martedì 19 giugno 2012

METAMORFOSI "Inferno" (Vedette, 1973)


Qualche anno fa, era il 2004, i nostalgici del prog tricolore sussultarono quando arrivò loro la notizia di un clamoroso ritorno discografico: il titolo dell’album in uscita sarebbe stato “Paradiso” e il nome del gruppo era... Metamorfosi!
Gli avevamo lasciati imprigionati nelle inquietanti regioni del Regno dei Morti, quando nei primissimi anni ’70 chiusero la loro carriera con l’album “Inferno”, il secondo in ordine di tempo ma in realtà vero manifesto dell’identità sonora della band.
Nucleo originario di Roma nato attorno alla figura del tastierista Enrico Olivieri, prima sotto la denominazione I Frammenti, divenne Metamorfosi quando fu ingaggiato alla voce il catanese Davide “Jimmy” Spitaleri. E dopo che si fu chiusa quell’esperienza di gruppo, fu solo il cantante a riemergere per due episodi di carattere più vicino alla forma canzone, il primo nel 1979 sotto lo pseudonimo di Thor, l’altro nel 1980 a proprio nome anagrafico (privato quindi del “Jimmy”) per “Uomo Irregolare”.
Ma... riscendiamo all’inferno.
Dopo il primo disco (“...E Fu Il Sesto Giorno”, 1972) se ne andarono il batterista Natali e il chitarrista Tamburro e se il primo venne sostituito da Gianluca Herygers (decisa la sterzata ritmica perché con l’afro-italiano dietro ai tamburi si andava dichiaratamente verso il jazz-prog), del ruolo ricoperto dal secondo si decise che se ne sarebbe potuto fare anche a meno, impostando l’impianto melodico e tutti gli arrangiamenti sulle tastiere.
Eppure, nonostante la mossa ricordi ciò che avvenne all’interno dei Nice dopo la fuoriuscita di David O’List, l’ “Inferno” dei Metamorfosi (uscito il 30 gennaio 1973) ha un’immediatezza e una grinta che lo rendono più simile alle esperienze hard-progressive dei Quatermass e all’impeto de Le Orme di “Collage” e che oggi lo accostano, non solo per assonanza nominale, all’altra gemma indiscussa del filone più duro del progressive italiano, l’omonimo Biglietto Per L’Inferno (quello sì, anche chitarristico).
Il lavoro grafico dello studio milanese della Gamma Film dei fratelli Gavioli (famosa soprattutto per le animazioni del Carosello televisivo degli anni ‘60/’70), che alla foto di un paesaggio polare frastagliato sovrimprime le stilizzazioni di figure illustrate da Adelchi Galloni, una sorta di allungate forme umane (quasi un corteo di Ombre della sera, le statuette votive etrusche) in pose dimesse e plasticamente rassegnate all’abbandono è un’immagine surrealistica che magari non collima con le visioni incandescenti e tetre dell’inferno di Dante ma che invece riproduce mirabilmente la stessa atmosfera di desolazione, di eternità afflitta, di vuota tristezza. Di allucinato supplizio.
I romani rifuggono dalla pesantezza di strutture complesse, la loro è una carrellata di movimenti autonomi, la tinteggiatura rapida di scuri quadri impressionistici; una discesa agli inferi, sì, ma a rotta di collo, concentrica e turbinante. Il concept è in pratica una vera e propria suite unica divisa soltanto dal cambio di lato del vinile tanto che i titoli delle canzoni in realtà servono solamente a indicizzare i capitoli di un fluire musicale che appare senza soluzione di continuità.
Certo che quando Jimmy Spitaleri intona i suoi versi, caricandoli di enfasi, l’intero apparato musicale dei Metamorfosi assume la gravità di una cerimonia liturgica. Niente a che vedere con lo slancio hippie da messa beat di cui ancora rimaneva impregnato l’esordio di qualche mese prima (disco che però al sottoscritto piace ugualmente!), quanto piuttosto la solennità di un racconto per immagini forti e quel timore reverenziale di cui si soffre spesso quando si avanza lungo le navate delle grandi cattedrali gotiche.
Limata dunque buona parte delle ingenuità dell’opera prima, i Metamorfosi riducono al minimo il normale corso di un processo di maturazione sfornando un album che già nell’idea di base certifica un limpido salto qualitativo e un bell’atto di coraggio: la rivisitazione ammodernata del viaggio dantesco nei gironi dell’Inferno ove ai dannati individuati dal Sommo Poeta i Nostri aggiungono altre categorie per comprendere nuovi e più attuali crimini.
L’elegiaco incipit tra vibrazioni di gong, la maestosità di un organo da chiesa che cede presto a suoni simili al clavicembalo chiarifica subito ciò che ci aspetta all’interno del 33 giri: una sorta di barocco goticheggiante che apre al rock sinfonico per una delle espressioni emblematiche del progressive. E su tutto, greve e funebre, un esteso manto di tragicità (quasi la restituzione in suoni della cupezza delle celebri illustrazioni di Gustave Doré).
