sabato 9 marzo 2013

WARHORSE "Warhorse" (1970, Vertigo)


Non furono guardati con parziale sospetto soltanto allora, nel pieno della loro attività; ancora oggi buona parte della critica li osteggia come un caso di evidente sopravvalutazione (di certo non fece così Gianni Della Cioppa che invece inserì il loro primo disco nella lista dei 133 “top album” nella sua antesignana guida “Hard Rock & Heavy Metal” del ’91, ma di Gianni Della Cioppa non è che se ne trovi uno ad ogni angolo di strada...).
Lo confesso, l’asprezza di alcuni giudizi retrospettivi (anche di giornalisti a me cari) mi ha portato a chiedermelo seriamente: ma non è che forse io tenda a idolatrare un po’ a priori tutto ciò che musicalmente è stato prodotto nei primissimi anni ’70? Non è che sono davvero uno di quegli ottusi nostalgici che parlano bene di un album solo in virtù dell’anno di pubblicazione? Uno di quelli che credono che il rock buono sia finito nel ’72, al massimo nel ’73?
Ho dunque riascoltato “Warhorse” alla luce di questi interrogativi, provando a capire se la mia opinione favorevole fosse figlia del solo sentimentalismo revivalistico da cui indubbiamente sono affetto in modo cronico. Ebbene la risposta è: cazzo, no! No davvero!
Gli Warhorse sono stati un gruppo di eccellenza. Perché dobbiamo per forza schiacciarli sotto il macigno del paragone con i Deep Purple? Quale ragione c’é, quelli erano superuomini! Erano divinità travestite da esseri umani, erano infiltrati dell’Olimpo...
E poi sembra quasi che Nicholas Simper, il più stretto dei molti anelli di congiunzione tra le due storie, stia sui primi tre Lp del Profondo Porpora solo per grazia ricevuta; quasi che ogni giorno, prima di andare in sala-prove con gli altri, il bassista dovesse accendere un cero alla Madonna per ringraziarla di tale onorificenza. Simper invece ebbe un ruolo partecipativo all'interno della sua breve esperienza al fianco di Blackmore e Lord e può non essere né innaturale né tantomeno oltraggioso che egli abbia trasmigrato nel progetto seguente tracce importanti della vicenda artistica appena conclusa.
Gli Warhorse si formarono quasi senza volerlo. Lo fecero in maniera naturale nel momento in cui la cantante di colore Marsha Hunt che si era fatta un nome col musical “Hair” (le giovò moltissimo, al di là del ruolo all’interno della pièce, il suo cesto di ricci neri che campeggiava sulla locandina teatrale in perfetta simbiosi col titolo dell’opera) e a cui Simper, il chitarrista Ged Peck dai lineamenti marcatamente teutonici e lo spilungone Mac Poole di Birmingham prestavano servizio come backing band, rimase incinta e abbandonò temporaneamente le scene; fu un po’ tutto all’insegna dell’imprevisto, la Hunt non è che avesse tutta questa gran fretta di mettersi a fare la mamma... però conobbe quel birichino di Mick Jagger, ci flirtò e di colpo la sua vita artistica dovette prendersi una pausa da dedicare tutta alla gravidanza della nascitura Karis. Un inciso: la rollingstoniana “Brown Sugar”, al di là del doppiogiochismo sull’eroina, era proprio per la Hunt...
