martedì 29 maggio 2012

LYNYRD SKYNYRD "Street Survivors" (MCA, 1977)


Quando ci si accosta al mito Lynyrd Skynyrd occorre tenere un passo piuttosto equilibrato perché il rischio di cadere nella retorica è uno degli scivoloni più facili possibili.  
Del resto la retorica, da sempre cara a certa cultura americana, trova spunti incoraggianti nella storia, gloriosa e tragica ad un tempo, della band. Ancor più se questa storia si origina nel sud statunitense, ancor più se essa somiglia davvero al "canto epico delle gesta di perdenti eroi del meridione" sempre a metà strada tra la propensione alla vita da ribelli e per contrasto all’ormeggio saldo ad un conservatore tradizionalismo. Il “southern pride” sventolato ovunque al pari della bandiera confederata da un lato, con tutto il suo armamentario di provincialismo, ambizioni represse, fierezza calpestata, valori duri come pietra, desiderio di rivalsa, e dall’altro l’insopprimibile spinta ad uscire dal confine, a risollevare le proprie sorti, ad “esportarsi” nel mondo... E quando il successo è lì ad un passo, quando anzi puoi perfino sentirlo tra le mani, ecco di nuovo la sconfitta, la caduta, di nuovo la felicità negata, addirittura la morte.
Personalmente mi sono avvicinato a questa band quando in pochi se la filavano; cercarne i dischi – con l’operazione di ristampa ancora molto di là da venire – fu impresa stimolante ma durissima; la perplessità dei negozianti a cui provai a storpiare in ogni modo quel bizzarro nome pur di aiutarli a capire che cosa stessi cercando, mi dette la misura di quanto la band fosse un tesoro nascosto da scoprire assolutamente.
Ma in “Street Survivors” (l’album che scatenò la mia curiosità su tutti gli altri ma che di fatto per molto tempo rimase per me l’unico disco reperibile assieme alla raccolta “Gold & Platinum”) m’imbattei un po’ per caso quando anch’io dei Lynyrd non ne sapevo quasi nulla: fu addirittura un acquisto un po’ azzardato, preso al volo senza conoscerne la storia, le coordinate, la collocazione temporale, perché... non ne ero sicuro eppure di quella band avevo letto qualcosa... il nome, tutte quelle “y”... sì, doveva essere quello... Però che cosa avevo letto? Non rammentavo bene...
Sta di fatto che lo presi, accalappiato come sempre da qualche emanazione carismatica della copertina, che in quel caso mostrava in fronte la foto che invece nella versione poi ritirata dal mercato stava sulla back-cover. Foto dal fascino per me irresistibile: sette tizi - tutt’altro che “magnifici”! - schierati davanti all’obiettivo, ben stagliati su campo nero, ognuno di loro con qualcosa di caratteristico negli indumenti o nella capigliatura. Chi tra loro sarà il cantante? E la sezione ritmica? Fantasticavo cercando per gioco di attribuire ad ognuno lo strumento di pertinenza.
Poi, dopo aver ascoltato il disco, riuscii a recuperare anche quei cenni che avevo letto circa la loro storia.
La reunion celebrativa del 1987, a dieci anni esatti dal disastro aereo, poi confluita nel vero e proprio progetto di ricostituzione del gruppo negli anni ’90, ha senz’altro dato una bella rispolverata alle gesta passate dei Lynyrd Skynyrd e adesso molto si sa di loro. Ma quando ancora i vecchi resoconti mi rimanevano sconosciuti, decisiva fu l’attrattiva che mi trasmisero le prime foto che trovai di quella sgangherata congrega, chiome e barbe fluenti, jeans e camicioni, qualche scampolo hippie, cappellacci e stivali, quel look a metà strada tra bikers e pistoleri, tra mandriani e bulli di periferia... C’erano tutti gli anni ’70 in quelle foto: gli anni ’70 della musica ribelle, dannata e viziosa, gli anni ’70 con il loro campionario kitsch, gli anni ’70 delle regole messe al bando, del “va dove ti porta il fiuto” (anche se ingannato dal naso affondato in qualche pista di cocaina...).
E' la fine del 1976 quando il gruppo cominciò a riordinare le idee per una prima bozza del nuovo album (a dicembre vennero registrate le versioni embrionali di un paio di pezzi), poi fu già tempo di rimettersi in viaggio per onorare gli impegni live: gennaio in Giappone, febbraio Inghilterra. Dopodiché i Nostri svernarono alle Bahamas per un periodo necessario di vacanze dove comunque prese corpo la stesura della maggior parte delle canzoni. 
