martedì 5 febbraio 2013

LE PORTE NON APERTE "Golem" (Ma.Ra.Cash, 2013)


Quando si entra in una casa vuota, ciò che più stimola l’indagine dell’occhio non sono certo le aperture ad arco, le grandi vetrate, gli spazi unici. No, sono le porte chiuse quelle che accendono la fantasia o eccitano la paura. Sono le porte non aperte. Sono quelle ad attirare attenzione, a spronare la voglia di vedere cosa c’è dietro, cosa c’è dentro, cosa c’è oltre. E se sono serrate a chiavistello, allora il curioso vero non può rassegnarsi finché non le ha scardinate...
Fin qui Brigata Rock non l’ha mai fatto. Non ha mai parlato di un disco in uscita.
Non per attenersi ad uno statuto che non ha, non per una scelta editoriale che non si è mai data e che in realtà potrebbe cambiare di giorno in giorno; non l’ha mai fatto perché ha sentito maggiore l’esigenza di raccontare principalmente di vecchi dischi (alcuni famosissimi, altri meno), già radicati nella cultura collettiva di chi segue il mondo rock.
Però proprio ad inizio anno è uscito “Golem”, parto d’esordio dei fiorentini Le Porte Non Aperte. E siccome Brigata Rock ha un cuore vivo e non ancora avvizzito, le è capitato di emozionarsi parecchio al cospetto dell’opera prima di questa giovane band, direi con assoluta certezza indipendentemente dai rapporti di conoscenza che intercorrono tra chi scrive e alcuni dei musicisti coinvolti nel progetto.
Lo dico subito. Lo dico chiaro: il progressive italiano aveva bisogno di una svegliata. Di gruppi fenomenali dal punto di vista tecnico, qui colti e immaginifici, là scolastici e derivativi, ne conosciamo schiere nutrite. E ci piacciono pure, ognuno per la propria peculiarità, ognuno col suo difetto. Dove invece l’attuale progressive nostrano pareva zoppicare molto era sul versante più hard, quasi andando a rinnegare la discendenza da gruppi simbolici come il Biglietto Per L’Inferno, il Museo Rosenbach, il primo Rovescio Della Medaglia, il Balletto Di Bronzo di “Sirio 2222”, i formidabili De De Lind, Ricordi D'Infanzia, Campo Di Marte (per citare almeno un progenitore dell’area fiorentina) ma anche di alcuni figli di un dio decisamente minore come Eneide o gli Atlantide dei fratelli Sanseverino. Lo ha da sempre capito la benemerita Black Widow Records, spingendo spesso in quella direzione e cercando di coprire i lasciti lacunosi di tale eredità, ma prediligendo quasi sempre produzioni ammantate da aloni sinistri e inquietudini nerastre che di fatto marchiano quasi ineludibilmente il catalogo dell’etichetta genovese.
In questo caso a fiutare del buono “oltre le Porte” è Massimo Orlandini che con la sua Ma.Ra.Cash dà ai ragazzi la possibilità di editare un lavoro in realtà già pronto nella sua versione pressoché definitiva da oltre un anno.
E’ proprio (e splendidamente!) di hard progressive che si parla con Le Porte Non Aperte. Non ci sono bislacchi avvitamenti su sé stessi, ampollosità sterili, infinite seghe mentali, compiacimenti estetici. Non si abusa con i tempi dispari solo per il gusto di ficcarceli a forza come se il prog non possa esistere se non assurdo e singhiozzante. Qui è l’energia che caratterizza il suono. Un’energia naturale, che appartiene di diritto ai percorsi individuali di ciascuno dei musicisti, lasciata fluire senza paura di osare troppo in relazione ai cliché di genere né di offendere certi nobili predecessori. Merito principale di un suono tanto sapido, maschio e graffiante va a chitarra e batteria: e non è casuale che a manipolare la prima siano le dita di Jacopo “Jack” Fallai, da quasi un decennio axeman dei metallers Dirty Rockers nonché attento custode del verbo hard blues e southern rock con gli Overload, mentre piatti e tamburi siano rimessi alle cure severe di Giulio Sieni, per tutti “il Capitano”, personaggio che proviene da territori ancora più lontani, essendo stato per anni l’indiavolato motore ritmico dei Pistons, furioso trio che portava il thrash in casa dei Motorhead, e vagando spesso oltre i confini estremi del doom: quello più classico e ferale dei suoi Funeral Marmoori (un disco all’attivo per la Bloodrock Records, “Volume 1” del 2011) di cui è chitarrista e cantante e quello più incrostato di sludge e stoner dei GuM (nelle foto del booklet il Capitano getta un ponte con la sua vera indole e fa sfoggio di una maglietta nera con in bianco il gotico logo dei Pentagram...).
