mercoledì 15 agosto 2012

HACKENSACK "Up The Hardway" (Polydor, 1974)


Ebbero ragione gli Hackensack a metterlo pure nel titolo: la strada è difficile. Dopo un lustro intero lo poterono ben dire loro, snobbati dalle attenzioni dei discografici per tutta la fase di massima esposizione del nascente hard rock di derivazione blues e che soltanto nel 1974, una volta abbassata la fiamma del proprio sound (ma anche ormai alla vigilia della decadenza del periodo aureo di quel genere), arrivarono alla pubblicazione del primo e unico disco.
E sì che si erano sbattuti un sacco per tutti i cinque anni della loro esistenza, massacrandosi la bile e il fegato a furia di non vedere riconosciuti sotto forma di un qualsiasi contratto gli sforzi e i meriti di band sempre capace di generose e infuocate esibizioni dal vivo.
Fin dal 1969 gli Hackensack ruotarono attorno all’enorme figura di Nicky Moore (in quanto a corpulenza la versione inglese di Bob Hite l’Orso dei Canned Heat), un peso massimo del rock che ha sempre diviso la sua carriera tra l’anima più visceralmente blues e una predisposizione invidiabile al metal vecchio stampo. Insomma, voglio dire (sorvolando pure sulla voce non confermata che lo vuole provinato dai Black Sabbath del dopo-Ozzy), non credo potessero permetterselo proprio tutti di sostituire Bruce Dickinson senza farlo rimpiangere, come avvenne nei Samson all’indomani dell’assoldamento di “Bruce Bruce” nelle file degli Iron Maiden.
Dunque la fase iniziale e quella conclusiva della carriera, oggi che Moore (obeso e rasato a zero, somiglia tantissimo al frate Berengario del film “Il nome della rosa” di Annaud...) è ormai stabilmente tornato alle origini dell’illuminazione musicale con i suoi Blues Corporation di cui è “santo patrono”, stanno a dimostrare che sotto quell’imbarazzante strato adiposo c’erano e ci sono principalmente atletiche pulsazioni blues. Nel mezzo gli anni trascorsi al fianco di Paul Samson, garantendo al compianto chitarrista un credibilissimo partner di livello assoluto, poi quelli con i più variegati Tiger spesso vicini al jazz-rock, fine eighties con i Mammoth (hard rock melodico con il grande pregio di sapersi prendere anche un po’ in giro) e, prima dei vari “eccetera eccetera”, accanto anche a Manny Charlton dei Nazareth nel progetto From Behind, sono tutte esperienze che ci hanno fatto ammirare il talento poliedrico di Moore, capace nel tempo di offrire prestazioni impeccabili e di adattare la voce ai diversi contesti rendendosi al tempo stesso sempre riconoscibile.
Tutta questa versatilità, oltre ad un talento ovviamente naturale, gliela permise anche il rigido apprendistato impostogli fin da piccolo presso la Choristers School nella magnifica Cattedrale di Exeter, nel Devon, un’istituzione nel campo dello studio della musica che al Moore bambino fornì quintali (ehm, pardon...) di tecnica vocale nonché buone basi da pianista.
Hackensack, si diceva dunque. Alla chitarra c'era Ray Smith che si aggregò nel ’71 quando l’originario Mick Sweeney se ne andò per partecipare a “Case History” di Kevin Coyne (uno degli ultimissimi album stampati dalla Dandelion di John Peel): Smith, che appena più avanti nella carriera scelse il nome di Ray Majors per differenziarsi dall’omonimo chitarrista ritmico degli Heads Hands & Feet di Albert Lee, era stato chitarrista – in quel caso misurandosi anche alla voce – negli psichedelici Opal Butterfly dove aveva incrociato la futura sezione ritmica degli Hawkwind (Simon King e, per un breve periodo, il mito Lemmy).
Nel 1972 la Island, provando a cavalcare l’onda di una certa visibilità derivata al gruppo dal tour di spalla ai Mott The Hoople, licenziò il primo documento discografico ufficiale degli Hackensack sotto forma del singolo “Moving On”, un pezzo scritto da Mick Ralphs (che poi pensò bene di riappropriarsene per il debutto dei suoi Bad Company e farlo diventare uno dei loro cavalli di battaglia), il quale non terminò lì gli omaggi poiché è suo il solo di lap steel presente sul brano.
Se del batterista Simon Fox (classe ’49) sono praticamente nulle le informazioni pre-Hackensack (si aggiunse alla band nel 1972 rilevando il più rude John Turner, nessuna relazione con lo “zio John” che suonava con Johnny Winter), è constatabile che col suo ingresso il gruppo virò verso un maschio hard rock a presa rapida (dal cd postumo "Give It Some" edito negli anni '90 dalla benemerita Audio Archives ad esempio si ricava che tracce come “Travelling Man” e soprattutto “Rock And Roll Woman” avevano tutti i crismi per essere possibili singoli dal grandissimo appeal al vetriolo eppure vedranno la luce soltanto in quel ripescaggio d’archivio, così come “Gloria” aveva somiglianze clamorose con la ben più famosa, e successiva, “Jailbreak” degli AC/DC!). Fu forse questo indurimento ulteriore a pregiudicare le trattative avviate con la Island, un’etichetta più orientata verso il filone folk rock e meno ricettiva sul versante hard rock dove pensava di essere già al completo avendo nel roster i Free, gli EL&P e curando le versioni inglesi degli album dei Mountain.