La MCA, nella persona del boss Mike Maitland, spingeva per monetizzare l’enorme potenziale che la band aveva fin lì dimostrato di avere; era insomma il momento di raccogliere i frutti del duro lavoro che i Lynyrd avevano sostenuto nel tempo; il doppio live “One More From The Road” era andato benissimo ma la band doveva adesso tirar fuori dal cilindro almeno un paio di hit del livello di “Sweet Home Alabama”, di fatto l’unica canzone ad aver funzionato commercialmente anche come singolo. La casa discografica riteneva che Ronnie e compagni fossero ad un passo dal raggiungere lo status di rockstar se solo avessero accondisceso a venire a patti col business.
Intanto all’interno del gruppo era in atto una trasformazione significativa a cui concorrevano due fatti importanti. Sul versante dell’attitudine, fin lì così tipicamente ed eccessivamente rock, accadde che Ronnie Van Zant divenne padre per la seconda volta, adesso in modo più consapevole rispetto a quello che era successo al tempo del primo fallimentare matrimonio quando venne alla luce la sua primogenita Tammy: stavolta invece la nascita della piccola Melody, avvenuta nel settembre del ‘76, ebbe il potere di sradicare dalla tempra del leader quel marcato senso di irresponsabilità e quella propensione alla vita selvaggia, condotta tra risse e sbronze; è vero, questa maturazione riguardò solamente Ronnie, ma era pur sempre lui il simbolo della band, il portavoce, il leader indiscusso.
Da un punto di vista invece musicale c’era stato in formazione il fondamentale innesto di Steve Gaines e il ritorno dunque alla formula delle tre chitarre soliste. Gaines, che viveva in una piccola fattoria di West Seneca, Oklahoma, e si sbatteva per far emergere la propia band (tali Crawdad), fu arruolato durante la tournée dell’anno precedente su consiglio della sorella Cassie, corista in forza agli Skynyrd: “Mio fratello suona la chitarra, gli piacerebbe un sacco provare una jam con voi. Perché non lo fate contento?”. Quella “amichevole concessione” fu talmente decisiva che Steve fu gettato quasi subito nella mischia come terzo chitarrista ufficiale della band, preferito addirittura ad un certo Leslie West (!). Gaines portò idee nuove, freschezza compositiva e un talento chitarristico straordinario, capace anche di rivitalizzare Collins e Rossington. Se Allen e Gary erano influenzati dall’hard inglese sulla scia dei Free, Steve era molto più bluesy di loro. Soli guizzanti, dita ispirate, il suo ruolo all’interno della band divenne immediatamente di primo piano. Steve Gaines rappresentò l’ancoraggio al suolo americano; perché non era ispirato dai rocker d’oltreoceano, non aveva subito la stessa fascinazione per i Rolling Stones, e la sua chitarra affondava le radici nei generi più classicamente a stelle e strisce. Con lui la “guitar army” tornò in assetto e si bilanciò di nuovo come al tempo di Ed King.
Dopo il successo di “One More From The Road”, al momento di entrare in studio per il suo successore, era scontata la conferma di Tom Dowd che però in quel periodo si trovò stretto tra due impegni ugualmente pressanti: lavorare al nuovo disco dei Lynyrd Skynyrd e a quello di Rod Stewart (“Foot Loose & Fancy Free”); più un terzo, non da meno: doveva sposarsi.
Per tutta la prima fase (in aprile) le registrazioni si svolsero ai Criteria Studios di Miami dove Tom Dowd ovviamente giocava in casa per averci già realizzato lavori dell’Allman Brothers Band, dei Black Oak Arkansas, “461 Ocean Boulevard” dell’Eric Clapton solista, il famoso “Layla And Other Assorted Love Songs” a nome Derek And The Dominos e via dicendo; ma ascoltando i nastri la band non riconobbe il proprio suono e volle spostarsi a Doraville, zona Atlanta, presso lo Studio One a loro caro per averci inciso i maggiori successi: “Free Bird” e tutto il primo disco, poi “Sweet Home Alabama” e anche “Saturday Night Special”. Lì un incidente di cui si rese esecrabile protagonista Leon Wilkeson che, per via di qualche acido di troppo dette di matto nell’hotel dove alloggiavano ad Atlanta (prima salendo sul tetto dell’albergo e urlando di voler volare, poi – rientrato in camera – gettando il televisore dalla finestra e centrando una macchina nel parcheggio di sotto, infine sfilando la pistola dalla tasca di uno degli uomini della sicurezza dell’hotel e brandendola un po’ contro tutti), fu messo sotto osservazione da uno staff medico e tenuto in quarantena per tre giorni proprio nella settimana destinata alle registrazioni ufficiali, segnò di fatto la rottura del rapporto tra Dowd e i Lynyrd, perché il produttore stava cercando di centellinare ogni ora del suo tempo col misurino per riuscire a risolvere contemporaneamente i due distinti impegni di lavoro e non poteva permettersi di rimanere inattivo per tre giorni. Così “Father” Tom, un po’ stanco di fare da balia a quei discoli sudisti, prese il primo volo per la California per correre in studio da Rod Stewart e scelse di inviare a Doraville Barry Rudolph, suo fido luogotenente.
