mercoledì 24 ottobre 2012

URIAH HEEP "Very 'Eavy, Very 'Umble" (Vertigo, 1970)


Ciò con cui si presentano al mondo gli Uriah Heep, la loro prima canzone in ordine di ascolto, rimarrà il loro classico senza tempo. Anzi, in verità il tempo l’apripista “Gypsy” lo porta tutto con sé sul groppone: e quando la si ascolta oggi, ad oltre quarant’anni dalla sua incisione, tutto ciò che intercorre tra adesso e allora si materializza con un’evidenza indiscutibile. Ma è proprio questo il fascino di ciò che è immortale: non la sua immutabilità, non il suo rimanere sempre “giovane e bello”; sono le rughe, la polvere, l'artrosi e la muffa, eppure la capacità di cavalcare le epoche e di resistere al loro cannibalismo “mordi e fuggi”. “Gypsy” oggi è ostentatamente una vecchia canzone: drammatica, teatrale, demodé, claudicante. Ma sta sempre lì, un punto fermo: fin dalle prime note, dal riff d’organo, doppiato dal basso, poi dalla batteria, poi dalla chitarra...
Mick Box sapeva benissimo di non avere lo stesso quid dei chitarristi suoi contemporanei, molti dei quali erano innovatori di puro scintillante talento. Eppure lui era un determinato, un volitivo, uno che fin da ragazzo puntava al professionismo musicale come suo unico obiettivo di vita; terminata la scuola (giusto il minimo necessario) si mise a lavorare in una ditta di esportazioni solo per pagare le rate d’acquisto della sua Gibson; per far fruttare ogni penny del suo stipendio, evitava addirittura di spendere quelli necessari a pagarsi il biglietto del treno con cui avrebbe dovuto recarsi al lavoro e ogni santo giorno si sorbiva l’intero tragitto di andata e ritorno (in tutto una trentina di chilometri) in bicicletta. Non appena ebbe coperto l’ultimo pagamento, mollò immediatamente il suo impiego e si tuffò a corpo morto sulla musica. Su "Gypsy" quella chitarra acquistata col sudore suona con la misura di chi sa stare al suo posto, curando la propria parte e non oltre, non con il petto in fuori di chi vuole spaccare il mondo. Anche perché Mick Box, fin lì solista unico della band, fu proprio su questo brano (così si racconta a proposito delle iniziali prove assieme verso la fine del ‘69) che si trovò a fronteggiare per la prima volta la figura ingombrante di Ken Hensley, ovvero di colui che per “cause naturali” (autorevolezza, genio musicale, facilità di composizione, personalità) gli avrebbe sottratto in poco tempo la leadership della band a cui per ultimo si era aggiunto: Hensley sembra qui indemoniato nello slancio del suo lungo solo, una fiera che ruggisce per impaurire chiunque la voglia ridurre in cattività. E pensare che fu proprio Mick Box con la sua infatuazione per gli album degli americani Vanilla Fudge a mettersi in casa il “nemico” quando suggerì di inserire nel contesto sonoro degli Spice l’oscillazione profonda dell’organo hammond per affiancarla alla linea netta della sua chitarra.
“Gypsy” è pertanto il paradigma di quanto di meglio gli Heep sapranno poi fare in carriera ed è soprattutto la summa del loro heavy sound, ovvero questa dualità organo-chitarra, che si reggeva sulla compattezza e l’univocità dell’impatto anziché – come ad esempio nel caso dei Deep Purple – realizzarsi attraverso lo scambio alternato di solismi virtuosistici sul terreno di una sfida in campo aperto. Certo, qui Hensley è animalesco e la fa da padrone rispetto a Box, ma gli Heep hanno la saldezza dell’insieme come punto primo del loro programma.
