domenica 14 ottobre 2012

CATHEDRAL "Endtyme" (Earache, 2001)


Ecco l’arca indistruttibile contro la quale i venti non prevarranno”, scrisse alla fine dell'800 lo storico d’arte francese Emile Male descrivendo una cattedrale.
E ancora Christian Jacq, romanziere e saggista: “La cattedrale è una parola di pietra, e questa parola, al di là delle epoche, ci chiama per nome, pronuncia il nostro vero nome, che noi non conosciamo ancora, che conosceremo”.
Cathedral.
Nonostante fossero poco più che ventenni quando misero assieme il gruppo e scelsero di dargli questo nome, probabilmente non sfuggiva loro la complessità del simbolismo legato alla costruzione delle cattedrali né la rilevanza della storia spirituale che stava dietro al periodo in cui esse divennero il massimo tramite di relazione col divino.
Musicalmente ci hanno provato in tanti eppure soltanto loro sono riusciti ad essere i veri eredi dei Black Sabbath pur senza diventarne meri imitatori: i Cathedral ne hanno capito il concetto. Quello cioè di una proposta pesante e foschissima, ma mai a circuito chiuso, mai schiava dell’immobilismo. E quello che forse ha aiutato da subito questa giovane congrega di Coventry a sollevarsi dalla marea di formazioni affiliate al genere metal (allargato un po’ a tutte le sue forme e propaggini) è stata l’enciclopedica cultura musicale del suo leader Lee Dorrian (si guardi la cura con cui dirige da un sacco di anni la sua benemerita etichetta Rise Above, sia per quanto riguarda le nuove uscite sia per l'operazione di ristampe), cantante che tecnicamente – non ce ne voglia... – in dote non ricevette neppure un’oncia di talento ma che si è rivelato devoto adepto della migliore musica dei seventies e splendido cultore di polverosi dischi da collezione. Sta proprio in questa ricchezza di conoscenza, a dispetto della sua voce catarrosa e sgraziata, la longevità e lo spessore del suo progetto Cathedral e il rispetto che questo nome si è nel tempo guadagnato presso critici e appassionati. Fedeli o miscredenti che fossero.
Il doom non offre troppe possibilità ai suoi interpreti e non sono molti gli approcci che si possono scegliere quando si affronta la materia. Si può essere maestosi ed epici alla maniera dei Candlemass, narcolettici e stonati come gli Sleep, dolenti e sofisticati come i My Dying Bride: è comunque una musica figlia della sofferenza e del nichilismo, chi la usa esprime un turbamento, un funereo fatalismo, un’ansia depressiva.
Il processo di maturazione aveva portato negli anni i Cathedral a infilare nel loro repertorio un’interessante deriva filo-hippie, giocando di sponda con la psichedelia sixties e talvolta (magari utilizzando il libero sfogo degli Ep) con il dark progressivo, che alleggeriva certe grevità cimiteriali aprendo ora a sogni cosmici e liquidità lisergiche (“Blue Light”, “The Caravan”), ora a motorizzate spinte cinetiche (“Midnight Mountain”, “Vampire Sun”), ora ad esperimenti vintage con ospitate di strumenti inusuali (“The Devils Summit”, “The Omega Man”) oppure a clamorosi affreschi compositi e multiformi (la meravigliosa “The Voyage Of The Homeless Sapien”).
No. Con “Endtyme” i Cathedral sembrano perdere la memoria recente: interrompono la crescita dei virgulti più fantasiosi, ci riversano sopra una colata di pece bollente e realizzano il loro disco più lugubre e avaro. Un ammasso di grezzume doom che riporta agli esordi di “Forest Of Equilibrium” ma che non ha più quell’acerba ingenuità; qui la musica ha piena coscienza di sé e il ritorno a sonorità tanto lucifughe e malevole, l’abbandono degli elementi più groovy che ormai andavano ad incastonarsi sempre più attivamente nella discografia della band, stendono volutamente un manto di pessimismo catastrofico, quasi un medievale oscurantismo culturale.
Forse non è proprio un caso se alla produzione c’è Billy Anderson, abituato ai disturbi sonori e all’anormalità.
