venerdì 20 aprile 2012

FUZZY DUCK "Fuzzy Duck" (M.A.M. Records, 1971)


Volete un disco di hard rock? Allora “Fuzzy Duck” va benissimo.
Qualcuno ci vede anche qui del progressive ma io sono un po’ di zucca dura e, a meno che non si voglia estendere a prescindere il concetto di progressivo a tutte quelle band che abbiano almeno un hammond in strumentazione o che non suonino proprio quadrate come gli AC/DC (!), seguito a pensare che “Fuzzy Duck” sia un semplice disco di rock suonato più duro.
Senza scendere nel dettaglio di una descrizione particolareggiata canzone per canzone, serva qui dire che l’unica testimonianza discografica a 33 giri della band raccoglie in sé gli stilemi cari agli appassionati del genere: ritmica dotata che viaggia con un alto tasso propulsivo e chitarra e organo in sfida perenne per il dominio su quale sia da considerarsi strumento leader del quartetto. In più i Fuzzy Duck hanno dalla loro anche il fiore all’occhiello del... successo negato, del merito mai riconosciuto, se non a posteriori e solo presso stravaganti cricche di cultori.
La tendenza delle band hard rock europee dei primissimi seventies che includevano un tastierista in formazione era quella di caricare l’utilizzo dell’organo di una poderosità evocativa che quasi sempre permeava il repertorio di un’inquietudine drammatica, talvolta anche sinistra, vedasi tra i più celebri gli Uriah Heep, gli Atomic Rooster, i Lucifer’s Friend, gli Warhorse (non scomodiamo Jon Lord e i Deep Purple che hanno la caratura dei fuoriclasse e sfuggono alle mode e alle generalizzazioni di maniera); nel caso invece dei Fuzzy Duck l’organista Roy Sharland, che pure aveva scaldato il posto a Ken Hensley nella band pre-Heep, gli Spice, e poi era stato brevemente assieme ad Arthur Brown nel periodo di mezzo tra Crazy World e Kingdom Come (l’esperienza The Puddletown Express nell’estate del ‘70), si mostra incline ad un tocco più leggero e dinamico, quasi soul-oriented, che giova all’ariosità e alla fluidità della musica; un po’ la stessa “digressione” che in ambito meno hard il gusto e l’evoluzione di tastieristi come Tony Kaye e Pete Solley generarono rispettivamente nel suono Badger e Paladin.
Così quando John Du Cann (primo comandante della navicella spaziale Andromeda) accettò la corte di Vincent Crane per entrare negli Atomic Rooster e scivolare fino nel dark-progressive virtuosistico di “Death Walks Behind You”, nello stesso periodo il capitano in seconda di quella stessa avventura hard-psichedelica, Mick “Doc” Hawksworth, per non rimanere inoperoso rispose ad un annuncio su Melody Maker e prese di fatto forma l’aggregazione con altri tre musicisti della scena londinese: il citato Roy “Daze” Sharland, il batterista Paul Francis (già con Tony Jackson And The Vibrations, poi nei Tucky Buzzard) e il chitarrista Grahame White (di cui si è purtroppo appreso la notizia della morte nel marzo 2008 per un tumore al pancreas).
Nonostante il roster non prevedesse artisti molto simili, fu abbastanza naturale affidarsi alla produzione della M.A.M. Records visto che l’etichetta era stata messa su dal manager della band Gordon Mills assieme a Tom Jones, anche se essere la mosca bianca di quel catalogo determinò la “timida” stampa di copie dell’album (soltanto 500!).
Il nome della band non ha relazione con l’omonimo “drinking game” che tanto piace agli inglesi, anzi va proprio preso nel suo curioso significato letterale (sì, come se fosse uno dei cugini scemi del Donald Duck disneyano) tant’è che il disegno caricaturale di un’anatra vera e propria, agghindata da strepitoso hippy e con un vaporoso cesto di ricci sulla testa, fa bella mostra di sé sulla copertina del disco - affidata al poliedrico artista cornico Jonathon Xavier Coudrille - mentre le volute di fumo che partono dalla sua sigaretta di liquirizia (un riferimento a Hawksworth che di quel tipo se ne arrotolava parecchie) vanno a formare il moniker della band.
Ebbene l’anatra riccia suona brillante e spensierata, lo si sente distintamente tra i solchi; nonostante giochi a fare la psichedelica nel look in verità vidima il suo passaporto hard senza falsificazioni o... "alterazioni"; c’è esuberanza e leggerezza, disimpegno e anche autoironia (basti sentire il breve divertimento funky che chiude l’album, “A Word From Big D”, dove Sharland s’impossessa del microfono fin lì appannaggio di White e Hawksworth per starnazzare come un’anatra, quasi dovesse doppiare un cartone animato di Paperino).
