domenica 1 aprile 2012

BAKER GURVITZ ARMY "The Baker Gurvitz Army" (Vertigo, 1974)


Non si va a parlare di un disco epocale. Anzi, forse di un’occasione perduta.
Nelle precedenti esperienze artistiche i Gurvitz brothers (Adrian, chitarra, già nella palestra dei Savages di Screaming Lord Sutch a soli 16 anni e Paul, basso, ex-parrucchiere nella cittadina di Ilford deciso a tutto pur di campare con la musica) erano sembrati assai (h)arditi ed era lecito attendersi che, dopo i luminosi segnali lanciati con Gun prima e Three Man Army dopo, il loro percorso avrebbe fatto un ulteriore salto in avanti una volta incrociata la traccia di uno che, spirito zingaro per definizione, di strade avventurose ne stava praticando parecchie e anche di particolarmente inusuali: stiamo parlando del batterista Peter Edward “Ginger” Baker, inglese di Lewisham (Londra Sud) ma con piantati in faccia gli stereotipi somatici del più classico degli irlandesi.
Il problema dei Gurvitz (che ormai erano tornati ad utilizzare il loro vero cognome scartando il temporaneo e più anglofono Curtis) era che avevano centrato il successo al primo colpo già nel ’68 con il singolo “Race With The Devil” sotto il moniker Gun, sorta di metal antesignano poi coverizzato da Judas Priest, Girlschool, Black Oak Arkansas… “Un po’ troppo presto”, direbbe pur esultando il tifoso sportivo quando la propria squadra segna nei primi minuti di gioco presagendo però il rischio di vederne perdere gran parte della spinta adrenalinica per il resto della partita. Di fatto a quel buonissimo responso i due fratelli  non riuscirono più a dare un adeguato seguito tanto che “Race With The Devil” rischiava di diventare la loro maledizione.
Ai loro occhi dunque, e a quelli del management, anche in virtù del fatto che da pochissimo il batterista Tony Newman li aveva lasciati per cedere alle lusinghe di David Bowie, “Ginger” Baker oltre all’intrigante combinazione musicale portava con sé anche il miraggio di una straordinaria visibilità.
L’incontro tra le parti avvenne allo Speakeasy Club di Londra per intercessione di Bill Fehilly (a quel tempo manager dei Gurvitz ma già – da buon scozzese – al servizio di altri figli diretti degli antichi Caledoni come Nazareth e Sensational Alex Harvey Band), un uomo che pur di garantire Baker alla causa ne divenne quasi il tutore/amico/maggiordomo dedicandosi in tutto e per tutto alle sue problematiche e assecondandone fin dove possibile anche molti capricci.
L’album omonimo d’esordio invece e, più in generale, tutta l’esperienza della Baker Gurvitz Army si accodano troppo remissivi alla fase declinante dell’era d’oro dell’hard rock senza riuscire ad imporre un marchio di grande personalità nella scena musicale del periodo e soprattutto senza saper definire concretamente la rotta stilistica del proprio sound.
La cosa buona di quegli anni è tuttavia la garanzia che, anche a fronte di un disco non ben focalizzato, raramente ci si può imbattere in musica che non offra comunque spunti interessanti, che non sia suonata come Dio comanda o che sia solamente spiccio espediente per sbarcare il lunario.
In ritardo rispetto ai pruriti hard più infuocati ma troppo in anticipo per capire tutta la voglia distruttrice che avrebbe attraversato il movimento punk, la Baker Gurvitz Army rimase colpevolmente a mezza strada, incapace da un lato di aggiornare la propria identità blues ormai demodé e dall’altro anche di accettare la sfida di qualche sperimentazione dal forte imprinting. Il suono venne così annacquato da una brodaglia di arrangiamenti spesso pacchiani che suonarono senza dubbio già datati al momento della loro pubblicazione e soprattutto da un’assenza di direzionalità che faceva perdere troppo facilmente le tracce della band all’interno di un mercato musicale da sempre abbastanza bisognoso di etichettare e configurare i suoi “prodotti”. A nozze ci andò pertanto la critica che già non vedeva l’ora di prendere a calci nel sedere le incartapecorite icone di quei “dinosauri” del rock, considerati fossili appena passata la trentina.
Valutata sia l’eccellenza assoluta dei tre Lp targati Three Man Army, con medaglia al valore per il secondo “Mahesha” (1972) che rimane un esempio fulgido di hard rock chitarristico ben intinto nel paiolo del blues, sia la propensione alle contaminazioni di Baker, veniva spontaneo aspettarsi da quel connubio una sostanziale sverniciata al genere e lo sfondamento di qualche nuova frontiera nella direzione di un hard blues che uscisse finalmente dagli stilemi del passato (ad esempio quello che pressappoco nello stesso periodo seppero fare bene i Tempest di Jon Hiseman).
