venerdì 20 aprile 2012

FUZZY DUCK "Fuzzy Duck" (M.A.M. Records, 1971)


Volete un disco di hard rock? Allora “Fuzzy Duck” va benissimo.
Qualcuno ci vede anche qui del progressive ma io sono un po’ di zucca dura e, a meno che non si voglia estendere a prescindere il concetto di progressivo a tutte quelle band che abbiano almeno un hammond in strumentazione o che non suonino proprio quadrate come gli AC/DC (!), seguito a pensare che “Fuzzy Duck” sia un semplice disco di rock suonato più duro.
Senza scendere nel dettaglio di una descrizione particolareggiata canzone per canzone, serva qui dire che l’unica testimonianza discografica a 33 giri della band raccoglie in sé gli stilemi cari agli appassionati del genere: ritmica dotata che viaggia con un alto tasso propulsivo e chitarra e organo in sfida perenne per il dominio su quale sia da considerarsi strumento leader del quartetto. In più i Fuzzy Duck hanno dalla loro anche il fiore all’occhiello del... successo negato, del merito mai riconosciuto, se non a posteriori e solo presso stravaganti cricche di cultori.
La tendenza delle band hard rock europee dei primissimi seventies che includevano un tastierista in formazione era quella di caricare l’utilizzo dell’organo di una poderosità evocativa che quasi sempre permeava il repertorio di un’inquietudine drammatica, talvolta anche sinistra, vedasi tra i più celebri gli Uriah Heep, gli Atomic Rooster, i Lucifer’s Friend, gli Warhorse (non scomodiamo Jon Lord e i Deep Purple che hanno la caratura dei fuoriclasse e sfuggono alle mode e alle generalizzazioni di maniera); nel caso invece dei Fuzzy Duck l’organista Roy Sharland, che pure aveva scaldato il posto a Ken Hensley nella band pre-Heep, gli Spice, e poi era stato brevemente assieme ad Arthur Brown nel periodo di mezzo tra Crazy World e Kingdom Come (l’esperienza The Puddletown Express nell’estate del ‘70), si mostra incline ad un tocco più leggero e dinamico, quasi soul-oriented, che giova all’ariosità e alla fluidità della musica; un po’ la stessa “digressione” che in ambito meno hard il gusto e l’evoluzione di tastieristi come Tony Kaye e Pete Solley generarono rispettivamente nel suono Badger e Paladin.
Così quando John Du Cann (primo comandante della navicella spaziale Andromeda) accettò la corte di Vincent Crane per entrare negli Atomic Rooster e scivolare fino nel dark-progressive virtuosistico di “Death Walks Behind You”, nello stesso periodo il capitano in seconda di quella stessa avventura hard-psichedelica, Mick “Doc” Hawksworth, per non rimanere inoperoso rispose ad un annuncio su Melody Maker e prese di fatto forma l’aggregazione con altri tre musicisti della scena londinese: il citato Roy “Daze” Sharland, il batterista Paul Francis (già con Tony Jackson And The Vibrations, poi nei Tucky Buzzard) e il chitarrista Grahame White (di cui si è purtroppo appreso la notizia della morte nel marzo 2008 per un tumore al pancreas).
Nonostante il roster non prevedesse artisti molto simili, fu abbastanza naturale affidarsi alla produzione della M.A.M. Records visto che l’etichetta era stata messa su dal manager della band Gordon Mills assieme a Tom Jones, anche se essere la mosca bianca di quel catalogo determinò la “timida” stampa di copie dell’album (soltanto 500!).
Il nome della band non ha relazione con l’omonimo “drinking game” che tanto piace agli inglesi, anzi va proprio preso nel suo curioso significato letterale (sì, come se fosse uno dei cugini scemi del Donald Duck disneyano) tant’è che il disegno caricaturale di un’anatra vera e propria, agghindata da strepitoso hippy e con un vaporoso cesto di ricci sulla testa, fa bella mostra di sé sulla copertina del disco - affidata al poliedrico artista cornico Jonathon Xavier Coudrille - mentre le volute di fumo che partono dalla sua sigaretta di liquirizia (un riferimento a Hawksworth che di quel tipo se ne arrotolava parecchie) vanno a formare il moniker della band.
Ebbene l’anatra riccia suona brillante e spensierata, lo si sente distintamente tra i solchi; nonostante giochi a fare la psichedelica nel look in verità vidima il suo passaporto hard senza falsificazioni o... "alterazioni"; c’è esuberanza e leggerezza, disimpegno e anche autoironia (basti sentire il breve divertimento funky che chiude l’album, “A Word From Big D”, dove Sharland s’impossessa del microfono fin lì appannaggio di White e Hawksworth per starnazzare come un’anatra, quasi dovesse doppiare un cartone animato di Paperino).
