venerdì 5 ottobre 2012

GREENSLADE "Greenslade" (Warner Bros., 1973)


Quando i Colosseum non ressero al peso della propria soverchia architettura e, scricchiolando al rumore dei conflitti interni di personalità, crollarono infine col frastuono del doppio “Live” nel 1971, dalle loro vestigia Dave Greenslade e Tony Reeves – che comunque dal gruppo era uscito un anno prima – pensarono bene di non disperdere nel nulla quell’affinità musicale costruita fin dal tempo in cui appena ragazzini presso la Chiesa Metodista di Eltham, a Londra, avevano principiato a suonare assieme (non durante le funzioni, naturalmente...).
Perso alle spalle il loro partner storico Jon Hiseman che li aveva abituati fin troppo bene a poter contare su una mostruosa macchina ritmica, i due dovettero “ripiegare” sul meno virtuoso Andrew McCulloch, un batterista nato a Bournemouth ma artisticamente nomade visto che si era occupato dei tamburi dapprima negli Shy Limbs assieme a Greg Lake, poi aveva fatto visita a Manfred Mann giusto il tempo di registrarci un brano per i suoi Chapter Three, quindi aveva scelto (dietro spinta del suo padrone di casa a Drayton Gardens, Keith Emerson) di andare a contorcersi le budella al servizio dell’inflessibile professor Robert Fripp nei King Crimson di “Lizard”, dopo si era disintossicato la mente per un po’ al fianco di Arthur Brown (che preferiva tutt’altro genere d’intossicazione...) nella fase iniziale dei Kingdom Come, per poi alloggiare in maniera piuttosto integrata nella formazione triangolare dei Fields di Graham Field (e quindi era già abituato a lavorare con tastieristi che prestavano al moniker delle band il proprio cognome): un batterista che per concetti ritmici stava a metà tra Bruford e Michael Giles, pur essendo senza dubbio meno tecnico e fantasioso dei colleghi e più interessato all’essenzialità di un drum-kit basilare, ma con un buonissimo senso del groove che non sempre tra i percussionisti prog è dote comune.
Sarebbe potuto anche bastare così, eppure Greenslade aveva in mente un sound che facesse sì a meno della chitarra ma che rafforzasse il peso delle tastiere e pertanto si mise in cerca di un collega pianista che sia in sede di composizione sia sul palco potesse rappresentare a seconda delle situazioni il suo alter-ego o il compagno di cordata, di volta in volta l’alleato o il nemico da sfidare.
Fu a quel punto Tony Reeves, che al suo mestiere di bassista affiancava quello di discografico (dove già aveva ricoperto quasi tutti gli incarichi dell’intera filiera: da supervisore della qualità del processo di stampa dei vinili nella fabbrica della Decca a talent-scout, da tecnico del suono a produttore per la Pye Records), a suggerire per quel ruolo l'ex-tastierista dei Samurai, un gruppo ormai disciolto che appena un anno prima aveva inciso un disco eponimo per la Greenwich Gramophone di cui lui era responsabile A&R. Il tale in questione era Dave Lawson, uno che fin da giovane aveva corroborato il suo naturale amore per la musica con studi classici (servì per più di cinque anni nell’esercito come strumentista nella Royal Air Force) e pura iniziazione jazz trasmessagli dalle decisive lezioni di Stan Tracey, straordinario pianista e compositore londinese già attivo a partire dalla fine degli anni ’40 che gradualmente lo spinse alla frequentazione del celebre Ronnie Scott’s Club di Soho, tempio della scena jazz negli anni ’60. La prima esperienza di un certo peso di cui si abbia traccia vede Lawson suonare per circa un mese verso la fine del ‘69 nelle macerie degli Episode Six (dopo che se ne erano già andati Gillan e Glover per i Deep Purple e appena più tardi anche Underwood, Robinson e Gustafson per formare i Quatermass); poi era stato agganciato dagli Web che lo avevano tirato dentro alla loro formazione dopo che il cantante John Watson li aveva piantati e con loro aveva inciso un album di jazz-rock (“I Spider”, 1970) prima che la band sostituisse i due fiatisti e cambiasse nome in Samurai; quando nell’autunno del ’72 arrivò la proposta di Greenslade e Reeves, Lawson era da qualche mese accompagnatore di Alan Bown e non fu difficile sottrarlo al trombettista.
