giovedì 7 giugno 2012

COLOSSEUM "Valentyne Suite" (Vertigo, 1969)


C’era un gran bel fermento creativo nella Londra di fine sixties.
Si percepiva di essere alle porte di qualcosa di grande, eppure ancora non lo si focalizzava bene. Di certo gli abusati orizzonti del beat erano ormai un confine aleatorio, superato in tutto e per tutto; ma anche la psichedelia da un lato e il blues revival dall’altro mostravano la corda, limitando le visioni “espansionistiche” di alcuni giovani (ma già svezzati) musicisti.
Irrompendo sulla scena con la maestosità del loro nome latineggiante e con i crismi del supergruppo, i Colosseum piantarono ancora più in là la bandierina dell’esplorazione musicale aprendo di fatto una via nuova per tutti quei viaggiatori smaniosi di giungere a mete vergini: l’idea progressiva, che pure fu fenomeno complesso e storicamente articolato, prese comunque un forte imprinting anche da questo disco.
Quantunque i Colosseum non furono mai classificabili a pieno titolo nel progressive, senz’altro ne suggerirono la possibilità, ne precorsero i tempi, ne anticiparono la creatività. Avevano indole jazz-blues, avendolo respirato fin da imberbi, avendo solcato quel sentiero per molti anni, e dunque concettualmente erano portati ad uno scambio musicale molto vicino all’improvvisazione; il progressive, almeno quello classico, avrebbe invece avuto strutture assai più “ingegneristiche”, avrebbe poggiato su calcoli quasi matematici. Ciò nonostante “Valentyne Suite” (in particolare l’estesa composizione che intitolava l’intero album), per il suo virtuoso tentativo di coniugare influenze disparate, di miscelare aromi diversi in un’essenza ancora sconosciuta, di accostare musica colta a moti tendenzialmente rock, per la complessità dei raccordi, per l’altalena emozionale dei suoi crescendo, circuì le menti in via di formazione di coloro che poi sarebbero stati identificati come mostri sacri del genere.
Il processo era ormai in moto. Non bastavano più gli esperimenti romantici di Procul Harum e Moody Blues che pure al termine progressive contribuirono a dare qualche primo connotato; senz’altro fecero scuola ed effetto i Nice, temerari manipolatori di partiture classiche, con il loro approccio... “barocko”. Il rock stava voltando pagine decisive del suo infinito manuale, avido si leccava il dito per sfogliarle più velocemente possibile; ma erano pagine bianche, occorreva riempirle, e la schiera dei protagonisti di allora fece a gara per mettere una firma che fosse leggibile e riconoscibile.
Nella fertilità di quei mesi un po’ tutti si lanciarono in qualcosa che li potesse distinguere; il background jazzistico di buona parte dei musicisti fece sconfinare nel rock anche qualche strumento meno “ortodosso”: fu il caso dei fiati, in particolare del sassofono. Così Ian McDonald nei King Crimson e David Jackson nei Van Der Graaf Generator principiarono a far prendere confidenza con le stridule, avventurose emissioni del loro sax le masse di quegli ascoltatori ancora non avvezzi; e in misura minore lo fecero pure Jim King con i Family, Jack Lancaster con i Blodwyn Pig di “Ahead Rings Out” o Steve Jollife con gli Steamhammer di “MKII” oppure ancora (perché no?) Bob James con gli Skin Alley. Elenco parzialissimo, che butta l'occhio limitatamente a quanto succedeva in quel 1969, ma è già qualcosa per farsi un'idea. I Colosseum più di tutti calcarono la mano in questa direzione, avendo in quel ruolo un jazzista puro, oltretutto di una generazione appena antecedente a quella in auge.
Insomma nell’arena del rock la sfida dei Colosseum per certi versi apparve davvero... gladiatoria.
Sotto la produzione di Gerry Bron, “Valentyne Suite” fu editato nel novembre del ‘69 come opera prima del suo catalogo dalla neonata Vertigo, sussidiaria della Philips che doveva indagare nelle sotterranee correnti rock del periodo e portarne alla luce le eccellenze più promettenti. Nel caso dei Colosseum in realtà non si trattò di un salto nel vuoto perché la band nel marzo dello stesso anno aveva già pubblicato il suo esordio, “Those Who Are About To Die Salute You” per la Fontana.