Ci volle un altro paio di anni prima che si potesse brindare all’agognata firma su un contratto: avvenne con la Polydor, non certo la più scarsa della lista, ed è a quel periodo che risale anche l’ultimo cambio di formazione allorché il bassista Stu Mills gettò la spugna proprio in vista del traguardo. Ne prese il posto l’ottimo Paul Martinez che arrivava invece dalla Elmer Gantry Band, per averlo nelle cui file il leader Gantry lo aveva prelevato da The Downliners Sect (un mutevole insieme londinese di rhythm’n’blues) e che dopo la parentesi Hackensack lo rivorrà ancora al fianco in seno al gruppo degli Stretch.
La traccia d’apertura “Up The Hardway” ha forte con sé l’odore – e il sudore... – dei Juicy Lucy e dei Free, i primi nel groove spezzato delle strofe, i secondi nel refrain pieno e cantabile. Tutto ciò almeno fino a che non si giunge all’assolo di chitarra che zittisce l’accompagnamento per inerpicarsi su qualcosa di assolutamente nuovo e diverso dal calore hard blues. La dilatata versione che del brano il gruppo portava in giro dal vivo prima d’inciderlo ufficialmente racconta di un sound molto più violento e abrasivo, privo degli arrangiamenti al confine col funky che Moore e compagni adotteranno sotto la produzione al solito pulita di Derek Lawrence.
Incedere... tardo pomeridiano per “A Long Way To Go”, pigrissimi sette minuti del rhythm’n’blues più rallentato che devono tanto a Joe Cocker e che ci trasbordano oltre oceano sulle scalette di qualche piccola chiesa rurale di legno verniciata di bianco dove alla luce rossastra del sole calante si abbozzano inni gospel, per via di quei cori femminili che in contrappunto sublimano la performance ispirata di Nicky Moore; cori di tre back-singers tra cui spicca la neozelandese di origini Maori Joy Yates, la moglie del tastierista Dave MacRae (neozelandese pure lui), la quale l’anno avanti aveva inciso le parti vocali dell’unico pezzo cantato presente sull’album “Roots” dei Nucleus di Ian Carr (“Images”), dove appunto suonava il marito, e che a metà degli anni ’80 – per limitarsi alla musica che interessa a noi, ovviamente, giacché il suo curriculum fa tremare i polsi! – ritroveremo ai cori in un paio di brani sull’esordio dei Firm di Page e Rodgers. E Dave MacRae sarà il tastierista del primo album dei Tiger di Nicky Moore... le magnifiche e attorcigliate spirali del rock!
Insomma “A Long Way To Go” ha quel suono country-blues grasso (no, non voglio infierire ancora su Nicky Moore...) e americanoide sullo stile degli Snafu oppure degli Humble Pie di quando lasciavano acceso ma in folle il loro motore hard, due gruppi inglesi che però guardarono molto a occidente, di là dall’Atlantico. E il pezzo è anche chitarrismo in bella evidenza, in puro seventies-style, melodico ed emozionato: in una parola, bagnato. Non per nulla se è vero che dopo gli Hackensack di Ray Smith non si è più sentito parlare è soltanto perché, come si è detto, decise di cambiare il nome in Ray Majors: ed è sotto quest’identità che lo si troverà nella versione dei Mott The Hoople senza Ian Hunter (i Mott), nei British Lions, nei Partners In Crime o anche in una tarda riedizione degli Yardbirds così come oggi saggio accompagnatore della cantante statunitense Sandy Dillon, di cui è diventato marito.
La romantica e disperata “Goodbye World” se la giocano Moore e Smith, il primo dando fondo a tutta la sua gamma espressiva, l’altro tinteggiando di tramonto con frasi malinconiche ed è ancora lì ad un passo il paragone con le parti meno aggressive del repertorio Free, loro compagni d’etichetta. C’è un aneddoto curioso raccontato dallo stesso Ray Smith a proposito della frequentazione con quella... “cattiva compagnia”. Al tempo degli Hackensack lui suonava con una Gibson Melody Maker che aveva acquistato da Mick Ralphs per 90 sterline e che poi “dovette” vendere a sua volta a Paul Kossoff: “Aprivamo per i Free durante un tour; lui mi sentì suonare con quella Gibson, volle che gliela prestassi per il concerto ma poi non intese più restituirmela. Fu solo il loro manager che dopo si preoccupò di farmi un’offerta”. Ma se invece chiedete a Nicky Moore qual è il suo chitarrista preferito ve lo dirà senza esitazione che si tratta proprio di Paul Kossoff, che riconoscerà come il più passionale e ispirato di sempre e del quale rischiò davvero di diventare compagno d’avventura come voce solista del progetto Back Street Crawler.