E poi c’è il “Davotron”. La voce di David Byron. E’ qui su “Gypsy” che subito se ne fa la conoscenza. Uno strumento al pari di tutti gli altri. Stessa potenza, stesso controllo, stessa precisione. Quando arrivò a registrare le sue parti, il cantante non era certo a digiuno di esperienze in sala d’incisione e non portò con sé soltanto la sua fantastica predisposizione naturale ma anche una conoscenza e una padronanza tecnica non comune tra gli esordienti. C’era un motivo. Sul finire degli anni ’60 era alquanto attiva l’etichetta discografica Avenue Records, fondata da Gordon Melville con ufficio a Chingford nell’Essex, che si occupava di immettere sul mercato dischi a basso costo di cover pop realizzate da musicisti ancora sconosciuti che in cambio di remunerazioni sicure e regolari accettavano spesso di non venire neppure accreditati: ecco, David Byron era uno di questi. Anche Elton John, quando ancora si chiamava Reginald Dwight. Gli aspetti più tecnici delle incisioni (per lo più si trattava di EP con tre titoli per lato) Melville li affidò ad Alan Caddy, già chitarrista con Johnny Kidd And The Pirates e poi con The Tornados, e al bassista session-man John Fiddy che si occupava principalmente delle orchestrazioni (quest’ultimo i fans degli Uriah Heep lo ritroveranno responsabile degli arrangiamenti della suite “Salisbury” sul secondo album della band).
Era la sicurezza pertanto che contraddistingueva David Byron. La piena consapevolezza delle proprie capacità e quella sfrontata tranquillità lo dipinsero spesso come un’altezzosa rock-star, un arrogante segaligno dai baffetti in stile porno-attore di filmacci hard, sempre agghindato con abiti sgargianti, che dava ad intendere che tutto il successo piovuto addosso fosse assolutamente dovuto. In realtà a scorrere bene ogni risvolto della sua vita (prima ancora che della sua carriera), se mai David Byron ebbe a suscitare quell’impressione, viene piuttosto da pensare che con certi atteggiamenti distaccati e superbi egli fosse costretto a proteggere, a mascherare, ad arginare quell'intima infantile vulnerabilità che poi alla fine si rivelò inadeguata per farlo sopravvivere alle pressioni di una vita così esposta. Sebbene siano ormai quasi trent’anni che David non c’è più (morto quasi dimenticato, povero in canna e col fegato a pezzi) e nonostante il valore assoluto di chi a quel microfono gli è poi succeduto, sarà sempre lui “il” cantante degli Uriah Heep...
Inizio 1970.
E’ il centenario della morte di Charles Dickens, orgoglio britannico. Il Regno Unito si prepara a celebrare in pompa magna uno dei suoi figli prediletti e le commemorazioni si annunciano molteplici e variegate. A Gerry Bron, titolare della Hit Record Production, che dopo averli visti in azione al Blues Loft di High Wycombe ha per le mani i giovani Spice e sta cercando di cavarne fuori il potenziale che in loro ha intuito esserci, viene l’illuminazione per un nome da dare alla band in sostituzione di quello semplice, fin troppo sbarazzino, poco caratteristico e quindi poco memorizzabile. Così il 21 febbraio presso il St. Mary’s College di Twickenham, di spalla ai Deep Purple, si tiene di fatto l’ultimo concerto degli Spice. Da lì in poi, una delle rare imposizioni di Bron, quei ragazzi si dovranno chiamare in un altro modo.
Uriah Heep.
Eccolo il nome giusto, dal suono curioso. Lo spregevole e viscido personaggio, viso cadaverico e mani appiccicose, creato da Dickens per il suo romanzo “David Copperfield”: aspirante avvocato, fintamente modesto, truffatore e pusillanime.
E quanta strada fece poi quell’intuizione manageriale? Parecchia, non c’è dubbio. Se infatti oggi pronunci Uriah Heep, davvero a pochi quel nome richiamerà l’originale invenzione letteraria; quasi a tutti invece l’associazione d’idee più immediata sarà con uno dei gruppi più famosi della storia del rock. Bizzarrie culturali dei giorni nostri.
“Very ‘eavy, very ‘umble”, un titolo che per metà (heavy) sembra avvertire su ciò cui l’ascoltatore andrà incontro e per metà continua a rimandare al romanzo (perché humble è forse la parola che Dickens fa usare più di ogni altra allo strisciante Uriah), viene registrato con qualche lungaggine ai Lansdowne Studios di Holland Park (che poi saranno la base operativa di buona parte della carriera del gruppo) ed esce nel giugno del 1970.