Rimarchevole la copertina perché segna il debutto ufficiale di Marcus Keef, leggendario fotografo che rimane a tutt’oggi uno dei più grandi designer dell’intera storia del rock: qui lascia intravedere quello che sarà uno dei temi a lui più cari, ovvero la presenza di un’ieratica figura femminile stagliarsi in un paesaggio che evochi magnetico mistero. In questo caso una dama bianca, eburnea al pari di una statua, le mani incrociate sul ventre, sembra sovrintendere a qualche strano evento mistico, in piedi tra due alti candelabri iridescenti bizzarramente posizionati nel bel mezzo della brughiera, in una foto che satura i colori in maniera distorta. Ne raffigurerà altre, Keef, di donne vaghe e enigmatiche, sempre per dischi Vertigo. Quella accucciata al centro dell’omonimo Affinity, che si ripara con un ombrellino mentre osserva due cigni seduta sul bordo di uno stagno, oppure quella quasi inconsistente al pari di un fantasma che sulla sedia a dondolo nell’interno di una villa abbandonata si lascia sistemare l’acconciatura da una bambina sulla cover di “Local Anaesthetic” dei Nirvana di Patrick Campbell-Lyons. Per non parlare della donna scura e terribile che emerge dalla boscaglia per introdurre il macabro rito dei Black Sabbath...
Colosseum. Abbiamo detto supergruppo.
All’alba dei sixties Jon Hiseman, Anthony Reeves e Dave Greenslade, tre ragazzini residenti nel quartiere del sud-est londinese di Eltham, si ammalarono precocemente di un morbo assai pericoloso, uno di quelli da cui mai si guarisce: la musica. Fu insieme che ne scoprirono i primi rudimenti e, attraverso anni di pratica comune, arrivarono a padroneggiarne il linguaggio sebbene ognuno finì col maturare la propria personale attitudine.
Hiseman, dopo aver battuto in lungo e largo la scena jazz (nella big band aperta a più elementi della New Jazz Orchestra, nata per movimentare le serate domenicali del Jazzhouse presso il Green Man Pub di Bleackheath e nelle cui file si alternarono nomi dal futuro splendente, continuò negli anni anche la collaborazione con Reeves che parallelamente era diventato un produttore indipendente), passò al professionismo solo quando Graham Bond lo ritenne l’unico capace di non far rimpiangere il nomade Ginger Baker che lo aveva appena piantato in asso per i Cream. Fu proprio nella Graham Bond Organization che Hiseman s’imbatté nel talento del jazz-man Richard Malden Heckstall-Smith, detto “Dick”, un sassofonista più vecchio di lui di dieci anni e già al soldo di Alexis Korner nei Blues Incorporated, il quale fisicamente somigliava più ad un bancario (calvizie già bella avviata, occhialoni da vista dalla montatura pesante, maglioncini a collo alto) che non ad un musicista; il sodalizio tra i due si protrasse anche nella successiva esperienza alla corte di John Mayall che si tradusse sul basilare “Bare Wires” dell’aprile ’68 su cui (corsi e ricorsi storici, tutto fuorché casuali) il basso lo suonava Tony Reeves. Senza contare poi che Hiseman e Heckstall-Smith suonarono anche sui primi due album solisti di Jack Bruce.
Quando dunque Jon Hiseman, il Carmine Appice del jazz-blues (sia detto per la sua potente esuberanza), capì che era il momento di volare con le proprie ali e configurò l’idea di formare una propria band, si tenne stretti a sé Tony Reeves (che a sua volta teneva strettissimo a sé il suo basso, incollato alla figura, suonandolo alla maniera dei jazzisti e non mascherando dunque i suoi studi da contabbassista) e Dick Heckstall-Smith, d’abitudine capace di soffiare contemporaneamente nel sax soprano e in quello tenore in un numero che, oltre alla particolarità timbrica, possedeva anche la spettacolarità di un esercizio circense.
Ma dal passato sopraggiunse anche Dave Greenslade, il “terzo amico” di Eltham, educato classicamente dal padre pianista e poi misuratosi con il brio del rhythm’n’blues, tanto silenzioso e discreto giù dal palco quanto espressivo comunicatore una volta seduto allo sgabello davanti al suo organo. Greenslade veniva da esperienze significative con Chris Farlowe e i Thunderbirds e con la Ram Jam Band di Geno Washington.