Chiude il lato A “Lazy Cow”, poi incisa anche dai loro stessi autori Dave Peacock e Charles “Chas” Hodges (già bassista negli Heads Hands & Feet, forse nasce anche da questo legame la confusione circa la sovrapposizione delle carriere dei due Ray Smith) con il duo Chas & Dave, che spartisce qualcosa con la celebre “Gimme Three Steps”, manifesto southern dei Lynyrd Skynyrd, e il piano honky tonk nel finale corrobora l’assonanza. C’è comunque tanta fisicità rhythm’n’blues che alimenta questo pezzo, zeppo di riferimenti che scaldano il cuore a tutti coloro che hanno affinità con il suono dei tardi Spooky Tooth o quello dei Rebellion splendidamente fronteggiati dall’antico idolo di Sua Maestà Ian Gillan, Cliff Bennett (e qui c’è la chiusura di un altro dei cerchi di questa storia perché Chas Hodges, una delle due firme della canzone, fu anche il bassista nella più importante delle incarnazioni dei Cliff Bennett’s Rebel Rousers).
Introdotta da “Angels Theme”, preludio lirico di circa un minuto per chitarre in stile Wishbone Ash, arriva la canzone più rocciosa del lotto: “Goodboy Badboy” è già più in linea con la cifra stilistica del primo repertorio della band e serve oltretutto ad appurare che con Paul Martinez la band pescò un bel jolly (da lì in avanti ne farà di strada, passando anche per Paice Ashton & Lord e per tutta la prima fase di carriera solista di Robert Plant) e che, con quel finale percussivamente ricchissimo, Simon Fox non era certo batterista sprovveduto (alla fine di quello stesso anno lo prenderà con sé Bill Nelson per il rock laccato dei suoi Be Bop Deluxe).
“Blindman” è cantata per tutta la sua prima metà da Smith ed è forse proprio per questo motivo che risulta abbastanza arrendevole; poi, probabilmente dalla pausa caffè, torna Moore, si riappropria del microfono (come a dire al compagno “Lascia stare, ci penso io”) e il brano si riallinea subito con lo standard del resto della scaletta liberando più espressamente il suo intero feeling. E mentre Smith pennella col gusto tipico di un chitarrista di quegli anni, qui come altrove il timbro di Nicky Moore non va lontanissimo da quello arrochito di altri hard-blues singers coevi e illustri come Paul Williams o il povero Mike Patto.
“Northern Girl”, carezzevole dedica di Moore alla moglie, ha un refrain dolce che melodicamente sarebbe perfetto anche oggi, magari cantato da Eddie Vedder (suggestione personalissima ma chiudete gli occhi e pensateci un attimo, poi sappiatemi dire...). Dall’intonazione country-blues poi gli Hackensack sorprendono non poco quando vanno ad appiccicarci in coda il tema dell’“Inno Alla Gioia” dalla 9a Sinfonia di Beethoven. Soluzione bizzarra ma armonicamente non così bislacca quanto possa sembrare a descriverla. Guai a chi pensa si tratti di una commistione di stampo progressive: l’inserimento non fa la figura della pretenziosità fine a sé stessa né dell’inopportuno sfoggio di cultura; sembra piuttosto un divertissement, una combinazione casuale, una cosa venuta fuori suonando, considerata magari originale e a quel punto arrangiata perché stesse in piedi in modo credibile nel contesto della canzone.
Stessi autori di “Lazy Cow” (Hodges e Peacock) anche per la conclusiva “Hot Damn Home-Made Wine” che già la cantante jazz Teresa Brewer aveva inciso un anno prima (su “In London with Oily Rags”): un collettivo canto slabbrato tra caraffe levate in aria, di gente brilla che si porta a braccetto per sostenersi a vicenda e camminare diritta il più possibile. Il modo degno per concludere in compagnia una serata di franche bevute e di confessioni tra amici avvinazzati appena le inibizioni se ne vanno al diavolo.
Il consiglio è di prestare ascolto anche a ciò che di questo disco rimane in secondo piano, un ricamo di chitarra, una cucitura di basso... Gli Hackensack non erano sarti comuni, sapevano come impreziosire il loro rock-blues, come ordire di fino, come tessere una trama perché la propria tela non fosse semplice stoffa grezza, comprata all’ingrosso e rivenduta a buon mercato.
C’è insomma da seguirlo sul serio quel cavaliere uscito dalla matita del famoso Jim Fitzpatrick (copertinista tra l’altro di parecchi dischi dei Thin Lizzy) che sulla cover dell’album indica quanto sia impervia la strada: gli Hackensack non stanno a portata di mano, chi li vuole conoscere se li deve andare a cercare. Però, amici, il viaggio può valere la pena.