Kevin Elson, il fonico del gruppo, fu il primo ad accorgersi che qualcosa nel disco in preparazione non andava e a trovare un sacco di difetti alle registrazioni se paragonate al suono che la band era capace di ottenere nella sua sala prove in Riverside Avenue a Jacksonville; spalleggiato da Steve Gaines, riuscì piano piano a convincere anche il resto della band a rimettere pesantemente mano al lotto dei brani; inizialmente con la collaborazione di Rudolph (che a Doraville si trattenne per una sola settimana di lavoro) e poi con l’aiuto decisivo di Rodney Mills, esperto ingegnere del suono legato a filo doppio all’Atlanta Rhythm Section e che in passato aveva già assistito gli Skynyrd in sala, provò intanto a riregistrare le parti di batteria e seppe dare al tutto una nuova energia; le canzoni erano valide, validissime, ma suonavano poco dinamiche, poco brillanti; i ritocchi ebbero il grande pregio di donare un swing assai più pimpante e una profondità di suono del tutto rivitalizzata. Il materiale possedeva un ritmo trainante già di suo, non c’era tutta quella necessità di estrarre così fuori dal mixaggio la batteria; il lavoro di Elson fu pertanto quello di asciugare il “beat” sui tamburi, ingentilendo la battuta sempre un po’ aspra di Pyle, e di risaltare più il tocco sui piatti. Le tracce si vivacizzarono di colpo. Il processo investì poi anche buona parte delle linee vocali, più tutta una serie di accorgimenti sul resto delle canzoni. Insomma, l'album fu praticamente fatto due volte!
E’ il 17 ottobre 1977 quando, dopo quella gestazione così insolitamente faticosa, esce “Street Survivors” (disco d'oro con le sole prenotazioni), con il gruppo già in tour da quattro giorni. Un titolo che alludeva senza veli all’orgoglio di esserci ancora, saldamente in piedi, in parte ripuliti dai vecchi vizi. Sopravvissuti al degenere e alle strade sbagliate. Ancora qui. Ancora insieme. Lo ribadiva bene anche la copertina, tratta dalla sessione fotografica diretta da George Osaki presso gli Universal Studios di Universal City in California, che immortalava frontalmente la band allineata e compatta mentre le fiamme avvolgevano la strada e gli edifici sullo sfondo, come se quella gang di teppisti emergesse viva e illesa dalla violenza di qualche guerriglia urbana.
A dispetto però delle traversie patite durante la fase di registrazione, il Lp assurse da subito a titolo tra i più importanti dell’intera discografia dei ragazzi di Jacksonville.
La maturazione del gruppo sorprende, se si considera che l’esordio era di soli quattro anni prima, e “Street Survivors” si eleva dalla fanghiglia del grezzo e stradaiolo southern rock dei primi giorni per offrire un suono fresco, aggiornato, meno prevedibile: tinte nuove, rimandi rhythm’n’blues, brillantezza honky tonk, più grazia e meno muscoli. Pur senza snaturare la propria identità, i Lynyrd si affinano e migliorano.
“What’s Your Name”, che prende ispirazione da una rissa che il roadie Craig “Jetson” Reed aveva innescato con l’ospite di un hotel e affresca un quadretto di vita “on the road” e affari di groupies, ha un tiro irresistibile: prende il meglio del rock’n’roll e del rhythm’n’blues, con fiati corposi e il pianoforte in fibrillazione a giocare ruoli determinanti per immaginarsi la sala da ballo di qualche confusionario bar del dixie. Raramente gli Skynyrd avevano fatto muovere il culo in maniera così sfacciata.
La sinuosa “That Smell”, pièce chitarristica che rivela quanto di stimolo si fosse rivelato per tutti il nuovo acquisto Gaines (ma tutto il mood è sulle spalle del “cappellaio matto” Wilkeson), ha un testo che s’ispira al fatto che nel giro di sei mesi Gary, Allen e Billy avevano avuto incidenti stradali (fu serio soprattutto quello di Rossington che, completamente fatto, a Jacksonville aveva distrutto la sua nuova Ford Torino abbattendo un palo del telefono, spaccando in due una quercia e poi finendo la sua corsa contro un’abitazione a cui dovette ripagare 7000 dollari di danni): Ronnie fa quasi la voce del fratello maggiore quando avverte realizzarsi in sé quel processo di maturazione da cui invece i suoi compagni di viaggio non sembrano minimamente sfiorati, ma i suoi ammonimenti sono distesi su un tessuto sonoro morbido; è una carezza anziché uno schiaffo, anche se il pezzo possiede la colorazione fosca del presagio, perché “quell’odore” del titolo non è altro che “l’odore della morte”, che Ronnie sente gravitare attorno ai suoi amici così incapaci di redimersi dalla via dell’autodistruzione (o dalla... “distruzione delle auto”. Perdonate la battuta, via...). Il brano, calato a meraviglia nella magia degli anni settanta, affianca alle accorate liriche, punteggiate dalle backing vocals delle Honkettes (le tre coriste ormai al seguito fisso della band: Deborah Jo Jo Billinglsley, Cassie Gaines e Leslie Ann Hawkins), gli ottimi solos incrociati delle chitarre per uno degli esempi classici del loro repertorio: Allen Collins, fisico, lancinante, irrequieto, Steve Gaines, un formidabile schermidore che lavora in punta di fioretto, e infine Gary Rossington che suona come parla: lento, cadenzato, pigro. Chi ne voglia conoscere una versione assolutamente alternativa ascolti la marcissima cover che di questo brano hanno fatto nel 2009 i Big Sexy Noise capitanati dalla dissoluta Lydia Lunch.