Mick “Doc” Hawksworth tiene otto lezioni (tante sono le tracce dell’album) su come si suona il basso quando ne si voglia elevare il semplice ruolo di accompagnamento a quello di vero traino ritmico. E’ davvero cruciale l’apporto di “Doc”: il suo stile, il suo modo di riempire la battuta, il dinamismo del suo groove sono perfetti per un power-trio; qui dove l’esigenza di “tappare i buchi” è invece minore, ecco che il tocco di Hawksworth diviene una ricchezza ulteriore per il sound generale; lo aveva già fatto capire negli Andromeda ma lì Ian McLane, batterista un po' ordinario, non aveva saputo offrirgli un gran gioco di sponda; al contrario Paul Francis con i suoi semplici fill dal tiro ben scandito risulta assai più funzionale e Mick può esplodere di funky in più di un’occasione, innamorato com’era dei gruppi americani di fine sixties, Spirit su tutti, ma sicuramente affascinato anche dalle prodezze che in contemporanea Herbie Flowers stava facendo con i Rumplestilstkin. Di quanto questa sezione ritmica sia capace di spingere ne siano d’esempio “Just Look Around You” o tutta la veemente seconda parte a carattere di jam della lunga “Mrs. Prout”, che invece nelle strofe cantate dell’inizio offre qualche elemento jazzato che la fa uscire un po’ dal registro di base.
L’iniziale “Time Will Be Your Doctor” in realtà arriva per eredità diretta (via Paul Francis) dal repertorio dei Tucky Buzzard e va quindi considerata al pari di una cover; qui viene opportunamente scorporata dai cori a cappella che appesantivano la versione originale e dilatata invece con prolungate parti solistiche di organo e chitarra, parimenti suddivise.
Detto che il tallone d’Achille dei Fuzzy Duck sta senz’altro nelle linee vocali, debolucce sia nell’interpretazione per l’assenza di quella grinta necessaria al rock più arcigno (c’è ancora una certa predilezione per coretti piuttosto dolciastri, parte del retaggio psichedelico) sia per il fatto di non riuscire quasi mai a centrare la melodia giusta e davvero accattivante, buttiamo ora là un po’ alla rinfusa qualche altro elemento che ha colpito la nostra attenzione: senza dubbio le ispirate strofe di “Afternoon Out”, che sembrano aver suggerito agli Alice In Chains quelle scritte vent’anni dopo per “Would?” (ma questo è solo un giochino per divertirsi a trovare similitudini e coincidenze ovviamente casuali) e che fanno da preludio ad un’incandescente parte strumentale dove nessuno dei quattro... tira indietro la gamba; il riff semplice ed irruente che scuote “More Than I Am” dopo un’apertura d’organo quasi liturgica e i preziosi assoli incrociati di White e Sharland; “Country Boy” che unisce aggressività in quattro/quarti (ancora Hawksworth sugli scudi) ad una parte centrale più elaborata in cui dopo un minuto circa dall’inizio del brano si ricava anche un riff che è quasi un'artigliata sabbathiana, senza però quel peso né quella distorsione (non sia mai!), tant’è che i “paperi” devono averne avuto paura essi stessi e scelto di abbinarci subito un coro più angelico che ne stemperasse la potenziale malignità; “In Our Time” che dopo l'avvio brioso inganna a metà brano per una scivolata pop (per carità, mica è peccato grave!), un break in cui Hawksworth – in quest’occasione accreditato anche alla mazza da cricket!!! – canta rattristato su violoncello e chitarra acustica, ma subito dopo la canzone si raddrizza per elettrizzarsi in uno scambio tutto batteria-chitarra-organo (segmento, questo, che dura poco ma che ci dobbiamo tenere caro perché il termometro del Lp lo segnala come il picco di febbre più heavy) e infine dà la stura all’ottima ispirazione di White, titolare di un assolo davvero convincente.
D’accordo, non certo un hard rock tetragono e “allineato” dal primo all’ultimo minuto; ma, santiddìo, lasciamola un po’ di fantasia e una vena d’imprevedibilità anche a questo genere prima di chiamare in causa il progressive!
Leggermente più convenzionali i due successivi singoli (inclusi nell’edizione in cd della Repertoire Records), agosto e novembre ’71, che il gruppo rilasciò quando a White - che andò con i Capability Brown - in formazione subentrò il chitarrista Garth Watt Roy (il quale aveva doti canore di gran lunga superiori agli altri) di provenienza The Greatest Show On Earth, eppure a me l’hard-boogie pieno e robusto di “Double Time Woman” piace un sacco così come la semplicità di “Big Brass Band”, composizione di Walter Meskell e Tim Martin con arrangiamenti di fiati che ne giustificano il titolo, in linea con il gusto degli Spooky Tooth al tempo della loro seconda incarnazione; così come a mio giudizio buoni sono anche i forti impulsi hard di “One More Hour” e “No Name Face”, tutti episodi capaci di dimostrare che con l’ingresso di Watt Roy i Fuzzy Duck aggiustarono la formula del refrain ad effetto anche se un po’ a scapito dell’avventurosità delle parti strumentali.
Da riscoprire.

