mercoledì 13 giugno 2012

ATOMIC ROOSTER "Death Walks Behind You" (B&C, 1970)


Partiamo dalla fine. Quella assoluta.
Su questo disco suonano in tre. A distanza di oltre quarant’anni nessuno di loro è più in vita. Il segno del tempo che passa, d’accordo. Ma forse anche una fatalistica maledizione, un presagio oscuro, l’ombra di un malaugurio...
Il 21 settembre 2011 un infarto ha stroncato l’ultimo superstite, il chitarrista John Du Cann. Già nel 1992 Paul “Hammy” Hammond, batteria, era morto per overdose a soli 40 anni e ancora prima di lui, nel giorno di San Valentino del 1989, il vero genio degli Atomic Rooster, il tastierista Vincent Crane (nato Vincent Cheesman nel '43 a Reading), schiacciato da una depressione senza fine si era suicidato nella sua casa a Londra nel quartiere di Maida Vale ingerendo una dose massiccia di farmaci.
Insomma, diversamente da quanto i Roosters declamavano nel titolo, la Morte purtroppo non si è accontentata solamente di... camminargli appresso. E la foto che si apre nell’inside cover dell’album e che ci mostra il trio sconsolato e pensoso tra le tombe di un cimitero, oggi vela di macabro il fascino naturale che emana da ogni vecchio vinile.
Non era normale, Vincent Crane, ma lo scriviamo con tutta l’ammirazione e lo stupore per la sua... diversa sensibilità. 
I genitori Tom e Renee, insegnanti e artistoidi bohemien, lo chiamarono Vincent in omaggio a Van Gogh: quasi ad imporgli fin dalla nascita una cicatrice sull’anima, a farne un predestinato. Sì diplomò presso il prestigioso Trinity College Of Music di Londra e non ancora ventenne era già professionista; appassionato di Stravinsky, in realtà non esercitò mai da pianista classico, anzi ondeggiò tra rhythm’n’blues, soul, psichedelia, addirittura jazz d’accompagnamento alla lettura di poesie (l’esperienza The Word Engine con il poeta Paul Green, amico d’infanzia) recando ovunque il proprio segno. Poi la svolta decisiva: solo un nevrotico (musicale e ahimé non solo) poteva legare con un altro, ovvero l’Arthur Brown titolare della band del Crazy World (“Crazy”... appunto!): organo, voce e batteria (quella di un altro artisticamente instabile come Drachen Theaker), per un suono scarno, selvaggio e psichedelico quasi unicamente rimesso all’abilità delle dita di Vincent e che fu per lui palestra imprescindibile.
Dopo aver sfondato con il singolo “Fire” (uno dei brani più coverizzati di tutti i tempi), aver dato alle stampe un Lp omonimo nel ’68 ed aver trasvolato oltre oceano per il conseguente tour americano, Crane e il secondo batterista in ordine di tempo del Crazy World, il fenomeno Carl Palmer (Theaker si era già perso per strada, sconfitto dalle pressioni e obnubilato da qualche sostanza poco salutare), abbandonarono Arthur Brown - che neppure se ne accorse perché si era nel frattempo isolato in una fattoria del New Jersey con la sua compagna - , tornarono in Inghilterra e lì impiantarono la loro band personale, gli Atomic Rooster, smaniosi di riprodurre l’angolarità del power-trio sulla base della formula già proposta dai Cream e dalla Jimi Hendrix Experience (ma con l’organo al posto della chitarra).
Grande battesimo live il 29 agosto 1969 al Lyceum di Londra (di spalla a quel loro primo concerto suonò un gruppetto messo su tanto per fare... sapete, i Deep Purple freschi di Gillan e Glover!), gestione affaristica e promozionale affidata all’Organisation di Re Mida Robert Stigwood (RSO), stampa in fermento, aspettative notevoli e un buon primo lavoro in studio che uscì nel febbraio 1970.
Ma dopo appena un paio di mesi dalla pubblicazione dell’esordio Vincent Crane si trovò messo difronte all’incubo di dover già rimpiazzare Carl Palmer, irretito dalle lusinghe di Emerson e Lake. Dapprima chiamò Ric Parnell degli Horse, ma il tempo non era ancora perfettamente maturo per fare di Ric il batterista del Galletto Atomico (ci tornerà due anni dopo), cosicché nell’agosto del ’70 si scelse il diciottenne Paul Hammond proveniente dai Farm.