Ma la variegatura della formazione si palesa analizzando i percorsi individuali di tutto il sestetto: nella valigia dello scapigliato flautista Marco Brenzini ci stanno le tipiche modulazioni popolari che qualche anno prima aveva praticato con i folksters Eyckols ma anche la vena più “esoterica” dei suoi progetti paralleli tra cui attualmente si divide (ovvero gli interessanti innovatori L’Albero Del Veleno, dediti ad una musica strumentale da consumarsi in abbinamento a pellicole horror e vicini alla pubblicazione dell’esordio su Lizard, e gli Horrible Children, cover band dei Death SS dove addirittura ricopre il ruolo di cantante). 
Al banchetto del “Golem” il tastierista Filippo Mattioli da San Polo in Chianti non serve in tavola solo il vino, quello buono della sua terra, ma anche un’esuberanza creativa che forse il passato nelle file dei più abbottonati e leggeri Fem (nei quali rivestiva con buona personalità anche il ruolo di voce solista) aveva un po’ contenuto.
Al basso Daniele Cancellara, testa perfettamente rasata, occhi infossati ed espressione burbera, legato all’hard rock anni ’80 dei suoi Uncovered e spesso in appoggio ai Fire’n’zesud dove fraseggiava come chitarrista.
Infine ad impadronirsi del microfono e a dare spessore al contenuto testuale della band ecco il carismatico Sandro Parrinello, già chitarrista dei Miir (che ebbero nel 2000 anche una buona esposizione mediatica passando in televisione per il salotto di “Help” di Red Ronnie e che alla batteria avevano Matteo Bonini, lanciato di recente anche su scala internazionale per aver suonato nei Silver Horses con Tony Martin).
Insomma è la combinazione astrusa di queste sei diverse esperienze a generare un amalgama miracolosamente credibile, dove ciascun musicista aggiunge allo spettro dei colori il proprio gradiente. Sei personalità distinte, qui strette in un patto sodale.
Sei, numero perfetto”, direbbe Clint Eastwood. Lee Van Cleef allora ribatterebbe: “Non è tre il numero perfetto?”. E Clint “il Buono”, mostrando il tamburo della sua pistola: “Sì, ma io ho sei colpi qui dentro”. 
Sei dunque. Sei pallottole per andare a bersaglio.
“Golem” in realtà esce quando però uno dei sei, il bassista Daniele Cancellara (promotore dell’idea originale assieme a Fallai), se n’è già andato dalla band attraverso una fuoriuscita non del tutto amichevole tant’è che nelle foto del booklet Le Porte sono soltanto cinque. Eppure anche il lavoro di Cancellara, un contributo ritmico-armonico tutt’altro che irrilevante, va menzionato come tratto caratteristico al pari di tutto il resto.
Hard progressive, si diceva. E finalmente!
C’era stata sì negli anni qualche emissione sonora irrobustita rispetto allo standard (mi vengono in mente – roster della Black Widow a parte – gli A Piedi Nudi ai cui suoni infatti si dedicò Paul Chain, i siciliani Fiaba che però sono un fenomeno completamente a sé stante, gli Odessa, più recentemente i Pandora), ma poco altro: il prog tricolore virava sempre sui toni pastello o preferiva diluirsi in delicati acquerelli oppure ancora si beava del proprio classicismo. Invece il nerbo di un suono aggressivo e distorto, quello che tanto per dire i Jumbo avevano nel “DNA”, davvero in pochi ce l’hanno saputo restituire.
L’ondata neo-prog che in Italia rifluì nei primi anni ’90 (quindi un po’ in ritardo rispetto a quella generata dai padrini inglesi Marillion, Pendragon, IQ e compagnia) ebbe un approccio estetico spesso appesantito da un’evidente prolissità. Chi intese recuperare allora i fasti e la saga di Genesis, Yes e Gentle Giant lo fece accusando pesantemente il subordine rispetto a quegli ingombranti modelli; oggi che invece gli anni ’70 (come avvenuto anche nel comune linguaggio hard rock) sono stati recuperati, quasi nuovamente “respirati”, nella filosofia più che nella pura emulazione, ecco che anche chi si avvicina al prog – se è sufficientemente illuminato come nel caso delle Porte – sa calarcisi dentro con vitalità e partecipazione senza sciocche paure di bestemmiare divinità, scomodare santi o mancare di riguardo alle epoche auree del genere.