I tre armigeri della cantante decisero a quel punto di costituirsi in band a tutto tondo, coscienti di possedere una bella alchimia indipendentemente da chi ci fosse alla loro testa: Peck e Simper lo sapevano già perché (oltre ad aver accompagnato la “black lady” anche sul palco del Festival dell’Isola di Wight del ’69 con Pete Phillips alla batteria) erano stati assieme in precedenza nella Billie Davis Band, nell’immancabile praticantato con Screaming Lord Sutch e nei Flowerpot Men con Jon Lord. Mac Poole da par suo aveva lavorato invece come turnista per Albert Hammond ed aveva inciso un singolo con gli acerbi Hush (“Elephant Rider”/“Grey” su Fontana). Apparteneva alla scena dei batteristi delle Midlands, spesso dei maledetti esibizionisti, amanti del suono potente, in perenne guerra con i chitarristi che erano i nemici da soverchiare e annichilire. Pur non raggiungendo i livelli dei suoi più pesanti conterranei anche Mac Poole picchiava duro come molti di quelli che venivano dalle sue stesse latitudini; non è un caso se prima degli Warhorse lo si possa annoverare come saltuario rimpiazzo di Cozy Powell negli Youngbloods o come suo definitivo sostituto nei Big Bertha; ma soprattutto Poole era noto nell’ambiente per aver preso il posto di un certo John Bonham negli A Way Of Life ed aver sfiorato l’arruolamento nei Led Zeppelin proprio prima che il suo diniego spalancasse le porte al grande amico Bonzo.
Decisiva affinché le cose attorno alla nuova band fossero fatte con il necessario convincimento fu tuttavia la spinta che veniva da Simper cui ancora bruciava l’estromissione dai Purple proprio alla vigilia del successo planetario e che in generale meditava vendetta nei confronti del music business.
Ne aveva ben donde Nick Simper, sempre ad un passo dal traguardo ma mai col colpo di reni giusto per tagliarlo da primatista. Non che fosse certo interamente colpa sua. Viene da pensare a tutta la gavetta che il bassista si fece (è impressionante la lista di tutti i gruppuscoli a cui dette vita) prima di approdare finalmente, verso la metà dei sixties, alla corte di uno dei suoi idoli di gioventù, il carismatico Frederick Heath, meglio noto con lo pseudonimo di scena di Johnny Kidd. Ebbene quello che per lui poteva essere un bel punto d’arrivo gli si negò presto in modo tragico.
Verso le 2 della notte tra il venerdì 7 e il sabato 8 ottobre 1966, dopo un lungo viaggio di ritorno dall’Imperial, un club di Nelson il cui manager Bob Caine si stava attivando nell’immediato per organizzare date extra a Johnny e ai suoi New Pirates a parziale tappabuco di quelle saltate a Oldham per colpa di uno zelante direttore artistico, Nick Simper e Johnny Kidd erano entrambi sulla Cortina GT guidata da Wilfred Isherwood quando sulla A58, la Bury New Road, non lontano da Breightmet nel Lancashire nei pressi dell’incrocio con la Ainsworth Road che conduce a Radcliffe un tremendo frontale con una vettura su cui viaggiava una giovane coppia ne fermò drammaticamente la corsa. Se Simper, estratto dalle lamiere a fatica dai soccorritori, se la cavò con una brutta frattura al braccio più diverse altre ferite, Johnny Kidd (quasi trentunenne) morì all’arrivo presso l’ospedale Royal Infirmary di Bolton e l’Inghilterra perse quel giorno uno dei suoi performers più dotati. Nell’incidente perse la vita anche un passeggero dell’altra vettura, la diciassettenne Helen Read, di ritorno da una festa di compleanno.
Ma anche la dipartita forzata dai Deep Purple in realtà non depone a favore della buona sorte del bassista perché fu proprio Simper, tornato finalmente in sella ad un “cavallo vincente”, a mettersi praticamente nei guai da solo quando ai compagni che cominciavano ad avere più di una perplessità su Rod Evans suggerì Ian Gillan per il posto di nuovo cantante dei Purple; gli altri dunque lo andarono a visionare ad un concerto degli Episode Six, ne rimasero sbalorditi e gli proposero l’ingaggio: e Gillan in risposta pose come condizione imprescindibile il contemporaneo reclutamento dell’inseparabile amico Roger Glover, proprio il bassista che infatti fece le scarpe al buon Simper...