In quest’ottica sì, è vero, “The Baker Gurvitz Army” rimane un po’ una delusione per quello che avrebbe potuto essere e invece non è. Però il disco è il documento artistico attraverso cui oggi possiamo rileggere l’incontro di tre musicisti di valore assoluto e mantiene integro tutto il rispetto che quell’occasione meritò.
Il Lp venne registrato ai Ramport Studios di Battersea a Londra (la vecchia chiesa di Thessaly Road “convertita” in sala d’incisione), studi particolarmente cari ai Thin Lizzy ma di proprietà degli Who che solo un anno prima ci incisero il monumentale “Quadrophenia”.
Bella evocativa la copertina, un’illustrazione dell’americano Joe Petagno che su uno scenario in bilico tra il fantasy d’ispirazione medievale e quello “post-atomico” fa avanzare l’Armata (il primo che dice Brancaleone, lo metto dietro la lavagna!) in sella a destrieri su un terreno coperto da una nebbiolina a pelo radente mentre sullo sfondo di un cielo tetramente rossastro si levano alte colonne di fuoco da agglomerati di costruzioni stilizzate in modo fantascientifico. E’ da lì che proviene il drappello dei cavalieri, chissà se sono gli unici superstiti dell’incendio oppure, più probabilmente, coloro che hanno appena messo a ferro e fuoco la città intera. Il disegno li riproduce con precisione fotografica, impellicciati mentre dalle loro bocche escono flebili nuvolette di vapore: sono proprio loro, Ginger, Paul e Adrian, più un quarto misterioso figuro senza volto che rimane qualche passo più indietro (magari è John Norman “B Normal” Mitchell, il tastierista aggregato alla band su questo primo disco che però non riuscì a guadagnare i galloni del parigrado rispetto ai tre comandanti in pectore). I loro cavalli hanno un che d’infernale (occhi rossi, denti aguzzi, orecchie appuntite) ma ancora niente a che vedere con lo spaventoso grugno dello Snaggletooth, mascotte dei Motorhead che farà il suo esordio nel ’77 sulla copertina dell’omonimo disco della band di Lemmy, sempre uscita dalla matita dello stesso Petagno (che tra gli altri aveva già disegnato “Two” per i Three Man Army, “High On The Hog” per i Black Oak Arkansas, “Sufficiently Brethless” per i Captain Beyond, “Rampant” per i Nazareth e che realizzò anche il logo dell'etichetta zeppeliniana Swan Song pur riadattando un dipinto dell’americano William Rimmer).
Lascia ben sperare e ci piace un sacco l’intro di “Help Me”, dove i sintetizzatori, il pianoforte e le rullate sui tom creano un incipit alquanto epico che strutturalmente richiama le assai più note “White Room” dei Cream e la citata “Race With The Devil” dei Gun; all’ingresso drammatico subentrano strofe nervosette dove la voce solista somiglia all’Ozzy Osbourne meno invasato, quello che insomma ascolteremo poi su “Technical Ecstasy” e “Never Say Die!”, e poi un refrain ispirato e romantico. Per chi ancora non conosce Adrian Gurvitz, eccolo librarsi nel primo assolo, breve ma alquanto chiarificatore circa ciò che “Basettone” sapeva fare. Chiusura affidata allo stesso tema lirico del principio, stavolta anche con interventi vocali, per quello che a mio avviso rimane il miglior brano di sempre scritto dal gruppo.
“Love Is” è uno strumentale jazz-rock di poco inferiore ai tre minuti che lavora sullo stretto di un riff segaligno e sul tempo spezzato che permette a Ginger di mettersi in mostra; peccato che il brano sia enfatizzato senza ragione da orchestrazioni che alla fine suonano troppo ridondanti, quando invece il serrato dialogo chitarra-batteria non aveva bisogno di altri interlocutori.
Dopo un’introduzione strumentale eccelsa (che tornerà a metà e a fine brano) costruita su accordi lunghi e riempita dai virtuosismi di Adrian, “Memory Lane” reca forte nelle strofe il sigillo Cream ma per il paragone prescindere da quel drumming così caratteristico è forse quasi impossibile; Baker sembra tornato a casa con una gran voglia di suonare e i fratelli Gurvitz gli lasciano volentieri ampi spazi per sbizzarrirsi (vorrei anche vedere! Avevano concesso opportunità solistica anche a Louis Farrell in “Take Off” sull’omonimo dei Gun, come potevano negarla al fulvo eroe di Neasden?): nell’assolo di batteria centrale si riconosce bene la folgorazione di Baker per i batteristi anni ‘50, ma Ginger suona con una battuta e una fisicità che il swing non possedeva. Per dirla con un mezzo slogan, Ginger ha il polso jazz ma è rock tutto il resto del suo braccio.