“One More Time” è l'esito di una delle decisioni prese prima del mastering mentre la scaletta dei brani definita ai Criteria avrebbe previsto le nuove “Georgia Peaches” e “Sweet Little Missy”, che invece non furono ritenute completamente soddisfacenti e alla fine rimasero delle outtakes. Si tratta della riesumazione di una vecchia registrazione, qui arricchita con qualche overdub, antecedente addirittura all’esordio discografico e arriva diretta dalle sessioni di Muscle Shoals supervisionate da Jimmy Johnson tant'è che vede alla batteria (!) Rickey Medlocke e al basso Greg T. Walker (due mezzosangue che sempre partendo da Jacksonville contribuirono poi anch'essi ad esportare il southern rock nel mondo sotto il vessillo dei Blackfoot): è una malinconica ballata dal gusto country, insaporita con minimaliste frasi di slide, che irradia la tipica dolcezza “maschia” di cui sapevano essere capaci questi rissosi redneck nei momenti più contemplativi e rilassati e Ronnie (doppiato nel refrain dai cori femminili di Leslie Hawkins e da quelli in falsetto dello stesso Medlocke e Tim Smith) non poteva cantarla in maniera più sentita.
“I Know A Little” è un boogie dagli accenti jazzati che va in collisione col rhythm’n’blues e scatena l’eccitazione in tutto il corpo; il ritmo è sparato, gli stacchi divertono, Gaines suona veloce come Alvin Lee, Rossington spolvera il dobro per spingere tutto a sud e l’assolo di pianoforte, pur se breve, incide alla grande.
“You Got That Right” è un altro rock’n’roll che ha la stessa schiettezza di “What’s Your Name”, funzionale alla ricreazione, a ballare, a saltare sul posto, a far festa. Eccezionalmente viene eseguita a due voci da Ronnie e Steve, a dimostrazione di quanto il singer si fosse infatuato delle capacità di Gaines e intendesse dargli spago. Anche se fa male leggerlo oggi sapendo come andarono le cose di lì a poco, così disse Ronnie di Steve al tempo: “Mi aspetto che un giorno saremo tutti dietro la sua ombra. Basta aspettare e guardare”.
“I Never Dreamed”, che nella versione originale incisa a Miami non prevedeva batteria, ha un’introduzione strumentale insolitamente lunga e prosegue nel solco della nuova sensibilità d’autore di Ronnie Van Zant, che si ravvede anche sul concetto d’amore e sul rapporto di coppia. C’è un registro diverso nel modo di arrangiare i pezzi, pulizia d’esecuzione, modulazioni più eleganti. Il brano, una ballata agreste dal solito timbro rock (che ha qualcosa di vicino ad una vecchia composizione della band, “Comin’ Home”), ha una fortissima connotazione southern e quel connubio tutto particolare tra delicatezza e virilità, come la carezza fatta dalle mani ruvide e callose di un lavoratore. Il conclusivo assolo di Gaines manda tutti in sollucchero.
“Honky Tonk Night Time Man” è un rifacimento curato e convincente che non rivoluziona l’originale di Merle Haggard e Ronnie la presenta come “little bit of Bakersfield”, perché del cosiddetto Bakersfield Sound l’idolo di Van Zant fu uno dei cantori più rappresentativi. “Sounds like Roy” dice Ronnie sull’assolo di Steve Gaines ed è un complimento come di più non si potrebbe fare perché il Roy in questione è Roy Nichols, il virtuoso chitarrista di Haggard. Su “Collectybles”, interessantissima antologia di inediti rilasciata dalla MCA nel 2000, è stata riesumata una versione alternativa del brano intitolata “Jacksonville Kid”, incisa a Doraville nell'agosto del '77 (l'ultima registrazione...), e a cui Van Zant aveva consegnato un testo tutto nuovo, emozionato, quasi la chiusura del cerchio: dopo aver cantato le lodi dell'adottiva Alabama chiamandola addirittura "Dolce Casa" nel pezzo più famoso della loro carriera, Ronnie recuperava qui il legame con la sua città d'origine, senza disconoscerla; poi alla fine però, prima di terminare il disco, lo stesso singer optò per un tributo più ossequioso al pezzo di Merle Haggard e salvò la prima interpretazione della cover.
