venerdì 27 luglio 2012

WARPIG "Warpig" (Fonthill, 1972)


Sul versante del rock duro anni ’70 non è che il Canada, considerata la sua vasta estensione, abbia quantitativamente contribuito in maniera sensibile. Escludendo l’universalità del fenomeno Rush – troppo complesso per essere inserito in un mero contesto geografico e che vive di connessioni invasive col progressive – la scena nata all’ombra della foglia d’acero vide all’epoca germogliare i Mahogany Rush dell’hendrixiano Frank Marino, i romanticissimi April Wine di Halifax, i corposi “boscaioli” Bachman Turner Overdrive, appena più tardi i Moxy (battezzati sul loro esordio addirittura da Tommy Bolin che ci disegnò sopra una manciata di assoli), i curiosi e variegati Max Webster e i pomp-heroes Triumph oppure, razzolando più nel sottobosco, seconde e terze linee come A Foot In Coldwater, Amish, Offenbach, Painter e compagnia cantante.
Sebbene però qualche influsso (iper)melodico abbia sempre attraversato lo stile dei rockers canadesi, poco o niente di questa “opzione genetica” sfiorò l’album che la piccola etichetta indipendente Fonthill dette alle stampe nel 1972, l’omonimo esordio degli Warpig. Il più heavy di tutti. Tanto appunto da non sembrare nemmeno canadese.
Ho detto 1972. E qualcuno si agiterà sulla poltrona. In realtà c’è molta leggenda attorno alla data di pubblicazione di questo album; la quasi totalità dei commentatori fa risalire l’edizione originale al 1970. Poi nel 1973 (e questo è appurato) la London Records salvò da certe pendenze la Fonthill e ne rilevò i diritti e in accordo con la band ripubblicò il disco aggiungendovi una nuova copertina (un disegno di John Duff) e le versioni ri-registrate di fresco di due brani che poi serviranno a creare un minimo di lancio sul mercato in veste di 45 giri. La confusione, a mio modesto e confutabilissimo parere, nasce proprio dall’interno della band: Rick Donmoyer, il chitarrista-cantante degli Warpig, ha periodicamente redatto diverse mini-biografie del gruppo mostrando per l’appunto qualche lacuna di troppo sulla data di uscita di quell’unica testimonianza vinilica. Addirittura in qualche notizia la colloca nella primavera 1970. Il motivo pare evidente quando si ascolta la traccia “Rock Star”, per l’appunto una delle due destinate al singolo. Trattandosi di un pezzo chiaramente ispirato ai Deep Purple (o forse “aspirato”, nel senso che glielo hanno proprio risucchiato dal repertorio), darlo per realizzato in contemporanea con “In Rock” e ben un anno prima di “Fireball” mette i canadesi al riparo da qualsivoglia accusa di plagio.
Eppure il resoconto più dettagliato delle vicende degli Warpig oggi in circolazione (un estratto ricavato dalla ponderosa “The Canadian Pop Music Encyclopedia” di Jaimie Vernon, ma redatto con le note dello stesso Donmoyer per ciò che riguarda la storia dei Nostri) pone il 1972 come anno di esordio discografico fornendo il dettaglio del numero di catalogo Fonthill. Inoltre per bocca di un altro componente del gruppo la foto sul retrocopertina di quell'edizione originale è stata scattata nel 1971 nei pressi di Beachville (difficile pertanto pensare che potesse essere disponibile un anno prima!). E comunque l'evidente buco temporale che (vedi le vecchie foto del gruppo, i biglietti dei concerti e le esibizioni live documentabili) esiste nei racconti degli interessati tra il fantomatico 1970 e il più credibile 1972 da solo basterebbe a alimentare più di un lecito dubbio.
Ciò non toglie che l’album di questi quattro filibustieri di Woodstock (che per quanto sia quella dell’Ontario, lontanissima dalla fattoria di Max Yasgur, qualche stimolo musicale lo deve accendere per forza!) sia veramente il disco più pesante della scena canadese di quel tempo.
Il primo a scriverne e che a me ne dette conoscenza fu nell’aprile del 1994 Gianni Della Cioppa dalle pagine di Metal Shock all’interno della rubrica di recensioni retrospettive a nome “Shock Relics”; con la proverbiale maestria (perché lui era già maestro vent’anni fa!) il buon Gianni centrava in pieno le caratteristiche basilari del disco. Già Della Cioppa, senza certo l’ausilio delle notizie oggi circolanti in rete, sollevava brillantemente la questione dell’anno di edizione puntando l’attenzione sul fatto che da qualunque parte lo si rigirasse o se anche lo si investigasse con la lente d’ingrandimento il vinile originale non recava nessuna informazione al riguardo.
In più Gianni rilevava quanto “britannico” risultasse il sound del gruppo ed è senz’altro questa la chiave di lettura per una corretta guida all’ascolto.