Ma torniamo al filone Warhorse, il cui moniker iniziale fu Iron Horse. Il tastierista con cui interagirono inizialmente (... figuriamoci, niente di che, un certo Rick Wakeman!)... dimostrò qualche tentennamento di troppo perché l’hard rock non gli era di certo congeniale e perché probabilmente nella testa già gli turbinavano tutte quelle fantastiche ombre giganti che poi lo avrebbero presto messo in sintonia (o... in sinfonia) con l’opulenza degli Yes e alla cui più chiara messa a fuoco egli dedicò anche gli ampi spazi della sua carriera solistica. Così, quando ad inizio di quel 1970 Wakeman accettò la convocazione in pianta stabile negli Strawbs, più consoni ad accogliere la sua ingombrante impostazione, gli Warhorse non si fecero trovare impreparati: morto (o dimesso) un papa se ne fa un altro, per cui sotto con Frank Wilson, baffuto tricheco e organista dai dichiarati gusti classicheggianti messosi ultimamente in luce, per la verità una luce piuttosto fosca, con i Velvett Fogg e prima meno compiutamente nell’ultima incarnazione dei Riot Squad (un gruppo aperto da cui in anni diversi erano transitati anche Mitch Mitchell e David Bowie) e nei Rumble, con al basso il futuro T.Rex Steve Currie e un singolo all’attivo (“Rich Man, Poor Man”) celebre per ricalcare calligraficamente le strofe di “Paperback Writer” dei Beatles!
Il cantante saltò invece fuori dall’agendina di Simper: era infatti quello stesso vocalist che nel ’68 fu tra i principali candidati al ruolo di frontman nei Deep Purple (quando ancora si chiamavano Roundabout e audizionarono i provinanti nella tenuta agreste della Deeves Hall, vicino South Mimms nell’Hertfordshire) ma che, nonostante gli fossero state riconosciute doti interessanti, aveva finito per piazzarsi alle spalle di Rod Evans dei Maze nelle preferenze di Blackmore e Lord. Così Ashley Holt, questo il suo nome, anche lui schiumando rabbia (ma a consolarlo poteva contribuire il fatto che a quegli stessi provini fu bocciato anche Rod Stewart!), si era rituffato con impeto nel tirocinio del semi-professionismo e prestando i polmoni a formazioni quali Bad Wax e The Reasons attendeva l’occasione giusta da cogliere al volo.
Quando, a formazione definita, già nell’aprile del ’70 gli Warhorse assemblarono un demo di presentazione, la scena musicale era in avanzato fermento e gli emissari delle case discografiche volteggiavano sopra la mappa dei locali più in voga alla ricerca di ogni possibile “new sensation”.
Nel caso dei Nostri, nonostante l’interesse di alcune major come la Decca, a spuntarla fu l’intraprendenza della lungimirante Vertigo sebbene forse Simper e soci alla fine risultassero tra i gruppi meno “Vertigo-style” tra tutti quelli messi a catalogo, loro così “classicamente impostati” se paragonati agli iper-elettrici e cimiteriali Black Sabbath, ai minacciosi Uriah Heep, alla schiera di folksters acidi e alternativi (Dr. Strangely Strange, Tudor Lodge) per non parlare poi di entità caliginose come i May Blitz, gli Still Life, il Graham Bond in versione esoterica, i Dr.Z e via dicendo.
La casa discografica comunque, nel pieno del suo slancio artistico, chiamò il designer più talentuoso (Keef) per la confezione estetica dell’album e fidando nell’autorevole guida del manager Ronald Hire (altro motivo di correlazione con i Purple) mandò la band ai Trident Studios di Soho con l’imput di incidere in soli cinque giorni e con un budget davvero risicato il materiale fin lì approntato. Se i crediti di Ian Kimmet in produzione non avevano uno score da far tremare i polsi, di certo il curriculum del tecnico del suono Ken Scott qualche soggezione poteva darla vista l’esperienza con Jeff Beck, David Bowie, Procul Harum ma soprattutto Beatles!
