sabato 14 luglio 2012

STANDARTE "Standarte" (Black Widow, 1995)


Nel 1995 avevo 22 anni, poco più che un ragazzo. Ma musicalmente ero un lattante. Adesso ne faccio 40 alla fine dell’anno, ho messo su qualche dentino e un po’ riesco a masticare ma tanta è ancora la strada da fare sulla via della crescita.
In quel 1995 a Genova era già in attività da qualche tempo un’etichetta discografica che definire coraggiosa finisce con l’imbarazzare l’aggettivo più che chi lo riceve. Il nome è quello evocativo, quasi paradigmatico, di Black Widow Records: un riferimento tutt’altro che allusivo ai leggendari stregoni di Leicester, degeneri padrini del dark sound. Il pregio quello di provare a far emergere realtà drasticamente destinate all’underground più triste nel nome della ricerca, dell’originalità, della qualità. Nata nel capoluogo ligure nella celebre Via del Campo come negozio di collezionismo e rarità discografiche dalla passione e da un'idea di Massimo Gasperini (poco dopo affiancato da Giuseppe "Pino" Pintabona e più tardi anche da Alberto Santamaria), la Black Widow decide di sfruttare il suo naturale buon fiuto per tutto ciò che è nuovo ma profondamente rispettoso dell’antico e di scendere nelle cantine a odorare le fermentazioni più preziose e promettenti.
Alle invitanti recensioni che sulle riviste specializzate accompagnavano le prime produzioni genovesi, inizialmente corrispondeva anche una certa difficoltà nella loro distribuzione per gli attriti fisiologici che s’incontrano nell’apertura di nuovi canali commerciali; pertanto ero solito contattare direttamente i ragazzi di Genova che già da qualche tempo con le loro indicazioni mi stavano avviando alla lenta e capillare conoscenza del rock settantiano più fascinoso.
Ricordo benissimo quella telefonata, ricordo esattamente il posto da cui la feci. Rispose Massimo.
Gli dissi che desideravo ricevere due delle loro uscite discografiche: “Sul Monte E’ Il Tuono” dei romani Dunwich e “The Sleeper Awakes” dei napoletani Presence. Quinto e sesto numero di catalogo Black Widow. Ma da poco era stato editato anche il settimo. Già, il settimo sigillo...
Massimo prese nota dell’ordine ma mi disse: “Guarda, amico, se mi chiedi questi due dischi e soprattutto vedendo la lista di tutti gli album che stai cercando tramite il nostro negozio, devi assolutamente prendere anche quello degli Standarte”. E in breve me ne magnificò i suoni. Ebbi, lo ammetto, il dubbio che in quel momento in lui potesse prevalere l’indole del commerciante, abile a piazzare i suoi prodotti (perdonami, Massimo, ti chiedo scusa a posteriori...). Ma fu la percezione di un attimo appena: se lui e Pino fossero stati mercanti veri, interessati al solo profitto, credo che nella vita avrebbero fatto altro. La passione con cui il buon "Gasp" mi descrisse quel disco mi convinse e spianò completamente la strada al dargli fiducia.
Tuttavia poteva (e doveva!) già bastare alla mia curiosità il solletico della copertina del Lp: la fotografia del talentuoso Giacomo Bretzel, con le colorazioni violacee della saturazione, il paesaggio naturale che immortala strutture in abbandono tra viluppi di arbusti, una figura femminile statica al centro dell’immagine, un cavallo di lato, pareva nelle intenzioni del gruppo voler rendere omaggio al geniale Marcus Keef (alla stessa stregua di quanto due anni prima avevano fatto gli Anekdoten con il design di “Vemod”), con tutte le implicazioni che un tributo del genere presupponeva in quanto a conoscenze storiche e passioni musicali.
