lunedì 3 settembre 2012

JETHRO TULL "Crest Of A Knave" (Chrysalis, 1987)


Non erano mai passati tre anni tra un album e l’altro dei Jethro Tull. Avvenne per la prima volta tra il 1984 e il 1987, una pausa insolita che però servì a Ian Anderson a ritrovare motivazioni e vena creativa oltreché a ricondurlo sulla strada delle sue passioni alternative alla musica.
Non c’erano buone sensazioni attorno al futuro della band e gli ultimi messaggi artistici (il solista di Anderson “Walk Into Light” dell’83 e il plastificato “Under Wraps” dell’84, l’ultimo album in studio rilasciato dalla band nonché quello della discordia per molti fans) non avevano esaltato nessuno dei vecchi seguaci, ancora orfani - e senza capacità di farsene una ragione - della gloriosa, stravagante band ammirata per tutto il decennio seventies: dopo aver perso per strada alcuni membri storici (Clive Bunker che si era sposato, Jeffrey Hammond-Hammond che aveva preferito darsi alla pittura, il povero John Glascock che era morto giovanissimo) e dopo averne messi alla porta parecchi altri (l’indisciplinato Glenn Cornick, il bastiancontrario Barriemore Barlow e infine i caratterizzanti tastieristi John Evans e David Palmer), fin dall'inizio degli anni '80 Ian Anderson non era ancora riuscito a trovare la quadratura del cerchio accentrando ancora di più il fuoco su di sé e al contempo sterzando troppo bruscamente rispetto al miracoloso folk-progressive che tanto aveva ammaliato schiere di ammiratori.
In quello scenario i cui orizzonti erano l’immobilismo e la vaghezza, arrivavano le voci di seri problemi alle corde vocali per il Pifferaio Magico su cui pesava anche il dubbio potesse realmente aver esaurito il filone aureo dell’ispirazione più originale e autentica. Lo si sapeva tutto preso dalla sua remunerativa attività di allevatore di salmoni, sulla cui gestione diretta aveva dovuto ripiegare perché proprio i medici gli avevano imposto uno stop assoluto di almeno un anno da qualsiasi “gorgheggio”, e quel buen retiro lo stava tra l’altro anche visibilmente invecchiando, tant’è che quando riapparve pubblicamente al timone del vascello Tull il buon Anderson sembrava essere andato ben oltre i suoi quarant’anni compiuti di fresco. Lo testimoniava senza particolari pudori anche il video di lancio del singolo “Said She Was A Dancer” (che anche la nostrana Videomusic spinse molto in rotazione) in cui a naturalistiche panoramiche a volo d’uccello sulla verdeggiante Scozia, a cartoline di Mosca innevata (il Cremlino, la Piazza Rossa, la Cattedrale di San Basilio) e a lunghe sequenze di balletti, si alternavano le immagini di un Anderson un po’ ingrassato, dalla capigliatura trascurata e una stempiatura invasiva, con qualche vistoso ciuffo bianco in mezzo alla barba e il solco accentuato di nuove rughe. Insomma lui che fin da ventenne aveva sempre scherzato sull’aspetto da anziano trasandato (la copertina di “This Was”, l’attempata figura del clochard Aqualung, l’ironia di “Too Old To Rock’n’Roll To Young To Die”), in questo caso sembrava subirlo sul serio il normale decorso del tempo. E’ dunque l’Ian Anderson della saggezza quello che studia il ritorno sulla scena e che prova ad evitare la completa deriva (quella artistica, perché tutto sommato “Under Wraps”, occhieggiando al mercato con quei suoni così moderni, aveva venduto anche benino). Un mutamento che si avverte già nel diverso uso della voce, meno aggressiva, spesso quasi parlante, confidenziale, introspettiva, lavorata con abilità tra i denti. Che sia il frutto di una maturazione o, meno romanticamente, il regime di autocontrollo per non sforzarla, la voce di Ian suona più calda e riflessiva, intima, diventa strumento più garbato con cui elargire le consuete sferzate sarcastiche e i suoi motteggi arguti.
Il Re si arrocca nel suo castello (il disco fu preparato e quasi integralmente registrato nello studio di casa), si raccoglie circondandosi solo di ciò che gli piace ed elabora il piano del rilancio per riaffermare la propria autorità.