domenica 8 aprile 2012

BLACK BONZO "Sound Of The Apocalypse" (Laser's Edge, 2007)


Dietro al moniker un po’ assurdo della band ci sta il solito cane mansueto (“Bonzo The Dog”) della serie animata creata da George Studdy che già aveva ispirato quello del gruppo Bonzo Dog Doo-Dah Band formato negli anni ’60 e che aveva perfino suggerito l’idea del soprannome di John Bonham.
Svedesi del Nord, esattamente originari di Skelleftea, i Black Bonzo si formarono da una costola dei Gypsy Sons Of Magic, caotico ensemble ad ampio organico (variabile) che combinava psichedelia e hard settantiano in maniera abbastanza libertaria.
L’esordio discografico del 2004 a titolo “Lady Of The Light” fece sobbalzare tutti i cuori infranti a suo tempo dagli Uriah Heep, in quel caso rivisitati in una chiave più magniloquente (ad esempio la title-track sembra una versione potenziata di “Easy Livin’”). In molti rividero addirittura il fantasma di David Byron materializzarsi nella vocalità pulitissima di Magnus Lindgren. La band si pone con naturalezza ammirevole a metà strada tra l’hard rock e il progressive più energetico, risolvendo con abilità un contrasto che tra i due stili spesso è apparso insanabile o che perlomeno a molti altri esperimenti similari non ha dato buoni esiti.
Dopo che il primo bassista Patrick Leandersson ha ceduto il posto al nuovo Anthon Johansson, già chitarrista nei Moon Safari, il gruppo è arrivato alla pubblicazione del secondo lavoro nel giugno 2007, proprio mentre un altro gruppo svedese, i genialoidi Beardfish della città di Gavle, approda al mercato che conta e dopo un paio di incisioni indipendenti rilascia per la InsideOut il bellissimo “Sleeping In Traffic: Part One”, altro disco (questo più canonicamente prog) che in parallelo farà la gioia di tanti amanti di sonorità di altre epoche.
Che la Svezia almeno nell’ultimo decennio sia stata la fucina delle sorprese più emozionanti è sotto gli occhi di tutti. Musicalmente i vichinghi hanno ascoltato, guardato, imparato, metabolizzato fino ad irrompere sulla scena rock forti di conoscenze ragguardevoli. Spiritual Beggars, Siena Root, Graveyard, Dead Man, Witchcraft, Half Man, Ghost, Burning Saviours... cito a braccio alcuni nomi che su più versanti, chi in modo filologico chi in maniera coraggiosamente revisionistica, negli ultimi anni hanno riscoperto sonorità sepolte nella memoria di tutti i nostalgici innamorati (sottoscritto compreso) di un periodo musicale che credevano ormai desueto. Quello che adesso viene chiamato “retro-rock”, anziché designare un determinato genere, sembra più correttamente riferirsi ad un’attitudine, ad una forma di sensibilità che si ha nell’approccio a suoni, strumenti, canzoni. Un bagaglio culturale che per fascino, ideali, espressione artistica ha lavorato nel profondo di questi giovani musicisti caratterizzandone il linguaggio. Non c’è imitazione sterile, c’è sincera ammirazione. C’è terreno comune. C’è sintonia con qualcosa che pur distante nel tempo si è scoperto assolutamente vicino.
Ecco come può nascere nel 2007 un disco come “Sound Of The Apocalypse”. Un disco dalle influenze leggibili, quasi sbandierate, eppure un disco vitale, forte, che non ha certo gli odori stantii della muffa ma che anzi si getta con freschezza ed energia nella mischia. Difficile essere originali oggigiorno nel campo dell’arte; ancor più in quello musicale dove i margini di esplorazione si esaurirono molto tempo fa. Dirò di più: forse avere oggi la pretesa di essere nuovi a tutti i costi, cercare l’originalità come fosse la pietra filosofale, il moto di partenza e il punto d’arrivo della propria creatività è quasi da stupidi. I Black Bonzo sembrano invece concentrarsi unicamente sul far suonare al meglio le composizioni, rispondendo solamente ai gusti e alle vibrazioni vintage delle loro anime.
Si sono dati da soli il titolo del tema e poi si sono buttati a svolgerlo. E il voto è 10.
Non c’è vernacolo nel vocabolario di questi cinque svedesi; si parla forbito, si usa eleganza nei toni. Ma quei toni sono belli marcati, il suono è aperto, fisico. Il suono suda.
L’inizio è affidato all’incedere faraonico di “Thorns Upon A Crown”: cadenze da fanfara che immagino potrebbero piacere molto a Keith Emerson. Ingresso quindi epico e solare, poi strofe preparatorie che introducono il cristallino talento del vocalist Magnus Lindgren e che sono la tensione dell’arco prima di scoccare la freccia di un refrain stellare che va a bersaglio dopo quasi tre minuti di canzone. Non siamo lontanissimi dai Queen. Stacco centrale progressivo ritmicamente bello tosto che lancia i soli di chitarra e di hammond a seguire e ritorno conclusivo al ritornello enfatizzato a tutta manetta. Boh, fate voi... se qualcuno si ritiene in grado di fare di meglio, alzi la mano. Secondo me raramente è stato raggiunto un equilibrio tanto convincente tra credibilità hard e potenza pomp.