“Vulture Blood” ha uno di quegli ingressi elegiaci di solo organo che hanno reso celebri altri brani d’apertura come “Speed King” dei Deep Purple (dopo il frastuono iniziale), “In Ancient Days” dei Black Widow o “Death Walks Behind You” degli Atomic Rooster (anche se lì in semplice appoggio al pianoforte). Qui c’è una forte impronta sacrale prima che l’hard rock ci scoppi fra le mani all’improvviso, armato di ritmica all’arrembaggio, vocalità spinta e assolo di chitarra in scia a Blackmore.
“No Chance” permette al talento di Ashley Holt di distinguersi dal mucchio dei colleghi operativi al tempo: nelle sue pieghe più inflessive vanta un timbro non lontanissimo da quello di Rod Evans, a cui però aggiunge una maggiore capacità interpretativa; ma Holt ha anche il coraggio di misurarsi molto in alto, in questo caso emulando più la temerarietà di Gillan; si va per classificazioni un po’ generiche, ma Holt in effetti potrebbe stilisticamente essere collocato a metà tra i due. E più in generale anche l'intero apparato sonoro degli Warhorse può davvero essere inquadrato in maniera esattamente equidistante tra la Mark I e la Mark II del Profondo Porpora. Al minuto 4’20’’, terminata la parte più drammatica del brano, parte uno stacco che mima certi epici crescendo cari al maestro Morricone, con tamburo battente a suon di marcia militare e cori enfatici a salire: il tutto per arrivare agli assoli finali di organo e chitarra, una misurata vetrina di buon gusto e non l’ostentazione pedante di virtù che poi sotto sotto non si possiedono.
A ribadire le similitudini costanti con la band da cui con vanto proveniva Nick Simper, ci pensa la successiva “Burning” che, dopo un intro hard progressivo accostabile agli Uriah Heep, si sistema su un groove che pare quello di “Bird Has Flown” e su cui Ged Peck distende un assolo di limpida derivazione blackmoriana; oppure ci pensa “St. Louis” (cover degli Easybeats, un gruppo pop australiano che tutti i metallari conoscono perché ci suonavano quelli che poi diventarono i produttori degli AC/DC, Harry Vanda e George Young, con quest’ultimo che era il fratello maggiore di Malcolm e Angus), che pare voler insistere sul terreno delle convergenze avendo un’impronta simile a quella che i Purple dettero alla loro rilettura di “Kentucky Woman” di Neil Diamond; oppure ancora “Ritual” col suo iniziale richiamo lapalissiano a “Wring That Neck” (anche se poi tra gli autori di quello strumentale c’era anche Simper, per cui dove sta lo scandalo?).
Tutte queste cose le diciamo senza assolutamente voler svilire l’opera prima degli Warhorse: a livello personale poi qualsiasi affinità con i Deep Purple non potrà che essere sempre benedetta. Altro che colpa!
“Solitude” è un altro canto dolente e appassionato di Holt, con le sue sparate di vibrato, inframezzato da larghe parti solistiche di Ged Peck, molto “autunnali”, e un sottile sentimento dark che solo attorno al quinto minuto, complice un’impennata d’organo, si erge petto in fuori per una parte meno ripiegata su sé stessa. C’è tuttavia nebbia umida lungo le pagine di questo racconto che si dispiega per quasi nove minuti, un grigiore lattiginoso che deve aver ingolosito quelli della Vertigo quasi quanto la conclusiva “Woman Of The Devil” che arriva doomy e ferina come altre bellissime creazioni hard rock del periodo (io qualche vicinanza con le parti più dure di “I’ll Keep On Trying” degli Uriah Heep continuo a sentirla); un riff scurissimo, prima appena suggerito, poi sempre più enfatizzato, ideale per alimentare macabre inquietudini. Il resto del brano, zoppo ritmicamente, con chitarra umbratile e funky nelle strofe, attacca al muro tutti i denigratori della band, passati e futuri. Lancinante l’urlo effettato a metà traccia, sembra riversato lì dalle notturne sessioni dei Monument. Il finale, con una strana discesa d’umore - appena scoccato il sesto minuto - e la risalita susseguente (peccato che venga sfumata per quella moda dannata dei seventies di abusare del fade out; pesa forse in scelte come questa la scarsa attitudine del produttore Ian Kimmet) dimostra chiaramente che questi cinque soldati dell’hard rock erano un battaglione da cui guardarsi bene; forza d’urto ma anche finezza strategica; ardore e valore. Non gente comune, ragazzi.