Ma non c’è Re Artù senza Lancillotto. E quello si chiama davvero così: Martin Lancelot Barre, lo scudiero fedele. Da sempre al fianco del leader, Barre arriva invece a questa prova discografica con una forma sorprendente (anche fisica, perché negli ultimi anni si era fatto prendere dalla passione per le maratone ed era dimagrito a vista d'occhio): tecnicamente la sua appare una crescita in continua ascesa, il suo gusto sempre più affinato e fa bene Anderson ad affidargli un ruolo di così vistosa esposizione.
La copertina in stile araldico, il susseguente gioco di parole del titolo (“lo stemma del fante”, knave, invece che “la cresta dell’onda”, wave... Ma knave significa anche mascalzone...) e la consueta simpatia usata nei credits sono un primo indizio per far capire che i Jethro sono ancora i Jethro. E che vogliono fare i Jethro.
I suoni sintetici che si ritrovano nell’iniziale “Steel Monkey” (e più oltre anche in “Dogs In The Midwinter” o nella conclusiva “Raising Steam”), ovvero quelle insopportabili tastiere tanto care all’ex Peter John Vettese più un imperdonabile batteria programmata, dimostrano che ancora non sono stati recisi nettamente i legacci col passato più recente. Anzi l’incipit fa proprio dire: “Eccoci di nuovo. Ci risiamo!”. Però qui a ben ascoltare c’è una freschezza diversa, la canzone ha un brio molto più credibile e spigliato, la confidenza con l’elettronica sembra migliorata e soprattutto la chitarra di Martin Barre non rimane soffocata da una produzione che sbilanci altrove la levetta dell’equalizzatore. Sì, è proprio l’elettrica di Barre a recuperare la personalità e l’integrità del suono che deve avere una chitarra rock.
Ma “Steel Monkey”, con la sua combine tra hard rock e sintetizzatori che rammenta addirittura gli ZZ Top di quel periodo (nel video c’è perfino una citazione dei “Tres Hombres” nelle movenze all’unisono di Anderson, Barre e Pegg...), oltre ad una linea vocale ficcante e divertente ha anche un buffo pregio, quello di avermi fatto vedere per la prima volta Ian Anderson imbracciare una chitarra elettrica dal vivo (luglio 1988 nella mia Firenze, in Piazza Santa Croce, sotto lo sguardo accigliato del Dante scolpito da Enrico Pazzi): quasi il bizzarro restyling di un’icona rock. Senza che però ce ne fosse bisogno. Almeno per tutti coloro che sono affezionati all’abitudine di vederlo con tanto di chitarra classica o mandolino e tutto il campionario di smorfie mentre si piega sul microfono oppure che amano la sua silhouette nella classica posa con flauto traverso alla bocca e tutto il peso poggiato su una gamba sola come stesse imitando una gru.
Ma basta la seconda traccia per individuare la natura più autentica del nuovo corso: “Farm On The Freeway” è musica d’alto bordo, suonata da maestri, un connubio ammodernato tra folk (il canto espressivo e caldo, il flauto pastorale) e hard rock (la chitarra aguzza di Barre, le dirompenti parti di batteria). I giochi strumentali abbondano e i rimpalli tra chitarra e flauto trovano qui una delle più divertite combinazioni dell’intero repertorio tulliano. Su “Farm On The Freeway” si registra l’esordio su un disco dei Jethro di Doane Perry alla batteria, classe ’54 (quindi di una generazione appena successiva rispetto agli altri) e secondo americano ad entrare nelle file della band dopo che proprio un suo grande amico anch’egli batterista si era fregiato del titolo di primo “straniero” della formazione inglese (lo sfortunato Mark Craney, morto il 26 novembre 2005 dopo un calvario durato vent’anni di atroci sofferenze fisiche originate da disfunzioni renali): Perry ha elevate capacità di arrangiamento, un equilibrio perfetto tra piano e forte, superba predisposizione all’uso dei piatti; la sua battuta ora cala netta e possente, più avanti invece si fa sfumata, elaborata, dolcemente tintinnante; ed egli dimostra grande disinvoltura sui tempi dispari, ovvero quelli che il più classicheggiante Gerry Conway, di vecchia estrazione puramente folk (Fotheringay, Cat Stevens) e presente su quattro dei nove brani del disco, sembra soffrire maggiormente. Doane Perry, regolarmente provinato con tanto di audizione ufficiale, sedeva sullo sgabello dei Jethro già a partire dalla tournée di “Under Wraps” e “Crest Of A Knave” ne avrebbe sancito il definitivo arruolamento se solo proprio nel bel mezzo delle registrazioni il batterista non fosse stato colpito da un grave lutto (la morte della madre) che costrinse lui ad un improvviso rientro negli Stati Uniti e la band a sfruttarne il talento in soli due brani dell’album.