Quando stavolta i Cathedral si riuniscono per lavorare al successore di “Caravan Beyond Redemption” aumentano pure il tasso del loro carisma di band perché portano in studio anche la parallela esperienza che Leo Smee ha nel frattempo avviato con gli affascinanti Firebird di Bill Steer (si vede che al biondo bassista piace particolarmente collaborare con gente fuoriuscita dai Napalm Death...).
Siamo agli sgoccioli del decennale rapporto contrattuale con la Earache (nel 2004, come ultimo atto, la casa discografica avrà licenza di pubblicare la doppia antologia “The Serpent’s Gold” nonostante la band fosse ormai affare della Nuclear Blast) ed è anche per questo che il disco nasce con un budget limitato e con una promozione di... fine stagione; addirittura per la prima volta non ci si può neppure permettere l’arte dell'illustratore Dave Patchett che sulla copertina di un disco dei Cathedral (che è poi sempre solo la riproduzione di un particolare di un'opera molto più grande) è solito lavorare per circa sei/sette mesi e venirne proporzionalmente remunerato. E’ dunque anche l’assenza di colori dell'artwork che shocka i fans, abituati alle fantasmagorie policromatiche dello storico disegnatore; qui la firma è comunque prestigiosa, è quella di Stephen O’Malley, il chitarrista dei Sunn O))).
“Endtyme” prende forma tra il luglio e l'agosto del 2000 nel piccolo villaggio rurale di South Thoresby, nel Lincolnshire, presso i magnificamente accoglienti Chapel Studios, eppure non ha nessun tono estivo, nessuna spensieratezza vacanziera. 
Sono nove le tracce che compongono l’album; intro a parte, le altre otto non scendono mai sotto i cinque minuti e mezzo, in un paio di casi ci si sta sopra anche abbondantemente (“Ultra Earth” e la conclusiva “Templars Arise!”).
I due minuti strumentali dell’intro “Cathedral Flames” bastano per fare accapponare la pelle e spalancano gli stipiti dell’oltretomba: solo accordi grevissimi di chitarra, scuri cori campionati e legnate sulla batteria. Legnate sì, di questo si tratta. L’ascoltatore lo capisce subito di aver sbagliato scelta ad inserire il cd nell’impianto stereo (la versione in vinile uscirà solo qualche anno dopo, con grafica differente, ad opera della spagnola Throne Records) nel caso in cui l’umore già in partenza non fosse stato quello giusto, o se magari appena prima in televisione avesse visto un vecchio film horror con Christopher Lee, o se fuori ululasse il vento e rimbombassero i tuoni di una fredda sera invernale. “Per me si va ne la città dolente, per me si va ne l’etterno dolore, per me si va tra la perduta gente”: “Cathedral Flames” ha la stessa lapidarietà della dantesca iscrizione sulla porta dell’inferno, ammonisce con la medesima severità; anzi, sembra fare di più. Per la potenza con cui schianta il catenaccio di quel portale, divellendolo dai cardini in un’esplosione di miasmi di decomposizione, lascia presagire che non vi sia possibilità di ritorno. Che questo non è un viaggio iniziatico di conoscenza, ma solo una discesa dove si frana in basso e niente più, incuneandosi per gallerie senza sbocchi che disegnano un’astrusa città catacombale. Sei ancora in grado di decidere: puoi ancora premere STOP sul lettore, ritirare fuori il cd e riporlo nella sua custodia; ma se decidi di proseguire, devi sapere che l’incubo ti avvinghierà a lungo con le sue spire caliginose e tirarsene via alla fine non avrà la sensazione del sollievo come quando si scampa ad un pericolo. Quel malessere è invasivo. E perdura.