2 commenti:

  1. Giovanni Loria16 agosto 2012 17:01

    buonasera Vanni,
    sono un cultore dei gruppi minori e dei dischi 'strani'; non certo per snobismo, nè perchè mi piacciano necessariamente più di quelli più conosciuti (sovente però questo avviene)... ma fondamentalmente perchè i Led Zeppelin, tanto per fare un nome, di aedi e cantori ne hanno fin troppi, e spesso anche presuntuosi e pedanti.

    con questa premessa, il solo fatto che tu abbia scelto di scrivere di questo disco senz'altro oscuro ai più (compresi, tra i 'più', anche celebratissimi 'esperti', della cui parola tutti sembrano tener gran conto) già mi ha messo di buon umore, rinnovando aprioristicamente l'ammirazione che ho nei tuoi confronti.
    come al solito, il tuo giudizio è esposto in modo tale da risultare piacevole e interessante per chi legge, nonchè ricco di citazioni, sempre adeguate.
    non che citare Tiger e Snafu, sia chiaro, sia mero sfoggio di citazionismo... al contrario il paragone con i secondi, che nella loro strana mistura di funk, rock e folk sembravano davvero gettare un ponte fra la cultura musicale britannica e quella americana, è assolutamente legittimo e calzante.

    secondo me, 'Up The Hard Way' è un buon disco... ma a malincuore non posso definirlo un classico (non che lo abbia fatto tu!)
    parlo di 'malincuore' perchè, fosse per i musicisti coinvolti, per la copertina di Fitzpatrick o per 'becero collezionismo' (sì, qui sono volutamente autoironico), ho cercato la versione in vinile di quest'album per quasi vent'anni, trovandone una a prezzi abbordabili soltanto poche stagioni orsono: e con queste premesse, le aspettative erano troppo alte per potermi accontentare di un lavoro 'solamente' discreto nella sua variegatezza.

    personalmente, il suo ascolto mi fa pensare al primo materiale, in realtà ancora aldilà da venire, del Coverdale solista, fresco reduce dai Deep Purple.
    e devo ammettere a denti stretti che, seppur usciti nel gelido formato cd, i brani di 'Give It Some', che raccoglie demo degli Hackensack nel periodo 1969/72, sia, ahimè, migliore, decisamente Hard Rock.
    viene da pensare che forse Moore avesse ammorbidito la proposta alfine di ottenere il sospirato contratto poi concretizzatosi per la Polydor.
    riguardo il bassista Paul Martinez, suona con gli Hackensack in maniera meno eccitante di quanto farà sui dischi di PAL e Stretch, con i quali darà prova di un tocco funk davvero supremo.

    Vanni, complimenti ancora per la scelta del disco di cui occuparti, e per la sua ariosa e azzeccata recensione.
    Giovanni

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    1. Signore e signori, ecco a voi Giovanni Loria.
      Brigata Rock si fregia di un suo al solito competente e generoso commento su un disco di cui abbiamo proposto l’ascolto. Il paragone con il primo Coverdale solista, che a me non era venuto in mente, in realtà mi appare davvero calzante.
      Grazie per i complimenti che mi rivolgi. E’ fin troppo facile ma non posso che contraccambiare l’ammirazione. Con una precisazione importante, però: io la tua cultura musicale me la sogno, caro Giovanni. E’ solo leggendo quello che scrivi tu e lo sparuto manipolo di altri “custodi” che gli appassionati come me possono sperare di migliorare le proprie conoscenze.
      Ancora grazie per aver messo la tua firma all’interno di Brigata Rock. A presto!

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