Siamo d’accordo, gli anni ’70 non passarono alla memoria con la definizione di “favolosi” come invece accadde al decennio precedente eppure per ciò che attiene alla musica, e ancora più precipuamente al rock progressivo, quegli anni rappresentano per davvero qualcosa di favolistico e leggendario. Però quegli anni sono finiti da un pezzo, tra questi e quelli ormai ce ne stanno una quarantina nel mezzo, e scimmiottarli sarebbe non solo ridicolo ma anche stupido.
Le Porte Non Aperte non sono figli del conservatorismo (e neppure del Conservatorio, sia detto a margine per esaltarne la genuinità); sanno benissimo di cosa si parla quando si nomina i seventies, sebbene nessuno di loro fosse ancora nato mentre quelli scorrevano; lo sanno perché da affascinati ascoltatori sono andati a spulciarseli per bene, in qualche caso rispolverando i vinili dei genitori o magari affidandosi alle dritte di qualche amico più attempato (ci perdonerà per l’aggettivo Walter Pini, il fondatore dei Nuova Era che, accantonati in parte i progetti musicali, dal suo negozio di fumetti a Firenze elargì nozioni e stuzzicò la curiosità di almeno tre dei ragazzi delle Porte attorno alle band storiche del prog italiano).
E’ poi sul telaio di quelle conoscenze che Fallai e soci sono andati ad ordire trame nuove, i loro disegni fantastici, creando sì continui ammiccamenti al passato ma con una freschezza concettuale, tecnica e compositiva del tutto moderna.
A fronte di un disegno di copertina colorato e sognante, che sembra il perfetto frontespizio di un libro di fiabe per bambini, l’architetto Parrinello elabora un concept di non facilissima assimilazione per la cui sinossi rimandiamo alle note presenti nel booklet: si tratta di un viaggio d’introspezione tra metafisica e filosofia, attraversato da dichiarati influssi colti e letterari da cui non si esime ovviamente neppure il titolo dell’opera stessa.
Se incontri Sandro Parrinello per la prima volta e lo ascolti parlare, la prima sensazione è quella che ti stia prendendo in giro, talmente impostata è la voce, bassa come se scaturisse da una drammatica prova d’attore (se lavorasse al call center di qualche azienda, le signore farebbero a gara per chiedergli informazioni!); poi ovviamente capisci subito che quella voce è proprio la sua naturale; quando canta la riempie di potenza e fa molto per diversificarla lungo tutta la durata dell’album, divertendosi con interpretazioni e sfaccettature nel modo in cui anche Simone Persichini dei Lothlorien, lui con “babbo Demetrio” ben in testa, seppe fare. Una voce così ingombrante Parrinello riesce a renderla partecipe del gioco, la sa inserire nel contesto, modulandola in maniera tale da farla diventare cardine del sound delle Porte: una voce possente e autoritaria che però sa calarsi nella farsa e nella recitazione, evita di darsi tutte le arie che potrebbe, sa vestire al contempo i panni del guitto smaliziato e dell’austero narratore.
Senza scendere nella descrizione particolareggiata di ogni brano, dirò al volo quello che più mi piace del disco. Mi piace la lunga introduzione pianistica all’intero concept (“Preludio Al Sogno”) dove la melodia studiata in solitaria da Parrinello varia dal decadente al carezzevole mentre in sottofondo si odono risate e bisbigli da bar. Mi piace per intero “Il Re Del Niente” col suo attacco esplosivo e gli accordi pesanti che si mischiano a più riprese ad un passo da giga sotto l’egida del flauto fino ad arrivare al minuto 2’30” dove un portentoso stacco lirico con ruoli abilmente antitetici tra voce solista e cori passa una pezza bagnata sulla fronte del febbricitante mood della canzone per poi ricollegarcisi nel finale in un vincente tripudio strumentale: fu con questo brano che celebrarono il proprio battesimo live (proprio a Firenze di spalla a Il Bacio Della Medusa il 27 novembre 2010) e per me fu rivelatorio e folgorante.
Mi piace la melodica deflagrazione collettiva nel refrain di “La Città Delle Terrazze”, sublimato dall’organo; mi piace l’assolo centrale di flauto, breve ma bastevole a far capire che non necessariamente lo si deve suonare alla maniera di Ian Anderson, così come ispiratissimo suona più avanti quello di Fallai alla chitarra e mi piace la pienezza di suono con cui l’intero brano è condotto senza che mai uno strumento sia in subordine rispetto all’altro (si ascolti il protagonismo del basso, ad esempio): ancora un pezzo azzeccato, bilanciato perfettamente tra traino rock e idea progressiva.
