sabato 22 settembre 2012

KANSAS "Kansas" (Kirshner, 1974)


Già nel 1970 ci fu un primo abbozzo di Kansas quando sotto il nome che ne designasse espressamente la provenienza scelsero di aggregare i loro talenti due ex-compagni di scuola: il chitarrista Kerry Livgren leader dei Gimlets, poi dei Mellotones, dei Reasons Why e infine dei Saratoga e il batterista Phil Ehart proveniente dagli White Clover. In quella primissima incarnazione dei Kansas (una formazione ad otto elementi!), in cui Livgren si portò appresso altri tre ex-Saratoga nelle figure del talentuoso cantante Lynn Meredith e dei due tastieristi Don Montre e Dan Wright, c’era anche il corpulento Dave Hope al basso (altro compagno di scuola di Livgren e Ehart, proveniente dagli sconosciuti Rain e con alle spalle studi da trombettista) ma dopo un anno di vita assieme – che incluse anche la celebre data di supporto all’ultimo concerto dei Doors con Jim Morrison presso la Warehouse di New Orleans il 12 dicembre 1970 – le strade tornarono a dividersi e se Livgren tenne per sé il nome e la maggior parte dei musicisti, Ehart fece un passo indietro e dopo un propedeutico soggiorno inglese di tre mesi a respirare le fermentazioni progressive nell’inverno del ’71, ricompose i suoi White Clover. Oltre al solido compagno ritmico Dave Hope, il batterista ingaggiò lo “straniero” Steve Walsh, nato nel Missouri a St. Louis ma adottato piccolissimo da una famiglia di St. Joseph (poche variazioni, dunque: c’era sempre un’aureola di mezzo...); Walsh, volenteroso organista poco più che autodidatta, era soprattutto un cantante impressionante. Mento sfuggente ma voce assolutamente presente: alta e limpidissima, indispensabile come per i natanti lo è un faro nella notte.
Un altro botto gli White Clover lo fecero poi con l’innesto in squadra del violinista (e anche ottimo singer) Robby Steinhardt da Lawrence, sempre Kansas. A prima vista, dietro la sua massiccia figura e quel grande arruffio di baffi, barba e lunghissimi capelli ondulati, era impensabile scorgere la sensibilità di un musicista d’impostazione classica, eppure bastò sentirlo suonare. Anche Steinhardt (come Walsh) era stato adottato da bambino, anche lui non era nato in Kansas (c’è chi dice Ohio, chi Michigan, chi Illinois, sulla confusione c’è di mezzo la riservatezza dei dati anagrafici dei bambini “abbandonati”) ma all’età di quattro anni prese appunto il cognome del padre a cui fu affidato: Milton Steinhardt, direttore del dipartimento Music History and Literature presso l’University of Kansas di Lawrence. Un genitore così prestigioso investì molto sull’istruzione musicale di Robby, lo condusse giovanissimo con sé in Europa, gli fece studiare violino a Vienna per circa un anno e lo introdusse nel nobile circuito delle orchestre. Quando nel ’72 arrivò Phil Ehart con la sua proposta di arruolamento, il Robby ventenne aveva già fatto in tempo a tornare in Kansas dalla sua esperienza europea e a capire in fretta che non era il rigido e disciplinato mondo della musica classica a fare al caso suo; anch’egli ormai era già stato ammaliato dal linguaggio e dalla fisicità del rock. Con l’idea stuzzicante di forgiare un suono che fosse originale e avventuroso, non fu dunque difficile strapparlo all’impegno che nel frattempo aveva preso con la sua band di amici, tali Graywack.
In ultimo serviva un chitarrista.
Topeka West High School. A volte la scuola qualcosa di buono sa produrlo davvero se, come nel caso specifico, nelle aule di quell’istituto si formarono quattro colonne portanti dell’intero panorama rock progressivo statunitense: Livgren, Ehart, Hope di cui si è già detto, e infine Richard Williams, un ragazzone extra-large dai lunghi ricci crespi e rossicci, perennemente in tuta di jeans e camicie a scacchi che tanto lo facevano somigliare più all’operaio di una segheria che ad un musicista. Williams, che aveva un occhio di vetro fin da bambino quando rimase vittima di uno sconsiderato gioco con un fuoco artificiale e che ancora non usava la benda nera che negli anni successivi ne caratterizzò l’aspetto da burbero bucaniere, era un innesto sicuro essendo già stato al soldo dei primi White Clover, aver fatto parte dei Pets con Phil Ehart, dei Rain con Hope e più recentemente dei discreti Plain Jane sempre al fianco del baffuto (e paffuto) bassista.