Un gradino appena sotto gli altri in quanto a tecnica e spessore il chitarrista-cantante James Litherland proveniente dall’area di Manchester, Salford per l’esattezza, che sostituì dopo brevissimo tempo Jim Roche.
L’album inizia con “The Kettle” che apre con grinta hard il disco sviando abbastanza circa quello che ci sarà dentro contenuto ma chiarendo indiscutibilmente che chi ci suona è tutto fuorché qualche stanco blues-revivalista; sulla ritmica forsennata e vicina all’isteria, le sovraincisioni permettono alla rumorosa chitarra di Litherland di svolgere per intero la linea melodica del brano (riff, frasi, ritmica, assolo), relegando addirittura “in tribuna” (come si direbbe in gergo pallonaro) Greenslade e Dick Heckstall-Smith.
Già nella successiva “Elegy” i Colosseum si riappropriano di un linguaggio più in accordo con il loro lessico: jazz-rock ritmato su cui interviene con agilità il sax soprano di Heckstall-Smith e mostra invece tutti i suoi limiti la voce di James Litherland; la presenza di un quartetto d’archi (affidato alle cure di Neil Ardley che era il direttore della New Jazz Orchestra) accompagna in sottofondo con misura, arricchendo al tempo stesso il brano di velluto e qualche capriccio.
“Butty’s Blues” (Butty era il nomignolo di Litherland) non s’intitola così a caso ed è sulla classica impostazione delle dodici battute che la band lavora tutto sull’originalità degli arrangiamenti enfatizzando l’uso dei fiati (di nuovo la mano di Ardley e dei suoi orchestrali), manovrando sulla leva dello swing e del jazz in quanto a tocco ritmico e per l’uso solistico del sassofono. Sono quasi 7 minuti di grande intesa musicale e intrecci oliati a puntino che elevano i Colosseum ben al di sopra della folta schiera dei rivisitatori del blues.
Ci si disperde un po’ invece nella scollegata “The Machine Demands A Sacrifice”, spadroneggiata da Greenslade, che reca in calce le liriche scritte dal paroliere deluxe Pete Brown e nella cui seconda metà trova spazio un crescendo cacofonico di effetti percussivi che sortiscono un effetto straniante vicino a certa ostica psichedelia.
Ma la summa del Colosseum sound, quello per cui la band verrà rimandata ai posteri, viene sintetizzata sull’intero lato B dell’album (alla faccia della “sintesi”, direte giustamente!) dove trova collocazione il lungo strumentale che dà il titolo al Lp, suddiviso in tre distinti movimenti.
Qui c’è tutto il coraggio dei Colosseum che provano a coniugare in un solo verbo le varie tendenze dei rispettivi background: jazz, rock, blues, musica classica. E il fatto straordinario è che ci riescono!
“Valentyne Suite” rimane anche a distanza di tanti anni un esempio unico di contaminazione, dove sensibilità diverse si danno la mano e fanno conoscenza. Si sente bene l'impulso di Dave Greenslade lungo tutto lo svolgimento della suite: è lui che conduce il gioco, è sua la vena più progressiva all’interno della band. Il primo movimento “January’s Search” sa diversificare ogni anima che la descrive: dal barocchismo dell’incipit alle carezze del vibrafono che introducono ambientazioni mediorientali, come se odalische coperte di veli danzassero leggiadre sui tappeti di qualche kasbah, fino al virtuosismo degli slanci d’organo hammond. Dopo un ingannevole allentarsi della tensione, dove il ritmo cede ad una rarefazione su cui è il pianoforte a smorzare i toni per duettare con Heckstall-Smith (eppure le vibrazioni dei piatti crash mantengono l’ascoltatore sul chi va là), Reeves riporta il movimento in carreggiata, Greenslade abbozza un tema classicheggiante, quasi una finta per smarcarsi, poi parte in fuga in un lungo assolo; la band si butta al suo inseguimento, serrando le fila e riducendo le distanze. Vertigine e fiato corto. Il suono, giunto al massimo della compressione, deflagra e sfocia in “February’s Valentyne”, il secondo e più breve dei tre movimenti, che sposa cori angelici con un substrato jazz; è quasi un prendere fiato, un rasserenare d’animi che però prelude a nuove trepidazioni perché anche questo segmento subisce un’accelerazione che lo vuole a tutti i costi trasformare da momento di estatica