domenica 8 aprile 2012

BLACK BONZO "Sound Of The Apocalypse" (Laser's Edge, 2007)


Dietro al moniker un po’ assurdo della band ci sta il solito cane mansueto (“Bonzo The Dog”) della serie animata creata da George Studdy che già aveva ispirato quello del gruppo Bonzo Dog Doo-Dah Band formato negli anni ’60 e che aveva perfino suggerito l’idea del soprannome di John Bonham.
Svedesi del Nord, esattamente originari di Skelleftea, i Black Bonzo si formarono da una costola dei Gypsy Sons Of Magic, caotico ensemble ad ampio organico (variabile) che combinava psichedelia e hard settantiano in maniera abbastanza libertaria.
L’esordio discografico del 2004 a titolo “Lady Of The Light” fece sobbalzare tutti i cuori infranti a suo tempo dagli Uriah Heep, in quel caso rivisitati in una chiave più magniloquente (ad esempio la title-track sembra una versione potenziata di “Easy Livin’”). In molti rividero addirittura il fantasma di David Byron materializzarsi nella vocalità pulitissima di Magnus Lindgren. La band si pone con naturalezza ammirevole a metà strada tra l’hard rock e il progressive più energetico, risolvendo con abilità un contrasto che tra i due stili spesso è apparso insanabile o che perlomeno a molti altri esperimenti similari non ha dato buoni esiti.
Dopo che il primo bassista Patrick Leandersson ha ceduto il posto al nuovo Anthon Johansson, già chitarrista nei Moon Safari, il gruppo è arrivato alla pubblicazione del secondo lavoro nel giugno 2007, proprio mentre un altro gruppo svedese, i genialoidi Beardfish della città di Gavle, approda al mercato che conta e dopo un paio di incisioni indipendenti rilascia per la InsideOut il bellissimo “Sleeping In Traffic: Part One”, altro disco (questo più canonicamente prog) che in parallelo farà la gioia di tanti amanti di sonorità di altre epoche.
Che la Svezia almeno nell’ultimo decennio sia stata la fucina delle sorprese più emozionanti è sotto gli occhi di tutti. Musicalmente i vichinghi hanno ascoltato, guardato, imparato, metabolizzato fino ad irrompere sulla scena rock forti di conoscenze ragguardevoli. Spiritual Beggars, Siena Root, Graveyard, Dead Man, Witchcraft, Half Man, Ghost, Burning Saviours... cito a braccio alcuni nomi che su più versanti, chi in modo filologico chi in maniera coraggiosamente revisionistica, negli ultimi anni hanno riscoperto sonorità sepolte nella memoria di tutti i nostalgici innamorati (sottoscritto compreso) di un periodo musicale che credevano ormai desueto. Quello che adesso viene chiamato “retro-rock”, anziché designare un determinato genere, sembra più correttamente riferirsi ad un’attitudine, ad una forma di sensibilità che si ha nell’approccio a suoni, strumenti, canzoni. Un bagaglio culturale che per fascino, ideali, espressione artistica ha lavorato nel profondo di questi giovani musicisti caratterizzandone il linguaggio. Non c’è imitazione sterile, c’è sincera ammirazione. C’è terreno comune. C’è sintonia con qualcosa che pur distante nel tempo si è scoperto assolutamente vicino.
Ecco come può nascere nel 2007 un disco come “Sound Of The Apocalypse”. Un disco dalle influenze leggibili, quasi sbandierate, eppure un disco vitale, forte, che non ha certo gli odori stantii della muffa ma che anzi si getta con freschezza ed energia nella mischia. Difficile essere originali oggigiorno nel campo dell’arte; ancor più in quello musicale dove i margini di esplorazione si esaurirono molto tempo fa. Dirò di più: forse avere oggi la pretesa di essere nuovi a tutti i costi, cercare l’originalità come fosse la pietra filosofale, il moto di partenza e il punto d’arrivo della propria creatività è quasi da stupidi. I Black Bonzo sembrano invece concentrarsi unicamente sul far suonare al meglio le composizioni, rispondendo solamente ai gusti e alle vibrazioni vintage delle loro anime.
Si sono dati da soli il titolo del tema e poi si sono buttati a svolgerlo. E il voto è 10.
Non c’è vernacolo nel vocabolario di questi cinque svedesi; si parla forbito, si usa eleganza nei toni. Ma quei toni sono belli marcati, il suono è aperto, fisico. Il suono suda.
L’inizio è affidato all’incedere faraonico di “Thorns Upon A Crown”: cadenze da fanfara che immagino potrebbero piacere molto a Keith Emerson. Ingresso quindi epico e solare, poi strofe preparatorie che introducono il cristallino talento del vocalist Magnus Lindgren e che sono la tensione dell’arco prima di scoccare la freccia di un refrain stellare che va a bersaglio dopo quasi tre minuti di canzone. Non siamo lontanissimi dai Queen. Stacco centrale progressivo ritmicamente bello tosto che lancia i soli di chitarra e di hammond a seguire e ritorno conclusivo al ritornello enfatizzato a tutta manetta. Boh, fate voi... se qualcuno si ritiene in grado di fare di meglio, alzi la mano. Secondo me raramente è stato raggiunto un equilibrio tanto convincente tra credibilità hard e potenza pomp.
“Giant Games” si affaccia con delicata circospezione ma più tardi mette in ginocchio l’ascoltatore col suo solo ritornello: è la posizione più appropriata quando si voglia tributare deferenza davanti a ciò che ha altezza divina. Poi sax e chitarra pompano su una bellissima propulsione (qualcosa che Jack Foster III aveva provato a fare sul suo “Evolution Of JazzRaptor” del 2004) e si arriva ad una sezione frastagliata caratterizzata da un nervosismo interpretativo della voce solista à la Christian Décamps degli Ange prima di esplodere nuovamente in quel refrain da sogno, nel finale sostenuto da un calzante controcanto che ha il solo difetto di sfumare troppo presto.
