giovedì 13 dicembre 2012

BILL WARD "When The Bough Breaks" (Cleopatra, 1997)


Dopo l’apparizione estemporanea al Live Aid per la prima reunion dei Black Sabbath originali, il 13 luglio 1985 al JFK Stadium di Philadelphia, di Bill Ward si erano nuovamente perse le tracce. In quell’occasione lo si era visto in deciso sovrappeso, capellone e un po’ trasandato, una figura a metà tra David Crosby e Armando Acosta dei Saint Vitus, e comunque lo si sapeva in lotta abbastanza perenne contro intossicazioni varie (non proprio alimentari...).
Poi nel 1990, dopo lunga gestazione, esce a sorpresa il suo primo album solista “Ward One: Along The Way”: un Bill ripulito nel look e nel fisico che pur affidandosi ad un manipolo di illustri ospiti (l’amico Ozzy, Jack Bruce, Zakk Wylde, Eric Singer, Lanny Cordola, “Animal” Mendoza) si diverte a mischiare le carte in tavola con un’opera tutto fuorché scontata prediligendo un rock personale e soltanto a tratti hard.
Che a Bill non disdegnasse affatto cantare già lo si era capito a partire dalla fase conclusiva del suo contributo ai Sabs, quando aveva strappato a un Ozzy ormai abbastanza disinteressato un paio di tracce (la stucchevole ballata “It’s Alright” su “Technical Ecstasy” e “Swinging The Chain” su “Never Say Die!”); ma per il resto lui rimaneva il maglio di Birmingham, il braccio armato del gruppo che più di ogni altro aveva musicato in maniera estremista il terrore e il mistero.
Thomas William (per tutti Bill) Ward fu un batterista pesante, non c’è dubbio. Ma fu anche... pensante. Non solo un fabbro picchiatore, ma anche un bel talento da artigiano che gli permise di introdurre in quel sound da artiglieria tutta una varietà di soluzioni che gli derivava dall’amore per Gene Krupa, per il jazz anni ’50, per Count Basie e le “big bands”.
Il secondo disco del Nostro, “When The Bough Breaks”, vive una lunghissima fase di composizione, cinque anni che vanno dal ’90 al ’95, poi ce ne vogliono altri due prima di realizzarlo, complice un primo mastering giudicato inappropriato e quindi rifatto da capo. Insomma, tutto in pieno stile Ward: tentennamenti, indecisioni, perdite di sentimento, svogliatezza e soprattutto il peggiore dei mali possibili, quando unito ai precedenti, ovvero un maniacale perfezionismo.
Quando lo ascolto, quest’album dall’evidente generosità comunicativa, figlio di una dimensione intimista lontana anni luce dall’esposizione mediatica della band madre, questo rock maturo e contagiato da esperienze diverse mi suggersice qualche associazione (e sarà dura spiegarla, già lo so...) con i lavori solisti di Roger Waters.
Ovviamente l’ex-Pink Floyd appartiene ad un filone musicale assai più cerebrale, strutturato e complesso, la sua indagine lirico-sonora ha profondità quasi psicanalitica e usa un linguaggio fortemente progressivo; Bill ha invece un approccio all’arte assai più istintivo, maneggia una terminologia meno elaborata, eppure niente mi toglie dalla testa che qualche estratto da “The Pros And Cons Of Hitch Hiking” e “Radio Kaos” possa aver solleticato la fantasia e i gusti di Ward (penso a brani come “4:33 AM (Running Shoes)”, “4:50 AM (Go Fishing)” o “Who Needs Information”): laddove l’autoritaria penna di Waters si lascia guidare dalla teatralità drammatica o contaminare dall’elettronica (si parla di metà anni ’80), Bill Ward fa qui riemergere la sua schietta appartenenza blues; eppure entrambi dimostrano di avere simile predilezione per i saliscendi emotivi, per certi chiaroscuri atmosferici, le esplosioni corali, la partecipazione quasi “attoriale” al cantato, un gusto avvicinabile per l’uso del sax all’interno di dinamiche rock, anche una paragonabile predisposizione al denudarsi l’anima a livello testuale.