La copertina originale evoca ritualità oscure: il moniker proposto in caratteri gotici, un drappo dispiegato come sfondo della foto, rosso come il colore della voluttà, un cero acceso giunto quasi al fondo della consunzione prima di lasciare tutto quanto al buio e soprattutto l’ankh metallico in primo piano, la croce ansata con cui gli egizi simboleggiavano la vita. Era un attributo che corredava le immagini degli dei ed era imprescindibile amuleto per chi desiderasse ingraziarsi buona salute e prosperità. Principalmente nella vita dopo la morte...
La figura centrale del nucleo canadese è il già menzionato Rick Donmoyer, cantante un po’ limitato ma chitarrista tutt’altro che sprovveduto, già all’opera nei dilettantistici The Turbines, nei Kingbees poi ribattezzatisi The Wot, con i Puddin’n’Tang e infine nei Mass Destruction (chiamati così per la maniera in cui riducevano i licei scolastici o le camere d’albergo nelle piccole città dove si esibivano). Ed è proprio l’ultima incarnazione dei bellicosi Mass Destruction a vedere la nascita effettiva dei successivi Warpig: il bassista Terry Brett, detto “Bretters” o anche “The Heavy Hand” (anch’egli ex-The Kingbees/The Wot), un altro nativo di Woodstock che però aveva speso gli anni giovanili in Inghilterra studiando musica e annusando molte delle fragranze psichedeliche degli anni ’60 e che fu uno dei numerosi casi di ex-chitarristi passati al basso per esigenze di opportunità; il tastierista/chitarrista Dana Snitch che alle tastiere arrivò soltanto dopo un lungo percorso anch'egli come chitarrista (solo sei corde per lui infatti nelle precedenti esperienze con The Inters e attraverso i vari tentativi di cantautorato folk); infine il batterista autodidatta Terry “Ace” Hook, dinamico traino quanto bastava per un gruppo che non avesse pretese di strutturare ritmicamente in modo troppo articolato le proprie composizioni.
“Flaggit” irrompe come un bulldozer lanciato a manetta dentro una foresta di conifere (siamo in terra canadese, no?) che in barba all'ecologia, schianti e abbatta al suolo alberi e tutto ciò che trova sulla sua strada rispondendo alla sola missione e all'urgenza di asfaltare ogni cosa. Tre minuti di forsennato impeto, adattissimi al ruolo di apripista. Deep Purple ben conficcati nell’anima, perché Donmoyer come dimostra in molte delle sue soluzioni è chiaramente un devoto blackmoriano, ma convive anche qualcosa di più vicino agli Uriah Heep (il che non guasta mai...).
“Tough Nuts” offre un riff sinistro (chitarra e organo accoppiati) che sarebbe piaciuto senz’altro a Tony Iommi e che con l’opportuna distorsione con cui l’avrebbe sovraccaricato il mancino di Birmingham non avrebbe sfigurato tra quelli più celebri dei Sabbath. Nell’edizione originale questo pezzo e il successivo erano fusi in un unico brano (il secondo era semplicemente un sottotitolo del primo) e da qui nasce il mistero (sic!) di una canzone in più contenuta sulla successiva pubblicazione della London. Lo stacco tra le due composizioni pare comunque legittimato da una sostanziale differenza di stile e “Melody With Balls”, nonostante il riff di chiara ispirazione Zeppelin (“Whole Lotta Love”), guarda più agli Stati Uniti che non alla lontana Terra d’Albione tant’è che il brano si dipana tra passaggi avvicinabili a Highway Robbery e Sir Lord Baltimore per via del loro arrembaggio grezzo e lo sferragliare della strumentazione. Lunghi assoli slide per Donmoyer, recupero di una tecnica simile a quella appresa in gioventù quando si era dedicato con buoni esiti allo studio della lap steel.
“Advance Am” (o “Advance In A Minor” come viene titolato nelle ristampe) è uno strumentale che lungo il corso dei suoi sette minuti e mezzo anticipa anche temi cari ad illustri esponenti del nostrano progressive; una compostezza formale non perfettamente fluida, accenni di tetro barocco congiunti a stilemi hard, il tutto inserito in costruzioni più elaborate ce li mostrano affini a quanto poi faranno Biglietto Per L’Inferno e soprattutto Metamorfosi. Ma l’uso di sonorità tastieristiche che esibiscono anche il ricorso al pianoforte per qualche istante fa tornare alla mente perfino il gotico mellifluo dei Dr.Z oppure gli Atomic Rooster allorché giusto un indizio di chitarra pare riproporre un tema di “Death Walks Behind You” a partire dal quinto minuto: sono appena degli accenni, quasi un rumore percepito con... “la coda dell’orecchio”, eppure quanto basta per avvertire un istintivo stato d’allerta e sentire i peli drizzarsi lungo le braccia...