E quanto simbolica di un intero genere musicale è diventata poi quella copertina, forse la cosa più dark che gli Heep abbiano mai realizzato: sì, anche più di certe, per la verità mai eccessive, tetraggini musicali. Un volto umano (è quello irriconoscibile di Byron), fotografato sapientemente da Pete Smith con deformante e scarsissima illuminazione che ne adombra i tratti abbuiandone le cavità oculari e annerendone completamente la bocca spalancata (in pratica riducendolo ad un teschio con la pelle), è completamente ricoperto da una massa di ragnatele; la sepolcralità della cover senz’altro piacque parecchio ai signori della Vertigo, sempre stuzzicati da tutto ciò che potesse instillare qualche brivido di paura nei fruitori del loro catalogo, sotto la cui ala Bron riuscì a piazzare i suoi protetti. 
Se di “Gypsy” si è detto subito all’inizio, si può dire che nell’ascolto del disco si ha un buon proseguimento con “Walking In Your Shadow”, hard rock lirico (ma con David Byron alla voce gli Heep non sapranno mai fare di meno...) con un ingresso appesantito simil-“In-A-Gadda-Da-Vida” che stempera l’asciuttezza del riff portante con bridge interpretati con un’impostazione sixties (“Ride on a golden wave / Set sail for the sun...”). Ritmica secca e quadrata, passerà ancora del tempo prima che arrivino in forze la corpulenza del drumming di Lee Kerslake e i funambolismi di Gary Thain (ma lui era un fuoriclasse, mica è necessario che tutti i bassisti suonino a quel modo...), però Napier e Newton sono funzionali ed hanno personalità sufficiente per risultare caratterizzanti del primo sound della band.
Partì da lontano il sodalizio tra Box e Byron. Bisogna riandare indietro con le cronache fino alla metà esatta degli anni ’60 quando negli Stalkers capeggiati da Mick il batterista Roger Penlington spinse ed ottenne di introdurre suo cugino David Garrick, dotato sì di uno spiccatissimo talento vocale ma che ad un primo approccio non seppe incoraggiare molta simpatia da parte degli altri ragazzi del gruppo. Si trattò di una breve iniziale impasse, poi il ghiaccio si sciolse e dopo qualche prova assieme il binomio Box-Garrick (anche se non è così che è passato alla storia) pareva già unto come un meccanismo dal perfetto funzionamento. Buffa anche la questione legata al cambio di nome: nello stesso periodo, dopo un paio di singoli pop così e così, azzeccò una cover di “Lady Jane” dei Rolling Stones un certo David Garrick, un cantante pop di Liverpool emigrato a Londra dietro consiglio del manager dei Kinks e che aveva scelto di lasciar perdere il suo vero nome (Philip Darryl Core) in luogo di quello artistico in tributo al celebre attore inglese del ‘700. Fu quindi per evitare un’omonimia che avrebbe potuto generare qualche confusione, che il “vero” David Garrick fu in qualche modo costretto a rinunciare alla sua corretta identità anagrafica per adottarne una “di scena”: così nacque David Byron (un cognome che istantaneamente si associa al barone della poesia britannica, Lord George, e che non appare scelta poi tanto casuale). 
Col passaggio da un repertorio di cover e standard a quello composto da materiale di propria scrittura, gli Stalkers persero per strada la sezione ritmica (il “cugino” Penlington e il bassista Ricky Hurd), presero con sé il batterista Nigel Pegrum, una comparsata negli Small Faces (più tardi scandirà il tempo per gli interessanti Gnidrolog e sarà membro storico degli Steeleye Span) e al basso – dopo tentativi poco proficui con Alf Raynor e Barry Green – giunsero al definitivo contatto con Paul Newton, un ragazzo che aveva esercitato nei Gods e che portava in dotazione, oltreché un furgone e un buon equipaggiamento, anche un padre con qualche abilità manageriale che subito si adoperò per facilitare la band nell’inserimento nel giro giusto (con i contatti che aveva potrà arrivare fino ad un certo punto, dopodiché cederà appunto il testimone a Bron). Il cambio di assetto venne sancito anche dal rinnovo del moniker e The Stalkers cedette al più frizzante Spice. Ed è del novembre 1968 il primo prodotto discografico ufficiale, il trascurabile singolo “What About The Music”/“In Love” strappato addirittura alla United Artists.
