martedì 1 maggio 2012

JOURNEY "Journey" (Columbia, 1975)


C’era qualcosa che ribolliva nelle arterie di Gregg Rolie. C’era già da un bel po’. Nell’estate del 1970 su “Abraxas” di Santana, di cui era il fedele scudiero, aveva firmato un paio di brani che dovevano pur lasciare intuire qualcosa: ascoltando infatti “Mother’s Daughter” e soprattutto “Hope You’re Feeling Better” la si sente bene quella febbre rock che rappresenta l’altra faccia del suo essere artista; non solo blues contaminato con i ritmi latini per una musica a servizio dell’espressività chitarristica del suo leader, ma canzoni più marcatamente hard, più corpose, più dirette allo scopo. 
Questa era la venatura, l’ombreggiatura musicale che si poteva intravedere all’interno del filone portante nel sound di Santana, con Carlos sempre più proiettato verso sconfinamenti nel jazz e Rolie che sommessamente alzava la mano per richiamare l’attenzione su temi tradizionali rock, venatura che non ci mise molto a trasformarsi in crepa fino a sgretolare il sodalizio tra i due e determinare la deriva del buon Gregg verso altri lidi.
Ma sul piano storico il grande manovratore del progetto Journey, colui che lo ideò, lo plasmò e né definì ogni dettaglio con capacità manageriali da numero uno, fu Walter James “Herbie” Herbert, un protetto del boss Bill Graham che era cresciuto velocemente e con merito all’interno della crew di Santana fino a diventarne stage manager; lungo l’arco di tempo in cui alla corte del messicano s’insediò il diciassettenne Neal Schon, il buon Herbie ebbe modo di capire quanto straordinarie fossero le potenzialità dell’enfant prodige e, quando il giovane chitarrista abbandonò Carlos e la sua banda dopo l’uscita di “Caravanserai”, egli fu prontissimo a seguirlo, saltando su quel treno e da subito indaffarandosi per costruirgli attorno una nuova band che ne esaltasse il talento. Bassista e chitarrista ritmico li pescò riannodando i fili di una precedente esperienza nell’area di San Francisco, quella che gli aveva fatto curare gli interessi degli psichedelici Frumious Bandersnatch: erano Ross Lamont Valory  e George Tickner (poi entrambi nei Faun e il primo anche ex-Steve Miller Band).
Quasi contemporaneamente anche Gregg Rolie lasciò Santana al tempo di quella decisa virata jazz che, come detto, non rientrava nei suoi piani artistici e si prese una pausa aprendo con suo padre un ristorante a Seattle. Ma la musica non aveva certo intenzione di privarsi delle sue capacità dopo averle sfruttate soltanto per qualche annetto: così infatti ecco il mondo del rock materializzarsi subito alla sua porta dove a bussare arrivano proprio Herbert e Schon, con l’entusiasmo del nuovo progetto e il mirabolante racconto di ciò in cui avrebbe potuto trasformarsi. Non fu difficile convincerlo.
Alla batteria inizialmente prese posto Charles Lempriere “Prairie” Prince, nato a Charlotte nel North Carolina ma cresciuto in Arizona dove già forniva la sua abilità di batterista piuttosto eclettico all’irriverenza demenziale dei Tubes che aveva formato assieme ad alcuni compagni di scuola.
L’idea di partenza fu quella di costituire una formazione di lusso di strumentisti da mettere a servizio di qualche solista di fama tant’è che il varo inaugurale ebbe la denominazione poco incisiva di Golden Gate Rhythm Section e l’esperimento ricordava un po’ quello che dalla parte opposta degli States era avvenuto con successo presso i famosi studi di Muscle Shoals di Sheffield in Alabama con la costituzione della rinomata Muscle Shoals Rhythm Section ad opera di Roger Hawkins, Barry Beckett, Jimmy Johnson e David Hood che suonarono su un’infinità di dischi rhythm’n’blues; ma in realtà Herbert si accorse subito che la band per carisma, qualità, scintilla creativa, avrebbe potuto tranquillamente essere autonoma: bastava che Rolie cantasse da solista come già aveva fatto per Carlos Santana.
Furono messe su nastro alcune composizioni e con quei demo “Herbie” provò a stuzzicare l’interesse di diversi discografici ma negli abbocchi e nelle trattative non volle mai cedere se non con la garanzia di procacciare ai suoi il contratto giusto e la major che facesse al caso loro; sapeva di avere tra le mani un oggetto di valore e non intendeva svenderlo al primo mercante di passaggio.
Quando, non molto tempo dopo il concerto di debutto che avvenne al Winterland Balroom di San Francisco la notte del 31 dicembre 1973, Prairie Prince lasciò la band perché più interessato a riunirsi agli amici di vecchia data dei Tubes (anch’essi trasferitisi a San Francisco e con tutta la convinzione di sfondare), Herbert e Schon fecero centro al primo tentativo quando puntarono dritti sull’ingombrante nome di Aynsley Thomas Dunbar (“the Hawk”), lo contattarono e lui disse di sì.
Il “Falco”, inglese di Liverpool ma ormai di casa negli USA, era già leggendario in quei primi anni ’70 perché il suo curriculum, oltre a vederlo titolare di Retaliation e Blue Whale e fino all’ultimo in ballottaggio con Mitch Mitchell per il posto nella Jimi Hendrix Experience, lo annoverava batterista nei Bluesbreakers di John Mayall, nel primo Jeff Beck Group, con John Lennon, con il David Bowie di “Pin Ups” e “Diamond Dogs”, su “Berlin” di Lou Reed, ma soprattutto alla corte del genio Frank Zappa, colui che più di ogni altro ne aveva esaltato la versatilità.
L’ingaggio di Dunbar elevò ancor più la statura della band perché a quel punto era evidente a tutti che si era al cospetto di un autentico supergruppo eppure quell’azzeccato colpo da maestro non permise a Herbert di scucire la cifra giusta ad un’etichetta discografica all’altezza e i Journey dovettero sbattersi in concerti dal vivo per un anno intero prima che il manager riuscisse a strappare alla Columbia (gira e rigira la solita di Santana) il contratto che andava cercando.
Prodotto da Roy Halee (celebre principalmente per il suo lavoro con Simon & Garfunkel e Blood, Sweat & Tears), il primo omonimo album uscì il 1° aprile 1975 ma nonostante la data è tutto fuorché uno scherzo.