E’ in pieno territorio etrusco che germoglia la prima incarnazione della band, quando sotto la sigla Boot Hill Five tre fuoriusciti dagli Storks di Pontedera (legati ad un garage punk parecchio selvaggio), inglobano il chitarrista ritmico Marco Gianchecchi e soprattutto si uniscono alla figura culto di un pisano adottivo, il batterista-cantante Daniele Caputo (già con Useless Boys, The Liars, Birdmen Of Alkatraz, tutte esperienze dal fortissimo imprinting psichedelico), che sembra l’oste trasandato e inospitale di qualche lugubre locanda, calvizie in divenire e basettone irsute alla Ian Paice degli anni d’oro, e che invece è uno dei più profondi ed enciclopedici conoscitori del rock psichedelico-progressivo a cavallo tra sixties e seventies. I tre Storks sono il chitarrista Renzo Belli, il tastierista Michele Profeti (che fino a quando non si lasciò crescere un po’ la capigliatura aveva poco dell’immagine dei rockers cui s’ispirava... Ma bastava sentirlo suonare!) e il bassista Stefano Gabbani, un vichingo biondo ma dall’aria intellettuale, lineamenti alla Kirk Douglas, capelli lunghi e lisci e dottorali occhiali da vista.
Non passa molto tempo perché Belli e Gianchecchi scelgano altre strade e al posto loro arriva il chitarrista Stefano Bauer. I Boot Hill Five pertanto si squagliano presto al sole del litorale tirrenico e la nuova formazione, più umbratile, prende invece piede sotto il nome di Standarte (una parola che in tedesco sta appunto per “stendardo, bandiera” ma che ha pure qualche implicazione con la storia e l’ordinamento nazista – non so dire se intenzionale o meno – dato che “Adolf Hitler Standarte” fu ad esempio una delle denominazioni con cui si identificò il gruppo scelto delle SS che aveva il compito specifico di proteggere l’incolumità del Furher).
Certo che poi quando anche all’interno del disco trovano spazio alcuni versi di Stefan George, poeta renano di cui il nazismo strumentalizzò ed esaltò le liriche estetico-romantiche, due indizi sembrerebbero cominciare a fare una prova...
Ma prima di creare un parallelismo improprio e di tacciare gli Standarte di qualcosa che senz’altro neppure attraversa le loro menti, occorre dire che Stefan George rifiutò con sdegno qualsiasi forma di adesione e vicinanza con ciò che quella deviata parte politica stava imbastendo in Germania ed emigrò presto in Svizzera per fugare ogni collusione ideologica col movimento. Magari non è neppure un caso che all’ombra del suo circolo letterario, il George Kreis, si formò anche uno dei futuri attentatori di Hitler in quel tentativo di colpo di stato del 20 luglio 1944 che prese il nome in codice di “Operazione Valchiria” (per chi volesse approfondire l’argomento ne esiste un dettagliato resoconto nel libro di Philipp Von Boeselager, “Volevamo uccidere Hitler”).
Non so se esiste una logica dietro al fatto che i dischi Black Widow non rechino mai o quasi l’anno di pubblicazione. Anche se li odio per questo dettaglio, in realtà mi piace pensare che sia una scelta voluta, quasi ad indicare il “senza tempo” e l’universalità della buona musica. Ok, “Standarte” è storicamente un disco uscito nel 1995. Ma forse, vedercelo scritto sopra, a chi non lo sapesse e lo mettesse per la prima volta sul piatto del giradischi impedirebbe di crederlo inciso nel 1970 (mese più, mese meno) per un sogno deformato e anacronistico finché si vuole ma anche tremendamente affascinante.
Gli Standarte vanno a prendere dal prog uno degli strumenti cardine, il mellotron, e gli affidano un ruolo di grande esposizione; dell’hard rock invece, fenomeno che fu principalmente chitarristico, i Nostri ridimensionano il compito della sei corde limitandone il solismo e sfruttandola invece per dare corpo al suono d’insieme o affilarlo là dove serva. Dispiace che quando esce il disco Stefano Bauer sia già stato estromesso, e senz’altro non in modo molto amichevole, perché il suo apporto non viene neppure riconosciuto nei credits né tantomeno la sua presenza viene tracciata nella foto della band.