Quando Box e compagni intesero poi progredire sull’indurimento del loro sound si rese necessario un cambio dietro ai tamburi perché Pegrum aveva un raffinato tocco leggero che impediva alla band di cadenzare come desiderato il suo ancora acerbo hard-blues. Da una serie di audizioni saltò fuori nel maggio ’69 Alex Napier, altro tassello che avvicina la formazione degli Spice a quella originaria degli Uriah Heep, un vero “duro” proveniente da Glasgow, pieno di cicatrici, con cui nessuno avrebbe mai voluto mettersi a discutere. Paul Newton racconta che Napier portò con sé in seno al gruppo il suo amico “Higgie”, un minaccioso roadie che pareva più un teppista che non un aiutante; ebbene, persino questo Higgie era terrorizzato da Napier! Fu con questa formazione che Gerry Bron mandò i ragazzi in sala di registrazione ai Lansdowne Studios per alcune sessions in cui si sarebbe dovuto metter giù in forma compiuta il primo materiale originale della band.
Ma torniamo all'album.
La ballata “Come Away Melinda”, che già stava nel repertorio degli Spice, abbracciata dal mellotron e carezzata dalla chitarra acustica, eleva ancora David Byron come cantante dall’ampio spettro di possibilità interpretative: il registro dai toni tenui, qui in antitesi alle sue capacità in acuto, ce lo consegnano anche come romantico singer introspettivo, adatto a cullare l’ascoltatore in rasserenanti momenti d’inflessione. “Come Away Melinda” era un brano composto da Fred Hellerman e Frances “Fran” Minkoff al tempo degli Weavers, portato alla notorietà da una versione del re del calypso Harry Belafonte (dall’album del 1963 “Streets I Have Walked”), ma nel tempo venne coverizzato con la frequenza di uno standard e mi va di menzionare il raffinato adattamento folkish style che nel ’68 ne fece Bobbie Gentry. La versione degli Uriah Heep – che comunque rimarrà la più famosa e la più riuscita di tutti i tempi – è fedelmente condotta sul canovaccio di quella già incisa nel 1967 da Tim Rose, comunque lontana dal coraggio dimostrato dai Velvett Fogg che ne dettero una singolare interpretazione psichedelica con lunghe giunte strumentali nel loro omonimo esordio del 1969. Qui come sull’ultima traccia dell’album (“Wake Up”) viene salvaguardato anche l’originale lavoro alle tastiere di Colin Wood, sostanzialmente un session-man su cui Gerry Bron fece affidamento nel momento del bisogno dopo che il primo organista (sulla cui presenza spazio-temporale all’interno degli Spice peraltro non esiste la piena concordanza delle fonti...) Roy “Daze” Sharland, poi con Arthur Brown e nei Fuzzy Duck, ebbe chiuso quasi immediatamente il suo rapporto con la band.
“Lucy Blues” non è intitolata a caso e di blues a tutti gli effetti si tratta; non accadrà spesso agli Heep di cimentarsi in maniera tanto classica, per cui facciamone tesoro. Mentre il cantato scivola fino in territori soul (quanto sarebbe piaciuto intonarla a Chris Farlowe questa canzone...), Ken Hensley fa un lavoro straordinario spostandosi dal pianoforte dell’accompagnamento all’organo per l’assolo; e Mick Box (esteticamente un Ghigo Renzulli con i capelli lunghi... Ah ah ah, questa la dovevo dire, scusate...), lui così calibrato su stilemi hard, stupisce per come si cali su questa realtà fatta di tocchi leggeri, di frenate e trattenute, di pulizia. Di come però questo brano fosse già lontano da quello che il gruppo aveva in serbo per il futuro lo si capisce bene dal fatto che la versione americana dell’album (intitolato semplicemente “Uriah Heep” e uscito nel ’71 con diversa grafica) lo sostituisse con la più aggiornata “Bird Of Prey”, a quel tempo già pronta. Sia su questo come sul pezzo successivo si può ascoltare la batteria di Nigel “Ollie” Olsson (poi assurto al successo monetariamente più consistente come batterista di Elton John), che sostituì Alex Napier tra il gennaio e il febbraio del ’70 al momento di ultimare le registrazioni dell’album. L’aneddotica narra infatti che soltanto in un secondo momento la band scoprì che Napier, nonostante lo avesse negato pur di ottenere il posto, aveva in realtà una moglie e quattro bambini piccoli (li aveva fatti passare per sorella e nipotini): un gran bell’impedimento per una carriera che almeno in quelle fasi di lancio richiedeva la spesa massima di energie e doveva assorbire tutti i minuti di ogni sacrosanta giornata. Olsson, che non era un novizio delle sale d’incisione perché era già stato nei Plastic Penny e in una versione dello Spencer Davis Group, arrivò a dar mano agli Uriah Heep proprio su consiglio di Elton John, per il quale Ollie aveva suonato su un brano del primo disco solista e della cui backing-band dal vivo faceva regolarmente parte.
