giovedì 10 maggio 2012

ALLMAN BROTHERS BAND "Shades Of Two Worlds" (Epic, 1991)


La foto interna del disco (ancor più di quella della copertina che, pur tratta dalla stessa session, è in parte elaborata graficamente) è quanto di più southern si possa pretendere: i vecchi Allman in rilassato bivacco nella veranda di una catapecchia di legno con onduline rugginose per tetto; due chitarre e un basso, tutti strumenti acustici, danno suoni all’immagine che vede la band disporsi in posizione quasi simmetrica pur nel suo sereno abbandono alla luce del tramonto: Gregg, bello sfaccendato, se ne sta seduto al centro di un divanaccio scolorito; sui braccioli i due chitarristi Betts e Haynes strumenti alla mano, con Dickey che dalla sua ha quella fantastica iconicità sudista negli occhiali scuri, il cappellaccio, i baffi a spiovente, il bottleneck al dito e la sigaretta in bocca; agli estremi, inoperosi ma in divertito ascolto dei compagni, i due batteristi Butch e Jaimoe; più in basso, accovacciato sui traballanti scalini dell’edificio, suona invece Allen Woody: non sta sullo stesso piano degli altri, siede sotto. Simmetria, si diceva: Allen Woody è anche il solo a non essere ormai più dei nostri, dopo che il 26 agosto 2000 nel Queens di New York presso il Courtyard Marriott Hotel un’overdose di eroina lo ha ucciso a soli 44 anni.
Rispetto al ritorno discografico del gruppo avvenuto con “Seven Turns” dell’anno prima non è stavolta della partita il pianista Johnny Neel e l’album in questione è ad alto tasso chitarristico.
Dai Criteria Studios di Miami, Florida, dell’occasione precedente l’Allman Brothers Band trasloca in Tennessee agli Ardent Recordings di Memphis ma si porta con sé il produttore e nume tutelare Tom Dowd che appena un paio di mesi prima proprio lì aveva presenziato al ritorno in studio dell’altra istituzione southern per eccellenza, i Lynyrd Skynyrd (quelli di “1991”).
Non c’è da discutere, è Warren Haynes da Asheville (North Carolina) l’elemento decisivo al rilancio del gruppo. Lo aveva intuito subito Dickey Betts che infatti fece di tutto per sponsorizzarlo presso i compagni dopo averne testato il talento nella propria opera solistica “Pattern Disruptive”; ma forse neppure lo scorbutico cowboy di West Palm Beach pensava che Haynes avrebbe riportato così in alto l’asticella della sfida musicale che tanto brillantemente aveva caratterizzato tutta l’epoca d’oro degli Allmans. Da lui dunque partono nuovi fortissimi stimoli e un impulso creativo che invece sembrava essersi esaurito con l’approdo all’anonimo country manieristico dei primissimi eighties.
Siamo già comunque agli sgoccioli dell’idillio che aveva caratterizzato questa reunion e terminato il disco tra Dickey Betts e Gregg Allman ricomincerà tutto il corso consueto di schermaglie, bizze, dispetti, invidie, litigi, fughe e abbandoni. Sono fatti così. E peggiorano man mano che invecchiano.
“Shades Of Two Worlds” è pertanto l’ultimo vero momento di pace e totale affiatamento tra i due leader della band; ne guadagna la musica per quello che in molti ritengono, guarda caso, il miglior lavoro in studio mai realizzato dalla confraternita degli Allmans.
Cadenzata e pastosa è “End Of The Line”, un rock maturo reso vibrante dagli scambi di assoli tra il melodico Betts e Haynes alla slide e dall’interpretazione sofferta di Gregg Allman che canta con lucidità di una vita in cui la sua anima ha vagato in balia di problemi più grandi di lui (“Almost lost my soul, rarely I could find my head”) ed esterna la meraviglia per essere uscito vivo da prove e accadimenti che invece ne hanno uccisi molti altri. Il disincanto del rocker, eroso dai vizi, ripulitosi a fatica, già vecchio appena passati i 40...