L’album è dedicato alla memoria di Vincent Crane che addirittura ci guarda dal retrocopertina dove trova spazio uno dei quei suoi ritratti fotografici che lo accostano alla figura di un bohemien dell’800 ed è vero che quello degli Atomic Rooster rimane un riferimento guida per il quartetto toscano, eppure le sinistre tensioni che Crane generava soprattutto attraverso l’uso tutt’altro che scolastico del pianoforte sembrano non interessare gli Standarte, tanto che Michele Profeti fa tutto (e alla grande!) con il mellotron e l’organo hammond.
Il ringraziamento a Massimo Gasperini e a quel suo emozionato caldeggiamento dell’opera prima dei miei corregionali, mi scaturì fin da quando le casse riprodussero le primissime note dell’album. Il classico... amore a primo ascolto. Con commozione la memoria riattivò il generatore dell’illuminazione nei suoi comparti più bui e tornarono a brillare nell’oscurità dei ricordi i nomi di Warhorse, Czar, Spring, Gracious, Beggar's Opera, nessuno imitato seguendo i principi della semplice trascrizione eppure ognuno di loro interpretato con la cultura tipica degli esegeti e menzionato per qualche tratto stilistico che a suo tempo lo distinse tra molti.
Flessuosa incede l’iniziale “Dream Love Sequence Nr. 9” (suddivisa in tre parti) col recitato sul mellotron che è una citazione – più che un omaggio – dei Moody Blues di “On The Threshold Of A Dream”, esattamente dell’inciso di “The Dream” dove con buona personalità attoriale Mike Pinder interpreta i versi scritti dal batterista-poeta Graeme Edge sul vellutato tappeto di mellotron. Qui cambiano le parole, ma la connessione è evidente. E i Moody Blues albergano in altre stanze del Lp, per via di quel loro avanguardistico tentativo di sganciarsi dal beat psichedelico e approdare ad un sinfonismo prog che sfruttasse tutte le potenzialità narrative del concept album. Certo è che gli Standarte hanno nel sangue un fremito hard che non può costringersi in nessun barocchismo di maniera, né impiccarsi in alcuna orchestrazione pomposa, e prova ne è da subito la sezione “In The Arms Of Fear” che, eseguito un ponte di spesso lirismo con ancora mellotron e cantato drammaticamente sognante, lascia approdare l’ascoltatore a saldissimi ormeggi di rock duro, cadenzato, melodico ma greve, il godimento puro per tutti coloro che amano certe pregne distorsioni di chitarra e l’enfasi arcana dell’hammond. Poi Bauer riffa scuro e saturo mentre Profeti dipinge abbozzi d’Oriente, poco più che una spruzzata di spezie, appena prima che l’ospite Steve Mattews dia voce alle parole di “Winter Is Cold” e soprattutto prima che esploda dinamico e potente il riff di “Mind The Doors” (terza ed ultima parte della mini-suite), primo assaggio delle colte cover presenti sul disco: in questo caso si tratta di un pezzo tratto da un album del ’72 che forse solo un appassionato come Daniele Caputo poteva conoscere, ovvero “Conroy Recorded Music Library” dei London’s Underground di L. Paul Phillips. Ehi, guarda guarda... appena una impercettibile differenza grafica, però questo nome... London Underground...