Il fatto che attorno al batterista si fosse dunque ricostituito il vecchio nucleo di amici di scuola con in aggiunta un paio di “oriundi” di grande talento, presto fece sì che anche Kerry Livgren tornasse all’ovile con tutta l’intenzione di dare finalmente sfogo completo alla sua fruttifera vena compositiva e portando anche in dote la sua duplicità di esecutore avendo cominciato ad affiancare le tastiere al suo bagaglio storico di chitarrista.
I Kansas del solo Livgren, quelli che il Nostro ripristinò dopo oltre 30 anni pressoché in formazione originale – mancava uno dei due tastieristi, Don Montre, che era morto ancora giovane e il bassista Rod Mikinski figurava in un solo brano – quando li fece esordire discograficamente in modo ufficiale scegliendo per loro il moniker di Proto-Kaw (Kaw è un termine indiano che vale Kansas), avevano un forte imprinting jazz-prog e suonavano non troppo distanti dal nervosismo dei King Crimson e in parte dai Van Der Graaf Generator, complice evidente l’utilizzo di un sassofono abbastanza isterico, senza mai disdegnare il ricorso alla jam.
Tutt’altra struttura invece starà dietro alla musica dei Kansas “ufficiali”, quelli che arrivarono alla pubblicazione del primo disco: il linguaggio jazz si riduce ad un bisbiglio lontanissimo, quasi impercettibile, le dissonanze fiatistiche vengono rimpiazzate dal violino (spostando di colpo il riferimento principale dai King Crimson ai Gentle Giant e ai Curved Air), la magniloquenza sinfonica impatta come uno dei nuovi e più evidenti elementi base, supportata anche dall’arrangiamento delle parti vocali con ampio risalto concesso alla potenza della voce di Walsh e dei cori enfatici e stellari.
Ad un primo nastro inciso artigianalmente in un piccolo studio di Liberal s’interessò Don Kirshner, il produttore dei Monkees, che intese assicurarsi la procura della band dopo averla fatta visionare dal vivo dal suo braccio destro Wally Gold.
I Kansas, proprio sotto la direzione di quest’ultimo, furono dunque fatti arrivare ai Record Plant di New York dove nell’estate del ’73 in due settimane portarono diligentemente a compimento le registrazioni del loro primo omonimo album: per gli amanti delle curiosità, il tecnico del suono era Danny Turbeville (già a lavoro su dischi mitici come “Why Dontcha” di West, Bruce & Laing, “School’s Out” di Alice Cooper, sul primo dei Lynyrd Skynyrd oppure ancora sull’omonimo Ursa Major, e infine produttore dell’esordio degli Hydra) mentre ad assisterlo c’era addirittura un ventenne Jimmy Iovine che qualche anno più tardi, dopo aver prestato la propria opera sui mega classici “Bat Out Of Hell” di Meat Loaf e “Born To Run” di Bruce Springsteen, diventerà produttore di fama mondiale e uno dei boss della Geffen.
Ci vollero però sette mesi di attesa (marzo 1974) perché l’etichetta che portava il nome del suo stesso proprietario, la Kirshner appunto, editasse il lavoro del sestetto di Topeka.
La foto sul retro, uno scatto del maestro Don Hunstein (quello della celebre copertina di “The Freewheelin’” di Bob Dylan del ‘63, dove il cantautore cammina a braccetto con la sua ragazza in un innevato Greenwich Village), chiarisce subito quanto i Kansas dovessero forzatamente puntare tutto sulla musica anziché sull’immagine. Sei tizi che sembrano appena usciti dal lavoro in fabbrica fanno sfoggio di baffi e lunghe criniere e non concedono nulla all’appeal di certe pose: un sole calante filtra da ovest e li illumina di rosso fuoco mentre camminano su un’altura brulla col vento a sferzargli le chiome e mentre alle loro spalle il cielo si annerisce di piombo e pregusta il piacere di scaricare a terra uno di quei temporali che sanno farsi ricordare. Il Kansas come terra dei contrasti, dove le placide praterie assolate subiscono spesso la visita di furiosi tornado... Anche le note introduttive scritte dalla band girano attorno allo stesso tema: “(...) Nonostante il fatto che questo sia il nostro primo disco, veniamo da circa 50 anni di mescolanza di esperienze musicali in uno degli ambienti ‘meno musicali’ che si possano immaginare. La nostra musica ha molti volti e stati d'animo differenti, proprio come la terra in cui viviamo. E’ una fusione di energia e serenità, un melting pot di idee (...)”. Ed in ultimo, scritto maiuscolo e con i punti esclamativi: “WE ARE KANSAS! KANSAS IS A BAND!”. Un’autoinvestitura, dunque. 