Ci sono momenti di lirismo assoluto, ad esempio quando Jimmy principia l’ “Introduzione” con “Sulle rovine di antiche città/Crescono fiori senza colore” e subito appresso Olivieri alterna il moog al piano fondendo glacialità e poesia, prima che alcuni accordi distorti di chitarra (una delle poche apparizioni dello strumento, affidato al bassista Roberto Turbitosi) incutano il giusto brivido di paura; oppure quando, alla fine del tormentato cammino nella Selva Oscura in “Porta dell’Inferno” lo stesso Spitaleri su un tempo di marcia canta le parole incise nell’iscrizione sulla pietra della soglia “Lasciate ogni speranza/O voi ch’entrate” prima di aprire ad una scorribanda strumentale tra svolazzi di piano e batteria al galoppo; oppure ad esempio in “Caronte” con l’invocazione al demone traghettatore (alla cui figura i Trip di Joe Vescovi avevano dedicato un intero album): “Caronte demonio/Occhi di fuoco nel buio”, rabbiosa e teatrale; o ancora nella più lunga “Spacciatore Di Droga” quando si smorza la corsa, si spalanca un improvviso scenario di pace apparente e il canto intona “Occhi spenti nel vuoto stan cercando di te”, prima che lo sconquasso di un’esplosione simuli il rumore e il crollo del Terremoto e prima di un evidente richiamo agli Atomic Rooster attraverso un segmento strumentale dove mena le danze un pianoforte al tempo jazz e sinuosamente dark. In “Limbo” torna poi l’organo da chiesa a salmodiare liturgie lente e rispunta anche il flauto del primo disco per una pausa di dolcezza improvvisa: sì, dolcezza improvvisa e infinita, ma malinconica, da volti rigati di lacrime, compassionevole. E’ un peccato che le scelte melodiche del gruppo riservino al flauto quest’unica comparsata perché ce l’avremmo visto bene a rivaleggiare con le tastiere di Olivieri, a rilassare il respiro ogni tanto, ad alleviare le tensioni, a mettere una pezza bagnata sulla fronte dell’ascoltatore febbricitante. In “...E Fu Il Sesto Giorno” i temi flautistici erano stati tra gli argomenti migliori del disco.
Viluppi sintetici danno un colpo di cimosa a quell’attimo di quiete serena e fanno il verso al vorticare di venti gelidi e imperituri: da lì parte la breve maliziosa allegoria musicale, da componimento settecentesco, di “Lussuriosi” con Spitaleri che prima veste i panni dei dannati e poi agli “amanti proibiti” risponde ingrossando la voce per bandirne la vita nell’aldilà prima di un coro in stile Uriah Heep. Non ho mai pregato io/Il denaro era il mio Dio” declama infine Jimmy appoggiandosi al velluto del mellotron in “Avari” per la conclusione del Lato A con finale in moog non dissimile dai gusti di Keith Emerson.
Si riparte con “Violenti” aperta da sintetizzatori illusori e delicatezza immediatamente rotta da un veloce jazz-prog con ariose sventagliate di moog, poi stacco affidato all'emulazione di una processione funebre con tanto di rintocchi di campana a morto e un crescendo ritmico finale che sfocia direttamente in “Malebolge”, altro jazz-rock spezzato, forte della diteggiatura fantasiosa di Roberto Turbitosi (il Gary Thain italiano!); più avanti ecco tutta la grinta di Spitaleri scagliarsi contro gli “Sfruttatori” (“Con le mani da padrone/hai sfruttato la mia gente”) e caratterizzarne le multiformi emozioni (feroci invettive per chi di quella colpa si è macchiato e misericordia per tutti coloro che di quei soprusi hanno fatto le spese), concluse da un bell’interplay della sezione ritmica dall’evidente richiamo tribale che si presta da substrato per il finale incendiario del pianoforte, martellato senza tanti complimenti; poi Spitaleri alza ancora di più il tiro nei confronti dei “Razzisti”, una voce che ha tutta la severità della divina censura morale che punta l’indice e nega la salvezza; laddove gli epici sintetizzatori rispondono alle invettive del cantato si raggiunge uno dei momenti più celebrativi dell’album.
“La Fossa Dei Giganti” è un ponte strumentale che affianca avanguardia a effetti sonori mentre di nuovo lirica e portentosa rimbomba “Lucifero (Politicanti)” con il suo respiro austero da vespro monastico attraversato però da una rabbia che esce dall’ombra del raccoglimento e mostra sfacciatamente i denti (“Immersi in questo mare/voi gelerete in eterno”), prima di un’altra rapida scossa dal timbro jazzato.
...E fu così che noi tornammo a riveder le stelle” è come da copione l’ultimo verso recitato del concept, verso che si libra soave in mezzo a cori leggiadri, quasi paradisiaci, appena uno squarcio nel cielo di tenebra prima che le tastiere avvolgano di nuovo tutto quanto nelle spire della penombra.
Se Enrico Olivieri rimane il principale firmatario dell’architettura che sorregge l’intera struttura musicale del disco attraverso l’opulento sfoggio di tutta la sua scienza (tastieristica), i fregi e le decorazioni più significanti sono rimesse al magnetismo di Jimmy Spitaleri: cantante e attore all’insieme, voce dalla suggestione rara (in Italia e non solo), modulabile a seconda che si disponga al rimprovero o al perdono; una voce che ora tuona con l’autorità di Dio che condanna, ora racconta con tutti gli artifici retorici del poeta, ora impersona lo sconforto dei peccatori privati di ogni luce, ora addirittura spaventa come il latrato degli infernali aguzzini lungo i cerchi dei dannati.
Oggi Jimmy, oltre a tenere viva al fianco di Olivieri l’antica scintilla Metamorfosi, è anche il cantante de Le Orme al posto dello storico Aldo Tagliapietra. Quasi una consacrazione, il principio di un nuovo cammino, la virtù della... trasformazione (!) senza smarrire mai sé stessi: è quello a cui oggi assistiamo nel luminoso incrocio di due leggende.

1 commento:

  1. Complimenti per la recensione, bella nella scelta delle parole e degli accostamenti letterari ed artistici (vedi riferimento a Dorè)…bravissimo! Non conoscessi a memoria questo disco, andrei di corsa a comprarlo per come sei riuscito a descriverlo :-)

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