“One Strange December Evening” si compone di due parti e se nella sua coda cita un arpeggio di “Synesthesia” (gli Standarte scrivono “Sinaesthesia”), strumentale tratto dal repertorio di Ronnie Montrose, precisamente dall’album “Territory” del 1986 (una data davvero stramba da legare ai suoni del disco!), è nella sezione intitolata “Spider Baby” che i pisani fanno sfoggio della loro poderosità hard grazie ad un Bauer che largheggia tra frasi ficcanti e accordi pesanti. I suoni sono spettacolari, la produzione di livello assoluto: mentre si ascoltano questi pezzi sembra davvero di trovarsi al centro tra gli strumenti, per una rara esperienza live ricavata dai solchi di un’incisione; le vibrazioni dell’organo sono fisiche, la voce esce appena lì accanto, vicinissima, il fragore della batteria è netto, pulito, forte, basso e chitarra scuotono fin dentro lo sterno.
Stessa forza elettrica per la successiva “Black River Of Sorrow” (inserita all’interno di “As I Wandered” e introdotta dal solito mellotron e spoken part) dove la chitarra elettrica, sorretta da un organo al massimo grado di liricità, scarica accordi epici sul crash dei piatti e lascia dispiegare il canto di Caputo; c’è anche uno dei rari assoli di Bauer, misurato, del tutto compenetrato nel tessuto della canzone. L’altra notte ascoltavo in macchina a tutto volume la versione in cd del brano: erano le 3 passate, tornavo da casa della donna che amo con la felicità che mi sfondava il cuore, dal finestrino il fresco sussurro di una notte di luglio della collina appena sopra Firenze... Non so se qualcuno mi ha sentito, ma “Black River Of Sorrow” l’ho proprio cantata a squarciagola. Ed è quello un altro dei miracoli degli Standarte: che li puoi cantare, diversamente da un sacco di prolissità progressive italiane. Perché sono armonici, hanno cervello ma anche palle, conoscono la materia. E sono rock da morire!
Avviata dal frammento narrativo di “Tolerance Town”, “Badaz Shuffle” (gli Standarte ci mettono la doppia “z”) è qui rinvigorita ma sostanzialmente è la fedele riproposta dello strumentale degli SRC di Detroit, anno domini 1971. Altro bel riferimento, altra giusta apposizione di medaglia al valore.
“Beat Pimp Muzak” è funkeggiante quanto basta per ricordare davvero gli Atomic Rooster, ma quelli più tardi e meno classici, quelli successivi a "In Hearing Of...", e sul ritmo in levare l’hammond di Profeti ulula e stride come obbligato da qualche forza superiore, come dovesse rispondere ad un padrone che lo chiama a sé per una danza furiosa e irrinunciabile. Non ci sono passaggi intricati, pesantezze strutturali, non ci sono virtuosismi buttati là per far vedere quanto si è bravi: sembra piuttosto che la missione dei Nostri sia quella di produrre un suono, un suono vecchio stampo, di resuscitarlo dopo che era stato dato per morto per ascoltarlo rivivere nelle onde create con le proprie mani e il proprio sentire. Non è triste revivalismo quello di Caputo e compagni, anzi c’è la trasparenza di un’emozione sincera nella consapevolezza di riuscire a creare un ponte col passato e puntellarlo di nuova, fremente energia.
Coro maschio e tirtaico e tamburo battente annunciano che la guerra è stata dichiarata (“A War Was Declared”) prima che parta la furibonda e orgiastica cavalcata di “Charge Of The Light Brigade” dove godono di spazi solistici sia Bauer che Profeti; é una scorribanda strumentale dalle caratteristiche della jam dove si misurano gli strumenti per il piacere di ascoltarne il suono, l’espressione e il potere. L’esplosione di accordi pieni e rallentati alla fine della corsa con Caputo che scandisce duramente piatti e tamburi, pur brevissima, è da infarto e il brano sfuma nelle note sacre dell’inno religioso “Peace In The Garden” con tanto di organo da chiesa, quasi a redimere le coscienze che fin lì si erano lasciate troppo trasportare dall’estasi e dal peccato...