Il disco si chiude poi con Steve Gaines che firma e canta da solista “Ain’t No Good Life”, un blues geograficamente molto vicino al Delta, che ha un bel respiro soul e che viene anche caratterizzato dal piano di Powell.
I Lynyrd Skynyrd, nella piena coscienza di aver dato alle stampe il loro disco forse più convincente, non stavano più nella pelle nell’attesa di proporlo dal vivo e arrivarono caricati come fucili a pallettoni alla vigilia della tournée, per un programma di date che li avrebbe visti impegnati sul suolo americano fino a tutto gennaio ’78 (con inclusa quella che Ronnie riteneva una vera e propria consacrazione in terra yankee, ovvero l’esibizione fissata al Madison Square Garden di New York per il 10 novembre).
Quello che fu denominato il “Tour of The Survivors” segnava un salto di qualità anche nella logistica dei trasporti; la band avrebbe finalmente coperto le tratte tra una città e l’altra usufruendo di un volo privato e migliorando pertanto la comodità dei propri spostamenti. Il management noleggiò all’uopo un Convair 240, un bimotore a elica di proprietà della L&J Company di Addison in Texas, vecchio di trent’anni e con un totale di 29.000 ore di volo effettuate; probabilmente prevalse la scelta di fare economia rispetto a certe perplessità che l’affare poteva destare, dato che l’aereo era già stato visionato in estate dagli Aerosmith e Zunk Buker, il figlio dell’allora responsabile dei trasporti aerei della band di Boston, racconta che suo padre minacciò le dimissioni qualora Tyler e compagni non avessero desistito dall’idea di utilizzare quel velivolo così male in arnese.
Il tour era iniziato il 13 ottobre alla Hanner Field House di Statesboro, Georgia. Poi tre date nella natìa Florida: il 15 allo Sportatorium di Miami, il 16 al Bayfront Center di St. Petersburg e il 18 al Civic Center di Lakeland.
Il 19 ottobre nel viaggio che intercorse tra le tappe di Lakeland, Florida, e Greenville nel South Carolina il motore destro del Convair 240 lasciò una scia di fuoco lunga circa tre metri per almeno cinque interi minuti. Gene Odom, amico d’infanzia di Ronnie Van Zant e collaboratore strettissimo della band tanto da esserne diventato responsabile della sicurezza, segnalò con insistenza il problema ai due piloti (Walter Wiley McCreary e William John Gray, poco più che trentenni, solo 110 ore di volo in due su quell’aereo) ma venne invitato a non allarmarsi e a tornare seduto al suo posto.
Mentre quella sera stessa la band si esibiva presso il Greenville Memorial Auditorium per quello che di fatto sarà l’ultimo concerto della formazione originale, i piloti si recarono all’aeroporto per verificare il funzionamento del motore destro e programmare il viaggio del giorno dopo. Destinazione Baton Rouge, Louisiana, dove circa 10.000 persone munite di biglietto si sarebbero presentate la sera del 21 per vederli sul palco del LSU (Louisiana State University’s) Assembly Center (oggi chiamato Pete Maravich Assembly Center in ricordo del famoso cestista “Pistol Pete” morto d’infarto a soli 40 anni nel 1988).
L’indomani, il 20 ottobre (il compleanno che con tutta probabilità “Father” Tom Dowd da lì in poi avrà ricordato come il più triste della sua vita), quando verso le ore 16 la band arrivò al Downtown Airport di Greenville, Gene Odom chiese assicurazioni ai piloti. Effettivamente c’era un problema al magnete del motore di destra. “Un meccanico”, aggiunse Gray, “ci sta aspettando a Baton Rouge dove risolveremo definitivamente la criticità”. Odom: “Perché non troviamo un meccanico qui e risolviamo il problema adesso?”. Di nuovo il co-pilota: “Non ce n’è motivo. Se anche si rompesse il motore di destra, saremmo ugualmente in grado di volare fino a Baton Rouge con quello di sinistra”.
Sta di fatto che al Ryan Airport di Baton Rouge quell’aereo non arrivò mai.
Le resistenze all’interno della band furono parecchie (ad esempio Cassie Gaines disse che lei avrebbe preferito viaggiare assieme al camion della strumentazione) ma ad un certo punto fu proprio Ronnie a rompere gli indugi, zittire tutte le lamentele e intimare alla truppa che era ora di partire.
Poche storie. Il capo non si discute.
Il volo in realtà, la cui durata era stata prevista di 2 ore e 45 minuti, fu assolutamente in linea con quanto pianificato e le ansie di tutto l'entourage del gruppo (24 persone tra musicisti e crew, esclusi i due membri dell’equipaggio) svanirono abbastanza presto: sull’aereo qualcuno giocava a poker, qualcun altro dormiva della grossa, qualcun altro ancora improvvisava balletti goliardici nel corridoio.
