domenica 4 novembre 2012

FIREBIRD "Deluxe" (Music For Nations, 2001)


Dieci tracce. Solo in un paio di casi si va di poco oltre i cinque minuti. Per il resto è tutto svelto, diretto, scarno. Quasi sbrigativo. Carnale e materico.
Nel 2001 i Firebird bissano con “Deluxe” il sorprendente esordio omonimo dell’anno prima, in quel caso dietro il patrocinio della Rise Above dell’amico Lee Dorrian. Volevo assolutamente parlare di questo trio, ma sulla scelta specifica dell’album ho tergiversato parecchio non essendo tuttora riuscito a stabilire quale sia quello che dei sei che compongono la loro ravvicinata discografia conquisti il massimo delle mie simpatie. Forse soltanto il quarto “Hot Wings”, registrato per ammissione dei suoi stessi autori con l’urgenza addirittura esagerata di incidere le canzoni definitive entro un massimo di due takes, sta forse un gradino sotto nella mia personalissima classifica di gradimento ma per il resto la preferenza accordata a “Deluxe” è quasi la stessa che avrei potuto ottenere con un tiro di dadi.
Tre decenni prima una formazione di questo calibro la si sarebbe subito etichettata come “supergruppo”: alla batteria l’occhialuto e tatuatissimo Ludwig Witt, svedese di Halmstad, da sempre motore ritmico degli Spiritual Beggars; al basso il diafano Leo Smee, dal 1994 affidabilissimo propellente in forza ai Cathedral. Ebbene se nei Firebird questi due tizi in quanto a rumore e voltaggio heavy fanno un passo indietro rispetto alle esperienze appena precedenti, il leader della band ne fa addirittura un paio: il chitarrista-cantante Bill Steer a questo progetto tutto votato al recupero dell’hard rock anni ’70 giunge infatti dopo esser stato axeman dei brutali Napalm Death prima e dei Carcass poi.
William Geoffrey Steer nasce a Stockton-on-Tees, una città fluviale del nordest inglese, il 3 dicembre 1969. Tre giorni prima della tragedia di Altamont. Nasce cioè esattamente nel momento in cui al di là dell’oceano il rock perde la sua innocenza e va a confrontarsi con la follia, la morte, la violenza. Con il lato scuro, il rovescio di tutto ciò che fin lì aveva vagheggiato e anche promesso.
Terminata l’avventura dei Carcass dopo i dissidi interni avvenuti con la pubblicazione di “Swansong” del ‘96, Steer si prese tutto il suo tempo per riordinare le idee; dapprima lasciò scorrere la classica pausa sabbatica, poi si barcamenò in maniera un po’ svogliata con tali Blacksmith, una pub band che si esibì sporadicamente nell’area londinese in un arco complessivo di quasi due anni senza grande costrutto; dopodiché elaborò meglio il proprio progetto e assieme a Leo Smee e a Mark Cronin, batterista degli Hangnail, costituì gli Albatross (nella sua testa dunque le buone intenzioni stavano già mettendo... le ali!) che nella loro brevissima convivenza - neppure un mese, neppure un concerto assieme... - incisero tuttavia un demo di grezzo hard rock con pendenze stoner.
Infine i Firebird. La messa a punto ultima. La taratura definitiva. Il settaggio perfetto.
Non è casuale il moniker che Steer ha individuato per riproporsi nel giro: l’uccello di fuoco è la mitologica Fenice, l’antico Bennu degli Egizi, simbolo della resurrezione. Dopo un decennio di eccessi sonori Bill Steer aveva scelto di rigenerarsi come musicista, principalmente ascoltandosi dentro e ricercando la natura di ciò che in prima istanza lo aveva folgorato e affascinato iniziandolo al rock; un percorso a ritroso pertanto, condotto su due binari paralleli: la scarnificazione della propria idea musicale sia tecnica che compositiva e il recupero delle primitive linee guida (leggasi dischi e artisti preferiti di quand’era ragazzino) che lo avevano condotto ad imbracciare una chitarra e a scegliere quella come personale mezzo espressivo.
Forse è vero, come hanno raccontato in varie interviste, che i Firebird guardavano a Johnny Winter e alla James Gang; ma di certo la loro consuetudine a suonare pesantemente li ha portati a produrre roba più vicina ai Grand Funk Railroad e ai primissimi ZZ Top. Magari anche Truth And Janey, proprio per voler essere meno scontati.
