domenica 9 settembre 2012

HUMBLE PIE "Humble Pie" (A&M, 1970)


E’ la prima mattina del 20 aprile 1991. Il sole sta lì lì per sorgere ma la campagna inglese dell’Essex è ancora silenziosa, brumosa, assonnata e trasuda l’umidità della notte. Nel lattiginoso lucore dell’alba che dà il cambio all’oscurità sul piccolo villaggio di Arkesden un fuoco divampa violento dal piano superiore di un caratteristico cottage intonacato di bianco. Lo nota un automobilista e lancia l’allarme. Nella zona sanno tutti chi abita lì. Possono soltanto sperare che il proprietario sia in tutt’altra parte del mondo, beatamente nel mezzo di una delle sue lunghe trasferte, e che l’incendio sia un evento del tutto accidentale, magari scaturito da un corto-circuito.
Invece no. I vigili del fuoco, dopo aver domato le fiamme con ben quattro autopompe, scoprono che l’uomo era proprio in casa. Il suo cadavere viene rinvenuto in camera, tra il letto e la parete; l’incendio l’ha prodotto lui, addormentandosi ben saturo di alcool con una sigaretta accesa tra le dita. Steve Marriott muore così. Carbonizzato a 44 anni. Lui che il fuoco lo sapeva sprigionare semplicemente con la voce. Che aveva arroventato i palchi. Infiammato le platee.
Steve Marriott era cantante dalla ferina impronta soul (perché non mi è mai uscita di testa la sua interpretazione di “Desperation” degli Steppenwolf sul primo disco dei Pie?), quel feeling innato che non puoi in nessun modo ingabbiare con la tecnica; semplicemente quello ti sgorga dalle corde vocali appena lasci andare l’emozione, è un riflesso incondizionato; è il canto dell’anima, lo dice appunto la parola, e non puoi filtrarlo. Guardate che cosa successe a Joe Cocker quandò andò a Woodstock, lui inglese di Sheffield che ammutolì quell’oceano di americani, cioè chi quella musica la sentiva profondamente propria, e il suo canto tutto commozione ed epilessia rimane uno degli episodi più eclatanti di simbiosi tra musica e spirito, arte e stomaco. Così anche Marriott, il piccoletto che ruggiva come una tigre, non aveva una voce rispettosa, ben confinata dentro i margini; no, la sua era abrasiva e selvaggia, una voce da prima linea, da petto in fuori e disprezzo per il fischio delle pallottole. Chiunque lo abbia conosciuto da vicino, ci abbia lavorato gomito a gomito, quando parlerà di lui potrà raccontare gli aneddoti più disparati ma quando cercherà di descriverlo – fateci caso – userà sempre per forza la stessa parola: talento. Quello era Steve Marriott. Chris Robinson gli farà un monumento tutte le volte che i suoi Black Crowes compiranno un passo in avanti...
Steve fu l’attrattiva focale degli Small Faces, gli unici a poter rivaleggiare in modo credibile con gli Who, ma la cultura mod era in trasformazione, stavano arrivando febbri molto più potenti e quanto a lui stessero strette le impostazioni del pop-psichedelico britannico lo si vedeva bene fin dall’anticipo con cui prese a rompere anche certe rigidità formali: zazzera ribelle e frangia spesso sugli occhi al posto dei cotonati caschetti senza un capello fuori posto (perfino dei suoi stessi compagni di avventura), fazzoletto annodato al collo, jeans e maglietta, movenze sfrontate, irruenza vocale, consapevolezza sexy, fremiti d’impertinenza (anche chitarristica), un modernissimo modo di stare sul palco.
Era tempo di cambiare pelle: Marriott lasciò gli Small Faces, che presero Ronnie Wood e Rod Stewart e diventarono i Faces, e si adoperò immediatamente per formare la sua nuova band.
Gli Humble Pie si costituirono pertanto con le credenziali del supergruppo, un fatto che forse sulle prime li penalizzò e basta: Marriott leader maximo degli Small Faces, Peter Frampton promettente chitarrista degli Herd (con cui aveva conquistato l’appellativo di “Face of the ‘68” ed era idolo delle ragazzine per il suo smagliante sorriso da bravo ragazzo) e il biondo Greg Ridley, bella faccia da attore, solido bassista dei VIP’s e degli Spooky Tooth e l’unico veramente vicino in carriera a sonorità più dure rispetto agli altri.
