martedì 20 marzo 2012

PAVLOV'S DOG "Pampered Menial" (ABC, 1975)


Credo accadde intorno ai 17 anni. Dopo la teen-ageriale, un po’ scontata e soprattutto oltranzista infatuazione per i Queen (di cui comunque vado tuttora fiero!), stavo giusto allora cominciando ad allargare lo spettro delle conoscenze in ambito musicale, tenendo dietro ad una sempre più netta propensione per il rock duro. Ma in una fase in cui - si parla di fine anni ’80 - il metal più in voga, quello probabilmente ritenuto più vendibile e quindi degno di interesse, sembrava tutto immagine e muscolarità, ecco che per quanto concerneva gli approfondimenti in materia ci si muoveva a fatica e con circospezione in un settore mediatico che era ben lontano dal proiettare il proprio occhio di bue su quanto di bello era stato invece creato agli albori del decennio precedente. I nostalgici eroi del giornalismo rock erano pertanto asserragliati nella loro cittadella del sapere (all’interno di redazioni che magari li soffrivano pure…), attaccati un po’ da ogni parte dal “nuovo che avanzava”, messi al confino da un embargo senza rispetto: un sacro ordine strenuamente disposto alla difesa di un patrimonio culturale che rischiava addirittura la dissipazione. Pertanto la divulgazione delle informazioni in retrospettiva assumeva sempre più il contorno fantastico della tradizione orale: il favoleggiamento di un’epoca aurea che mai sarebbe tornata, elargito per via di racconti a bassa voce presso pochi intimi riuniti attorno al focolare, fatto attraverso sussurri all’orecchio di rari eletti. Sì, eroi del giornalismo rock, ribadisco.
Così mentre il vate Beppe Riva, Mario Giugni, Giancarlo Trombetti, Giorgio “Roger” Onetti, Gianni Della Cioppa ed altri sovversivi proseguivano nella loro opera di sotterranea e ostinata promulgazione delle antiche arti e la bibliografia musicale (capirai… alcuni titoli della collana Gammalibri, qualche tascabile delle Edizioni Blues Brothers) occupava giusto mezzo scaffale nel sottoscala della libreria più importante della mia città, qualche altro spiffero poteva venire in soccorso di una sana e refrigerante ossigenazione in modo del tutto casuale, nel mio caso i vinili originali dello zio Rossano.
Non solo. Perché ricordo benissimo l’eccezione di quel compagno di classe, il desaparecido Badiani con cui in tutto avremo condiviso sì e no una ventina giorni di carriera scolastica (per impegni alternativi che ad entrambi, diciamo, impedirono una frequentazione delle lezioni molto… assidua), che una mattina, tutto sulla fiducia, mi volle prestare in una botta sola tre dischi molto diversi tra loro ma che avevano fin dai disegni di copertina e dai nomi dei gruppi un evidentissimo denominatore comune: il fascino.
I tre album in questione erano l’omonimo High Tide (1970), “Pawn Hearts” dei Van Der Graaf Generator (1971) e “Pampered Menial” dei Pavlov’s Dog (1975). Hai capito, il Badiani, con quali tesori sotto braccio se ne andava in giro! Ancora ero un po’ troppo acerbo per apprezzare a pieno i primi due dischi: ne subii l’incanto ma a loro dovetti dare appuntamento un po’ più in là negli anni. Invece il terzo titolo ebbe presa immediata. Oggi me lo spiego meglio: la cerebralità di Peter Hammill rimaneva talvolta ostica anche agli iniziati, figuriamoci per un ragazzino alle prime armi, mentre la chitarra di Tony Hill, contorta e distorta fino allo spasimo, metteva in moto incubi che al tempo era meglio lasciar soggiacere ancora un po’: Van Der Graaf e High Tide erano due modelli differenti di una simile sensibilità artistica, colta e problematica, erano due cervellotiche, sinistre tipicità di un modo di concepire la musica assolutamente anglosassone. Ovvero complesso, gotico, intellettuale e avanguardistico. Di meno, il progressive inglese non riusciva proprio ad essere. “Pampered Menial” invece, oltre ad essere stato editato qualche anno in ritardo, aveva un vantaggio non da poco riguardo alla sua maggiore facilità d’ascolto: proveniva dall’altra parte del globo, era un disco americano. Benché lo strambo nome del gruppo richiamasse il celebre esperimento del fisiologo russo Ivan Pavlov (e la conseguente teorizzazione del riflesso condizionato che gli valse il premio Nobel nel 1904), la band firmataria di quel 33 giri proveniva da St. Louis, Missouri, città dove per la verità attecchirono meglio fenomeni musicali diversi come il jazz e il blues. Si formò attorno alla figura del batterista Mike Safron e si compose di ben sette elementi tra cui forse il nome più noto era quello del chitarrista Steve Scorfina che, pur senza incidere alcunché, poteva raccontare di aver preso parte ad una delle primissime incarnazioni dei Reo Speedwagon. Pur di tenere assieme nel gruppo ogni possibile risorsa, anche a costo di destinare a qualcuno uno strumento diverso da quello abituale (è il caso di Doug Rayburn, amico bassista di Safron, a cui venne affidato il mellotron e occasionalmente il flauto pur di non precludersene la creatività dato che il ruolo al basso era già stato coperto con Rick Stockton), i Pavlov’s Dog si strutturarono appunto con ben due tastieristi (il citato Rayburn e David Hamilton), due chitarre (l’ottimo Scorfina in lungo e in largo, David Surkamp a supporto e parziale interazione) e – crepi l’avarizia! – finanche un violinista di stampo classico nella persona di Siegfried Carver (che più in là nel tempo recuperò il suo vero nome, Richard Nadler, lasciò la musica e divenne un attivista politico decisamente appassionato prima di spengersi all’età di 60 anni nella sua casa di Kansas City il 30 maggio 2009). Curiosa infine la casualità dell’arruolamento di quello che poi si sarebbe rivelato il pezzo forte della band, ovvero David Surkamp che presentatosi all’audizione come chitarrista fu gentilmente accompagnato alla porta ma che, prima di andarsene, chiese: “Posso cantare una canzone?”. Fece “The Wizard” dei T. Rex, ammutolì tutti quanti e non uscì più da quella stanza, almeno non senza la garanzia di essere il cantante dei Pavlov’s Dog!