Formazione a quattro elementi dunque, non comunissima: sezione ritmica più due tastieristi. E azzardando un po’ si potrebbe anche arrivare a dire che i tastieristi in organico erano tre perché Tony Reeves usava il suo basso diteggiando con una precisione, un’esposizione e una definizione di suono ignara a molti minimalisti delle quattro corde. “A lead bass player”, come di lui diceva Dave Greenslade. Oltretutto Tony Reeves, che non a caso durante quell’esperienza occuperà dal vivo la posizione al centro del palco con la batteria dietro e i due impianti di tastiere simmetricamente disposti ai lati, fu anche un innovatore del suo strumento essendo tra i primi (se non addirittura il primo) a far uscire il suono attraverso un amplificatore Leslie oppure ad utilizzare il pedale wah-wah, mutuandolo dalla tecnica chitarristica di Hendrix; Reeves, che era arrivato al rock un po’ controvoglia, lui che leggeva tranquillamente la musica e suonava jazz da quando aveva 15 anni, era stato costretto a parcheggiare il contrabbasso per convergere sul basso elettrico e con quegli esperimenti stava cercando di ricavare da quello strumento la versatilità e l’anima che più lo avvicinasse al suono del... “fratello maggiore”.
E’ buffo semmai rilevare quanto ciò che nei Greenslade confluì dalle passate esperienze dei suoi membri perse quasi tutte le caratteristiche blues del suono dei Colosseum e ne trascurò moltissime di Web e Samurai (posso dirlo senza offesa? Fortunatamente!). Invece il legame più contiguo che si può rintracciare lo portò in dote l’elemento che meno contribuiva alla composizione e persino al peso armonico-melodico del sound, vale a dire il batterista Andy McCulloch. Non per i King Crimson (da cui scappò in fretta, esaurito dal dispotismo di Fripp), ma senz’altro per i Fields con cui l’omonimo dei Greenslade in effetti ha più di un punto di contatto: un progressive elegante, fluido, classicheggiante, forbito, in cimento sulla forma canzone e non interessato alla stesura sui tempi lunghi e strutturati delle suites.
Se fai un gioco e metti in colonna i nomi massimi del prog “puro” inglese ottieni in ordine alfabetico: EL&P, Genesis, Gentle Giant, King Crimson, Van Der Graaf Generator, Yes. E se poi, procedendo per sommi capi, per divertimento categorizzi tutti i gruppi della scena progressive ognuno sotto alla band “di riferimento”, ebbene dovresti senz’altro collocare i Greenslade sotto la colonna Yes. Poi puoi mettere a margine tutte le note che vuoi per giustificare e meglio motivare la scelta (il suono è qui senza dubbio meno megalomane, più solare e molto meno stratificato), ma il filone è quello lì insomma, discendenza diretta da “Fragile”. Si parla di "concetto musicale", altrimenti per similarità di sound sarebbero altrettanto avvicinabili a Emerson, Lake & Palmer. Una contiguità - quella con gli Yes - a cui, andando per immagini, concorre anche la “fantasyosa” matita di Roger Dean che qui crea anche la mascotte del gruppo visualizzandola in uno mago-stregone incappucciato che rotea le sue quattro braccia (nel secondo Lp spunterà pure una quinta mano) come fosse una mistica e occidentalizzata emanazione della dea Kalì.
E allora ascoltiamolo questo disco.
“Feathered Friends” mischia brio ritmico ed ebbrezza melodica. All’interessante abbrivio jazz-rock (giusto una puntina, come una spolveratina di pepe su alcuni piatti che richiedano maggiore sapidità), segue infatti tutto il resto della composizione, un lento stendersi di larghe tessiture sinfoniche che lasciano però troppa esposizione alla voce acidula di Lawson, interprete coraggioso ma oggettivamente esecutore limitato. Tutto si fa invece più armonico e compatto quando la strumentazione conquista la ribalta, ne sia di prova lo sboccio di mellotron poco oltre i quattro minuti con gli intarsi di Reeves, supremo artigiano del basso.
“An English Western”, non lontanissima da EL&P, è una sezione di prog barocco che non prevede parti vocali e dove McCulloch si pone con disinvoltura all’incrocio tra i due tastieristi regolandone i flussi direzionali e la velocità. Nessuna drammaticità, nessuna cappa ottenebrante, nessun gioco dark; i Greenslade mettono tutto in vista e non sottendono niente.