“Giant Games” si affaccia con delicata circospezione ma più tardi mette in ginocchio l’ascoltatore col suo solo ritornello: è la posizione più appropriata quando si voglia tributare deferenza davanti a ciò che ha altezza divina. Poi sax e chitarra pompano su una bellissima propulsione (qualcosa che Jack Foster III aveva provato a fare sul suo “Evolution Of JazzRaptor” del 2004) e si arriva ad una sezione frastagliata caratterizzata da un nervosismo interpretativo della voce solista à la Christian Décamps degli Ange prima di esplodere nuovamente in quel refrain da sogno, nel finale sostenuto da un calzante controcanto che ha il solo difetto di sfumare troppo presto.
In “Yesterdays Friends”, aperta da una chitarra acustica medievaleggiante, Lindgren pur esposto ai venti di melodie strumentali corpose non perde mai la bussola e calibra mirabilmente la voce; anche nel centrale segmento dove il prog è assolutamente dichiarato, si muove con l’autorità dell’esperto navigante, senza mai arenarsi o andare a fondo; lo ascoltiamo ora appoggiarsi delicato al mellotron ora ribattere stizzito alle provocazioni della chitarra. Nelle sue radure più assolate il brano ripete echi antichi di Spring, nei contrappunti del coro e negli stacchi jazzati evoca orditi Gentle Giant, nella limpidezza della voce diffonde lontanissimi profumi di Cressida che pensavamo irrimediabilmente dissolti (sì, eccola forse un’altra associazione possibile, prima di scomodare l’inarrivabile David Byron: la voce di Angus Cullen). Ma, visto che siamo a buttare nomi nel calderone delle comparazioni, chiedete pure dei Quatermass a questi ragazzi. Gli vedrete brillare gli occhi...
“The Well” ha strofe ambigue, con sintetizzatori a pioggia e un cantato talmente beffardo da sembrare un istrionismo di Alex Harvey; ma gli stacchi hard del bridge e del refrain spazzano via ogni indecisione. Anche gli Styx prima maniera fanno più volte capolino qua e là, però com’è che a me gli Styx non hanno mai detto granché e invece questi Black Bonzo mi fanno impazzire? Il crescendo di fine brano, sublimazione del versante hard rock, riporta al disco d’esordio con una citazione da cuore in gola per tutti gli amanti degli Uriah Heep e per quel loro modo unico di intonare i cori.
Due minuti soltanto per la trobadorica “Intermission – Revelation Song” dove il rimando ai Jethro Tull più celebrati è bello evidente. E’ vero, tutte le volte che si sente una partitura di flauto in un contesto rock l’orecchio conduce automaticamente a quel modello, spesso anche erroneamente; non sembra questo il caso, perché Ian Anderson canterebbe benissimo – seppur a modo suo – su questo interludio folk dove le chitarre acustiche (e forse anche il bouzouki) danzano squillanti al ritmo di un tamburo percosso a mano.
Purissimo Kansas-sound per la successiva “Ageless Door”, pomp-progressive che sembra predisporre all’assalto la macchina da guerra dei Black Bonzo, montando le catapulte armoniche e gli altaleni ritmici utili a cingere d’assedio un ascoltatore a questo punto già duramente provato. Al brano, validissimo, manca però il colpo del KO: per tutta la tensione e l’epicità che riesce a metter su nelle strofe, nel refrain non si dimostra troppo resoluto né sufficientemente graffiante.
“Iscariot” va meno a ritroso nel tempo, fermandosi al più recente neo-prog e ripescando temi cari ai Mastermind e agli Echolyn; sono semplici sensazioni che affiorano e spariscono lungo gli oltre sette minuti della canzone che si contraddistingue per effetti di tastiera proiettati verso la volta dei cieli, bombardamenti elettrici a tappeto alternate a tregue improvvise, calma apparente e nuove esplosioni strumentali; la voce sale al proscenio anche qui, adattandosi ad ogni nuovo registro che questo maremoto musicale le propone.
13 minuti. Tanto dura in ultimo la conclusiva title-track. E li vale tutti. Ogni band vorrebbe avere nel suo repertorio almeno un pezzo di questa caratura.
Tutto ruota intorno ad un semplice giro melodico su cui inizialmente si ascoltano in sottofondo gli estratti di un discorso del professor Will Steffen, titolato studioso dei cambiamenti climatici. Poche note malinconiche di pianoforte caricate via via da elementi in sovrapposizione: prima una linea vocale straordinaria, un tamburo che rulla un tempo di marcia, chitarre acustiche e tastiere morbide che cullano. Si gioca unicamente sull’insistenza e l’arricchimento di quella melodia iniziale. Solennità decadente.