Originariamente “Pampered Menial” uscì per la ABC Records agli inizi del ’75 e si avvalse della produzione del duo Sandy Pearlman e Murray Krugman, prestigiosi mentori dei Blue Oyster Cult e in quel periodo già con le mani in pasta nella gestione dei Dictators, tant’è che il gruppo di lavoro attorno alle registrazioni del Lp è grosso modo il medesimo che aveva fissato su disco i suoni delle due band dell’area newyorkese.
I Pavlov’s Dog però, per motivi mai ben chiariti (giacché da solo non può bastare il mancato successo di quell’esordio), vennero scaricati quasi subito dalla compagnia ed è a quel punto che assurse a protagonista il manager Ron Powell, di cui oggi viene detto fosse più portato a scommettere sui cavalli che non sui cantanti, il quale fu comunque astuto a risolvere con grande sveltezza la delicata impasse che seguì la brusca rottura del rapporto contrattuale con la ABC tanto da rimediare un nuovo deal altrettanto lautamente remunerativo con il colosso CBS-Columbia, che subito rimpacchettò l’album e lo diede di nuovo alle stampe; alcuni membri del gruppo, masticando amaro, dicono addirittura che Powell riuscì a raggirare le due diverse case discografiche strappando simultaneamente ad entrambe la firma per la stessa band e lo stesso disco, ma qui siamo davvero ai confini del leggendario (se è per quello Surkamp racconta addirittura che Powell sia stato rinvenuto cadavere pochi anni fa in un vicolo di Chicago, crivellato da colpi di arma da fuoco, ma anche questa – non avendone trovato nessun riscontro – ci pare una notizia fatta circolare ad effetto per colorare di sinistro alone il tormentato rapporto della band col suo manager e per dar fondo a tutta l’acrimonia per gli introiti mai corrisposti).
Tra le due uscite discografiche (febbraio per la ABC, estate per la Columbia) rimane solo qualche differenza grafica, rintracciabile nel diverso taglio dell’immagine di copertina, nei toni virati seppia della prima e quelli grigi della seconda, e soprattutto nell’inside cover dove ai ritratti caricaturali dei musicisti presenti sull’edizione ABC vennero preferiti sette occhielli fotografici in cui a turno ogni componente della band fu immortalato con in braccio Horace, un paziente bull terrier. [La copertina in testa a questo articolo è quella targata CBS, anche se tra parentesi abbiamo lasciato i termini della prima uscita discografica ufficiale].
“Pampered Menial” si apre con la musicalità esagerata di “Julia”, melodie romantiche sostenute da piano, mellotron e flauto, da cui s’innalza subito la clamorosa voce androgina di David Surkamp col suo vibrato drammatico e le sue note altissime; per paradosso fu proprio l’eccesso di questa voce incredibile, da un lato così caratterizzante, a precludere in parte il successo ai Pavlov’s Dog: una voce che faceva gridare al miracolo critici e cultori ma che veniva giudicata troppo sopra le righe da chi governava le vie dell’etere e gestiva le programmazioni radiofoniche. Di Surkamp scrisse una mirabile definizione un giornalista del tempo: “Un chierichetto che si è fatto di anfetamina”. A molti quel timbro ricordò Geddy Lee, più tardi qualcun altro ci accostò Steve Perry dei Journey, ma qui si vola ancora più in alto; un paragone che mi sembra tenere abbastanza è quello che accosta Surkamp ad un altro singer poco conosciuto, Woody Leffel dei Granicus, che in ambito più schiettamente hard rock ebbe un problema simile ovvero quello di risultare talmente soverchiante sulla musica del rispettivo gruppo da riuscire difficilmente amalgamabile. Come dire, quasi un superomismo vocale inconciliabile con la terrenità della musica rock, un fuori quota che rischiava finanche di “stonare” nel suono d’insieme. L’assolo di flauto a metà brano è opera di Hubert Laws, strumentista di colore dal pedigree jazz e classico e dal carniere zeppo di collaborazioni prestigiose, che però non trovò soddisfacente nessuna delle circa dieci/dodici esecuzioni di quel suo intervento; ai ragazzi della band disse che potevano tenersele tutte e anche pubblicarle ma guai a loro se avessero inserito il suo nome nei credits (“Se lo fate, vi cito in giudizio”). Fu accontentato.