Il terrore può manifestarsi attraverso mille diverse facce: sulle prime e nel finale “Melancholy Emperor” sceglie di aggredire con un mid-tempo cavernoso, nel mezzo lo fa meno dichiaratamente attraverso un rallentamento che ha il tanfo di salnitro del camposanto. Se Lee Dorrian nel tempo era venuto in parte incontro all’abitudine di quelli come me avvezzi a prestare orecchio a voci pulite e musicali provando qua e là ad armonizzare più gentilmente, qui ci sbatte di colpo la porta in faccia tornando a cantare (o giù di lì) in un modo bestiale e spietato. E’ come se ai Cathedral avesse dato fastidio il recente accostamento al fenomeno stoner riservato loro da certa critica musicale; sì, è come se qui avessero voluto riaffermare la loro essenza originaria e il blasone doom dei padri putativi Black Sabbath e Pentagram. Con in più un po’ di quel putridume e di quella muffa, nelle vocals soprattutto, con cui ad esempio i primi Paradise Lost (penso ad un album come “Shades Of God”), allora esponenti convinti della scena death-doom, erano soliti sporcare il sound.
Le canzoni sono quasi tutte legate, un filo di continuità che non intende concedere neppure tre secondi di silenzio tra un pezzo e l’altro; “Requiem For The Sun” prosegue a portarci giù, in antri che mai vorremmo consapevolmente raggiungere a meno che a stordirci come un ipnotico acido non ci fossero queste note cineree e malvagie; c’è l’umidità che trasuda dalle pareti di cunicoli stretti e abbandonati, lo sbattere di ali di pipistrelli appena disturbati dalla presenza umana in esplorazione; i suoni collosi impediscono il volo a qualsiasi tentativo di elevazione, che sia un assolo di chitarra o una trama cantata appena meno cupa quale quella del refrain. Tutto è martoriato da una sezione ritmica ultra-heavy. Tutto è trattenuto laggiù, ghermito sul fondo dell’abisso, paralizzato dalla paura.
Introdotta da un richiamo tribale di percussioni, “Whores To Oblivion” giunge a stordire con il voltaggio dei suoi riff-rotori in moto perpetuo e un refrain malato che rifiuta ogni concessione melodica. La canzone al centro ha uno dei rarissimi svuotamenti di rumore ed elettricità contenuti nell’album: la voce di Dorrian, qui scrostata delle sue impurità, è lontanissima, stranita si domanda se ci può essere salvezza per un mondo in sfacelo; ma è l’apertura di un solo istante perché i demoni si riappropriano dell’anima del brano e la risposta a quella domanda ingenua è agghiacciante e sta tutta nelle violente trame chitarristiche di Garry Jennings. “Gaz” il piccoletto, “Gaz” lo schivo, l’ideale partner silenzioso, spesso in ombra ma che in realtà detiene i fili del potere. Il brano si chiude con una disturbante effettistica che, come se il nastro dell’incisione venisse dato alle fiamme e sfrigolasse, corrode il coro finale urlato sul battito di tamburo che sta a metà tra un canto di protesta e un inno guerresco di sprone alla battaglia.
“Alchemist Of Sorrow” è un doom roboante di derivazione Sabbath, tanto nel riffing di base quanto nei rari versi cantati con voce pulita ma estranea, distante (penso a certe improvvise aperture melodiche che anche Ozzy ficcava ogni tanto nel bel mezzo delle tempeste elettriche del repertorio dei Sabs). Dixon e Smee, ormai affiatatissimi dopo anni di militanza comune, schizzano veloci fuori dai blocchi quando a metà brano Gaz Jennings li sprona ad una breve cavalcata guadagnando davvero le stigmate del discepolo più credibile di Tony Iommi.
Il pachidermide “Ultra Earth” va oltre i nove minuti ed apre con cadenze epiche e pesanti alternandole a strofe cantate in cui un Dorrian effettato pare dar voce ad una figura sgradevole e melliflua, che suggerisce malefici e litanie tetre, infilandosi negli unici spazi liberi che il muro di elettricità gli offre durante lo sviluppo del brano. Inserito in una struttura di clangore metallico, il testo in realtà rilascia immagini di un mondo tecnologico in implosione, dove le macchine hanno detronizzato l’uomo riducendolo in schiavitù. Eccezion fatta per un breve break psichedelico, il resto è notte della più nera, un calderone dove si rimestano Saint Vitus e Trouble.