Musicisti e soprattutto personalità completamente differenti, però almeno qua e là frequentatori di un territorio comune, magari in misura non così scontata, secondo percorsi del tutto autonomi.
Per questa occasione Bill si affida ad una band stabile di strumentisti più giovani, si dedica unicamente al canto delegando la batteria a Ronnie Ciago e ridimensiona l’altisonanza dei nomi stellari che avevano contribuito al debutto (eccezion fatta per le prestigiose apparizioni di Chris Darrow di fama Kaleidoscope al mandolino e per le originali linee di sassofono assegnate in pre-produzione al grande Jack Lancaster ma poi non finite sul disco) affidandosi semplicemente a qualche professionista specializzato “esterno” avvezzo alle comparsate su dischi altrui: è il caso dell’armonicista deluxe Jimmie Wood, di Steve Tavaglione al sax, Marston Smith al violoncello, Chuck Kavooras al dobro.
I brani, salvo un paio di episodi, non scendono mai sotto i cinque minuti: in qualche caso è un’abbondanza ingiustificata e Ward indugia troppo su alcuni temi, altrove invece (title-track in primis) il minutaggio esteso è congeniale e fisiologico di una musica che non ha fretta di autoconcludersi, che non intende censurarsi, che vuole dispiegarsi con tutta la tranquillità di questo mondo perché Bill ha scelto di non dover rispondere a nient’altro che non sia la sua “clessidra” interna, né di sottostare all’isterismo di nessun potente discografico scegliendosi non per nulla un’etichetta scalcinata almeno quanto lui (addirittura il lavoro dovrà essere ristampato qualche anno più tardi con un’altra copertina e un differente lavoro grafico interno giacché i testi e le note su questa prima edizione sono per errore stampati microscopici e illeggibili!).
Si comincia con “Hate”, un po’ immobilizzata sul suo passo cadenzato ma che sorprende invece per i fraseggi insistiti di sax lungo tutto la traccia (c’è anche un bell’assolo centrale) e per l’inserimento di cori heavy-soul nel momento del refrain; è insomma già un primo esempio chiarificatore del rock spiazzante del vecchio Bill.
“Children Killing Children” è un momento acustico dolce ma con una vena un po’ allucinata, una filastrocca con elementi psichedelici e l’utilizzo di un ripetitivo violoncello quasi dark su cui ben si adatta la delicata voce di Ward, qui piuttosto adeguata alle riflessioni amare e dolorose del testo.
“Growth” è una cornucopia, una canzone variegata e opulenta, tutta lavorata sugli arrangiamenti, arricchita da ricami strumentali che si rivelano soltanto dopo reiterati ascolti (ma è un discorso che vale per l’album intero): accalorata l’interpretazione vocale, fragile e commossa, richiami melodici ai Beatles, forti elementi tardo-pinkfloydiani.
L’heavy rock esplode improvviso nel riffone di “When I Was A Child”, una lontana eco sabbathiana a passo di blues con un’armonica che prova a controbattere il monopolio delle chitarre (sembra in quei tratti di ascoltare i Five Horse Johnson): c’è sporcizia sudista negli anfratti di questo brano che si redime solo nel candore del bridge, unendo in effetti due parti in decisa antitesi.
Un sorprendente intro southern caratterizza la sferzante “Please Help Mommy (She’s A Junkie)”, episodio tra i più duri del disco. Il brano ingloba sparate boogie, stacchi country-western, forme personalissime di soul, passaggi heavy, chitarrismo selvaggio dispiegato nel lungo assolo; infine il dobro a chiudere così come si era iniziato. Quasi sette minuti in cui ci sta dentro un sacco di roba ma l’impasto è assolutamente commestibile, la contaminazione riuscita. Pollice su.
Se arcigna ma un po’ monocorde risulta “Shine”, più eterogenea suona “Step Lightly (On The Grass)”, enfatica in certi stacchi affidati massicciamente al supporto delle coriste e alla ripetitività della frase recitata “You get your food/You get your life”, più sfumata nel corso delle strofe che languiscono su pennellate chitarristiche ad onda lunga rimembranti certe atmosfere dei Dire Straits meno canzonettari.