L’ispessimento generale del sound, la sua poderosità, la sua verve più muscolare è senza dubbio da attribuirsi all’intesa alchemica che nacque tra Warren Haynes e Allen Woody, a cui i due dettero poi ampio sfogo e visibilità nella susseguente esperienza dei Gov’t Mule. Woody, baffuto e corpulento biker del Tennessee, aveva studiato a lungo la lezione di Berry Oakley e ci aveva messo dentro anche tutto quello che dall’altra parte dell’oceano gli aveva ispirato Jack Bruce; circa la sua audizione per ottenere il posto vacante di bassista negli Allmans, Dickey disse: “Venne qui e ci spazzò via, letteralmente!”. Era un predestinato, Allen. Sebbene di ufficiale fin lì avesse suonato solo in due band messe su da famosi batteristi, a metà degli anni ’80 nella Penridge Criss Alliance dell’ex-Kiss Peter Criss e poi nella Artimus Pyle Band dell’ex-drummer dei Lynyrd Skynyrd, dentro di sé non trascurava il fatto storico di essere nato a Nashville presso lo stesso ospedale dove anni prima erano venuti alla luce i due fratelli Allman...
E così col ritorno in carica del loro tipico southern blues swingato, gli Allmans mettono in fila una serie di brani solidi e convincenti: come “Bad Rain”, ad esempio, alle cui strofe l’innesto delle percussioni dell’ospite Mark Quinones (che a partire da quell’anno diventò parte integrante della band) dà un sapore latineggiante; o come i due rock blues più canonici “Midnight Man” (stavolta un uomo normale al posto del cavaliere...) e “Desert Blues”, cantata da Dickey ed esaltata dal dialogo chitarristico tra “old Richard” e il nuovo discepolo Warren, col suo stile mai minimalista ma neppure eccessivo; oppure come “Get On With Your Life”, un blues di quelli stanchi, affondati nel soul, con l’organo a stendere la gettata di fondo, le chitarre a piangere i loro lancinanti assoli, buoni a graffiare l’anima, e il solito Gregg in evidenza: sono pochi i bianchi che sanno cantare con un feeling così “black”, voce roca, tormento nell’anima..
Più contaminata l’epica “Nobody Knows”, 11 minuti che regalano strofe cantate tra le più belle mai eseguite da Gregg: anche qui, per via di tutto il dolore che a più riprese gli ha attraversato la vita, la sua voce è perfetta per interpretare questo testo poetico e disilluso (“The words that are written and the melodies played/As the years turn their pages, they all start to fade”), saggio e fatalista (“Freedom is ever deceiving/ never turning out to be what it seems”, o ancora “It's amazing how fast our lives go by/ like the flash of the lightning or the blink of an eye”); grandioso poi il primo stacco strumentale deciso dal suo assolo di hammond dove Santana incontra i Deep Purple di “Son Of Alerik” (l’outtake di “Perfect Strangers”), un ibrido che a molti suonerà come una bestemmia ma che rende l’idea di un suono coraggiosamente spinto da un lato verso il jazz-blues e il latin rock dall’altro verso la jam creativa e il solismo ad incastro quale climax espressivo ed emozionale. Betts suona lirico e liquido, muovendosi da maestro tra i flutti della tempesta ritmica che gli viene agitata sotto, poi interviene Haynes per creare un interregno jazzato ove lentamente far respirare l’intera band prima di riaccendere la miccia dell’esplosione musicale seguente. Improvvisazione e cuore.