“Astral Queen” è la “Planet Caravan” del 2000, liquida nenia psichedelica con voce filtrata, linea di basso in evidenza, percussioni ovattate, chitarra defilata, persa in miraggi lontani; c’è un sonnambulismo evidente, avvolto da effetti sonori simil-spaziali che per un attimo di falsa quiete lasciano intravedere la volta celeste. Ma è come se la si mirasse da un pozzo profondo, senza possibilità di risalita, senza speranza. In questo album dai suoni così attufati e corposi, l’unico viaggio concesso è quello flebile e vago della mente una volta che se ne sia offuscato il discernimento con opportune dosi di fumo...
“Sea Serpent” (mmm... il titolo dell’ultimo film dello spagnolo Amando de Ossorio, mago del terrore... Che sia un caso?) riffa da subito in maniera poderosa dopodiché Dorrian prende ad urlarci dentro ruggendo contro la distorsione della chitarra per rivaleggiare da pari a pari, degnissimo e temibile contraltare; però i Cathedral sono anche quelli che non hanno completamente dismesso l’abitudine a qualche divagazione progressiva (forse il loro lato più affascinante) e attorno ai quattro minuti piazzano un paio di fantasiosi stacchi strumentali su cui ne approfitta principalmente Leo Smee per elevarsi dalla brutalità pura. “Save my soul” si grida alla fine del pezzo, ma sa tanto d’invocazione vana, inascoltata. Scorrendo le liriche non è forse proprio al Dio misericordioso che la si è rivolta...
Chiudono infine l’album gli oltre 13 minuti di “Templars Arise! (The Return)” che principia con una lunga introduzione quasi ambient, sulfurea, in cui si captano in lontananza cori austeri: passi lenti in processione, oscure preci mormorate in cripte dalla volta bassa, idoli conservati e adorati nella segretezza della penombra, claustrofobia e mistero. Dopo le sferzate roventi di Jennings e le bordate di Dixon (ma che fa? La suona forse in piedi questa povera batteria?) il brano si svuota completamente solo intorno ai cinque minuti per lasciare emergere la voce e sul cantato disturbante la chitarra emula i rintocchi di una campana mentre un sinistro pianoforte appena udibile sembra lì solo per misurare l’accordatura; le urla impazzite di Dorrian appena la band riavvia la corrente elettrica fanno trasalire per l’angoscia e, se anche il testo inneggia al risveglio dei Cavalieri del Tempio (quasi una prosecuzione di “Night Of The Seagulls” contenuta in “The Carnival Bizarre” ed altro significativo capitolo ispirato all’opera culto di de Ossorio, in particolare alla quadrilogia conosciuta come “Blind Dead”), è inevitabile collegare a quelle grida il processo e le torture a cui essi furono sottoposti per la cupidigia del re francese Filippo il Bello. E’ come se nell’oscurità vagassero senza pace le anime di Jacques de Molay e dei suoi fratelli martirizzati, col loro monito solenne e la maledizione pronunciata in punto di morte... Verso la fine il brano sembra virare verso una coda melodica (decisivo l’abbraccio tenue dell’organo) ma è un inganno bruciante, perché questo disco così tenebroso e opprimente non intende far intravedere nessun bagliore di luce, neppure alla conclusione del percorso. Nessuna possibilità di tornare “a riveder le stelle” alla fine di quest’inferno: ce lo dicono chiaramente gli effetti rumorosi negli ultimi due minuti del brano, stordenti e negazionisti.
Per fare di un disco un’opera riuscita, non è sempre necessaria la varietà delle canzoni, l’originalità assoluta, il tecnicismo come mèta d’arrivo. Un disco rimarchevole è un disco caratterizzante, uno di quelli che a posteriori puoi identificare solo citandone il titolo. Quando un disco ha personalità, quando è distinguibile, quando genera una sensazione definita, riassumibile in poche esatte parole, ebbene quel disco ha realizzato la sua missione.
Io sarò particolarmente suggestionabile, ma a me “Endtyme” mette paura.
E credo che i Cathedral sghignazzerebbero alquanto compiaciuti se sapessero di aver generato brividi lungo la schiena.

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