Mick “Doc” Hawksworth tiene otto lezioni (tante sono le tracce dell’album) su come si suona il basso quando ne si voglia elevare il semplice ruolo di accompagnamento a quello di vero traino ritmico. E’ davvero cruciale l’apporto di “Doc”: il suo stile, il suo modo di riempire la battuta, il dinamismo del suo groove sono perfetti per un power-trio; qui dove l’esigenza di “tappare i buchi” è invece minore, ecco che il tocco di Hawksworth diviene una ricchezza ulteriore per il sound generale; lo aveva già fatto capire negli Andromeda ma lì Ian McLane, batterista un po' ordinario, non aveva saputo offrirgli un gran gioco di sponda; al contrario Paul Francis con i suoi semplici fill dal tiro ben scandito risulta assai più funzionale e Mick può esplodere di funky in più di un’occasione, innamorato com’era dei gruppi americani di fine sixties, Spirit su tutti, ma sicuramente affascinato anche dalle prodezze che in contemporanea Herbie Flowers stava facendo con i Rumplestilstkin. Di quanto questa sezione ritmica sia capace di spingere ne siano d’esempio “Just Look Around You” o tutta la veemente seconda parte a carattere di jam della lunga “Mrs. Prout”, che invece nelle strofe cantate dell’inizio offre qualche elemento jazzato che la fa uscire un po’ dal registro di base.
L’iniziale “Time Will Be Your Doctor” in realtà arriva per eredità diretta (via Paul Francis) dal repertorio dei Tucky Buzzard e va quindi considerata al pari di una cover; qui viene opportunamente scorporata dai cori a cappella che appesantivano la versione originale e dilatata invece con prolungate parti solistiche di organo e chitarra, parimenti suddivise.
Detto che il tallone d’Achille dei Fuzzy Duck sta senz’altro nelle linee vocali, debolucce sia nell’interpretazione per l’assenza di quella grinta necessaria al rock più arcigno (c’è ancora una certa predilezione per coretti piuttosto dolciastri, parte del retaggio psichedelico) sia per il fatto di non riuscire quasi mai a centrare la melodia giusta e davvero accattivante, buttiamo ora là un po’ alla rinfusa qualche altro elemento che ha colpito la nostra attenzione: senza dubbio le ispirate strofe di “Afternoon Out”, che sembrano aver suggerito agli Alice In Chains quelle scritte vent’anni dopo per “Would?” (ma questo è solo un giochino per divertirsi a trovare similitudini e coincidenze ovviamente casuali) e che fanno da preludio ad un’incandescente parte strumentale dove nessuno dei quattro... tira indietro la gamba; il riff semplice ed irruente che scuote “More Than I Am” dopo un’apertura d’organo quasi liturgica e i preziosi assoli incrociati di White e Sharland; “Country Boy” che unisce aggressività in quattro/quarti (ancora Hawksworth sugli scudi) ad una parte centrale più elaborata in cui dopo un minuto circa dall’inizio del brano si ricava anche un riff che è quasi un'artigliata sabbathiana, senza però quel peso né quella distorsione (non sia mai!), tant’è che i “paperi” devono averne avuto paura essi stessi e scelto di abbinarci subito un coro più angelico che ne stemperasse la potenziale malignità; “In Our Time” che dopo l'avvio brioso inganna a metà brano per una scivolata pop (per carità, mica è peccato grave!), un break in cui Hawksworth – in quest’occasione accreditato anche alla mazza da cricket!!! – canta rattristato su violoncello e chitarra acustica, ma subito dopo la canzone si raddrizza per elettrizzarsi in uno scambio tutto batteria-chitarra-organo (segmento, questo, che dura poco ma che ci dobbiamo tenere caro perché il termometro del Lp lo segnala come il picco di febbre più heavy) e infine dà la stura all’ottima ispirazione di White, titolare di un assolo davvero convincente.
D’accordo, non certo un hard rock tetragono e “allineato” dal primo all’ultimo minuto; ma, santiddìo, lasciamola un po’ di fantasia e una vena d’imprevedibilità anche a questo genere prima di chiamare in causa il progressive!
Leggermente più convenzionali i due successivi singoli (inclusi nell’edizione in cd della Repertoire Records), agosto e novembre ’71, che il gruppo rilasciò quando a White - che andò con i Capability Brown - in formazione subentrò il chitarrista Garth Watt Roy (il quale aveva doti canore di gran lunga superiori agli altri) di provenienza The Greatest Show On Earth, eppure a me l’hard-boogie pieno e robusto di “Double Time Woman” piace un sacco così come la semplicità di “Big Brass Band”, composizione di Walter Meskell e Tim Martin con arrangiamenti di fiati che ne giustificano il titolo, in linea con il gusto degli Spooky Tooth al tempo della loro seconda incarnazione; così come a mio giudizio buoni sono anche i forti impulsi hard di “One More Hour” e “No Name Face”, tutti episodi capaci di dimostrare che con l’ingresso di Watt Roy i Fuzzy Duck aggiustarono la formula del refrain ad effetto anche se un po’ a scapito dell’avventurosità delle parti strumentali.
Da riscoprire.

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