La band si produce in un sinfonismo che poi detona fino a svuotare completamente il brano: riazzera e riparte con un’idea diversa, generando un’apprensione in stile marcatamente jazz-prog dove spuntano i King Crimson (parallelismo suggerito senz’altro dal sax che si dibatte entro sferzate elettriche di chitarra); poi pian piano, prima solo accennandolo poi recuperandolo del tutto, ci si riallinea sul bellissimo tema portante, stavolta cantato sulla chitarra anziché sul pianoforte; e si ripercorre ancora in maniera meravigliosamente ossessiva la stessa strada, apparecchiando abbellimenti ulteriori ad ogni giro, forzando i toni con tutto l’impianto tastieristico a disposizione e sostenendo un climax finale che suggella l’album intero come meglio non si potrebbe fare. Le immagini catastrofiche contenute nel lavoro grafico del disco, dove gli elementi naturali sono in guerra tra di loro, dove le saette fanno la radiografia ad un cielo di piombo, il mare si abbatte furioso contro le scogliere, dove la terra si slabbra e s’incenerisce in ferite sempre più larghe e un vulcano erutta per inghiottire nella liquida brace del suo fuoco una lontana città intera, trovano qui un commento musicale che invece non sconvolge in superficie con effettacci sonori studiati per l’occasione; no, il brano lavora dentro, segna nel profondo, muovendo le emozioni interne, generando uno stato di commossa impotenza difronte... all’ultima visione.
Se l’Apocalisse avesse come colonna sonora questa maestosa elegia, allora spero di esserci quando verrà.

domenica 1 aprile 2012

BAKER GURVITZ ARMY "The Baker Gurvitz Army" (Vertigo, 1974)


Non si va a parlare di un disco epocale. Anzi, forse di un’occasione perduta.
Nelle precedenti esperienze artistiche i Gurvitz brothers (Adrian, chitarra, già nella palestra dei Savages di Screaming Lord Sutch a soli 16 anni e Paul, basso, ex-parrucchiere nella cittadina di Ilford deciso a tutto pur di campare con la musica) erano sembrati assai (h)arditi ed era lecito attendersi che, dopo i luminosi segnali lanciati con Gun prima e Three Man Army dopo, il loro percorso avrebbe fatto un ulteriore salto in avanti una volta incrociata la traccia di uno che, spirito zingaro per definizione, di strade avventurose ne stava praticando parecchie e anche di particolarmente inusuali: stiamo parlando del batterista Peter Edward “Ginger” Baker, inglese di Lewisham (Londra Sud) ma con piantati in faccia gli stereotipi somatici del più classico degli irlandesi.
Il problema dei Gurvitz (che ormai erano tornati ad utilizzare il loro vero cognome scartando il temporaneo e più anglofono Curtis) era che avevano centrato il successo al primo colpo già nel ’68 con il singolo “Race With The Devil” sotto il moniker Gun, sorta di metal antesignano poi coverizzato da Judas Priest, Girlschool, Black Oak Arkansas… “Un po’ troppo presto”, direbbe pur esultando il tifoso sportivo quando la propria squadra segna nei primi minuti di gioco presagendo però il rischio di vederne perdere gran parte della spinta adrenalinica per il resto della partita. Di fatto a quel buonissimo responso i due fratelli  non riuscirono più a dare un adeguato seguito tanto che “Race With The Devil” rischiava di diventare la loro maledizione.
Ai loro occhi dunque, e a quelli del management, anche in virtù del fatto che da pochissimo il batterista Tony Newman li aveva lasciati per cedere alle lusinghe di David Bowie, “Ginger” Baker oltre all’intrigante combinazione musicale portava con sé anche il miraggio di una straordinaria visibilità.
L’incontro tra le parti avvenne allo Speakeasy Club di Londra per intercessione di Bill Fehilly (a quel tempo manager dei Gurvitz ma già – da buon scozzese – al servizio di altri figli diretti degli antichi Caledoni come Nazareth e Sensational Alex Harvey Band), un uomo che pur di garantire Baker alla causa ne divenne quasi il tutore/amico/maggiordomo dedicandosi in tutto e per tutto alle sue problematiche e assecondandone fin dove possibile anche molti capricci.
L’album omonimo d’esordio invece e, più in generale, tutta l’esperienza della Baker Gurvitz Army si accodano troppo remissivi alla fase declinante dell’era d’oro dell’hard rock senza riuscire ad imporre un marchio di grande personalità nella scena musicale del periodo e soprattutto senza saper definire concretamente la rotta stilistica del proprio sound.
La cosa buona di quegli anni è tuttavia la garanzia che, anche a fronte di un disco non ben focalizzato, raramente ci si può imbattere in musica che non offra comunque spunti interessanti, che non sia suonata come Dio comanda o che sia solamente spiccio espediente per sbarcare il lunario.