“Jump Start” prosegue nell’alternanza e la compenetrazione tra i due generi (folk e hard) da sempre presenti sullo spartito dei Jethro Tull, dove si fa presto a passare dalla giga festaiola all’aggressività del rock più elettrico. Ed è proprio per questa “corrispondenza d’amorosi sensi” che in tutta la sua parte centrale il brano sembra la prova generale di quella “Kissing Willie” che sarà singolo di discreto successo e che aprirà l’album successivo, “Rock Island”. Ormai perfettamente integrato Dave Pegg, bassista dai larghi sorrisi, che però con i Jethro ha una storia tutta particolare: lui che, per via del suo lungo praticantato in forza ai Fairport Convention e per tutta una serie d’incisioni al fianco di mostri sacri del cantautorato britannico (Nick Drake, John Martyn et similia), padroneggiava il linguaggio folk come pochi altri passò ai Tull alla fine del ’79 quando si trattò di prendere il posto del povero John Glascock morto il 17 novembre di quell’anno per il rigetto di una valvola cardiaca che gli era stata installata chirurgicamente per compensare un difetto ereditario. Ebbene il paradosso sta nel fatto che il “tradizionale” Dave Pegg si trovò ad attraversare tutto il periodo “elettronico” dei Jethro Tull per poi abbandonarli - in maniera diluita e del tutto amichevole - proprio a seguito del naturale riapprodo al sicuro rifugio del folk, di cui se si vuole il vero culmine sta nell’antologico disco dal vivo del ’92 a titolo “A Little Light Of Music” (dove eccezionalmente siede alla batteria proprio un altro membro istituzionale dei Fairport Convention, quel Dave Mattacks che veniva simpaticamente definito il “John Bonham del folk”).
“Said She Was A Dancer” (secondo brano consecutivo a citare nel testo la figura di Jack The Ripper) è una ballata che non contiene nessuno spunto coraggioso, ciò che in realtà da un gruppo sempre accostato al progressive ci si aspetterebbe. Ma i Jethro non hanno sempre vissuto di soli intrugli, trame intrecciate, complessità; anzi, spesso hanno messo in croce i critici per la semplicità della forma e quella spiccata capacità di composizione anche frugale, destrutturata. E’ soprattutto qui che si gridò scandalosamente a derivazioni troppo sfacciate dal repertorio di Mark Knopfler. Io probabilmente sono di parte (ma se non fossi un po’ partigiano non avrei mai usato la parola “brigata” per il nome del blog!), ma il giorno in cui i Dire Straits – pace all’anima loro! – arriveranno con il timbro e soprattutto l’anima di una canzone così, fatemelo sapere. Qualcosa di simile stilisticamente è innegabile che ci sia (oltretutto Knopfler non ha mai fatto mistero di impazzire per il suono di chitarra di Martin Barre...), ma la differenza sostanziale, quella profonda, che avverti oltre le note, oltre le canzoni, sta nel fatto che i Dire Straits sono un nobilissimo gruppo... soft. I Jethro invece per storia, vicende e background, qualsiasi sia l’espressione artistica attraverso cui decidano di comunicare, sono e rimarranno sempre un gruppo fortemente rock. La canzone non ha niente di avventuroso, d’accordo, ma per me rimane un ascolto piacevole ed ha lo stesso conforto dell’abbraccio sincero di un parente. Perché volerle male?