Sembra giungere da lontano l’incipit di “Dreammare” (a firma unica Paul Newton) che apre la facciata B dell’album ed ha una portata epica invidiabile. Peccato che l’intro d’organo e quegli accordi collettivi, grassi e potenti, non abbiano séguito nello sviluppo del brano e il tema non sia più percorso al suo interno: dopo 45 secondi di elettrica magniloquenza, Box cava comunque fuori un riff da “abc” dell’hard rock e la band intera ci si getta dentro rumorosamente quando sul fragore dei piatti crash sono ben due le chitarre a furoreggiare (quella di Box e la slide di Hensley). Sì, siamo davvero a comporre i primi capitoli, quelli essenziali, del manuale della musica dura. La tensione, come spesso accadrà con questo gruppo per via di un suo riconoscibilissimo gusto, si abbassa un po’ quando partono i caratteristici cori “la-la-la-la-là”, sempre enfatici e un po’ sopra le righe: i detrattori li odieranno trovandoli ridicoli, i fans li “sopporteranno” come originali marchi di fabbrica incensandone le difficoltà armoniche.
“Real Turned On” è un boogie pulsante con schitarrate slide che alterna i soli di Hensley (anche qui alla sei corde) e Box per un altro episodio che stilisticamente, chiusa l’esperienza del debutto discografico, non troverà spesso spazio nelle esplorazioni seguenti della band; bello comunque il finale, lancinante e cattivo come si addice ad una chiusura live. Qualche scossa diversa in effetti c’è, gli stacchi di raccordo sono Uriah Heep al 100%, ma è troppo poco per diversificarsi da un sacco di altri gruppi del periodo e quando sarà la penna di Hensley a vergare in massima parte il pentagramma del repertorio del gruppo ogni retaggio blues, questa semplicità estrema, quest’assenza di stratificazioni, questa mancanza assoluta di ombreggiature non saranno più previste né tollerate. Kenneth William David Hensley arrivò agli Heep su suggerimento di Paul Newton nel momento in cui la band convenne appunto sull’idea di avvalersi di un tastierista fisso; non ci furono altre nomination, né audizioni. I due erano stati brevemente insieme nei Gods che al di là della musica non certo miracolosa prodotta nei due album ufficiali, qualcosa di divino lo ebbero davvero almeno a giudicare dai calibri da novanta che, pur ancora inesplosi, transitarono nelle file della band: Greg Lake, Mick Taylor, John Glascock, Lee Kerslake, Alan Shacklock. Hensley passava con disinvoltura dalla chitarra alle tastiere, e poteva tranquillamente cantare da solista: l’esperienza con i Gods tracimò poi nei Toe Fat voluti da Cliff Bennett e prima che arrivasse la chiamata che gli cambiò la carriera fece anche in tempo a partecipare con lo pseudonimo di Ken Leslie alla realizzazione di “Orgasm” degli Head Machine (un gruppo esistito solo in studio quando nel 1970 Ken, Kerslake e John Glascock assecondarono le velleità del loro produttore David Paramor ed eseguirono alcune sue composizioni). Gerry Bron, che la musica la conosceva per davvero (aveva studiato da clarinettista ed aveva suonato musica da camera), si accorse subito di quanto l’innesto di Hensley elevasse la quota degli Uriah Heep e fu soprattutto tra loro due che nacque quel sodalizio d’intenti che li portò ad essere davvero l’asse di ferro all’interno del gruppo, una tale reciprocità di visioni - non soltanto musicali - che rese inattaccabile e indiscutibile la loro leadership.
