facesse tremare i subwoofer degli impianti.
“Red Herring” non è un disco irrinunciabile. Non è uno di quelli che se non ce l’hai negli scaffali della tua discoteca, significa che di rock non ci capisci niente. E’ però un disco godibile, che non intende spacciarsi per nulla di diverso da ciò che realmente è: una prova onesta, tanto amore per il rock antico, un bel modo di suonarlo. Per me può bastare.