Se in chiusura di lato A la ripetitività di “Dogs In The Midwinter” scorre senza colpo ferire come acqua sui vetri, segnalandosi soltanto per qualche azzeccato spunto lirico del testo, la seconda facciata del disco si apre con l’opulenta “Budapest” che ne è fortunatamente degno contraltare: il pezzo ha la durata della suite (10 minuti) ma non si compone di frammenti slegati, non è un collage di capitoli diversi; è invece semplicemente una canzone ricca, ricchissima. Vero masterpiece dell’album, il brano raggiunge vette artistiche al cospetto delle quali ogni Tull-fan non può che riconoscere e salutare l’avvenuta completa maturità dell’Anderson compositore (l’onda è quella che sarà cavalcata anche in articolati brani successivi come ad esempio “The Whaler’s Dues” da "Rock Island" o “White Innocence” su "Catfish Rising"). Rispunta anche qui qualcosa di vicino ai Dire Straits (a me torna alla mente la tensione strumentale di “Private Investigations” prima delle scudisciate elettriche finali, ma appunto devo scomodare uno dei migliori brani della loro intera carriera!), però l’accusa di plagio non regge. Folk, rock etnico, progressive, hard rock strumentale, la consueta padronanza lirica: tutto convoglia in questo capolavoro dove a tratti Martin Barre alla chitarra acustica gioca a fare Steve Howe e dove addirittura spunta l’ospitata prestigiosa di Ric Sanders al violino per connotare meglio i riferimenti mitteleuropei verso cui anche il titolo del brano ed il suo bel racconto intendono indirizzare. Ric Sanders sì, ancora un Fairport Convention, quasi un legame a doppio filo in quella precisa fase di vita tra le due band, sodalizio che le vide assieme anche in tournée. E non è neppure l’ultimo perché lo stesso Gerry Conway a partire dal 1998 diverrà il batterista del gruppo di stanza a Cropredy nella sua più recente incarnazione, mentre poco dopo l’uscita di “Crest Of A Knave” – esaurita una breve collaborazione con Don Airey – sarà il polistrumentista Martin Allcock (due lustri di militanza nei Fairport, principalmente come chitarrista) ad occuparsi delle tastiere dei Jethro Tull per qualche anno.
“Mountain Men” va oltre i sei minuti ed ha un ingresso epico (che sarebbe stato perfetto per “Broadsword And The Beast”) picchiato duramente da Perry, cantato con la sicurezza di tutto il suo carisma da Anderson e affilato da Lancillotto Barre, lontanissimo ormai dal timido, paffuto e anche un po’ impacciato accompagnatore dei suoi primi mesi al fianco dello scorbutico scozzese quando subentrò al fuggiasco Tony Iommi che non seppe resisterci più di un paio di settimane. Peccato che poi il brano non rispetti l’intensità di un simile avvio, sfruttando sì un altro testo ricco di immagini dal richiamo potente ma adagiandosi su un rock piuttosto standardizzato.
Ancora vibrazioni a metà tra l’etnico e l’ambientale aprono “The Waking Edge”; ma il mistero che apre la canzone, riproducendo sonorità da giungla inesplorata e voci di animali notturni, stempera in una ballata cullante dal calore quasi natalizio; un canto dolce da nonno che racconta ai nipoti vicino al caminetto, un fuoco che crepita, luci tenui. Quasi alla maniera di un vecchio carol... Ma sia chiaro, il testo non lo suggerisce affatto, è solo una malinconica canzone d’amore. C’è ancora Ric Sanders, in questo caso molto in sottofondo, a levigare ulteriormente la melodia con la sensibilità del violino.
Hard elettronico per l’ultimo tassello, la trascurabile “Raising Steam”, la terza traccia dell’album ad essere penalizzata dalla drum machine: siamo andati avanti rispetto all’asetticità di “Under Wraps” ma non è certo qui che i Jethro Tull onorano al meglio la loro carriera; sopra sembra divertircisi abbastanza Martin Barre ma il brano avrebbe potuto magari essere sostituito dalla bonus-track inclusa nella successiva ristampa in cd (l’ottima “Part Of The Machine”), più variegata, fertile di umori, meglio rifinita e più allineata con le cose migliori dell’album, ma pare che la registrazione sia di qualche mese posteriore (marzo 1988) e quindi ancora non disponibile al momento della definizione della track-list.