contemplazione a fuga in territori più fisici su cui spicca per temerarietà l'alto volo del sassofono. Dopo una chiusura in chiave jazz-prog, eccoci infine approdare ai celebri accordi lunghi di “The Grass Is Always Greener...”, sparati a pieni polmoni da Heckstall-Smith: evidente l’assonanza con “Beware The Ides Of March” del primo disco (il tema che rivisitava Bach e che infatti inizialmente era stato concepito come il terzo movimento della suite) ed evidente a tutta prima anche una certa cadenza à la Procul Harum; poi però si abbandona il sinfonismo per scivolare persino in atmosfere bolero e ed è su quei lidi che la band, giocando in sottrazione, concede momenti solistici ai vari strumenti; Greenslade emerge con autorevolezza all’organo, poi è la volta di Tony Reeves con un assolo di basso assolutamente raro per i tempi, infine Litherland che termina la sua avventura con la band lasciando in eredità le note liriche e uncinanti della sua performance chitarristica; più sotto Hiseman e ancora Reeves fanno tutto ciò che umanamente è possibile per riempire le battute fino a creare nella velocizzazione conclusiva un caos rumoristico che conduce all’esplosione del brano stesso. Saliscendi emotivi, compenetrazione, profumo arabo e fumo di Londra, esotismo e ingranaggi rock, fantasia ma anche catena di montaggio per tenere tutto insieme, funambolismo e gioco di squadra. Dopo una sospensione affidata ad una nota di basso martellata duramente a intervalli (quasi fossero i tre botti ciechi finali dopo ogni fuoco d’artificio che si rispetti), la band si raccorda all’unisono e ridistende il tema di accordi iniziale. Finalmente riappacificandosi.
La versione che di questa suite i Colosseum sanno esguire oggi dal vivo (pur orfani di Dick Heckstall-Smith, scomparso a 70 anni il 17 dicembre 2004, ma sostituito degnamente dalla collaboratrice di vecchia data nonché moglie di Hiseman, Barbara Thompson), per quanto ora più di allora sanno trovarsi ad occhi chiusi, per come ci suona Dave “Clem” Clempson (il chitarrista che sostituì Litherland nel ’70 e che negli anni ha fatto propria una maturazione straordinaria), è veramente un orgoglio per tutti coloro che chiamano le cose col proprio nome e che rivendicano il rock come autentica forma d’arte. 

2 commenti:

  1. i Colosseum potevano realmente vantare qualità strumentali pari a quelle di pochissimi altri gruppi:inoltre la varietà timbrica apportata dai fiati,contribuiva a creare un caleidoscopio di emozioni perfettamente "allineate alla dissonanza".la ritmica,da pelle d'oca,macinava tempi da incubo nei quali si sarebbe smarrito persino un marziano!!!!Peccato che il loro destino di grndissima band,sia stata spesso consegnata ai posteri con l'annichilente slogan "musica classica rock"!Per liquefare lo slogan di cui sopra ascoltate il live 1970 o lo splendido cofanetto "morituri te salutant";dentro troverete jazz,blues,hard e tanto altro ancora:una zuppiera di segreti! TU caro javier, hai una grande qualità:tratti la musica con una maestria che attiene a pochi eletti;sotto la tua cura gli album acquistano una luce definitiva, diventando quiete e dolente turbativa dei silenzi interiori...... bello anche leggere di alcuni gruppi che non hanno goduto dei flussi primari e che con TE riacquistano la loro degna collocazione storica: GRAZIE!

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    1. E adesso io che devo dire?
      Mi metti letteralmente in imbarazzo.
      Per me Brigata Rock può chiudere anche qui, ora, dopo un commento come il tuo.
      Ti ringrazio tantissimo e per dimostrartelo ti perdono quando mi chiami "Javier" (che però è simpatico, mi piace!). Tutta la prima parte del tuo messaggio va obbligatoriamente letta al pari di un'integrazione di quanto ho postato io sul disco perché usi parole davvero calzanti e poetiche.
      L'importante è che chi mi legge sappia sorvolare su certi strafalcioni tecnici in cui posso irrimediabilmente incappare. E' il problema di chi vuol scrivere di musica senza (come, ahimé, nel mio caso) essere un musicista. Grazie infinite!

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