Non c’è che dire: hanno spalle larghe, i ragazzi...
La copertina riproduce una porzione consistente – ma anche parecchio decolorata – di un’opera di John Steuart Curry (del Kansas pure lui, nato in una fattoria di Dunavant), esattamente uno degli affreschi che adornano le sale interne del Kansas State Capitol di Topeka, quello intitolato “Tragic Prelude” e che vede giganteggiare in una scena di massa la figura barbuta dell’abolizionista “Captain” John Brown il quale, controversie a parte sul fanatismo con cui pare (almeno agli occhi dei sudisti) egli abbia condotto alcune delle sue imprese, verso la metà dell’800 lottò strenuamente per la soppressione della schiavitù negli Stati Uniti ponendosi pertanto al centro di uno dei principali conflitti ideologici che di lì a pochissimo, praticamente in contemporanea con la sua morte avvenuta per impiccagione, scatenarono la Guerra di Secessione americana. “Bleeding Kansas”, recitano gli storici statunitensi riferendosi a quell’aspro scontro politico (spesso travalicato in vere e proprie azioni di guerriglia) tra le due opposte fazioni, da un lato gli abolizionisti dall’altro i proprietari di schiavi: nel mezzo, appunto, il territorio del Kansas, teatro delle dispute più accese nel decennio 1850-1860 e in ballottaggio tra il definirsi Stato libero dell’Unione (come poi avvenne con le votazioni del gennaio 1861) o Stato della Confederazione.
La ricerchina storica è servita senz’altro più a me che a voi, lo so, eppure è utile per dire che l’iconografia di questo debutto non era sparata a caso. Ma anzi un segno preciso. Orgoglio campanilistico, la rivendicazione di certi diritti primari ma anche una levata di scudi e un polemico distinguo in contrapposizione alle numerose bandiere “stars and bars” che troppo fieramente erano tornate a sventolare dietro la spinta del coevo movimento “southern rock”.
La vorticosa corsa dell’opener “Can I Tell You”, una riesumazione del periodo White Clover (infatti manca la firma di Livgren), misura solo tre minuti e mezzo ma dentro i Kansas fanno miracolosamente in tempo ad infilarci un sacco di cose: intreccio di musica popolare e classica (e molto di questo dualismo sta sulle spalle di Robby Steinhardt a seconda del taglio che sceglie di dare alle note del suo violino), spunti hard, ritmiche progressive, tecnica strumentale bene in evidenza. Anche l’apparato vocale eleva da subito i Kansas sopra la media dei contemporanei e l’interplay tra Walsh e Steinhardt offre registri differenti a seconda di ciò che di volta in volta sia più congeniale esprimere: predomina il primo, che rimane un fuoriclasse autentico, ma le parti cantate in questo primo album vengono suddivise abbastanza equamente.
“Bringing It Back” è una cover di J.J. Cale (tratta dal suo “Naturally” del ’71), lo schivo chitarrista reso celebre più dalle fortunate riproposizioni del suo repertorio da parte di altri artisti (“After Midnight” e “Cocaine” del suo ammiratore numero uno Eric Clapton, ma anche “Call Me The Breeze” o “I Got The Same Old Blues” di quei sudistacci dei Lynyrd Skynyrd...) piuttosto che dalle sue versioni originali. I Kansas si sentono qui in dovere di dare brio e una scansione più ritmata alla proverbiale rilassatezza dello stile di Cale, velocizzandola e fornendo muscolarità alle cadenze furbescamente sonnacchiose della canzone del chitarrista okie, in principio un boogie-blues felpato e ammiccante ma giocato molto sulla “sottrazione”; qui invece la voce arrembante di Steinhardt dà la sveglia alla pigrizia studiata della primitiva versione e poi ci pensa il suo violino impazzito, in sostituzione dell’originale armonica di Ed Colis, a spingere tutto sul country più festaiolo.