In “Yesterdays Friends”, aperta da una chitarra acustica medievaleggiante, Lindgren pur esposto ai venti di melodie strumentali corpose non perde mai la bussola e calibra mirabilmente la voce; anche nel centrale segmento dove il prog è assolutamente dichiarato, si muove con l’autorità dell’esperto navigante, senza mai arenarsi o andare a fondo; lo ascoltiamo ora appoggiarsi delicato al mellotron ora ribattere stizzito alle provocazioni della chitarra. Nelle sue radure più assolate il brano ripete echi antichi di Spring, nei contrappunti del coro e negli stacchi jazzati evoca orditi Gentle Giant, nella limpidezza della voce diffonde lontanissimi profumi di Cressida che pensavamo irrimediabilmente dissolti (sì, eccola forse un’altra associazione possibile, prima di scomodare l’inarrivabile David Byron: la voce di Angus Cullen). Ma, visto che siamo a buttare nomi nel calderone delle comparazioni, chiedete pure dei Quatermass a questi ragazzi. Gli vedrete brillare gli occhi...
“The Well” ha strofe ambigue, con sintetizzatori a pioggia e un cantato talmente beffardo da sembrare un istrionismo di Alex Harvey; ma gli stacchi hard del bridge e del refrain spazzano via ogni indecisione. Anche gli Styx prima maniera fanno più volte capolino qua e là, però com’è che a me gli Styx non hanno mai detto granché e invece questi Black Bonzo mi fanno impazzire? Il crescendo di fine brano, sublimazione del versante hard rock, riporta al disco d’esordio con una citazione da cuore in gola per tutti gli amanti degli Uriah Heep e per quel loro modo unico di intonare i cori.
Due minuti soltanto per la trobadorica “Intermission – Revelation Song” dove il rimando ai Jethro Tull più celebrati è bello evidente. E’ vero, tutte le volte che si sente una partitura di flauto in un contesto rock l’orecchio conduce automaticamente a quel modello, spesso anche erroneamente; non sembra questo il caso, perché Ian Anderson canterebbe benissimo – seppur a modo suo – su questo interludio folk dove le chitarre acustiche (e forse anche il bouzouki) danzano squillanti al ritmo di un tamburo percosso a mano.
Purissimo Kansas-sound per la successiva “Ageless Door”, pomp-progressive che sembra predisporre all’assalto la macchina da guerra dei Black Bonzo, montando le catapulte armoniche e gli altaleni ritmici utili a cingere d’assedio un ascoltatore a questo punto già duramente provato. Al brano, validissimo, manca però il colpo del KO: per tutta la tensione e l’epicità che riesce a metter su nelle strofe, nel refrain non si dimostra troppo resoluto né sufficientemente graffiante.
“Iscariot” va meno a ritroso nel tempo, fermandosi al più recente neo-prog e ripescando temi cari ai Mastermind e agli Echolyn; sono semplici sensazioni che affiorano e spariscono lungo gli oltre sette minuti della canzone che si contraddistingue per effetti di tastiera proiettati verso la volta dei cieli, bombardamenti elettrici a tappeto alternate a tregue improvvise, calma apparente e nuove esplosioni strumentali; la voce sale al proscenio anche qui, adattandosi ad ogni nuovo registro che questo maremoto musicale le propone.
13 minuti. Tanto dura in ultimo la conclusiva title-track. E li vale tutti. Ogni band vorrebbe avere nel suo repertorio almeno un pezzo di questa caratura.
Tutto ruota intorno ad un semplice giro melodico su cui inizialmente si ascoltano in sottofondo gli estratti di un discorso del professor Will Steffen, titolato studioso dei cambiamenti climatici. Poche note malinconiche di pianoforte caricate via via da elementi in sovrapposizione: prima una linea vocale straordinaria, un tamburo che rulla un tempo di marcia, chitarre acustiche e tastiere morbide che cullano. Si gioca unicamente sull’insistenza e l’arricchimento di quella melodia iniziale. Solennità decadente.
La band si produce in un sinfonismo che poi detona fino a svuotare completamente il brano: riazzera e riparte con un’idea diversa, generando un’apprensione in stile marcatamente jazz-prog dove spuntano i King Crimson (parallelismo suggerito senz’altro dal sax che si dibatte entro sferzate elettriche di chitarra); poi pian piano, prima solo accennandolo poi recuperandolo del tutto, ci si riallinea sul bellissimo tema portante, stavolta cantato sulla chitarra anziché sul pianoforte; e si ripercorre ancora in maniera meravigliosamente ossessiva la stessa strada, apparecchiando abbellimenti ulteriori ad ogni giro, forzando i toni con tutto l’impianto tastieristico a disposizione e sostenendo un climax finale che suggella l’album intero come meglio non si potrebbe fare. Le immagini catastrofiche contenute nel lavoro grafico del disco, dove gli elementi naturali sono in guerra tra di loro, dove le saette fanno la radiografia ad un cielo di piombo, il mare si abbatte furioso contro le scogliere, dove la terra si slabbra e s’incenerisce in ferite sempre più larghe e un vulcano erutta per inghiottire nella liquida brace del suo fuoco una lontana città intera, trovano qui un commento musicale che invece non sconvolge in superficie con effettacci sonori studiati per l’occasione; no, il brano lavora dentro, segna nel profondo, muovendo le emozioni interne, generando uno stato di commossa impotenza difronte... all’ultima visione.
Se l’Apocalisse avesse come colonna sonora questa maestosa elegia, allora spero di esserci quando verrà.

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