Ed eccoci a “Rock Star”, che rubacchia senza troppo ritegno dal songbook dei Deep Purple: intro di batteria, riff di chitarra e linea del cantato sulle strofe sono praticamente la copia in carta-carbone di “Fireball” (si raccomandano le proporzioni!), la progressione di accordi alla fine dell’assolo di Donmoyer è pressoché identica a quella presente su “Speed King” alla fine della sezione strumentale centrale mentre la propulsione di base del brano rammenta “Flight Of The Rat”. Qui si ritorna alla questione che sollevavo più sopra: ma vi immaginate quanta pubblicità gli Warpig avrebbero fatto a sé stessi, reclamando la paternità di certe idee se solo fosse vera la datazione del 1970 come anno di pubblicazione del loro album? Insomma, voglio dire, chiunque quando ascolta l’immortale “Child In Time” sa benissimo ormai che tutta la prima parte sembra una cover di “Bombay Calling” degli It’s A Beautiful Day. In realtà Rick Donmoyer, che in veste di chitarrista nel brano (come nel disco intero) non fa affatto la figura dell’impreparato, circa la composizione dei loro brani parla chiaramente di influenze Deep Purple: nessuna sollevazione polemica dunque, nessuna rivendicazione, solo la dovuta riverenza. Dài, diciamolo, quasi un’ammissione di colpa... Tuttavia, forse perché si attinge ad una fonte così cristallina, anche “Rock Star” fa una gran bella figura e ci piace parecchio nonostante i suoi birichini dispettucci al Profondo Porpora.
“Sunflight” ha presa minore rispetto agli altri brani, indecisa su quando e se affondare davvero il colpo, dilapidando l’ottima tensione creata con le scure note iniziali dei primi venti secondi, perdendosi in pallide linee vocali echeggianti di molle psichedelia e senza sapersi caratterizzare ritmicamente in modo personale.
Il rinascimentale ingresso di “U.X.I.B.”, affidato alla chitarra classica e al nobile decoro del clavicembalo (o meglio, di un suo surrogato), spiazza un po’ perché questi Warpig li facevamo meno in possesso di certi accorgimenti, poi però il brano agguanta al volo una cadenza molto Uriah Heep per innestarci sopra prima un altro convincente assolo di chitarra e più avanti la linea melodica del cantato, qui vicino alle intonazioni – e alla sostanziale debolezza – del James Litherland di Colosseum e Mogul Thrash; il brano ha comunque, se si vuole, sviluppo progressivo con l’andare del minutaggio e nella parte centrale ha un’altra sezione strumentale distante dall’hard rock più tetragono tanto che unitamente ad una chitarra sempre abbastanza tagliente si arriva ad odorare qualche profumo mediorientale per via di un’intromissione di tastiera che conduce mentalmente a quelle latitudini.
Infine giunge “The Moth” che con l’ingenuità e la rozzezza dei suoi arrangiamenti mostra oggi buona parte di tutti i 40 anni che ha sul groppone pur inserendosi con i giusti titoli nello scenario del rock duro di quei nascenti ’70. Scudisciate hard frammiste a ritmi spezzati, improvviso contegno in accompagnamento alle strofe cantate, coretti in stile bossanova, liquidità chitarristica in un solo sospeso in una certa vaghezza, rendono il brano vario e interessante ma il collante tra le parti non è distribuito certo con omogenea e raffinata mano artistica.
Agli Warpig, che si sciolsero nel 1974 per riformarsi nostalgicamente trent’anni esatti dopo, giusto per motivare la ristampa in cd del loro vecchio esordio da parte della Relapse, non bastò dunque l’ankh di copertina (né quelli che i membri del gruppo portavano al collo) per propiziarsi un futuro ricco di soddisfazioni e buona sorte. Sta di fatto che a noi quel loro vecchio album è comunque arrivato. Recando intatto con sé il suo antico appeal. Oggi lo ascoltiamo e ne parliamo. E chi possiede l’originale vinilico ha senz’altro con sé un bell’oggetto di valore collezionistico. 
Probabilmente non è tutto qui ciò che loro intendevano ottenere. Ma a molti altri è andata assai peggio.

2 commenti:

  1. Bellissima e super esauriente recensione!
    E ritrovarmi citato è un motivo di orgoglio.
    Complimenti Vanni.
    Gianni dc

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    1. Il motivo d'orgoglio è tutto mio, Gianni, adesso che mi posso fregiare addirittura dei tuoi complimenti.
      Te ne ringrazio davvero tanto. Un grazie che parte dalle prime volte che ragazzino leggevo ad occhi sgranati le tue recensioni, passa dai tempi eccitanti di Andromeda per arrivare ad oggi dove la tua passione per la buona musica (sempre più liberata da certe sterili barriere) ancora serve da guida a tutti noi appassionati. A presto!

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