E’ vero senz’altro che Bill Steer si era fatto ammaliare da Clapton o Rory Gallagher; ma quando poi, rispolverata la lezione, ha provato a riprodurne stile e sound, lui per primo si deve essere accorto che dal Marshall gli usciva spontaneamente qualcosa di molto più simile a Paul Kossoff. A Leslie West. A Billy Gibbons. Un chitarrismo magari meno esemplare per tecnica e virtù, ma decisamente più ficcante, robusto, mordace e assai più inserito nel contesto sonoro in cui voleva andare ad inscriversi.
Nei suoi scampoli di rock più duro la musica dei Firebird riecheggia delle siderurgie arroventate della Britannia di Budgie e Hard Stuff, attraversate da un afflato bluesistico recuperato altrove (a me vengono in mente i Groundhogs, ma si accettano pareri contrari...); e per uscire dai paragoni con altre formazioni triangolari, sono indiscutibili le affinità con il calore e la pienezza del suono Free (simile benedetta invadenza del basso) e Humble Pie (è allo stile canoro di Steve Marriott che Steer guarda con ammirazione somma, pur senza potercisi confrontare), entrambi i gruppi tuttavia colti nei loro momenti di maggiore robustezza.
Scuola inglese dunque ma anche tanta fisicità americana, un bilanciamento che qui su “Deluxe” riesce perfettamente.
I legami con gli Spiritual Beggars, forse i primi tra tutti i gruppi dediti al vintage-rock a liberarsi dalle pastoie dello stoner per arrivare ad un recupero effettivo dei suoni anni ’70 (anche se molto trattenuti sulla sponda metal), sono sempre a doppia mandata, più per motivi “logistici” che per reali analogie musicali: oltre alla condivisione dello stesso batterista, entrambe le band nascono come progetti di due ex-Carcass (qui Steer, lì Michael Amott), quindi un simile viaggio a ritroso per purificarsi dagli estremismi del death metal, e in più alla produzione dell’album in questione c’è quel Berno Paulsson che già aveva firmato “Another Way To Shine” dei Mendicanti Spirituali.
“Ludde” Witt riduce ancor più all’essenziale il suo drum kit (rispetto a quello comunque sempre piuttosto basilare adottato con i Beggars) e lo orienta alla maniera di John Bonham di cui ad oggi rimane uno dei più credibili epigoni: il suo gusto se ne sbatte delle regole scolastiche, così standard e spersonalizzanti, e va ad interpretare con sorprendente sguardo retrò il modo di suonare degli heavy drummers dei seventies.
Un trio che affondi nell’hard rock intriso di blues potrebbe suggerire il rimando alla vette espressive di questa impostazione: Jimi Hendrix Experience e Cream. Eppure i Firebird mettono le calosce per non lasciarsi impregnare dalla fanghiglia acida della psichedelia dei primi filtrando semmai il linguaggio del vecchio Jimi attraverso l’esperienza meno estrema del suo discepolo Frank Marino e dei Mahogany Rush mentre evitano il confronto con la caratura virtuosistica dei secondi calibrando le energie per la costituzione di brani ossuti e spartani, non disposti alla jam e dove sia comunque sempre l’hard rock a primeggiare sul blues.
Se il primo disco puntava su una maggiore varietà compositiva, allargava quantitativamente il numero (pur sparuto) degli interventi dell’organo hammond e ingrassava in più di un brano il carattere delle distorsioni (ne faceva le spese anche la bella e roboante riproposizione di “Stranger To Himself” dei Traffic), su questo secondo lavoro i Firebird pur senza distanziarsi troppo dalla proposta originale danno un ulteriore giro di chiave all’essenzialità dei brani e spostano il focus dell’attenzione sul groove puro.
Inutile andare troppo a vivisezionare il contenuto dell’album, visto che principalmente quello che conta è quanto “Deluxe” sa lasciare di sé nel suo insieme alla fine della corsa: il sapore e l’odore, l’esperienza di ascolto che sa regalare nel complesso, il vigore autentico di ogni suo passaggio, l’evocazione del passato e la ricerca che sa suggerire senza la minima ondata nostalgica e amarognola.
