domenica 8 luglio 2012

THE GHOST "When You're Dead - One Second" (Gemini Records, 1970)


Dici Birmingham e pensi ai Black Sabbath. Ai Judas Priest. A John Bonham che era di Redditch, poco più in là. Tutta gente che martellava a dovere, insomma. Come se Birmingham traslasse nei suoi abitanti la vessazione dello smog, il rumore delle fabbriche, la desolazione dei centri abitati più periferici.
Forzature probabilmente. Perché la città accolse anche i natali di altri nuclei che invece con il rock pesante ebbero poi poco a che spartire. E’ il caso di questa band autrice di un solo album uscito nel gennaio 1970 per la piccola Gemini Records: The Ghost.
Fu il chitarrista Paul Eastment ad avviare il progetto una volta dismessa la band precedente, quei Velvett Fogg che pare abbiano annoverato in formazione (seppure per un solo concerto) il buon Tony Iommi e che alle tastiere presentavano Frank Wilson, futuro Warhorse. Sì, proprio quei Velvett Fogg che rimangono un esempio importante di cupa psichedelia, immortalata nel loro disco omonimo edito nel gennaio 1969 dalla Pye, celebre per la copertina un po’ scandalosa per i tempi (la band fotografata insieme a due modelle a seno nudo sebbene un po’ mascherate da un lavoro di body painting) e anche per contenere tra i solchi le curiose cover di “New York Mining Disaster 1941” dei Bee Gees e di “Come Away Melinda” incisa da Tim Rose a cui poi daranno degna esposizione gli Uriah Heep nel loro primo Lp. I nostri Standarte su “Stimmung” del 1999 (purtroppo la loro prematura ultima prova discografica) fecero un bell’omaggio ai Velvett Fogg coverizzando l’opening track di quell’antico debutto, “Yellow Cave Woman”.
Sotto l’incauto nome di Holy Ghost (“Spirito Santo”), si radunarono dunque Eastment, il bassista Daniel MacGuire, il batterista autodidatta Charlie Grima (nato e vissuto a Malta fino a 10 anni, poi trapiantatosi a Birmingham con la famiglia, ex-percussionista della Wellington Kitch Jump Band, un altro dei gruppi governati dal manager-piovra Jim Simpson e che accompagnava i tour inglesi di importanti artisti d’oltreoceano) e il tastierista Terry Guy, all’anagrafe Terence Dews, già con The John Bull Breed assieme al futuro bassista dei Moody Blues John Lodge (che al tempo usava il nome John Storme) e poi con The Blaises dove suonava pure Dave Morgan, più tardi nei primi Magnum e negli ELO. Insomma, come si vede, ecco scomodata nei nomi citati quasi tutta la scena del “Brum Beat”. Dopo che il neonato gruppo stentò a dare originalità alla propria impostazione hard blues, ecco che arrivò un’altra brummie (come sono chiamati quelli di Birmingham) a “confondere le acque” di quella proposta musicale: si chiamava Shirley Kent ed era una cantautrice folk che soleva esibirsi nature chitarra e voce.
Del moniker originale, piuttosto imbarazzante per l’altisonanza e la pretesa, ne sparì presto la metà. Via “Holy”, rimase solo “Ghost”, e ne modificò completamente il significato. Più appropriato. Anche all’immagine di copertina, sì, con la sovrapposizione di due diverse foto che rende quasi illeggibili le figure dei componenti della band radunati attorno ad un monumento funebre. Fantasmi hippie in un camposanto...
Non è solo la pietra sepolcrale della cover a spruzzare di tinture nerastre il disco. Accade infatti che qua e là si venga sfiorati da qualche refolo di vento ghiaccio e malsano; come nell’opener “When You’re Dead”, hard psichedelia retta dalle tastiere di Terry Guy molto Iron Butterfly-style e da una chitarra magari non sofisticata ma acidula e asprigna al punto giusto, che ha interventi vocali di forte connotazione dark, più che mai nel crescendo dei cori finali (per un certo vibrato la voce di Eastment rammenta quella di Roger Chapman dei Family ma non mi voglio attirare le ire dei puristi per cui ci aggiungerò un “solo per qualche attimo”...); oppure nella lisergica “Indian Maid” che diventa alquanto ombrosa nel ritornello, scandito quasi fosse un’invocazione da messa nera (oggi potrebbero venire alla mente i Sabbath Assembly di Jex Thoth); o perfino in “In Heaven” che lega concentriche spirali d’organo a cori sparati in acuto e dove in verità, in contrasto col titolo, c’è poco di paradisiaco, bensì un fremito un po’ perverso.
Non saranno troppo distanti da sonorità simili, sebbene caricate di un corredo lirico simil-esoterico, i Saturnalia di Adrian Hawkins che nel 1973 incisero “Magical Love”, altro album in cui convissero folk e psichedelia sull’ossatura hard rock ereditata dalla band degli Horse da cui alcuni musicisti provenivano.