Come stabilito, quando non restavano ormai che dieci minuti alla destinazione finale e si avviavano le prime procedure per le operazioni di atterraggio, alle 18:39 l’aereo abbassò la quota del proprio volo fino a dimezzarla (da 12000 piedi a 6000), ma fu di appena tre minuti più tardi la prima chiamata non prevista con cui il pilota fu costretto a chiedere via radio al Centro di Controllo del Traffico Aereo di Houston, Texas, che gli venisse subito segnalato l’aeroporto più vicino. Gli fu risposto che lo avevano appena oltrepassato, era quello di McComb, e venne chiesto se si trovassero in emergenza. Le comunicazioni si fecero a quel punto concitate: il pilota Walter McCreary avvertì che il Convair era quasi totalmente scarico di carburante ed aveva necessità immediata di una pista sgombra dove condurlo a terra; da Houston gli impartirono le coordinate per reindirizzare la rotta verso McComb.
E’ quello che McCreary si predispose ad eseguire con un'ampia virata; ci fu appena il tempo per l’ultimo contatto radio (18:45) in cui il pilota in risposta a Houston dette notifica circa l’attuale altitudine del Convair (4500 piedi), dopodiché l’ufficiale non fu più in grado di rispondere ai tentativi di connessione della Torre di Controllo. L’operazione di virata abortì subito per l’avaria dell’impianto idraulico e tutti gli sforzi dei piloti si concentrarono allora sul mantenere in assetto bilanciato il velivolo. L’unica manovra possibile rimasta a quel punto era quella di tentare un atterraggio di fortuna in uno dei campi arati che in maniera abbastanza rada costellavano una zona sostanzialmente boscosa.
Come ricostruito poi dal National Transportation Safety Board, accadde che il difetto rilevato il giorno prima (e con troppa faciloneria sottovalutato) dai piloti sul magnete del motore destro si rivelò in realtà assai più grave del previsto. E soprattutto fatale. Il suo malfunzionamento ingannò i due ufficiali circa la creazione di una miscela troppo “ricca” alterando i valori della normale combustione e determinando di conseguenza un consumo straordinario del carburante, lasciando prima del tempo i serbatoi del velivolo a secco senza che gli indicatori lo rilevassero e causando infine la totale perdita di potenza a bordo.
Quando il copilota Gray, in evidente stato di agitazione, comunicò ai passeggeri di allacciare le cinture, mettere la testa tra le gambe e tenersi forte, tutti capirono che la situazione era disperata e all’interno del Convair calarono il gelo e il terrore.
Il velivolo discese mantenendo un’inclinazione di 5 gradi e “tossendo” suoni paurosamente crepitanti dai motori. La tensione raggiunse il suo apice attraverso un silenzio irreale poi lo stage manager Clayton Johnson che sbirciò dal finestrino urlò “Alberi!” e la speranza di raggiungere un terreno adatto per atterrare svanì con le prime fronde degli arbusti colpite a circa trenta metri da terra. Poi, come descrisse Billy Powell, “ci fu un rumore come se qualcuno percuotesse l’esterno dell’aereo con centinaia di mazze da baseball”. Alle 18:50 circa, mentre nel sole morente della sera le poche e isolate fattorie di quella parte della comunità rurale della Contea di Amite si apprestavano alla cena, con un fragore terrificante il Convair s’infilò nella foresta per circa 150 metri. Un siluro di latta che abbatté tronchi e rami, perse subito le ali, sventrò la fusoliera in più punti, si spezzò in due tronconi e terminò infine l'inerzia di quella corsa contro uno degli alberi più grossi su cui accartocciò orribilmente il suo muso.
Il "Tour of The Survivors" e la storia dei veri Lynyrd Skynyrd finirono così nella boscaglia selvatica a 8 km a nordest di Gillsburg e a circa 15 km a sud della piccola pista del McComb Pike-County Airport, in un lembo di terra reso proprio lì acquitrinoso dallo scorrimento di un affluente dell’Amite River.
I due piloti morirono nel modo peggiore, intrappolati a tal punto nella totale compressione della cabina che soltanto la mattina seguente si fu capaci di estrarne i corpi senza vita.
Nell’impatto, per la gravità delle ferite riportate (dovute principalmente agli urti contro tutti gli oggetti di peso che all’interno della fusoliera volarono senza essere opportunamente ancorati), morirono sul colpo Ronnie Van Zant, Steve Gaines, sua sorella Cassie e il road manager Dean Kilpatrick, uomo fondamentale da sempre al seguito della band.
Tutto il carico dei 24 passeggeri finì per ammassarsi tra i rottami della parte frontale dell’aereo e dopo un’iniziale fase di innaturale, terribile e assurda assenza di rumori (come se anche le rane stessero trattenendo il fiato per lo spavento anziché gracidare), i feriti cominciarono a urlare, a lamentarsi per il dolore, a chiedere aiuto.