L’intermezzo prevalentemente percussivo “Love And Innocence”, che rammenta un po’ l’incipit di “One Slip” dei Pink Floyd, è appena un minuto che serve ad introdurre “Animals”, altra commistione sonora che gioca a mimare nel ritmo una danza tribale, così come con gli accenni di canto rituale afro, e poi a shakerare il tutto con dirompenti contrasti di hard rock e una linea vocale sempre abbastanza ispirata al soul: si può discutere sulla compatibilità delle varie anime di certi brani, eppure rimane tutto sotto il cappello della creatività di Ward; prima che astruso, il rock contenuto in questo album appare estroso. Quantomeno originale. Ed è proprio la sorpresa a rendercelo gradevole anche nei suoi passaggi forse meno riusciti.
“Nighthawks Stars And Pines” è una morbida ballata dove Bill si mescola alle sue coriste e lascia ampi spazi alle limpide frasi di chitarra e di sassofono per quella che sembra una placida “corrispondenza d’amorosi sensi” tra i due strumenti. Un lungo effluvio di melodia dove si sfiora anche il lirismo gospel.
“Try Life” riesuma ancora l’amore atavico per i Beatles (e per il George Harrison solista), riuscendo ad aumentarne l’apparato strumentale con arrangiamenti orchestrali ricchi ma non pedanti; e la voce tenue di Bill si muove umile, quasi dimessa, tra i forti venti romantici del brano: è lui che tiene la barra del timone ma è un capitano generoso, lascia che sia la procella della melodia a gonfiare le vele, che sia lei a spingere dove vuole; non c’è una rotta obbligata da seguire, si può benissimo fare il giro largo, prima o poi ad un attracco si arriverà.
La title-track infine ha il passo della ballata ma con un’incisività di chiara impronta rock; il canto ispirato, doppiato dai cori femminili, si sposa ad una melodia lirica, quasi epica, che incrocia ancora certi percorsi cari ai Pink Floyd. Un pezzo di chiusura che tocca quasi i dieci minuti. E che tocca anche il cuore, sparando a zero sulle emozioni facili. E’ un trasporto dell’anima che Ward non diluisce nel miele, con piaggeria studiata: anzi, lui per pompare enfasi non ci mette niente a buttar giù accordoni di chitarra. Commuove il vecchio Bill, il fisico disfatto dagli abusi, ma una sensibilità rara anche nei bambini. Quando ascolti una canzone come questa è inevitabile pensare al batterista che nei primi anni ’70 dietro la sua Slingerland cadenzava i riff mortiferi di Iommi, fornendo grevità e architettura monumentale a quella musica che al tempo sconvolse per oscurità e fragore. Se Bonham e i Led Zeppelin furono il martello degli dei, Ward e i Sabs furono senz’altro il forcone del demonio: ascoltare qui l’antico artefice di quelle primitive esagerazioni sonore e sentirlo adesso interprete così delicato e autentico della sua musica, non fa altro che regalare ulteriore peso specifico alla sua leggenda, a disegnarne il ruolo a tutto tondo, a scolpirne i contorni, a celebrarne la vita intera e non soltanto quella sua gioventù indiscutibilmente mitica.
Mettetemeli pure tutti davanti gli album solisti dei Sabbath originali. Disponeteli pure in ordine d’importanza: la carriera intera di Ozzy col suo metal massificante; le sporadiche e un po’ titubanti uscite di Tony Iommi circondato da una pletora di guest stars; il modernista e durissimo progetto G/Z/R di Butler; e poi, in ultimo, mettete i due dischi di Bill Ward. Io, col massimo rispetto per tutti loro, sceglierò sempre lui: l’anima più fragile, l’anello debole, dolore e rinascita, il più sbandato, le mani del fabbro e del cesellatore, gli occhi liquidi che hanno pianto spesso, l’alcolizzato redento, il sognatore annebbiato, l’insicuro cronico.
Sceglierò Bill Ward. Il sopravvissuto.

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