Prima ancora di Palmer se n’era andato pure (per gli Skin Alley) Nick Graham, il cantante-bassista – e occasionalmente flautista – presente sul primo disco, e Crane lo aveva sostituito con l’illustre John Cann (The Attack, Andromeda, tutta roba forte, parecchio psichedelica) che però era... un chitarrista! Nessun problema: al basso ci avrebbe pensato lo stesso Vincent utilizzando la pedaliera del suo organo (a dimostrazione ulteriore di quanto completo e particolare fosse questo musicista). La trasformazione non era certo di poco conto e con quella i Rooster facevano una mezza dichiarazione di guerra: due strumenti solisti, paritetici, con cui sferrare l’attacco. Nuove spigolosità, nuove durezze, nuove possibilità e interazioni. Soprattutto una maggiore imprevedibilità.
Se con l’album d’esordio le peculiarità stilistiche avevano meritato in tutto l’etichetta critica di “hard-progressive”, chiaramente con il nuovo assetto nell’economia di quella parola composta, nel concetto di quel “dittongo” tra generi avrebbe preso a prevalere più l’hard che non il progressive.
Non tranquillizza affatto la copertina del disco ove trova collocazione il “Nebuchadnezzar” (il re babilonese che noi conosciamo come Nabucodònosor II) che, spogliato della sua regalità e in preda alla demenza, striscia carponi nel dipinto del visionario poeta-pittore William Blake. Nella Bibbia questo è scritto nel Libro di Daniele, quando Dio umilia il re con la pazzia: “In quell’ora stessa la parola si compì su Nabucodònosor. Fu scacciato di mezzo agli uomini e mangiò l’erba come i buoi; il suo corpo fu bagnato dalla rugiada del cielo, finché i suoi capelli crebbero come alle aquile e le sue unghie come agli uccelli”. Un apparato grafico che non tranquillizza affatto, no. Né il dipinto, né la foto interna, né il titolo scelto, quel sussurro beffardo e crudele. Non tranquillizza il nuovo riferimento alla follia (dopo quello piuttosto esplicito di “Banstead”, il brano che sul primo album ricordava uno dei frequenti ricoveri di Vincent Crane presso l’ospedale psichiatrico di Banstead nel Surrey, oggi istituto penitenziario), né tantomeno quello all’opera sofferta, enigmatica e profetica di William Blake.
Ed infatti l’iniziale “Death Walks Behind You”, introdotta dal piano, ha un avvio così gotico e sinistro che quel nodo alla gola che quasi simultaneo ti arriva ad impedirti di deglutire per almeno un minuto non può non far venire alla mente la spasmodica suspence dei primi horror-thriller di Dario Argento. Fu concepita inizialmente per un cortometraggio dal titolo “The Vortex” e, come scrive Crane nelle note di copertina, la prima volta che suonò il tema iniziale al piano finì per prenderne paura egli stesso. Sì, “la morte cammina dietro di te” ed ha un passo claudicante, strisciante, inquieto. E inesorabile. La tensione che si accumula nelle strofe, su cui alita il soffio del terrore, esplode nel riff hard del refrain; sebbene gli Atomic Rooster ne siano stati appena sfiorati in qualche paragone, rimane un dato di fatto che il brano è uno dei manifesti più centrati del dark sound dell’epoca: ossessivo e tetro, tiene incollato l’ascoltatore per sette minuti e mezzo senza comunque uscire dalle due idee portanti che lo strutturano, eccezion fatta per l’intermezzo centrale di pianoforte; gioca tutto sul respiro rallentato e faticoso del proprio spirito, sull’atmosfera cupa e di viva minaccia che genera, alimentata dai cori sfumati che, come sillabati da fantasmi dell'oltretomba, ripetono ad oltranza le parole del titolo. Del resto già da qualche mese era in giro il debutto dei Sabbath e quel gioco a scomodare la tenebra e il mistero ruppero definitivamente gli argini del perbenismo. C'era un sacco da divertirsi nel creare atmosfere da brivido attraverso il rock, un filone nuovo in cui sbizzarrirsi...
“Vug” è uno strumentale per cuori impavidi, dalle cui vorticose trame si erge prepotente il genio irrequieto di Vincent Crane; non da meno Cann con le sue stilettate elettriche e tutt’altro che scontato il drumming jazzato di Paul Hammond. Il pezzo offre virtuosistici avvitamenti su sé stesso e Crane si dimostra sì innamorato del suono del suo strumento, di cui conosce ogni aspetto e potenzialità, ma lo vuole inserire ben dentro al contesto segnando in questo modo una differenza abbastanza evidente col suo rivale/collega Keith Emerson che intese elevare le sue tastiere fino a sfiorare la tracotanza.