In ritardo rispetto ai pruriti hard più infuocati ma troppo in anticipo per capire tutta la voglia distruttrice che avrebbe attraversato il movimento punk, la Baker Gurvitz Army rimase colpevolmente a mezza strada, incapace da un lato di aggiornare la propria identità blues ormai demodé e dall’altro anche di accettare la sfida di qualche sperimentazione dal forte imprinting. Il suono venne così annacquato da una brodaglia di arrangiamenti spesso pacchiani che suonarono senza dubbio già datati al momento della loro pubblicazione e soprattutto da un’assenza di direzionalità che faceva perdere troppo facilmente le tracce della band all’interno di un mercato musicale da sempre abbastanza bisognoso di etichettare e configurare i suoi “prodotti”. A nozze ci andò pertanto la critica che già non vedeva l’ora di prendere a calci nel sedere le incartapecorite icone di quei “dinosauri” del rock, considerati fossili appena passata la trentina.
Valutata sia l’eccellenza assoluta dei tre Lp targati Three Man Army, con medaglia al valore per il secondo “Mahesha” (1972) che rimane un esempio fulgido di hard rock chitarristico ben intinto nel paiolo del blues, sia la propensione alle contaminazioni di Baker, veniva spontaneo aspettarsi da quel connubio una sostanziale sverniciata al genere e lo sfondamento di qualche nuova frontiera nella direzione di un hard blues che uscisse finalmente dagli stilemi del passato (ad esempio quello che pressappoco nello stesso periodo seppero fare bene i Tempest di Jon Hiseman).
In quest’ottica sì, è vero, “The Baker Gurvitz Army” rimane un po’ una delusione per quello che avrebbe potuto essere e invece non è. Però il disco è il documento artistico attraverso cui oggi possiamo rileggere l’incontro di tre musicisti di valore assoluto e mantiene integro tutto il rispetto che quell’occasione meritò.
Il Lp venne registrato ai Ramport Studios di Battersea a Londra (la vecchia chiesa di Thessaly Road “convertita” in sala d’incisione), studi particolarmente cari ai Thin Lizzy ma di proprietà degli Who che solo un anno prima ci incisero il monumentale “Quadrophenia”.
Bella evocativa la copertina, un’illustrazione dell’americano Joe Petagno che su uno scenario in bilico tra il fantasy d’ispirazione medievale e quello “post-atomico” fa avanzare l’Armata (il primo che dice Brancaleone, lo metto dietro la lavagna!) in sella a destrieri su un terreno coperto da una nebbiolina a pelo radente mentre sullo sfondo di un cielo tetramente rossastro si levano alte colonne di fuoco da agglomerati di costruzioni stilizzate in modo fantascientifico. E’ da lì che proviene il drappello dei cavalieri, chissà se sono gli unici superstiti dell’incendio oppure, più probabilmente, coloro che hanno appena messo a ferro e fuoco la città intera. Il disegno li riproduce con precisione fotografica, impellicciati mentre dalle loro bocche escono flebili nuvolette di vapore: sono proprio loro, Ginger, Paul e Adrian, più un quarto misterioso figuro senza volto che rimane qualche passo più indietro (magari è John Norman “B Normal” Mitchell, il tastierista aggregato alla band su questo primo disco che però non riuscì a guadagnare i galloni del parigrado rispetto ai tre comandanti in pectore). I loro cavalli hanno un che d’infernale (occhi rossi, denti aguzzi, orecchie appuntite) ma ancora niente a che vedere con lo spaventoso grugno dello Snaggletooth, mascotte dei Motorhead che farà il suo esordio nel ’77 sulla copertina dell’omonimo disco della band di Lemmy, sempre uscita dalla matita dello stesso Petagno (che tra gli altri aveva già disegnato “Two” per i Three Man Army, “High On The Hog” per i Black Oak Arkansas, “Sufficiently Brethless” per i Captain Beyond, “Rampant” per i Nazareth e che realizzò anche il logo dell'etichetta zeppeliniana Swan Song pur riadattando un dipinto dell’americano William Rimmer).
Lascia ben sperare e ci piace un sacco l’intro di “Help Me”, dove i sintetizzatori, il pianoforte e le rullate sui tom creano un incipit alquanto epico che strutturalmente richiama le assai più note “White Room” dei Cream e la citata “Race With The Devil” dei Gun; all’ingresso drammatico subentrano strofe nervosette dove la voce solista somiglia all’Ozzy Osbourne meno invasato, quello che insomma ascolteremo poi su “Technical Ecstasy” e “Never Say Die!”, e poi un refrain ispirato e romantico. Per chi ancora non conosce Adrian Gurvitz, eccolo librarsi nel primo assolo, breve ma alquanto chiarificatore circa ciò che “Basettone” sapeva fare. Chiusura affidata allo stesso tema lirico del principio, stavolta anche con interventi vocali, per quello che a mio avviso rimane il miglior brano di sempre scritto dal gruppo.
“Love Is” è uno strumentale jazz-rock di poco inferiore ai tre minuti che lavora sullo stretto di un riff segaligno e sul tempo spezzato che permette a Ginger di mettersi in mostra; peccato che il brano sia enfatizzato senza ragione da orchestrazioni che alla fine suonano troppo ridondanti, quando invece il serrato dialogo chitarra-batteria non aveva bisogno di altri interlocutori.