Il meno accreditato (almeno a livello di fama) era il ragazzino dietro la batteria: Jerry Shirley, che poco più che bambino già suonava nei Valkyrie.
Era sempre giovanissimo Jerry quando sedette sullo sgabello degli Apostolic Intervention del fratello Angus e di “Dino” Dinens (erano pazzi se pensavano di avere successo con quel nome!) e suonò di spalla ai suoi idoli, proprio gli Small Faces. E si vede che il ragazzino (nel 1979 alla batteria su “Viva l’Italia” di Francesco De Gregori, ma questa è un’altra storia...) colpì davvero l’attenzione di Steve Marriott se qualche anno più tardi, a quanto si narra la mattina di Capodanno del 1969, il cantante lo chiamò per chiedergli se lo avrebbe preso con sé nel progetto che, stando a ciò che trapelava nell’ambiente, Shirley stava mettendo su assieme a Peter Frampton (la storia è un po’ più intrecciata: è vero che Shirley e Frampton avevano jammato insieme in quel periodo, ma anche Marriott era già in relazione con Frampton e i due avevano messo in cantiere l’idea di una band in comune). Tornando un attimo agli Apostolic Intervention (ex-Little People) in realtà Marriott prese a ben volere non soltanto Jerry ma anche l’intero gruppo; addirittura lo sponsorizzò presso Andrew Loog Oldham, manager dei Rolling Stones oltreché degli stessi Small Faces e fondatore della Immediate Records, prestò loro una canzone che aveva scritto con Ronnie Lane (“(Tell Me) Have You Ever Seen Me”), gliela fece incidere e gliela produsse (si parla del ’67). Da par suo Peter Frampton aveva già condiviso il palco con gli Small Faces durante qualche ospitata in un tour di spalla agli Who e Marriott (con Ronnie Lane) aveva prodotto nel ’68 il singolo degli Herd “Sunshine Cottage”. Insomma tutto questo per dire che la tessitura della trama Humble Pie aveva maglie molto strette.
Nel ’69 il gruppo sfornò rapidamente due album per la Immediate, due buoni album forse un po’ inferiori alle grandi aspettative che montavano dietro a quell'esordio tanto strombazzato, e contestualmente calcò a più non posso i palchi di qua e di là dall’Oceano, non risparmiando mai una stilla di energia.
Ma nel 1970 l’Immediate fallì e la band sulle prime sembrò addirittura sul punto di sciogliersi, stanca di ritrovarsi praticamente al verde dopo tanto sbattimento; invece avvenne il colpo di coda Anthony D’Addario, artisticamente noto come Dee Anthony, manager d’oltreoceano inizialmente al servizio di Tony Bennett, ma poi soprattutto curatore di Joe Cocker, Ten Years After, Spooky Tooth, Traffic e che – come nel caso di tutti questi artisti inglesi – venne ingaggiato per ottenere spinta promozionale in terra americana, considerati anche i connotati così poco europei della proposta Humble Pie. E Dee Anthony andò subito sul sicuro bussando alla porta della A&M, per lui una seconda casa, e ottenendo il contratto che gli serviva.
Il disco lo produsse Glyn “The Man” Johns agli sfruttatissimi Olympic Studios di Londra (fin lì i Pie avevano lavorato con Andy, il fratello minore) e le sue erano mani sicure a cui affidarsi: lo sapevano bene anche i Rolling Stones, gli Who e i Led Zeppelin.
“The Stomach Dance” è l’illustrazione scelta per la copertina; era un’opera del 1893, realizzata da Aubrey Beardsley di Brighton, giovanissimo talento dalle intuizioni Art Nouveau morto di tubercolosi a soli 25 anni. Altra genialità andata troppo presto perduta.
L’album porta per titolo il nome stesso della band; generalmente, le rare volte in cui non lo si fa con l’esordio, è perché s’intende ricreare un punto di partenza (magari spesso è semplicemente l’offuscamento delle buone idee, ma insomma...). In questo caso gli Humble Pie non fanno certo tabula rasa di ciò che erano stati fino ad allora, ma è innegabile che soprattutto dal country psichedelico del secondo lavoro “Town And Country” vengano prese distanze piuttosto nette e semmai si recupera, in più di un caso rinvigorendola, l’esuberanza del primo “As Safe As Yesterday Is”, che era stato più diretto, aggressivo e... “sportivo”. Insomma il cavallo va al galoppo, dimostra di reggere bene quel passo, le briglie possono essere allentate, non c’è ragione di trattenerlo. E così sia.