Molto più addentro allo stile della band per come lo conosciamo è “I’ll Keep On Trying”, stessa famiglia di “Gypsy” per l’incedere oscuro dominato dal connubio organo-chitarra e dalla voce enfatica; l’introduzione è progressiva, la strofa molto dura come si conviene, i cori... be’, quelli ce li dobbiamo tenere (io non ne sono un grande estimatore, lo confesso), però pure quelli sembrano una derivazione dai Vanilla Fudge (penso all'apertura della loro “Thoughts”); lo stacco melodico dopo i due minuti è un tuffo in pieno pop sixties, una citazione, poi attraverso un crescendo ci si ributta convintamente nel turbine del nuovo verbo hard e Box scorrazza prima facendo ululare la Gibson su note lunghe poi serrando le frasi in un assolo attorcigliato con lo wah-wah. Ancora quei cori, sinistri come il canto di fate più simili a streghe o a subdole ninfe, e un finale strumentale tutt’altro che scontato. Diverte pensare che lungo la loro fase di sperimentazione, di calibratura dei suoni e interazione tra gli strumenti, questi brani presero forma più corporea quando, come si è detto, agli Spice si aggiunse Ken Hensley e questo avvenne a Shepherds Bush, presso l’Hanwell Community Centre dove negli stessi conclusivi giorni del 1969, appena nella sala-prove di fianco, i Deep Purple mettevano a punto il loro sferragliante “In Rock” prima di passare all’incisione definitiva. Due dischi epocali, nella loro iniziale gestazione, nascevano dunque spalla a spalla, magari con le vibrazioni dell’uno che urtavano l’altro; magari duellando, magari contaminandosi...
Il Lp termina con “Wake Up (Set Your Sights)”, sei minuti e mezzo ancora indecisi tra jazz-blues e hard-progressivo con un Byron e i suoi saliscendi in vetrina, tra semplificazione del linguaggio Colosseum e presa di coscienza di ciò che realmente tenevano più in serbo nell’anima. Tutta la seconda metà della canzone è occupata da spazi sognanti (si va sul velluto col mellotron), che più che la risultanza di qualche frequentazione oppiacea, più che la deriva psichedelica, sembrano un’originale predilezione per un decadentismo melodico, sempre attraversato da sinistra incertezza, da un’esile venatura dark, appena percettibile; quella che si materializzerà meglio successivamente, ad esempio, in una traccia quale “The Park”.
Come non pensare per l’ennesima volta all’inizio della famosa recensione che di questo album Melissa Mills firmò su Rolling Stone: “Se questa band ce la fa, io mi suiciderò”. “Very ‘eavy, very ‘umble”, complice il fatto che Ken Hensley non fece in tempo a metterci le mani in fase di scrittura, presentò al pubblico un gruppo che ancora non aveva centrato appieno il bersaglio e che si mostrava un po’ indeciso sulla direzione da intraprendere, ma è indubbio che segnò il primo passo di una carriera clamorosa. A quanto pare donna Melissa non tenne fede a quel suo proposito e regge ancora. Proprio al pari degli “odiati” Uriah Heep, che hanno perso pezzi fondamentali della loro storia ma che a tutt’oggi non mollano.
Chi invece, da poco, non c’è più è Gerry Bron morto a 79 anni il 19 giugno 2012. In un’intervista di qualche anno fa in cui ripercorreva la sua carriera di produttore con gli occhi di un saggio distacco disse: “Penso che un artista per avere successo debba essere determinato ad ottenerlo: se veramente lo vuoi, lo ottieni. Certo, il talento devi averlo, ma non importa che tu ne abbia più di tutti gli altri... Prendi gli Uriah Heep, ad esempio. Loro non erano i più grandi musicisti in assoluto, pur essendo senz’altro bravi, ma ebbero successo alla maniera di una squadra, una grande squadra di calcio. Loro ebbero successo mentre altre band magari più dotate non ci riuscirono perché non avevano la stessa ‘fame’ di arrivare. Gli Uriah Heep erano assolutamente determinati a sfondare e ce l’hanno fatta perché avevano una fortissima passione. Non era semplicemente per denaro. Non era per il successo personale, ma volevano che fossero le loro idee e la loro musica ad avere fortuna perché credevano fortemente in quello che stavano facendo”.
Ah, un’ultima curiosità sul personaggio di Dickens. Secondaria ma accattivante, da tenere a mente insieme a quella raggelante copertina.
Uriah Heep era figlio di un becchino.

2 commenti:

  1. Una pietra miliare, non c'è dubbio. La tua recensione è da urlo. Pervade di passione e spirito archeologico del più puro. Complimenti vivissimi.

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    1. Alex, il mio lettore preferito!!! Grazie a non finire!
      In due righe hai colto i due motori che animano questo blog in verità ultimamente parecchio impigritosi: la passione e lo spirito di ricerca. Un commento come il tuo mi ripaga di tutto. Grazie ancora!

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