Basti pertanto dire che all’interno del Lp c’è spazio per le arrembanti “Dirt Trap” e “Zoltana”, coi loro pistoni a stantuffare impazziti nei cilindri per garantire massima propulsione, così come l’hard funkeggiante “Forsaken”, splendidamente old-fashioned, oppure ancora la pneumatica “Steamroller” con le sferzate chitarristiche di Steer che sembrano i tentativi di accensione di una motocicletta prima di arrivare all’assolo di slide che fa sempre molto “america”... E comunque intitolare una canzone allo schiacciasassi, oltre che sposare bene concettualmente l’idea di rock che si ha in testa, sembra più che un indizio per desumere che Steer conosca piuttosto bene quei CWT che nel 1973 fecero la stessa cosa sul loro unico album “The Hundredweight” (un trio inglese che in quel disco, passato abbastanza inosservato nonostante la produzione del famoso Andrew Loog Oldham, enfatizzò certe parti del suo combattivo heavy rock con insoliti arrangiamenti di ottoni)...
Basta poco ai Firebird per non essere ripetitivi anche all’interno di uno schema canonico di canzone: è sufficiente un cambio di tempo o un ritmo in levare che durino giusto lo spazio di un assolo di chitarra, per creare quella diversificazione utile a non riempire quattro minuti con una sola ideuzza: è il caso del lirico refrain e del rallentamento centrale dell’altrimenti frenetica e convulsa “Hammer & Tongs” o di un paio di break che spezzano il roboante frastuono di “Sinner Takes All” (che ha però un inizio troppo simile all’opener “Dirt Trap”!) con percussioni gentili e note di chitarra appena appoggiate.
“Miles From Nowhere” esula completamente dal contesto sfiorando le caratteristiche della ballata grazie ad un lungo intro di chitarra acustica e organo, un cantato romantico e una sezione ritmica sempre maschia ma accomodante. La voce di Steer, spesso così impalpabile, la si trova del tutto calzante per questo brano inizialmente molto dolce ed evocativo. Bella la coda strumentale finale, rotonda, aperta e molto musicale, orgogliosamente ripetitiva fino a sfumare.
Su “Lonely & Sober” Steer doppia la linea vocale per dare un filo di spessore in più nel coro mentre sempre misurati per scelta melodica sono i suoi brevi assoli, ogni volta incastonati con uno spiccato senso geometrico della forma (forse il vero patrimonio ereditato dall’elaborazione delle matematiche partiture costruite in seno ai Carcass).
In “Sad Man’s Quarter” più che altrove come non riconoscere l’impronta Zeppelin nell’accoppiata chitarra-batteria, tanto che l’ingresso pare una “When The Levee Breaks” al netto dell’armonica. Non per nulla il suono di batteria ottenuto su quell’incisione rimase il preferito di Bonzo...
Infine la conclusiva “Slow Blues” prende in giro a partire dal titolo perché il blues che sta dentro ai tre minuti (poco più) del brano di “slow” non ha proprio niente. Tutt’altro, è una compressione di battute polverizzanti, dove fiammeggiano ricordi dei ritmi serrati à la Ten Years After, nonostante non ci sia mezza nota di chitarra; il pezzo sembra una “I’m Going Home” per sola armonica, perché di fatto è quello lo strumento a cui qui si dedica Bill Steer; ma il suono è così abrasivo, terroso, quasi un divertissement in studio che sembra registrato da un microfono “pirata”, che al gusto antico per la band di Alvin Lee si aggiungono le incrostazioni e il letamaio boogie-blues dei Five Horse Johnson. Beata legnosità.
L’edizione giapponese del disco offre ai fortunati fans del Sol Levante un brano in più, la furiosa cover di “Working Man” dei Rush, non a caso uno dei brani più unidirezionalmente hard rock dei canadesi. Steer ovviamente non arriva neppure vicino a Geddy Lee ma per il resto la riproposizione è riuscita appieno, tanto che relegarla al ruolo di bonus-track sembra davvero un peccato mortale.
Dai Carcass ai Firebird dunque. Anche nei due nomi delle band c’è il senso vero della metamorfosi, della trasmigrazione di Bill Steer. Il motto latino che accompagna spesso le raffigurazioni della Fenice è “Post fata resurgo”. Dopo la morte risorgo. 
Bill Steer non era certo finito malamente sotto terra quando aveva chiuso la ditta Carcass. Però aveva bisogno di una rinascita. E con l’“uccello di fuoco” c’è riuscito benissimo.

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