Dura otto minuti la traccia d’apertura “Live With Me”, un drammatico soul sostenuto dall’organo e da un Marriott splendido interprete della sua parte vocale. Un pathos tutto seventies si snoda attraverso le onde emozionali del brano, una sofferenza figlia del blues americano che monta lungo le strofe, ne cavalca la cresta, si gonfia di potenza elettrica e poi s’infrange nel refrain. Gli alti e bassi, le tensioni crescenti, gli svuotamenti e i rilasci, i dialoghi strumentali, la personalità della sezione ritmica fanno di questo brano uno dei melange tecnico-compositivi meglio riusciti di sempre del gruppo. Le liriche, cantate alternativamente da Marriott, Ridley e Frampton che si prendono una strofa ciascuno come in precedenza avevano fatto sul fortunatissimo singolo “Natural Born Bugie” (negli States “Natural Born Woman”), danno voce allo strazio per un amore difficile, che non va come si vuole, che si reclama con forza, di cui si combatte la fine provando a ribaltarla, una disperata richiesta di vita insieme, addirittura una speranza di matrimonio (perdonate la partecipazione, forse questo testo e questa canzone chi scrive non dovrebbe ascoltarli proprio in questo periodo...).
“Only A Roach” la canta timidamente il suo autore, Jerry Shirley, e si guarda ancora all’America, quella rurale di certi intramontabili miti. Un pianoforte saltellante, cori sguaiati, sonnolenza country, allegria da bivacco. Lo “Willie” accreditato come ospite alla batteria su questo pezzo è il John “Willie” Wilson dei Cochise che più tardi suonerà anche con David Gilmour.
Poi arriva l’hard rock puro nella tonante “One-Eyed Trouser-Snake Rumba”, trasfigurazione del vecchio boogie, marchiata a fuoco dal riff e dal botta e risposta delle voci per quasi tre minuti che assurgono a manifesto sonoro della band: quanto glam deve aver preso dalla distorsione elettrica di queste chitarre... Penso ai T.Rex più robusti, agli Sweet ma anche al fenomeno Kiss (chiedete a Paul Stanley di Marriott e i Pie per averne conferma).
“Earth And Water Song” è l’inflessione più intimista con cui Frampton, che qui canta da solista, sente la necessità di dare respiro al disco: lo fa dolcemente nascondendo frasi d’amore all’interno di metafore naturalistiche (“I am the earth / And she is my water”). Led Zeppelin a portata di mano, lo si percepisce bene nell’avvicendamento tra incanto e risveglio, echi folk e turbini rock, arpeggi acustici e stoccate elettriche. Una similitudine e una continuità stilistica atttraverso meccanismi che Glyn Johns sa bene come oliare per essere stato assai dentro alla produzione del primo Dirigibile, quantunque la vicinanza qui riscontrabile sia con il repertorio più tardo ed evoluto degli Zep (ma possiamo dirlo lo stesso, tanto fu sempre affare di famiglia perché fu il fratello Andy a curarne il suono dal secondo album in poi).
E, proprio come avevano fatto Page e compagni, anche su questo disco si va ad elettrizzare il nume tutelare Willie Dixon omaggiandolo attraverso una robusta versione di “I’m Ready” (che però fu scritta per Muddy Waters). Calor bianco in tributo al nero di Vicksburg, il brano porta i colpi come il suo autore distribuiva cazzotti sul ring prima di darsi alla musica: botte da peso massimo. Si va presto al tappeto se non si tiene alta la guardia. E può non bastare.