Dopo un’introduzione strumentale eccelsa (che tornerà a metà e a fine brano) costruita su accordi lunghi e riempita dai virtuosismi di Adrian, “Memory Lane” reca forte nelle strofe il sigillo Cream ma per il paragone prescindere da quel drumming così caratteristico è forse quasi impossibile; Baker sembra tornato a casa con una gran voglia di suonare e i fratelli Gurvitz gli lasciano volentieri ampi spazi per sbizzarrirsi (vorrei anche vedere! Avevano concesso opportunità solistica anche a Louis Farrell in “Take Off” sull’omonimo dei Gun, come potevano negarla al fulvo eroe di Neasden?): nell’assolo di batteria centrale si riconosce bene la folgorazione di Baker per i batteristi anni ‘50, ma Ginger suona con una battuta e una fisicità che il swing non possedeva. Per dirla con un mezzo slogan, Ginger ha il polso jazz ma è rock tutto il resto del suo braccio.
I primi tre brani sono un bell’impatto, niente da dire. La formula è un compromesso credibile tra l’hard rock della chitarra e accenti ritmici che invece quel linguaggio “hard” cercano di parafrasarlo totalmente. Se il disco tenesse questo standard per tutta la sua durata, se diritta fosse la barra del timone, senz’altro “The Baker Gurvitz Army” già a quel tempo sarebbe stato salutato in maniera assai diversa. E’ invece da qui in poi che l’album perde qualche giro di troppo.
“Inside Of Me” inizia con passo meno arrembante e frasi di chitarra slide che ne  “americanizzano” l’orizzonte, ma il brano prova a contrapporci bridge e refrain che invece derivano più direttamente dall’esperienza conclusiva del pop sinfonico inglese, con orchestrazioni però troppo ampollose anche se è innegabile che ai due Gurvitz quegli arrangiamenti piacessero davvero (erano pur sempre i figli di Sam Gurvitz, road manager degli Shadows, qualcosa di quel suono gli sarà per forza entrato nella testa!); però se al tempo dei Gun, visto si parla di un lustro prima, qualche retaggio neoclassico di tardo beat era in parte ammissibile, nel ’74 significava essere arrivati... “un po’ troppo lunghi”. L’assolo di chitarra, non lontano da certe cose di Gary Moore, salva l’intera canzone.
Mielosità imbarazzante per la successiva “I Wanna Live Again”, un lento soul tutto impostato sulle linee del cantato e delle backing vocals che prorompe in un ritornello che sarebbe calzato a pennello per Vittorio De Scalzi e i New Trolls; per i cori non si bada a spese e per aiutare il buon Gurvitz si convoca un poker d’assi di singers assai in voga in quel periodo, ovvero le americane “adottate” Madeline Bell e Rosetta Hightower, più Liza Strike e la scozzese Barry St. John, sommando i cui singoli crediti in un unico curriculum si ottiene una lista infinita che vede in calce gli altisonanti nomi di Rolling Stones, Pink Floyd, John Lennon, Elton John, Joe Cocker, Rod Stewart, Jeff Beck ed anche le registrazioni su disco del “Jesus Christ Superstar”.
Ci vuole a questo punto una bella puntura d’insulina e il trio ci prova con la lunga e bizzarra “Mad Jack” dove si viaggia in territori molto più personali e sul cui felpato giro di basso Baker non sa rinunciare a fare un cammeo vocale con il suo accento cockney mutuato dalla pronuncia difettosa (gli mancavano gli incisivi) e a raccontarci la storia realmente accadutagli in una corsa automobilistica in Africa, il rally di Argungu in Nigeria svoltosi nel febbraio di quello stesso anno su una Range Rover appiedata all’ultimo giorno per la rottura dell’asse: ad un refrain tipicamente sixties, quasi bubblegum, segue un’arzigogolata e trascinante parte strumentale in chiave funky dove le tastiere (sintetizzatori e piano elettrico) giocano a farla da padrone; poi più avanti è la chitarra di Adrian a battagliare contro lo stridore di alcuni effetti motoristici quali la derapata che Ginger volle registrare nella strada davanti ai Ramport Studios mentre in frenata faceva ruotare di 180° la sua Jensen color argento, creando un parallelismo evidente con la narrazione del testo.
“4 Phil” è un jazz-blues inizialmente abbastanza canonico (più blues che jazz), dove il piano offre un contrappunto non certo secondario e su cui Adrian Gurvitz si prende con personalità le luci della ribalta. Dedicato al talentuoso batterista jazz Phil Seamen, uno dei primi riferimenti di Ginger e poi assieme a lui nell’esperienza Air Force (che il 13 ottobre del ’72 era spirato nel sonno a soli 46 anni nella sua casa di Lambeth, sud di Londra, pagando carissimi gli smodati consumi di alcool ed eroina) è un brano strumentale, come a dire che le parole qui non servono e il lirismo è tutto affidato alla chitarra, alla sua commossa emanazione di feeling. Il finale subisce poi un’impennata ritmico-armonica che lì per lì sembra occhieggiare al famoso stacco di “Badge” degli stessi Cream ma che richiama anche un po’ “Layla” di Derek And The Dominos (insomma, c’è sempre Mano Lenta di mezzo…), ma l’idea sfuma troppo presto per arrivare ad una definizione di senso compiuto.