Dickey Betts compone dopo tanti anni qualcosa di concettualmente molto vicino all’immortale “In Memory Of Elizabeth Reed” (ripeto, per la multiformità dell’idea non per i contenuti) e gli Allman Brothers sembrano di colpo tornare alla magia delle notturne sessioni presso il Rose Hill Cemetery di Macon, dove solevano radunarsi attorno ad un fuoco per jammare fino all’alba. Se quello storico pezzo, di natura puramente strumentale, era un’elegia funebre e decadente che trafiggeva il cuore di tutti gli amanti del blues, questo brano lascia un’eredità che ingolosisce ogni appassionato di grande musica: nei suoi undici minuti “Nobody Knows” ti racconta, ti culla, ti inquieta, ti sorprende; in una sola parola, ti arricchisce. E’ sempre quella forma di “rock mistico” che, al di là della chiave in cui viene espresso, avvolge i brani più particolari, dirompenti, originali del suono Allman. “Nobody Knows” - per chi scrive il miglior pezzo mai registrato in studio dalla band - è quasi un testamento sonoro, scritto in parte da quegli stessi uomini di allora ma con vent’anni di vicissitudini, di gloria e di guai sulle spalle; qualcuno di loro addirittura non c’è più. Vibrazioni diverse, nervi più distesi, tanti chilometri fatti, troppe siringhe e troppe bottiglie scolate fino poi a nausearsene. Però stessa immutata febbre artistica.
Oltre otto minuti di intrecci dal forte appeal jazz-blues per la strumentale “Kind Of Bird”, che si divide sostanzialmente in due diversi temi melodici entrambi però con la stessa funzionalità, quella di far librare alto, altissimo il volo delle fantasie chitarristiche dei suoi compositori (ancora la coppia Betts-Haynes che qui viaggia fino in territori be-bop), mentre più sotto il brano si fregia di una ricchezza ritmica molto rara in ambienti rock (due batterie, il basso vigoroso di Woody, le percussioni); il brano ha poi uno sbocco imprevisto in una rarefazione centrale, dove il jazz e l’improvvisazione si fanno invadere di psichedelia e conducono ad una dilatazione strumentale dove ciascuno sembra seguire una personalissima stella polare prima di compattarsi di nuovo e ritornare all'unisono sul primo dei temi melodici della canzone. L’ispirazione della composizione – ricavabile già dal titolo – nacque tra le dita dei due chitarristi dopo i reiterati ascolti dei dischi di Charlie Parker (“Bird”, appunto), unitamente all’adorazione per l’antico lavoro di Miles Davis su “Kind Of Blue”. Anche se la band non raggiunge la perfezione ottenuta sul precedente “Seven Turns” con un altro strumentale a titolo “True Gravity” dalle caratteristiche similari (addirittura con elementi rock fusion e un grande solo di piano di Neel su un tessuto da autentica jam-band), anche qui siamo su livelli super.
Chiude l’album un omaggio a Robert Johnson, il bluesman dei crocicchi, con una versione accorata di “Come On In My Kitchen” che dopo due minuti di rispettosa rielaborazione dell'originale si velocizza per trasformarsi in un delizioso shuffle, con l’innesto di cori quasi gospel, che sembra dare vivezza a quella foto della band sotto il portico che descrivevamo all’inizio. Duane “Skydog” Allman la suonava al tempo della sua collaborazione con Delaney & Bonnie, irrorandola ovviamente col talento della sua slide guitar. Un omaggio nell’omaggio pertanto, con l’intimità e tutta la sacralità dello sfogliare l’album di famiglia. Un liturgico sguardo al passato, un ossequio alle proprie radici, un southern vecchia maniera che ingloba nelle sue pieghe i generi tradizionali americani.
Con “Seven Turns” e “Shades Of Two Worlds”, sfornati a meno di un anno di distanza l’uno dall’altro (come a dire: abbiamo un sacco di idee nuove e non vediamo l’ora di farvele ascoltare!), l’Allman Brothers Band interrompe un digiuno artistico che perseverava da quasi due decadi perché è forse “Brothers And Sisters” del ’73 l’ultimo album davvero meritevole. Una rinascita quindi, una seconda vita. E una nuova avventura.
A venti anni esatti dalla scomparsa di Duane, uno dei lutti più pesanti della storia del rock per tutto ciò di cui da allora ci siamo dovuti privare, “Shades Of Two Worlds” ancora più del suo predecessore restituisce credibilità e massima dignità ad una delle band istituzionali d’America.
Sul “viale dei sogni infranti” è ancora tanta la strada da fare.

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