“Journey” non è una gita fuori porta; è un viaggio impegnativo, se ne conosce la partenza ma non il ritorno, se ne comprendono i rischi e se ne accetta la sfida; addirittura nella foto di copertina (non tanto riuscita, per la verità) Rolie e compagni indossano tute para-spaziali e fluttuano nell’aria come in assenza di gravità sullo sfondo disegnato di un paesaggio roccioso e senza vita. E’ abbastanza chiaro fin dove voglia spingersi il “viaggio”? A quali dimensioni guardi?
Quantunque sparisca del tutto l’apparato percussivo latino ed anche i riferimenti al blues, di Santana si mantiene il concetto base ovvero quello di privilegiare il vocabolario degli strumenti rispetto a quello delle liriche e delle parti cantate (in pratica l’inverso esatto di quello che accadrà più tardi con l’ingresso in formazione di Steve Perry e la netta svolta AOR). Rock melodico dunque ma elaborato e indurito, ostentatamente tecnico, con una personalità quasi progressive e una rotta che nella scelta di certi suoni cosmici apre spesso ai lontani orizzonti di altre galassie. Insomma siamo distanti da quello che sarà il romanticismo dei Boston o dei Foreigner.
Non sono certo passati senza lasciare traccia i virtuosismi di cui erano disseminati i dischi della Mahavishnu Orchestra, ma i Journey hanno una portanza decisamente rock. Qui jazz e fusion sono accenti, sfumature, ammiccamenti, qui il suono ha più virilità che intelletto ed è sul versante dell’energia che la band sposta l’ago della sua contaminazione.
“Of A Lifetime”, languida e ariosa nelle sue mosse iniziali, viene poi sferzata da raffiche di elettricità da parte della ritmica di Tickner e più avanti dagli straripanti assoli di Schon supportati dal drumming temerario di Dunbar. E’ il paradigma dell’album intero: una musicalità trascinante, superba nel sapersi modulare attraverso crescendo magistrali.
Anche “In The Morning Day” si divide in due anime, quella pop delle strofe cantate con un pianoforte in appoggio, e quella tutta saltellante della seconda parte (che inizia dopo uno stop and go da infarto: riffaccio di chitarra à la Montrose, rullata pazzesca, poi esplosione di organo e basso) dove stavolta tocca a Rolie sfoderare per primo le unghie in un lungo assolo di hammond; gli “uh uh uh” dei coretti finali hanno quasi la stessa irrisione dell’acrobata che nel bel mezzo del suo esercizio più complicato e pericoloso trova il modo di liberare una mano per salutare qualcuno del pubblico.
 “Kohoutek” è il capolavoro dell’album, uno strumentale di quasi 7 minuti dove jazz-rock, fusion e progressive si intersecano all’interno di uno scenario dai forti caratteri space; lo firmano Schon e Rolie che al suo interno avviano un fitto scambio chitarra-tastiere ma sul brano pesa la destrezza del grande Dunbar, che diversifica ogni battuta con una ricchezza impressionante. Splendide le rullate che anticipano gli accordi grevi del pezzo, una diversa dall’altra, violente saette di preludio al rombo del tuono, e altrettanto lo è il lavoro col doppio pedale (alla doppia cassa passerà solo nel terzo album della band, “Next”). Grazie, Doctor Dunbar, per aver suonato in questo modo, così magnificamente sopra le righe, così potente e fantasioso: chiunque ami il suono e il ruolo della batteria in un contesto rock non può che riconoscerne una delle sue massime sublimazioni lungo le spericolatezze di questo brano e per l’intera durata del disco.
Se i Journey avessero impostato tutta la loro carriera su questo tipo di musica, fatta di virtuosismo e genialità, senza dubbio le classifiche li avrebbero presi a pernacchie ma quello spirito avventuroso li avrebbe elevati al rango di semidei.
Di tutt’altro registro la più leggera e breve “To Play Some Music”, quasi funky-soul nell’incalzare di partenza; la sezione strumentale, imperniata su un manto tastieristico che per effettistica spinge di nuovo verso altezze spaziali (diciamo questo forse anche per la suggestione delle voci robotiche del secondo bridge?), è un bell’intermezzo di progressive americano.
Di lì a poco anche gli Automatic Man al tempo del loro esordio (1976) mischiando il jazz-rock al funky faranno qualcosa di non troppo distante (guarda guarda... tra di loro c’era Michael Shrieve, un altro ex-Santana...).
“Topaz” è un nuovo strumentale (stavolta firmato Tickner) che nel suo andamento tra evanescenze atmosferiche, ispirazione chitarristica à la Santana, jazz-rock tout-court e scudisciate hard rock esalta il talento imberbe ma fulgidissimo di Schon e i rimbalzi di Dunbar a cascata sui tom (“The King of Drums” come dirà di lui Pete Way quando lo avrà al suo fianco negli UFO durante il periodo di inattività di Andy Parker).
“In My Lonely Feeling/Conversations” non si discosta dalla linea tracciata dalle precedenti composizioni, miscelando in modo ancora una volta molto naturale soffici melodie, virtuosismi strumentali a iosa, quiete improvvisa ed esplosioni, linearità e sobbalzi. La sezione ritmica scoppia di salute e l’ispirazione di Schon tocca qui uno dei vertici di quel lirismo espressivo che ancora oggi lo celebrano come uno degli eroi della sei corde.
Chiude il disco “Mystery Mountain”, il brano più hard del Lp che sembra perfetto per raccogliere l’invito che il gruppo fa nelle note di copertina, ovvero quello di far suonare il disco al massimo del volume per apprezzare appieno “the sound of Journey”. Si tratta di un’altra apoteosi musicale che, dopo le ottime strofe cantate da Rolie, procede insistendo su una serie di accordi semplici e vincenti dove il bassista Ross Valory compie sforzi sovrumani per tenere le briglie dei cavalli impazziti Schon e Dunbar, veri mattatori del gruppo che chiudono l’album spremendo i loro strumenti per un finale ingiustamente concluso con l’abusato espediente del fade-out.
I Journey più conosciuti sono quelli più distanti da questo esordio: sono quelli da “Infinity” in poi, quando “Herbie” Herbert impose loro la trasformazione decisiva infilandogli dentro un cantante (Steve Perry) la cui voce cristallina diventasse il centro focale del sound e riducendone di conseguenza gli spazi strumentali. La formula si modificò accentuando il suo lato melodico e strutturandosi in maniera più semplice e accattivante. In una parola: più radiofonica.
Però gli unici Journey che emozionano me rimarranno questi qui.