“Crest Of A Knave” è anche celebre per essersi guadagnato un Grammy Award nell’88. Non ci sarebbe niente di strano, la validità dell’album non è mai stata contestata. Il fatto è che, del tutto in linea con l’umorismo tagliente che da sempre accompagna i Jethro Tull, il disco fu premiato come quanto di meglio prodotto nel campo dell’ “hard rock/heavy metal”! Sull’imbarazzo dei presenti alla cerimonia, sulla delusione dei Metallica che già assaporavano la vittoria per il loro “And Justice For All” e sulle aperte contestazioni ai giurati aleggiava idealmente il ghigno di Anderson e compagni (che neppure presero parte a quella parata di stelle, sicuri che nessuno li avrebbe considerati): quei dannati, decrepiti menestrelli avevano giocato uno dei loro brutti tiri all’establishment discografico. Sì, proprio uno scherzo. Firmato Jethro Tull. Con tanta ironia. E la calligrafia dei giganti.

2 commenti:

  1. Uno dei miei album preferiti in assoluto dei Jethro Tull, che apparve come un autentico miracolo agli occhi di chi si era appena ripreso dall'orrore di 'Under Wraps', il cui problema non era tanto la presenza di arrangiamenti elettronici (ad un genio come Ian Anderson si può perdonare anche questo), ma più semplicemente l'assenza di canzoni all'altezza.
    Come hai fatto notare con la consueta puntualità, anche su 'Crest' non manca qualche concessione modernista, ultimo retaggio dell'era-Vettese, ma di fronte a classici come l'evocativa 'Farm On The Freeway' (dai testi, al solito, pregni di significato, che puntano l'indice accusatore verso il mondo moderno, che distrugge natura e ricordi illudendosi di pagarli un pugno di denari), l'eccitante 'Jump Start' e soprattutto il Capolavoro 'Budapest' noi ci togliamo il cappello e facciamo volare alto il cuore.
    proprio quella 'Budapest' che rappresenta uno dei non frequentissimi casi in cui si possano sorpassare i dieci minuti di durata senza avvertire alcun calo di tensione, con buona pace dei progsters manichei (per non dire ottusi, per me peggio di loro ci sono solamente i jazzisti... eppure io adoro il rock progressivo!)che misurano la grandezza di un brano con le lancette del cronometro.
    sul fugace parallelo con i Dire Straits la penso come te: è effettivamente innegabile, soprattutto a causa del brusco abbassamento vocale di Anderson, che se non sbaglio negli anni immediatamente precedenti si era sottoposto ad un'operazione alle corde vocali, ma con tutto il rispetto per Mark Knopfler, non si può paragonare una pur dissetante gazzosa con uno Champagne millesimato, neppure se arricchisci la prima con una scorza di limone.

    il vinile uscito all'epoca includeva appena sette brani; questo costrinse il sempre sfruttato (ma in fondo felice di esserlo)collezionista ad acquistare il maxi single di 'Said She Was A Dancer', contenente sul retro 'Dogs In The Midwinter' e 'The Waking Edge', originariamente escluse dal formato LP.
    d'altronde sono tre le cose che preferisco dei Tull: la capacità di suonare praticamente ogni genere musicale ad alto livello; il ruolo di assoluto dominatore di Anderson, a dimostrazione che una band funziona bene se un illuminato decide e gli altri eseguono; e soprattutto la presenza di decine e decine di pezzi da collezione che li riguardano, che è godurioso possedere e custodire gelosamente dopo averli bramati, come libri, tour programmes e svariate dozzine di singoli ed ep, saturi fino al midollo di gustosi et sfiziosi brani inediti, per quanto il termine 'inediti', nell'era del CD, abbia un po' perso di significato.

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    1. Facciamo un patto, Giovanni. Da ora in avanti io metto solo il titolo del disco, il nome del gruppo e l'anno di pubblicazione. E tu ti scateni. Che ne dici, si può fare?
      Sono banale, lo so, ma non posso che ringraziarti per il tuo ricco commento e per l'onore che mi fai di scrivere qui su Brigata Rock.
      Ti leggo sempre con grandissima stima. E mi fa piacere scoprire gusti e sensibilità così simili.

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