“In My Time Of Dying” è davvero lo stesso traditional cui i Led Zeppelin dettero magnifica possanza elettrica in “Physical Graffiti” ma non ci assomiglia quasi in niente perché gli Standarte ce lo propongono in una versione arrangiata in maniera affine a quanto fecero gli olandesi Shocking Blue su “Dream On Dreamer” del ’73, per quanto qui la portata del brano sia assai più sostenuta e il cantato più viscerale, più vicino alla disperazione che lo ispirò in origine, diversamente dall’interpretazione dolente e pigra che ne dette la vocalist Mariska Veres, purtroppo deceduta di cancro il 2 dicembre 2006. C’è comunque un breve passaggio in chiusura del brano (denominato “Wasn’t Life Fantastic?”) dove gli Standarte idealmente sembrano ricongiungersi ai numi Led Zeppelin, anche se quelli acustici e folkish, e Bauer omaggia Page.
Le conclusive “Traumland” e “I Want You” stanno solo sulla versione in cd ma non in quella originale del vinile.
La prima, una jam strumentale di oltre cinque minuti, si bea di scambi avvincenti tra organo e chitarra: non è una misurazione competitiva delle proprie capacità, non una sfida, ma un convivio di emozioni, un dialogo aperto, commistione, corrispondenza e intreccio, con un finale in cui sembra per un attimo di intravedere in controluce le acrobazie di Ken Hensley.
Invece “I Want You”, che stilisticamente è un altro capitolo importante del loro manifesto programmatico, è la cover della Graham Bond Organization (dal lontanissimo “The Sound Of 65”) dove l’andamento è meno felpato di quello originale e la chitarra spara forte al posto dei polmoni del compianto Dick Heckstall-Smith.
Purtroppo gli Standarte, dopo tre dischi di gran pregio, hanno seguito in tutto e per tutto il destino di molti dei loro stessi eroi musicali: una fine prematura, l’interruzione di una partita in pieno svolgimento, che lascia forte e amaro il senso di sconfitta per tutto quello che avrebbero avuto da dare ma che non hanno voluto (o magari potuto) fare. Qualsiasi siano state le loro ragioni, personalmente non li perdono.
Tuttavia considero la loro discografia e l’incontro delle loro esperienze come una delle più significative espressioni rock italiane. Il fatto che poi ce li abbiano invidiati in Inghilterra, in Germania, in Giappone e che qui magari in pochi sappiano addirittura chi sono è tutta un’altra faccenda su cui adesso è preferibile sorvolare.
Daniele Caputo ha forse realizzato di essersi spinto troppo oltre il suo originale mandato, quello cioè di diffondere il verbo lisergico di fine anni ‘60, di essersi avventurato più del dovuto in territori hard che forse gli appartenevano meno, ed ha fatto qualche passo indietro dando vita ai London Underground (rieccolo dunque, quel nome!), una formazione messa su con chiari intendimenti pop-psichedelici in cui dietro le tastiere compare Gianluca Gerlini, già ospite dal vivo degli stessi Standarte. Sul secondo disco (l’ottimo “Through A Glass Darkly” che riallaccia anche il cordone con gli Atomic Rooster coverizzandone la ballad “Can’t Find A Reason”) assieme a Caputo ritroviamo al basso Stefano Gabbani ma già sul terzo lavoro “Honey Drops” del 2010 non c’è più nessuno dei due ed è solo attorno a Gerlini che ruota ora il complesso.
C’è stata la recente reunion degli Storks con Gabbani e Profeti di nuovo in ballo (il tastierista oggi si diletta anche ridando lustro al repertorio di Aretha Franklin con la tribute band degli Aren B Aretha che vede Valeria Volpi alla voce solista), mentre le tracce di Daniele Caputo si sono perse e "interrate" come quei corsi d’acqua che ad un tratto scivolano nel sottosuolo per percorrere alvei bui e nascosti. Magari un giorno riemergeranno alla luce.
Troppo poco, miei cari vecchi Standarte. Non dovevate farmelo.

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