Mi piacciono gli schiribizzi di elettronica che aprono “Binario 8” e anche tutta la sua serie di accenni al sottobosco dell’hard progressive forestiero dei seventies (Gravy Train, 2066 & Then, Raw Material ma anche i primi Eloy per quel loro sguardo sempre proiettato verso le altezze della volta siderea).
Niente mellotron sul disco. Quindi niente velluto, niente afflato romantico, niente sinfonismo. L’apparato tastieristico di Mattioli sceglie la via dei suoni pastosi dell’organo, di quelli levigati del piano Rhodes, di quelli turbinosi e avvolgenti dei sintetizzatori. Delle virtuose stagioni che furono si recupera semmai qualche accenno al buon vecchio Moog e quindi, con quello, si recupera anche la stessa scelta che nei primitivi seventies appariva modernista e fantascientifica (e lo era!) dando spesso un’impronta quasi avanguardistica alla propria musica.
Mi piace l’ipnosi generata dal giro ritmico de “Il Vicolo Dei Miracoli” e il testo recitato un po’ come Claudio Canali faceva su “Il Tempo Della Semina” (e il Biglietto Per L’Inferno, pur qui spogliato della sua patina dark, rimane davvero una delle influenze primarie per i Nostri) così come la stranissima sensazione di ascoltare a tratti, tra sventagliate dei Jethro Tull più cattivelli e rapidi rimandi all’hard rock dei gruppi che si posero nella scia dei Deep Purple (Warhorse, Lucifer’s Friend), perfino i primi Litfiba virati prog nella successiva “Rigattiere Dei Sogni Infranti” (almeno nelle strofe cantate). Mi piace la melodia sostenuta dal flauto di “Oceano - Nel Canto Della Sirena”, punteggiata da rintocchi di campana, la voce stentorea di Parrinello quando si assuefà ai toni delicati della chitarra classica, l’epico assolo di chitarra che prorompe dopo un crescendo marziale ritmato sul rullante e tutta la seconda parte con il gran lavoro di Mattioli in splendida chiave pop-romantica tricolore, moog festaiolo, tempo in levare e brevissimi incisi vocali che sembrano fare il verso a Battiato.
Mi piace moltissimo “Giardini Di Sabbia”, brano evocativo per voce, piano elettrico e flauto modellato un po’ sulla falsariga dell’imperitura “Impressioni Di Settembre” della PFM (è solo un’associazione, non cercateci similitudini di sostanza).
Mi piace l’attacco in stile Uriah Heep di “Animale Del Deserto”, e più avanti il bislacco incedere a tempo di valzer con la riproduzione dell’harpsichord per un barocchismo improvviso, e ancora di più mi piace la lunga deriva psichedelica che sposa il concetto della jam strumentale all’istrionismo del cantato, effettistica in acido, space rock, echi emersoniani, scudisciate chitarristiche di hawkwindiana elettricità, colpi di frusta ritmici a salire d’intensità e un finale che ancora ricollega qualche nostalgico come il sottoscritto al sacro verbo degli Uriah Heep.
E infine mi piace anche, per non farmi mancare niente, la coda (pianistica così come lo era stato l’incipit) di “Imprevedibilità” che, sfiorando nei suoi sei minuti temi molteplici e differenti umori, meglio non potrebbe dispiegare musicalmente il titolo che la connota.
In definitiva “Golem” c’introduce all’ascolto di un progressive che non è in dissidio con sé stesso; che non si attorciglia, non geme, non piagnucola, non ci stressa i coglioni. Ognuno nella musica ha la libertà di cercarci quello che vuole, perfino qualcosa che gli serva davvero (a raddrizzare l’umore di una giornata storta, a farsi un’infiltrazione di antidolorifico, a darsi la carica, ad addensare i sapori di un ricordo...): ebbene, cercatori d’oro del rock, qui dentro, se avrete la pazienza di chinarvi – ciascuno col setaccio della propria sensibilità – sul fluire delle note e scandagliare con minuzia le acque frementi del “Golem”, le pepite, la ricchezza e i tesori che vi capiteranno sotto mano vi faranno sussultare. E ripagheranno anche del mal di schiena e dei dolori alle ginocchia.