Dopo “Drowning Man”, prima morbida ed elegiaca ma che più avanti sprinta pimpante verso lo strano arrangiamento progressive di dinamiche quasi rhythm’n’blues ed infine torna ai temi di composta magniloquenza corale, e “Temple Song”, che guarda ad Oriente provando a coniugare leggerezza pop al formalismo della musica giapponese per un curioso esperimento di contaminazione (rispunta anche il vibrafono della "Valentyne Suite"), si arriva alla strumentale “Mélange” che a parere di chi scrive è il pezzo forte dell’album per via della sua poliedricità di atmosfere e soprattutto perché Tony Reeves si consegna alla storia suonandoci sopra lunghissime parti solistiche davvero insolite per il suo strumento e fornendo una vastissima gamma di suoni, puliti ed effettati. Un lirismo melodico, snodato lungo quasi tutti i sette minuti e mezzo di durata del brano, che un basso elettrico raramente ha raggiunto nell’intera storia del progressive; il “raramente” lo metto giusto perché alla mente mi salgono certi regali interventi di Sua Maestà Chris Squire (penso al gruppo madre ma anche al suo esordio solista “Fish Out Of Water” che avrà molte comunanze con l’album di cui stiamo parlando) ma ecco, siamo davvero lassù, per intenderci: alla vetta di quella gerarchica scalinata. Linee guida pensate come se ad interpretarle dovesse essere un sassofono, più che una chitarra, e immediatamente cercate sui tasti del manico con l’intuito, la velocità di pensiero e il coraggio di un jazzista. E i cori, più che di provenienza West Coast, anche se forti sono le somiglianze con le armonie di Crosby, Stills & Nash, derivano più verosimilmente dagli Yes di “South Side Of The Sky”.
“What Are You Doin’ To Me” è il brano più aggressivo e ritmato della scaletta, con impetuose parti di organo sopra cui ci sarebbe piaciuto ascoltare l’innesto di una voce totalmente diversa da quella di Lawson (che però è meritevole firmatario del pezzo), ma ha tuttavia aperture orchestrali dove il mellotron si fa gran cerimoniere e lascia rifiatare dopo la corsa a rotta di collo.
Infine “Sundance”, un altro convincente strumentale, lungo quasi nove minuti, che in apertura e chiusura di svolgimento si affida languidamente al pianoforte. Nel mezzo c’è tutto lo spazio per sapienti intrecci di prog volutamente ampolloso, elaborazioni tastieristiche di varia natura (onde di sintetizzatori, contrappunti di piano elettrico, “sviolinate” di mellotron, cinguettii di moog e arrembaggi di hammond), ma anche per credibili saliscendi ritmici e una buonissima spinta rock. Di nuovo il pianoforte in slow-motion riconcilia dopo il tumulto, svuotando il bacino delle emozioni attraverso un docile defluire di note.
Anche in un movimento talvolta un po’ spocchioso come quello del progressive settantiano ci sono stati esperimenti che non badarono solo al superamento del limite virtuosistico né ad un'ostentazione fine a sé stessa delle proprie capacità compositive. Dave Greenslade non è mai stato uno “sborone”; non ha mai amato gli assoli atletici e spettacolari di un Emerson né l’ingegneria tastieristica di Wakeman; a dispetto del nome dato al suo gruppo e messo così bellamente in evidenza, è rimasto sempre un passo indietro rispetto alla musicalità dell’insieme, anzi spesso ha mandato avanti gli altri a godere dei riflettori, compiacendosi più nel riuscire ad organizzare un contesto sonoro verosimile e bilanciato. Così avvenne anche nei Colosseum. E forse non è secondario tutto il praticantato che egli svolse nei sixties a sostegno di Chris Farlowe nei suoi Thunderbirds. 
Il prog ha avuto anche interpreti morigerati, dimessi, con un gran senso della misura. Lode a Dave Greenslade, uno di quelli.

2 commenti:

  1. una recensione degna di un grande conoscitore di musica.
    il vecchio (chi sono?)

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    1. Mmm... c'è aria di famiglia in questo commento...

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