I primi tre brani sono un bell’impatto, niente da dire. La formula è un compromesso credibile tra l’hard rock della chitarra e accenti ritmici che invece quel linguaggio “hard” cercano di parafrasarlo totalmente. Se il disco tenesse questo standard per tutta la sua durata, se diritta fosse la barra del timone, senz’altro “The Baker Gurvitz Army” già a quel tempo sarebbe stato salutato in maniera assai diversa. E’ invece da qui in poi che l’album perde qualche giro di troppo.
“Inside Of Me” inizia con passo meno arrembante e frasi di chitarra slide che ne  “americanizzano” l’orizzonte, ma il brano prova a contrapporci bridge e refrain che invece derivano più direttamente dall’esperienza conclusiva del pop sinfonico inglese, con orchestrazioni però troppo ampollose anche se è innegabile che ai due Gurvitz quegli arrangiamenti piacessero davvero (erano pur sempre i figli di Sam Gurvitz, road manager degli Shadows, qualcosa di quel suono gli sarà per forza entrato nella testa!); però se al tempo dei Gun, visto si parla di un lustro prima, qualche retaggio neoclassico di tardo beat era in parte ammissibile, nel ’74 significava essere arrivati... “un po’ troppo lunghi”. L’assolo di chitarra, non lontano da certe cose di Gary Moore, salva l’intera canzone.
Mielosità imbarazzante per la successiva “I Wanna Live Again”, un lento soul tutto impostato sulle linee del cantato e delle backing vocals che prorompe in un ritornello che sarebbe calzato a pennello per Vittorio De Scalzi e i New Trolls; per i cori non si bada a spese e per aiutare il buon Gurvitz si convoca un poker d’assi di singers assai in voga in quel periodo, ovvero le americane “adottate” Madeline Bell e Rosetta Hightower, più Liza Strike e la scozzese Barry St. John, sommando i cui singoli crediti in un unico curriculum si ottiene una lista infinita che vede in calce gli altisonanti nomi di Rolling Stones, Pink Floyd, John Lennon, Elton John, Joe Cocker, Rod Stewart, Jeff Beck ed anche le registrazioni su disco del “Jesus Christ Superstar”.
Ci vuole a questo punto una bella puntura d’insulina e il trio ci prova con la lunga e bizzarra “Mad Jack” dove si viaggia in territori molto più personali e sul cui felpato giro di basso Baker non sa rinunciare a fare un cammeo vocale con il suo accento cockney mutuato dalla pronuncia difettosa (gli mancavano gli incisivi) e a raccontarci la storia realmente accadutagli in una corsa automobilistica in Africa, il rally di Argungu in Nigeria svoltosi nel febbraio di quello stesso anno su una Range Rover appiedata all’ultimo giorno per la rottura dell’asse: ad un refrain tipicamente sixties, quasi bubblegum, segue un’arzigogolata e trascinante parte strumentale in chiave funky dove le tastiere (sintetizzatori e piano elettrico) giocano a farla da padrone; poi più avanti è la chitarra di Adrian a battagliare contro lo stridore di alcuni effetti motoristici quali la derapata che Ginger volle registrare nella strada davanti ai Ramport Studios mentre in frenata faceva ruotare di 180° la sua Jensen color argento, creando un parallelismo evidente con la narrazione del testo.
“4 Phil” è un jazz-blues inizialmente abbastanza canonico (più blues che jazz), dove il piano offre un contrappunto non certo secondario e su cui Adrian Gurvitz si prende con personalità le luci della ribalta. Dedicato al talentuoso batterista jazz Phil Seamen, uno dei primi riferimenti di Ginger e poi assieme a lui nell’esperienza Air Force (che il 13 ottobre del ’72 era spirato nel sonno a soli 46 anni nella sua casa di Lambeth, sud di Londra, pagando carissimi gli smodati consumi di alcool ed eroina) è un brano strumentale, come a dire che le parole qui non servono e il lirismo è tutto affidato alla chitarra, alla sua commossa emanazione di feeling. Il finale subisce poi un’impennata ritmico-armonica che lì per lì sembra occhieggiare al famoso stacco di “Badge” degli stessi Cream ma che richiama anche un po’ “Layla” di Derek And The Dominos (insomma, c’è sempre Mano Lenta di mezzo…), ma l’idea sfuma troppo presto per arrivare ad una definizione di senso compiuto.