4 commenti:

  1. disco di ottime canzoni ma passato alla storia per la capacità batteristica di dumbar! allunga le battute,sposta gli accenti,adotta tempi dispari da incubo e si invola in scorribande poliritmiche mobili come il mercurio. a torto spesso si legge che la fase matura dei journey cominci più avanti;io,diversamente dal coro,penso che il mondo sonoro evocato da questo esordio,non abbia paragoni plausibili col resto:un mondo placido come un eruzione che termina la sua corsa negli abissi del tempo. ancora complimenti amico per la scelta!

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  2. Mi fa piacere che tu condivida la mia stessa passione per questo disco e per come ci suona sopra Dunbar: il tuo commento è una validissima appendice all'articolo! Grazie!

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  3. una richiesta:ho adorato,e ancora lo faccio,una grande e purtroppo sottovalutata band:wishbone ash! mi chiedevo se su queste splendide pagine fosse possibile leggere qualcosa del loro grande primo periodo(dall'esordio fino live dates). solo se compatibile anche con le tue vibrazioni emotive!

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    1. "Vibrazioni emotive" assolutamente condivise! Anche gli Wishbone Ash abitano l'Olimpo dei miei dèi personali. Sono onorato della tua richiesta, anche se ne avverto subito il peso della responsabilità. Ci proverò, ok?
      Semmai, come avrai già visto, la mia lentezza nel pubblicare nuovi post è molto vicina ai record negativi di aggiornamento di un blog. Per cui non ti arrabbiare se tarderò un po' a scrivere di loro. Grazie mille per avermi scritto! Ciao.

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