Dopo il primo disco Ged Peck entrò in contrasto con Simper e venne rimpiazzato da Peter Parks dei Black August, che erano vicini di sala-prove, con cui si arrivò alla pubblicazione del secondo lavoro “Red Sea” (Cazzo, ma allora gli Warhorse lo facevano apposta! Uno vorrebbe giudicarli autonomamente dall’ingombrante parallelismo con Lord e compagni ma ecco che loro già a partire dal disegno di copertina piazzano le proprie cinque facce “a grappolo” sulla polena di un veliero quasi in identica corrispondenza a quelle dei cinque Purple sulla cover di “Fireball”!). Anche questo fu un album qualitativamente di buon livello eppure anch’esso, come l’esordio, esponeva la scarsa freschezza del “sound Warhorse”, anch’esso era pervaso da quel lieve odore di muffa già fin dal momento preciso della sua stampa, quell’odore che invece è destinato ai vinili solo dopo lungo soggiorno in qualche apposito scaffale, dopo l’opportuna stagionatura della memoria e che fa drizzare i "sensori olfattivi" dei collezionisti più sentimentali.
Insomma la band non ingranò e fu allora che Mac Poole (oggi in lotta con un tumore alla gola) lasciò per i Gong, un accasamento prestigioso ma che durò all’incirca soltanto tre mesi; il batterista girovagò senza incidere alcunché al fianco di Dave Walker prima e negli effimeri Magill di Huw Lloyd-Langton poi, fece parte dei Broken Glass (una “vacanza” che Stan Webb prese dai Chicken Shack per realizzare un album omonimo nel ’75) per riaccostarsi infine ai vecchi soci Nick Simper e Peter Parks nei Fandango alle primissime luci degli ’80.
Alla fine fu ancora Rick Wakeman ad avere un ruolo nella morte degli Warhorse così come qualche anno prima ne aveva avuto uno nella loro nascita. Corteggiò infatti Ashley Holt perché lo seguisse nella sua avventura solista e diventasse (in coabitazione con Gary Pickford-Hopkins degli Wild Turkey) il cantore delle sue “fanfarose” produzioni a tema e assieme al vocalist strappò agli Warhorse perfino il batterista Barney James che intanto aveva rimpiazzato Poole. Quantunque Wakeman, già assurto al ruolo di mega-star, si fosse al tempo detto disponibile a produrre il terzo eventuale lavoro della band, così smembrati e dispersi gli Warhorse non trovarono mai più l’occasione di collaborare e la loro storia nel 1974 ebbe termine.
Lascio per ultimo invece il ricordo di quella che per me fu un’autentica sorpresa: quando nel 2002 Clive Nolan e il figlio di Rick Wakeman, Oliver, hanno dato alle stampe il secondo episodio della loro collaborazione (“The Hound Of The Baskervilles”), mi capitò di saltare sulla sedia al momento dell'ascolto quando tra la schiera di interpreti del plot conan-doyleano sentii prorompere all’improvviso la voce di Ashley Holt nel brano “The Curse Of The Baskervilles”, prestata al personaggio letterario del dottor James Mortimer. Un rammendo col passato, un’emozione da singhiozzi, un’artigliata della storia: il ruggito del vecchio leone.

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