“Since Beginning” dura otto minuti e si barcamena tra intendimenti progressivi e un ritmo jazz-rock à la Colosseum II, mirabili intarsi delle parti cantate, quasi da coro polifonico, la tipicità delle “tribali” rullate griffate Baker, ennesimi preziosismi chitarristici e sintetizzatori a infiorettare il tutto, prima di autoconcludersi in un finale molto “free” che immaginiamo assai più lungo di quanto il taglio deciso poi in sede di mixaggio lasci ascoltare.
La Baker Gurvitz Army non si fermò a quell’esordio. Arruolò subito il cantante Mr. Snips dagli Sharks (anagraficamente rintracciabile come Steve Parsons) e il tastierista Peter Naphtali Lemer e nel biennio successivo sfornò altri due lavori, “Elysian Encounter” e “Hearts On Fire” (questo senza Lemer). Nella band cominciò però a marcarsi qualche divergenza tra Baker e Adrian, di cui Ginger soffriva la tendenza a suonare ad alti volumi (tra i due correvano anche 10 anni di differenza!); di fatto però l’irrequieto batterista smaniava per nuove avventure, non soltanto musicali, perché ormai era conclamata la sua infatuazione per il polo tanto che praticarlo era, a detta sua, l’unica cosa che in quel momento lo faceva essere felice.
Poi avvenne che nel luglio 1976 un bimotore Piper Aztec in volo da Blackpool a Perth, complice probabilmente l’inesperienza del pilota che aveva ottenuto il brevetto soltanto tre mesi prima, si schiantò sui monti delle Highlands Scozzesi portandosi via la vita del manager Bill Fehilly e di suo figlio.
Annotazione a margine: il testo della canzone “No Complaints Department” della Sensational Alex Harvey Band, inclusa nella primissima edizione di “Rock Drill” (1978) recita così: “Saw my best friend die in a plane crash / my brother was killed on the stage / So don’t be upset if I’m angry / and seem in some kind of rage”. Ebbene, il “fratello ucciso sul palco” è ovviamente il chitarrista Les Harvey degli Stone The Crows, fulminato da una scarica elettrica il 3 maggio del ’72 durante il sound check allo Swansea’s Top Rank Ballroom, mentre il “miglior amico morto in un incidente aereo” cui Alex Harvey si riferisce è proprio il manager Bill.
La morte di Fehilly spaccò definitivamente la coesione all’interno dell’Armata e Ginger ricadde nella spirale dell’eroina, tralasciando la musica e dedicandosi appunto all’amato polo.
E’ vero, ho raccontato di un disco che non è tra i miei preferiti di sempre. Però l’occasione di poter accennare alla leggenda “Ginger” Baker era troppo ghiotta.
Di lui Neil Peart dei Rush disse: “Ogni batterista rock in qualche modo è stato influenzato da Ginger. Anche se non lo sa”.
Nel momento esatto in cui Baker si sistemò dietro la sua Ludwig doppia cassa, seppe dare alla batteria una statura totalmente nuova. Apportò il suo stile, non rivoluzionò la tecnica e il modo di suonare, ma con lui il batterista assurse al ruolo di protagonista smettendo i panni del semplice accompagnatore. E se al tempo dei Cream – come venne scritto sui muri londinesi – Clapton era Dio, beh… tutti sapevano di dover cominciare a fare i conti anche col Diavolo!
Qualche giorno fa riguardavo le interviste sul dvd della reunion live dei Cream del 2005: Ginger sembra il nonno stronzo, bisbetico nel midollo, che parla lento e profondo, che solleva il sopracciglio per fare l’occhio luciferino, il nonno caustico che fuma a tavola, che fa gli scherzi cattivi ai nipotini, che ghigna cinico sulle disgrazie che passa la TV…
Solo di recente, indagando un po’ sui suoi anni vissuti in Toscana a coltivare olivi (e a fuggire le pressioni del fisco britannico), ho scoperto che Ginger ha abitato in una colonica a Monte Morello appena sopra Firenze, a pochi chilometri da casa mia. Mi rammarico solo di aver avuto poco più di 10 anni in quel periodo – primissimi ’80 – e quindi di aver perso l’occasione di andarlo a cercare. Solamente per una stretta di mano, deferente e rispettosa. Anche un po’ impaurita.
Mi rimane la buffa sensazione di aver condiviso per diverso tempo con lui lo stesso identico cielo, ignorandolo.
Un mito a portata di mano… Non capita spesso.

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