Ma al di là di questi infrequenti impulsi dark, il Lp si divide abbastanza curiosamente tra la spinta psichedelica di Eastment e Guy, la metrica rock della sezione ritmica e soprattutto il retaggio folk della Kent, espresso pienamente nelle due composizioni firmate dalla cantante, “Hearts And Flowers” dalla compostezza classicheggiante e “Time Is My Enemy”, che ruota tutta attorno alla sua voce impostata e potente sebbene più sotto Eastment fraseggi di contrappunto in modo tutt’altro che pleonastico. In queste due tracce si avverte abbastanza distintamente la devozione di Shirley Kent per i Fairport Convention e in particolare per l’eleganza di Sandy Denny, sebbene il resto del gruppo non sembri assecondare troppo convinto le inclinazioni della sua vocalist.
Un po’ debolucce le più variegate “For One Second” e la finale “Me And My Loved Ones”, scritte da Terry Guy, che provano ad intrecciare i loro diversi umori in maniera più progressiva (mi raccomando l’uso delle pinze nell’accettare questo aggettivo...) ma subiscono l’esuberanza vocale non troppo giustificata da parte del tastierista: meglio riuscite sono le ammiccanti strofe del secondo dei due brani, dove più discretamente Guy non esagera con la voce e anzi quasi le va recitando su un arpeggio leggero di chitarra e sulla sottostante tensione creata dall’organo.
Molto più a loro agio i Ghost appaiono su “Too Late To Cry”, uno degli episodi più accattivanti dell’album che insiste dall’inizio alla fine su un giro di chitarra proprio azzeccato, galoppante, che rimpolpa di impeto hard quella particolare carica che possedevano certi episodi degli Shadows e dove va rimarcato il robusto supporto con cui Daniel MacGuire al basso sostiene poi il lungo svolazzo solistico di Eastment a metà brano: trainante e benedetta semplicità.
Per il solito gioco di specchi e rifrazioni che caratterizza ogni espressione rock, non è certo campata in aria quella certa similitudine da molti ravvisati con le luminescenze liquide dei Jefferson Airplane e la solarità allucinata della scena West Coast: è vero, una qualche influenza non può essere negata ma senz’altro a Birmingham c’era meno spazio per le aperture libertarie e qualcosa di più grigio e opprimente connotava gli impeti creativi.
“Night Of The Warlock” ha tuttavia digressioni quasi country, filtrate da un uso non trascurabile di acidi; il refrain sa parecchio di canto collettivo di qualche comune di storditi che si passano il fumo in cerchio, chi strimpellando una chitarra, chi agitando un tamburello, chi danzando scalzo al centro...
“My Castle Has Fallen” ha verve ritmica da vendere e buona dose di grinta nell’interscambio tra le voci, ma l’organo Farfisa di Guy alleggerisce il brano dispensando spensieratezza anni ’60 (mi sa tanto che un brano come questo abbia fatto impazzire gli svedesi Skyron Orchestra...).
Se in “The Storm”, efficace sintesi delle diverse peculiarità della band, la voce della Kent rimane algida e distante nel suo ostinato tremolo, non s’impasta con la musica, non elargisce calore ma rifrange austera, quasi altezzosa, sul singolo “I’ve Got To Get To Know You” (allegato all’album nella riedizione in cd), folk-rock psichedelico con una ritmica calcata (batteria ordinaria, ma basso di ottima sostanza) e chitarra obliqua nell’assolo, la cantante pare più allineata con le interazioni della band. Ma non fu questo episodio, di poco successivo all’uscita del disco, per quanto più focalizzato e provvisto di migliore amalgama a convincere il gruppo che fosse il caso di continuare. Almeno non così la pensò Shirley Kent che se ne andò per proseguire da sola e riappropriarsi di ciò che le era musicalmente più vicino, con gli altri che inizialmente seguitarono a suonare insieme ma senza una grossa progettualità.
Nel 1975 la Kent, sotto lo pseudonimo di Virginia Trees concretizzerà nell’album “Fresh Out” le sue velleità solistiche anche se in quell’album non saprà prescindere ancora dall’accompagnamento di Eastment e Guy, entrambi un po’ dimessi a servizio del folk jazzato della cantante. 
Daniel MacGuire è morto d’infarto nel 1998 lasciando nel cromosoma della figlia Zennor una bella grinta rock con cui la ragazza sta cercando di affrancarsi dal dilettantismo del suo circuito, mentre Charlie Grima dopo i Ghost passò ai Mongrel (un evitabilissimo disco nel ’73, “Get Your Teeth Into This”) e più tardi nei Wizzard, i “canzonatori canzonettisti” guidati da Roy Wood, prima di avvicinarsi al mondo del musical teatrale e di approdare infine ad un’onesta carriera di attore seppure con magrissime soddisfazioni.
The Ghost passarono come un fruscìo di veli nella scena rock dei seventies, un sussurro al crepuscolo della psichedelia e un bisbiglio all’alba del rock duro; un’idea in sordina, una proposta col dito sulla bocca. Loro come molti altri. Eppure questi ectoplasmi che punteggiano la bibliografia rock, quest’esercito di fantasmi elettrici continuano a vagare nella memoria degli appassionati, ciascuno alla ricerca forse della pace definitiva. Lo sforzo di tendere l’orecchio e captare le loro “note sorde” e sfortunate magari potrebbe valere quanto una degna sepoltura.

Nessun commento:

Posta un commento