Artimus Pyle, lo “wild man” dei Lynyrd, nonostante avesse diverse costole rotte, riuscì a cavarsi fuori dalla carcassa del Convair e a raggiungere a piedi una fattoria vicina (quella di Johnny Mote) assieme ai due roadies Ken Peden e Mark Frank e da lì allertò i primi soccorsi. Se è abbastanza verosimile il racconto che al contadino Mote nel buio incipiente della sera servì più di una rassicurazione prima che si potesse fidare di quei tre brutti ceffi tutti insanguinati che gli venivano incontro deambulando a fatica, assolutamente favolistica è sempre sembrata la ricostruzione dell’episodio da parte dello stesso Pyle che raccontò addirittura di essere stato preso a fucilate da Mote prima di riuscire a chiarire di non essere Charles Manson scappato di galera.
Di fatto dopo poco più di mezz’ora dallo schianto, un elicottero volteggiava sul luogo del disastro illuminando la scena a beneficio dei primi soccorritori. Ci vollero oltre tre ore e un grosso spiegamento di mezzi per liberare tutti i passeggeri dalle lamiere dell’aereo e le operazioni furono rese drammaticamente difficoltose dall’impervia vegetazione, dal fango e dalla profondità del torrente lì accanto.
Non staremo qui a snocciolare i dettagli clinici delle condizioni di ciascuno: basti ricordare che le prime cartelle cliniche stilate su alcuni di loro nei cinque diversi ospedali in cui i feriti furono trasportati e dislocati erano piene zeppe di riferimenti a fratture multiple, lacerazioni profonde, dentature saltate, schiacciamenti toracici, lesioni interne.
Soltanto tre giorni prima i fans della band avevano comprato quel disco bellissimo, quello scintillante manifesto di un southern rock in evidente evoluzione. Avevano approvato quella copertina gagliarda: adesso se la ritrovavano sporcata di sangue e di terra. La MCA corse velocemente ai ripari e ritirò dal mercato la prima stampa del disco per sostituire la cover originale con l'immagine destinata al retro: la foto con gli occhi chiusi di Steve Gaines, per metà avvolto tra le fiamme, alla luce dei tragici fatti diventava insopportabilmente macabra.
Mentre oggi mi rigiro tra le mani questo vecchio disco non posso eluderne il sinistro magnetismo per tutta la storia (anzi, le storie) che si porta appresso. Inevitabile che il pensiero vada alle parole della canzone forse più significativa dell’album, “That Smell”.
The smell of death surrounds you”... L’odore della morte ti circonda.
Ed è così, dannazione. Quel sentore di maledizione aleggia ancora su “Street Survivors”.
Guardi la copertina e fai il conto: di quei sette, cinque non ci sono più. Se prendi le altre foto tratte dalla stessa session (gli scatti effettuati assieme alle Honkettes, le tre coriste) ti trovi soltanto tre dita alzate su due mani, a rilevare che sette su dieci sono morti.
Guardi ancora e vedi Ronnie che indossa una maglietta di Neil Young; sì, proprio colui che aveva preso a male parole su “Sweet Home Alabama”. In realtà Van Zant adorava la musica di Neil Young, però per l’appunto la t-shirt riproduce la foto di “Tonight’s The Night”, ovvero uno dei dischi più cupi, afflitti e tormentati mai incisi dal rocker canadese, nato come elegia funebre per le morti strazianti dei suoi amici, il chitarrista Danny Whitten e il roadie Bruce Berry entrambi eroinomani.
Guardi Steve Gaines e puoi immaginare il buco allo stomaco che colse Ed King, il terzo chitarrista originale di cui l’okie fu il sostituto, quando in visita a Jacksonville alla tomba di colui che aveva preso il suo posto ne vide scolpita nel marmo la data di nascita. Era la stessa sua: il 14 settembre 1949. In pratica gli sembrò di leggere su quella lapide gli estremi della sua vita se non avesse lasciato la band due anni prima. Come disse lo stesso King: “Era come se lui avesse intercettato la pallottola destinata a me”.
Oppure pensi anche a chi avrebbe dovuto starci su quel volo e invece non c’era. Chuck Flowers, roadie e amico storico di Ronnie, e Raymond Watkins, il tecnico della batteria: furono entrambi licenziati poco tempo prima di intraprendere il tour per una decisione irrevocabile presa dal management per via di alcune intemperanze durante i soggiorni alberghieri. E’ vero, quell’allontanamento gli evitò di fracassarsi al suolo nei boschi di Gillsburg. Eppure Chuck Flowers, sconvolto dalla morte dei suoi amici e minato nelle energie mentali dall’uso sconsiderato di droga, si tolse la vita di lì a poco sparandosi con un fucile che gli aveva regalato proprio Ronnie; e anche Raymond Watkins fu ucciso un anno più tardi dalla sua ragazza durante una violenta lite domestica.