Poi è ancora country-western in “Theme From Skint” (che Marriott sottotitola ironicamente “See You Later Liquidator”) dove la pedal steel guitar dell’ospite B.J. Cole (al tempo nei Cochise ma poi presente in tantissime incisioni del periodo: Elton John, Marc Bolan, Fair Weather, Trapeze, Sensational Alex Harvey Band, Uriah Heep) gioca un ruolo imprescindibile per la definizione dei suoi orizzonti. Il “gancio” per questa collaborazione – che proseguirà su altri lavori degli Humble Pie e segnerà un sodalizio tra Cole e Marriott – fu il bassista degli stessi Cochise, Rick Wills, che in precedenza aveva suonato con Jerry Shirley nei Little Women e nei Wages Of Sin e che pertanto fece le presentazioni (più tardi accompagnerà Frampton nell’avvio della sua carriera solista, suonerà in una reunion degli Small Faces al posto di Ronnie Lane, battezzerà l’esordio di David Gilmour e diverrà membro fondamentale dei Foreigner). Certo, se si pensa a quanto in quello stesso 1970 l’Inghilterra stava producendo di gotico e tenebroso, di intricato e cerebrale, questa solarità rupestre, questi grandi spazi abbacinati di luce – suggestioni solo musicali, perché il tema delle liriche è un’amara descrizione della propria condizione di rockstar in bolletta per via dei maneggi poco riusciti del vecchio management – sembrano provenire davvero da tutt’altra sensibilità, da un’altro mondo. La spensieratezza della ridente impennata ritmica che caratterizza il finale può interromperla solo l’improvviso boato di un’esplosione, l’effetto sonoro a chiusura del brano a mo’ di censura, altrimenti Marriott rischierebbe di andare avanti (come promette nel sarcastico testo) nella stesura delle sue note di buffo dileggio dove non si vergogna di fare nomi e cognomi...
“Red Light Mama, Red Hot” è un altro pezzo da antologia dell’hard rock, scritto ed eseguito con la grinta perfetta con cui affrontare il genere: riff tosto dalla naturale spinta al movimento, ritmica quadrata, possente (la “pacca” di Shirley) e funzionale, vocalità esagerata, energia, insistenza, forza, accanimento. E sudore. Tanto sudore. Il rock vero si fa così. Il latrato di un’armonica colora e chiude il brano, sfumando mirabilmente assieme al resto degli strumenti senza bisogno di ricorrere al fade out. Ci si potrebbe aspettare uno sviluppo in chiave blues, una bassa marea creata ad arte per poi caricare di nuovo l’onda elettrica (quello che gli Armageddon di Keith Relf fecero su “Buzzard”, ad esempio, tanto per restare ad un prodotto A&M, registrato agli Olympic e supervisionato dal manager Dee Anthony) invece di blues c'è una semplice sniffata, se ne odora appena la presenza... Il fantasma amico, il santo protettore...
“Sucking On The Sweet Vine” è la consueta virata che completa lo schema A-B-A-B dell’intero lavoro, ovvero l’alternanza tra un pezzo bruciante e subito appresso il meritato riposo. Due anime contrapposte, spesso davvero in antitesi (qui addirittura la solista di Frampton stilizza in modalità jazz), che però fanno capire quanta ricchezza stesse nello scrigno degli Humble Pie e quanti tesori preziosi di volta in volta potessero esserci scovati dentro. Un finale in levare dunque, non azzeccatissimo per congedarsi dall’ascoltatore, ma ugualmente suggestivo per via delle sue pennellate decorative, degli strumenti meno canonici (chitarre acustiche, pedal steel, piano elettrico) messi e combinati sulla tavolozza al posto dei colori. Canta e compone il bassista Ridley, con una raffinatezza che si accosta agli episodi più easy del progressive (sembra di ascoltare una di quelle ballate che piaceva cantare a Greg Lake).
Fu con gli album appena successivi che gli Humble Pie agguantarono la fama che gli spettava ma è in quest’opera omonima che già germogliano i semi del loro successo venturo.
Tornando alla tragedia di Marriott con cui abbiamo aperto questo racconto, va detto che la sua presenza nel cottage di Arkesden quel 20 aprile 1991 fu davvero abbastanza casuale. Sorvolando sul fatto che il cantante ci arrivò alle primissime luci del mattino da solo in taxi dopo che un litigio con la terza moglie lo aveva mandato su tutte le furie fino a fargli rifiutare di pernottare con lei presso la casa londinese dell'amico che li stava ospitando (episodio che già fa intravedere una bella incidenza del fato), in realtà Steve fino al giorno prima era lontanissimo da lì; stava dall’altra parte del mondo, negli Stati Uniti.
Era stato a trovare il suo vecchio amico Peter Frampton.
Pensate un po’, dopo vent’anni stavano progettando il ritorno degli Humble Pie... 

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