“Tomorrow Night”, pur quadrata e con qualcosa di funky e accattivante nel mood che ne determinarono il successo a 45 giri, è tuttavia attraversata da una nervatura malsana (c’è la firma di Crane infatti...), un brivido che non riesci a capire se sia per via di quel pianoforte cadenzato ma ombroso che marca le strofe; hard rock, ok, ma con quel solito alone fosco e grigiastro tutto intorno.
L’introduzione alla dura e lunga “7 Streets” (nelle riedizioni in CD spesso titolata “Seven Lonely Streets”) viene addirittura ingigantita da un mestoso organo da chiesa; il brano, scritto non per nulla da Cann, è vibrante e veloce heavy rock progressivo – appena un po’ penalizzato dalla voce poco profonda dello stesso chitarrista – che a metà del suo corso entusiasma per un duello tra i due strumenti solisti che assume le sembianze della sfida tra due demoni impazziti che non ne vogliono sapere di uscire dal corpo del posseduto, con un infaticabile Paul Hammond a reggere superbamente le fila di tutto. Il riff principale di elettrica doppiato dall’organo (che poi i Rooster riprenderanno anche in “Play The Game", lato B di “Tomorrow Night”) va di diritto tra quelli più riusciti dell’hard inglese.
Latra forte l’inizio di “Sleeping For Years”, che poi diventa urticante nel momento in cui John Cann tira giù un altro possente riff di chitarra; il suo stile non mette certo la tecnica avanti a tutto, ma il suo suono è acido e abrasivo, mena fendenti alla cieca, morde come un serpente velenoso: lo si ricava soprattutto dalla sezione centrale del brano, nel lungo, tortuoso e torturato assolo.
“I Can’t Take No More” è l’episodio più conciso dell’album ma pur nella sua svelta corsa sa confermare il trend stilistico del trio: musica dura ma sempre vicina allo sbalzo d’umore, a qualche sterzata nerastra, appena un passo al di quà del delirio, ma mai troppo lontano.
Un po’ sulla falsariga di quanto avvenuto in “Winter” dal primo disco, “Nobody Else” è un cedimento romantico che peraltro non riesce a mascherare l’inquietudine profonda che anima la band; i toni della ballata pianistica non hanno il calore di un abbraccio affettuoso; mantengono le distanze, suonano diffidenti. Forse è il pezzo che entusiasma di meno, anche per via del segmento strumentale incollato un po’ a forza in mezzo alla parte più languida e appassionata, ma serve come colorazione ulteriore per i toni lividi del disco. Dal punto di vista del pathos sentimentale gli Atomic Rooster avrebbero saputo fare molto meglio (gusti personali, ci mancherebbe!) un po’ più tardi, al tempo di “Nice’n’Greasy” con la ballad “Can’t Find A Reason” sapientemente cullata dalla voce di Chris Farlowe.
Esplode poi la conclusiva “Gershatzer” che mischia in modo del tutto credibile barocchismi hard, estro progressivo e una forte spinta jazz-rock; si sente distintamente la firma di Crane, il suo dibattito interiore, la sua doppiezza. Il brano è uno strumentale di 8 minuti che lascia al tastierista un lungo spazio solistico: Vincent ci si fionda con fantasia animalesca, strizzando fuori dall’organo tutta una gamma di suoni invero alquanto desueti e diversificati e passando con facilità al resto dell’impianto tastieristico: “un Jimmy Smith in acido”, scrisse un critico di Crane e fu un accostamento spinto ma calzante; dopo di lui è Paul Hammond a ritagliarsi due minuti di assolo e li sfrutta al meglio per dimostrare di non essere affatto un mero rincalzo della star Carl Palmer e neppure un suo epigono: disinteressato dalla metrica progressive, fu agile e versatile, potente e dinamico. Non se lo lasciò scappare John Du Cann quando più tardi lo portò con sé negli Hard Stuff per un’altra fantastica esperienza di hard rock settantiano.
Vincent Crane non c’è più. Un uomo cresciuto a pane e arte, il mantello nero e i baffetti da poeta dell’ottocento, il suo esercito di gatti, le sue psicosi e la sua musica, le note e le droghe, il successo, i fallimenti e il dimenticatoio.
L’immagine che tra tutte meglio lo consegna alla storia è senz’altro quella che lo vede dietro al suo hammond (acquistato da Graham Bond, forse non tutto è casuale...) con uno dei suoi nastri a legare i lunghi capelli lisci sulla fronte e quel selvaggio agitarsi sui tasti, quasi una ribellione alla postura impartitagli dagli studi classici, l’espressione di quanto uno spirito rock sia difficilmente imprigionabile.
Un artista vero. Geniale e vulnerabile. Esposto e fallibile. Un’anima triste dentro un talento meraviglioso. Non poteva durare.