Note a margine, d’accordo. Però anche un corollario di fatti che “Street Survivors” lega indissolubilmente alla sua genesi e alla sua fama.
Il 20 ottobre 1977 non segnò il decesso di qualche rockstar pateticamente avviata sul viale del tramonto, lontana dal successo, magari imbottita di farmaci o sbandata al punto tale da non riconoscersi più allo specchio. Con quello schianto nella palude del Mississippi, assieme alle vite di esseri umani, andarono perse anche un sacco di nuove possibilità artistiche. Il rock visse uno dei suoi giorni più dolorosi perché con la fine dei Lynyrd Skynyrd morì anche la loro rinnovata vena creativa, una vitalità sorprendente, quel brillantissimo nuovo corso, quell’entusiasmo rinato.
E Ronnie Van Zant, il cantante che non metteva le scarpe on stage perché voleva “sentire il palco bruciare sotto i piedi”, appartiene alla sparuta schiera di personaggi di cui, tra tutti quelli scomparsi in modo tragico e prematuro (penso a Bon Scott, a Janis Joplin, a Keith Moon), avremmo avuto più difficoltà a "sopportarne" la vecchiaia: lui col passare degli anni sarebbe molto probabilmente diventato un grande storyteller country (la musica che più gli vibrava dentro), senz'altro di quello più “macho” e meno allineato, però la sua icona rimane così romanticamente fissata in quegli anni settanta che immaginarsela al di fuori, mentre magari tenta di uniformarsi a certe tendenze discografiche, riesce davvero impossibile.
Al suo funerale, insieme ad altri toccanti momenti, venne diffusa una canzone del suo idolo Merle Haggard. Il titolo di quella canzone è significativo; parla in prima persona e dice così: “I Take A Lot Of Pride In What I Am”.

8 commenti:

  1. davvero molto bella questa appasionata recensione!credo composta con il cuore in mano....il lutto in questione non ha paralizzato il mondo al pari di altri lutti,ma la perdita per tutto il panorama rock è della medesima importanza. non slo per l'esuberante vocalist, ma pure per il bravissmo steve gaines:ascoltatelo scorrere le dita sulla tastiera,un incredibile groove tessuto con un abilità non comune. una liquidità che sembra dislocare gli altri due chitarristi in una balera da
    dopolavoro ferroviario. i miei complimenti amico!

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    1. Davvero Grazie! Commenti come il tuo, così partecipativi, che oltretutto aggiungono considerazioni importanti alla recensione stessa, mi fanno proprio bene! Credo ti ringrazi anche Steve Gaines da lassù...

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  2. bellissimo articolo pieno di pathos e di liricità! non credo sia il loro lavoro migliore, ma quanto avvenuto in seguito all'uscita dell' album,consegna l'opera al circuito delle fatalità epiche:un circolo in cui la musica va apprezzata sentendo il peso della vita;o tra le briglie sciolte di un possibile trapasso.in questo limbo dalle ombre incerte,la musica,questa musica,funziona benissimo e diviene ideale colonna sonora di una fisicità piena di malinconia. devozione assoluta, AMICO, per quanto hai messo in questo scritto.

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    1. Mi scrivi parole veramente belle, te ne ringrazio. Parole che vanno senz'altro integrate con l'articolo.
      E comunque anch'io non saprei scegliere il loro miglior disco, ci ho provato spesso e non ci sono mai riuscito: di sicuro non riesco a fare a meno di nessuno dei loro album.
      Grazie ancora. A presto.

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  3. non ho parole per la bellezza di quanto hai sapientemente composto con questo "pezzo"!dispiace letteralmente arrivare alla fine!eccellenti anche i commenti posti a incensare le tue parole e la saga dei L.S. godimento puro!GRAZIE!

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    1. Comincio ad avere il dubbio che dietro all'anonimato di commenti così... strepitosi, ci sia qualche parente stretto o amico fraterno che cerca di farmi sentire importante. Quel "grazie" maiuscolo che scrivi in fondo lo giro subito io a te per quello che mi hai appena detto.
      Credimi, per me è stato facile scrivere di una cosa che amo così tanto. Lusingato di condividere la passione per i Lynyrd con te. A presto!

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  4. Bellissima recensione che, a me ha colpito particolarmente nella parte in cui richiami la difficoltà a reperire il disco. Mi hai fatto ricordare identiche situazioni, quando in pieno boom di Duran Duran e Spandau Ballet, io chiedevo dischi di Wishbone Ash, oppure Sweet o anche Lynyrd Skynyrd, e più di uno mi guardava perplesso. Complimenti comunque per l'enfasi narrativa, dalla quale non si può non assimilare la forte passione.

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  5. Complimentoni per l'articolo, un giusto tributo in belle parole a una delle pagine di musica americana più belle di sempre.

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