Si tendono invece le corde del romanticismo in “Lonely Wind” (non è un caso che sia a firma unica di Steve Walsh), una ballata dominata dal pianoforte ma che permette al violino interventi da primo attore. E’ uno dei lati distintivi del Kansas-sound, certo non il più coraggioso, ma è comunque quello sotto il segno del quale sono poi venute alla luce le celebri “Dust In The Wind” e “Hold On” dei dischi successivi. Chissà con quanta devozione devono aver ascoltato questa canzone gruppi come gli April Wine. Ma non sono i soli perché lo sfruttatissimo refrain deve essere piaciuto a parecchi altri...
Se anche “Belexes” ha il traino ritmico di tipica propulsione hard-boogie, i Kansas trovano tuttavia la maniera di personalizzarla infiorettandone la stesura con frasi decorative di chitarra e violino, con brevi ma pertinenti assoli di organo e di chitarra e acuti cori da spolmonarsi ben bene (quasi Uriah Heep). La canzone è praticamente la stessa che già suonavano i Kansas del periodo ’71-’73 (se ne può ascoltare la loro versione, più lunga di circa un minuto, sulle registrazioni postume a nome Proto-Kaw uscite nel 2002 per la Cuneiform Records con il titolo “Early Recordings From Kansas”).
Il tipico progressive barocco tanto caro alla penna di Livgren emerge a partire dai quasi otto minuti dell’impegnativa “Journey From Mariabronn”, prima vera sorpresa del disco e perfetta vetrina delle capacità esecutive della band. Mariabronn è il convento in cui Herman Hesse nel 1930 ambientò pagine significative del suo romanzo “Narciso e Boccadoro” (dietro quel nome d’inventiva si nascondeva quello del convento di Maulbronn dove Hesse aveva studiato da adolescente). La prolissità rischiata in certi fraseggi chitarra-violino è sempre ben fugata dalla potenza hard della sezione ritmica, laddove Dave Hope rimbomba con le sue note rotonde e la macchina Phil Ehart esegue sì con la precisione di un automa ma con benzina tutta rock. Natura e spirito, istinto e ragione, i dualismi propri della sensibilità di Hesse tracimano nella musica dei Kansas con sorprendente affinità. L’iniziale riff di tastiera arricchito poi da chitarra e violino, le frammentate strofe cantate, l’ariosa musicalità che si dischiude ai due minuti e mezzo per culminare nell’assolo di Richard Williams, l’insistita sezione strumentale centrale dove s’incastonano anche i soli di Steinhardt e del poliedrico Livgren al moog e soprattutto l’epico finale, quando Steve Walsh dà libero sfogo alla sua voce portentosa ancora sulle sventagliate di moog, danno al brano la definizione di “classico”. Nessuno in America si esprimeva così, questo era indubitabilmente un suono che guardava all’Europa: ci andavano vicino gli Styx e gli Angel (più duro pomp-rock che non progressive) o i sinfonici Starcastle, ma forse solo i grandissimi Pavlov’s Dog e i meno noti e più heavy Leviathan ebbero un gusto e un bilanciamento realmente simili; altrimenti già bisogna individuare nomi più commercialmente difficili come Mirthrandir, Yezda Urfa, Cathedral (quelli di “Stained Glass Stories”, non quelli di Lee Dorrian ovviamente), ma queste furono tutte esperienze tendenti più al prog puro (e non c’è niente di male, anzi!). Nessuno invece seppe coniugare sensibilità melodica e grinta assolutamente rock come i Kansas, rendendosi credibili interpreti in entrambe le direzioni. Come spieghereste altrimenti il fatto che la band, pur considerata la laboriosità delle sue architetture sonore, figura in tutte le enciclopedie di hard rock? E’ vero che nel tempo i Kansas hanno poi in parte semplificato la proposta, sconfinando quasi nell’AOR negli anni ’80, ma tutto il primo periodo – e segnatamente questo disco d’esordio – restano un’esauriente prova di rock virtuoso, intricato, colto, originale e acrobatico. Raffinata energia, vi va se dico così?