4 commenti:

  1. stai cavando dagli anfratti del tempo suoni ed emozioni che faccio fatica a condividere con altri esseri umani!tutti i dischi che hai "esaminato"col piglio dello storico innamorato di ciò che fa;hanno un corrispettivo elettivo col mio modo di intendere la passione musicale.dischi finanche segreti o passati per strade secondarie,oppure conosciuti ma senza essere stati amati con la visceralità che meritavano.da quello che scrivi,al di la della competenza letteraria,traspare il tuo amore per questa musica,si nota che hai tifato per questi eroi ingialliti e invecchiati male,molti nemmeno invecchiati purtroppo,anime annegate nell'incomprensione.bello che,attraverso un architettura di avvenimenti,fatti e belle parole tu ridesti i sensi sopiti all' ascolto di un mondo polveroso e pieno di poesia. la poesia di molti sconfitti che reclamavano un posto in cui stare,leggendoti sanno di averlo trovato!!!!!! un abbraccio!

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    1. Finirò col montarmi la testa, è inevitabile! Quello che mi scrivi mi riempie di orgoglio e di soddisfazione.
      E la cosa per me più importante è che tu sia riuscito a cogliere lo spirito che anima il motivo per cui mi sono messo a scrivere di questi dischi: proprio perché li amo, come oggetti prima ancora che come significato artistico.
      Sono sicuro che queste mie recensioni in retrospettiva a molti possano risultare prolisse e stucchevoli, ma da lettore non sopporto quelle trattazioni "usa e getta", due righe e via tanto per sbrigarsela. Non dovendo su questo blog rispondere a nessuna necessità "editoriale", mi piace dilungarmi e anche "sbrodolarmi" un po' in uno degli argomenti che più appassionano la mia vita, ovvero il caro vecchio rock. Ti ringrazio davvero tanto per le tue parole, nella speranza che il nostro comune piacere a condividere la musica ci mantenga in contatto. A presto!

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  2. palmer aveva un modo di suonare la batteria personale e,nel variegato panorama rock del tempo pieno di stili e tendenze,perfettamente riconoscibile:la sua dipartita si pensava potesse spezzare le ali al possente galletto atomico,niente di più sbagliato!crane,sindrome bipolare per lui con l'aggravante di una depressione aa sfondo malinconico,curata con il progenitore"sperimentale"del prozac e successivi benefici per la salute pari a zero;sapeva dove andare a cercare il futuro artistico della sua creatura.scovò cosi hammond nella suburbia dell' impero rock,scelta felice dato che palmer aveva una capacità ritmica telleurica,seppur raffinata,tendente all'accentramento del suono:mantre hammond sapeva muoversi colorando,rimanendo appena un passo indietro.questo nuovo impeto ritmico si sposava perfettamente con il rigore di crane e con la sua megalomania.il suono del suo organo,rovistava come un tombarolo il cadavere della musica classica:maestoso e solenne come il volo di un aquila;appena pastoso per aggiungere mistero e inquietudine.il terzo membro a menare le danze,tale cann,armeggiava la chitarra come un coltello a serramanico:una lama che aggrediva gli spazi vuoti facendoli sanguinare.si creò un caleidoscopio di suoni di suoni minacciosi,una lunga navigazione a vista tra le nebbie della vita(si scopri molto tempo dopo che il tema del disco era la devianza intellettuale di cui soffriva crane:era la malattia che gli camminava accanto),un buco nero che succhiava la luce e fabbricava il fuoco!
    grazie per avermi fatto tornare a quei giorni.......

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    1. In molte meno righe rispetto a quelle che ho usato io hai saputo descrivere molto meglio di me il fascino immortale (e un po' anche immorale...) di "Death Walks Behind You". Spero che i naviganti della rete che s'imbattono negli articoli di Brigata Rock non prescindano dal leggere anche i commenti come il tuo che sono veri e propri pezzi d'autore. Grazie mille per il tuo contributo!

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