“Since Beginning” dura otto minuti e si barcamena tra intendimenti progressivi e un ritmo jazz-rock à la Colosseum II, mirabili intarsi delle parti cantate, quasi da coro polifonico, la tipicità delle “tribali” rullate griffate Baker, ennesimi preziosismi chitarristici e sintetizzatori a infiorettare il tutto, prima di autoconcludersi in un finale molto “free” che immaginiamo assai più lungo di quanto il taglio deciso poi in sede di mixaggio lasci ascoltare.
La Baker Gurvitz Army non si fermò a quell’esordio. Arruolò subito il cantante Mr. Snips dagli Sharks (anagraficamente rintracciabile come Steve Parsons) e il tastierista Peter Naphtali Lemer e nel biennio successivo sfornò altri due lavori, “Elysian Encounter” e “Hearts On Fire” (questo senza Lemer). Nella band cominciò però a marcarsi qualche divergenza tra Baker e Adrian, di cui Ginger soffriva la tendenza a suonare ad alti volumi (tra i due correvano anche 10 anni di differenza!); di fatto però l’irrequieto batterista smaniava per nuove avventure, non soltanto musicali, perché ormai era conclamata la sua infatuazione per il polo tanto che praticarlo era, a detta sua, l’unica cosa che in quel momento lo faceva essere felice.
Poi avvenne che nel luglio 1976 un bimotore Piper Aztec in volo da Blackpool a Perth, complice probabilmente l’inesperienza del pilota che aveva ottenuto il brevetto soltanto tre mesi prima, si schiantò sui monti delle Highlands Scozzesi portandosi via la vita del manager Bill Fehilly e di suo figlio.
Annotazione a margine: il testo della canzone “No Complaints Department” della Sensational Alex Harvey Band, inclusa nella primissima edizione di “Rock Drill” (1978) recita così: “Saw my best friend die in a plane crash / my brother was killed on the stage / So don’t be upset if I’m angry / and seem in some kind of rage”. Ebbene, il “fratello ucciso sul palco” è ovviamente il chitarrista Les Harvey degli Stone The Crows, fulminato da una scarica elettrica il 3 maggio del ’72 durante il sound check allo Swansea’s Top Rank Ballroom, mentre il “miglior amico morto in un incidente aereo” cui Alex Harvey si riferisce è proprio il manager Bill.
La morte di Fehilly spaccò definitivamente la coesione all’interno dell’Armata e Ginger ricadde nella spirale dell’eroina, tralasciando la musica e dedicandosi appunto all’amato polo.
E’ vero, ho raccontato di un disco che non è tra i miei preferiti di sempre. Però l’occasione di poter accennare alla leggenda “Ginger” Baker era troppo ghiotta.
Di lui Neil Peart dei Rush disse: “Ogni batterista rock in qualche modo è stato influenzato da Ginger. Anche se non lo sa”.
Nel momento esatto in cui Baker si sistemò dietro la sua Ludwig doppia cassa, seppe dare alla batteria una statura totalmente nuova. Apportò il suo stile, non rivoluzionò la tecnica e il modo di suonare, ma con lui il batterista assurse al ruolo di protagonista smettendo i panni del semplice accompagnatore. E se al tempo dei Cream – come venne scritto sui muri londinesi – Clapton era Dio, beh… tutti sapevano di dover cominciare a fare i conti anche col Diavolo!
Qualche giorno fa riguardavo le interviste sul dvd della reunion live dei Cream del 2005: Ginger sembra il nonno stronzo, bisbetico nel midollo, che parla lento e profondo, che solleva il sopracciglio per fare l’occhio luciferino, il nonno caustico che fuma a tavola, che fa gli scherzi cattivi ai nipotini, che ghigna cinico sulle disgrazie che passa la TV…
Solo di recente, indagando un po’ sui suoi anni vissuti in Toscana a coltivare olivi (e a fuggire le pressioni del fisco britannico), ho scoperto che Ginger ha abitato in una colonica a Monte Morello appena sopra Firenze, a pochi chilometri da casa mia. Mi rammarico solo di aver avuto poco più di 10 anni in quel periodo – primissimi ’80 – e quindi di aver perso l’occasione di andarlo a cercare. Solamente per una stretta di mano, deferente e rispettosa. Anche un po’ impaurita.
Mi rimane la buffa sensazione di aver condiviso per diverso tempo con lui lo stesso identico cielo, ignorandolo.
Un mito a portata di mano… Non capita spesso.