“The Pilgrimage”, nonostante un titolo che ricollega per riflesso al secondo lavoro degli Wishbone Ash e che nel suo ritmo dal chiaro intento trascinante un po’ alla lontana rammenta la famosa “Blowin’ Free” da “Argus”, è un brano che senz’altro a suo tempo non dispiacque ai Dixie Dregs (che infatti con i Kansas avranno in comune anche Steve Morse) per le spregiudicate contaminazioni incluse al suo interno tra rhythm’n’blues, country, boogie e rock dove ciascuno dei generi evita di lasciarsi apprezzare nella sua versione canonica ma si passa il testimone in una staffetta dai cambi tutt’altro che regolamentari.
“Aperçu” sfiora i dieci minuti e vive ovviamente di soluzioni cangianti, sfruttando anche l’uso della doppia voce (Steinhardt più calibrato, Walsh su vette altissime); la band affronta stacchi impossibili senza il minimo indugio, poi approda a lidi di grande lirismo dove sfoggia dimestichezza con sinfonismi à la Yes; e via di nuovo in esercizi da musicisti classici, partiture strettissime, voli e riprese, quiete ed esplosioni; le emozioni sono compresse in spazi angusti, c’è chi dalle idee contenute qui dentro ci avrebbe ricavato un disco intero... Eppure non c’è astrusità nell’intrico dei Kansas. Ci sono sottigliezze, accorgimenti, preziosismi, c’è il lavoro attento di musicisti veri; ma non spocchia, né eccesso fine a sé stesso.
Il brano è praticamente collegato alla conclusiva “Death Of Mother Nature Suite” che carica a molla le chitarre per dare corpo alla rabbia di cui sono intrise le liriche, un atto d’accusa verso l’ignoranza e l’avidità dell’uomo che ha scelto di elevarsi al di sopra della natura, provando a governarla e ottenendone solo la rovina; eccoli tutti qui, espressi musicalmente, i contrasti di cui i Kansas parlavano nelle note di copertina dicendosi figli orgogliosi di un territorio che certi conflitti li porta fin dentro le pieghe della sua stessa conformazione geologica, che le dicotomie le vede tutti i giorni manifestarsi in grandi epifanie atmosferiche.
La canzone, a tratti durissima con Steinhardt che la canta partendo da note levigate per salire d’intensità come se il suo urlo fosse il ruglio dell’orso per una ferocia che non gli sentiremo mai più sgorgare dalla voce, si lascia sopraffare da un velo nerastro di pessimismo. A poco vale l’inizio delle tre strofe illustrative che si appoggiano su melodie più delicate: anche lì si esprime una sofferenza tangibile. Il canto è un pianto. Il brano è scosso da un turbine che avvolge l’ascoltatore in un afflato gelido, spostandolo di peso e soffiandogli nel collo un insidioso vento freddo; almeno fino al suo finale, poco più che un minuto, dove si assiste ad un’alba sonora che imporpora di nuovo l’aria con gentili chitarre acustiche, violino, sintetizzatori, un rullo di tamburo ed un luminoso assolo di Williams.
Se oggi dopo quasi 40 anni conditi da abbandoni e ritorni i vecchi leoni sono ancora in pista, una ragione ci deve pur essere. Forse anche più d'una. Di certo c'è che l'arte, il segreto che la rende possibile, il fuoco che la nutre, non fanno invecchiare. Chi detiene quel segreto, chi custodisce quel fuoco, vive in eterno.

1 commento:

  1. la grande abilità dei kansas risiede nella gestione del suono,mi spiego:l'abbondanza degli arrangiamenti,il grande numero di strumenti impiegati e la convivenza di autentici mostri sacri delle sette note,potevano appesantire il sound fino a farlo deragliare.ma quei musicisti sapevano il fatto loro!per prima cosa scelsero un basso rotondo capace di incollare insieme le colate laviche dei solisti;la batteria di earth metteva pressione ai suoi compagni invitandoli a superarsi:un metronomo di grande spessore.mentre tastiere,violino e chitarra parevano essersi dati appuntamento alla fiera del prodigio!una slavina al contrario,potentissima e roboante che costruisce invece di distruggere,che pone la melodia dentro un cerchio di fuoco:un fuoco sacro per melodie eterne! jahier non puoi immaginare quanto piacere mi abbia fatto leggerti! grazie

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