Dovessi dire un po’ alla rinfusa quello che del disco, oltre all’opener “Julia”, trovai da subito irrinunciabile, menzionerei d’obbligo l’attacco epico di “Song Dance”, il suo rapido scivolare in una tensione pianistica dal flavour orientaleggiante prima di attestarsi su un riff hard bello cadenzato; magari l’organo in stile Procul Harum e la bellissima aria sulle strofe di “Fast Gun”; oppure le vicinanze ai Kansas nell’introduzione di “Natchez Trace” che più avanti spolvera invece un piano rhythm’n’blues e mette in tensione tastiere e violino, ovvero proprio quello che in forma ancora un po’ vaga stava nei programmi e nella mente di Mike Safron al momento di formare la band: un rock d’insieme che muovesse dall’energia del r’n’b ma che si arricchisse di arrangiamenti più stratificati e sostituisse i fiati con l’abbraccio caldo dei violini; o ancora “Theme From Subway Sue” che, timbro vocale diametralmente opposto a parte, mi è sempre sembrata vicina alle corde della nostrana Locanda Delle Fate, per la simile tipologia di progressive diluito in melodie avvolgenti e ritmicamente sempre fluido (un rapporto che individuo soprattutto nelle strofe e nel refrain, meno nel finale dove il crescendo ha una forza quasi “live”); “Episode” nella sua interezza con Surkamp che rasenta le nuvole e la band al servizio della sua interpretazione; il rinascimentale-barocco dell’intermezzo strumentale “Preludin” con ancora richiami forti ai Kansas di Livgren e Walsh (guarda guarda, un altro nato a St. Louis…); l’insolito break centrale con piano honky-tonk e cantato un po’ demenziale (dove all’improvviso sembrano materializzarsi i Tubes!) a spezzare la lirica teatralità della conclusiva “Of Once And Future Kings” in cui Surkamp (ancora non ci fosse bastato) affonda la lama affilatissima della sua voce ben dentro al nostro cuore sfidando l’impasto del mellotron e l’elettrica di Scorfina finalmente libratasi in un assolo più esteso.
Il disco dura poco più di mezz’ora ma sfrutta appieno ogni minuto per dare risalto al suo afflato melodico, ben bilanciandosi tra il gusto per la raffinatezza e l’energia dell’esecuzione rock: ne esce un progressive gentile ed elegante, ritmicamente semplice, che rifugge le elucubrazioni, le nevrosi e i tormenti di quello sviluppatosi un lustro prima di qua dall’oceano; “Pampered Menial” offre sì, un ampio spettro di strumenti utilizzati, una multiformità di suoni e un’evidente cura negli arrangiamenti corali (tutte caratteristiche care al genere) senza però andarsi ad ingarbugliare nella prolissità di certe dinamiche o scervellarsi nella stesura di strutture compositive troppo complicate, tanto che solo un brano è di poco superiore ai cinque minuti.
Qualche accenno pomp lo si può senza dubbio individuare ma i Pavlov’s Dog sanno suonare melodici senza sbracarsi negli eccessi, in questo sì molto vicini ad un gusto più europeo, ad una misura più composta e tipicamente “anglosassone”.
Così come anglosassone (di Sevenoaks, nel Kent) e più calato nelle tendenze virtuosistiche del progressive fu anche il batterista che la produzione pensò di inserire nella line-up per la realizzazione del secondo disco, “At The Sound Of The Bell”, in luogo dell’originario Mike Safron che aveva invece un’attitudine, l’immagine e soprattutto un tiro assolutamente rock (nel periodo appena pre-Pavlov’s Dog era infatti nella band di Chuck Berry e la canzone più dura del Lp, “Song Dance”, è a firma sua): un batterista – si diceva – , quello inglese, che era già un’autentica icona e che nelle intenzioni di Ron Powell e dei discografici avrebbe garantito alla band la necessaria “luminosità” all’interno dello stardom mondiale: Bill Bruford (Yes, King Crimson, Roy Harper)!
E anglosassone è anche la provenienza della grafica che adorna “Pampered Menial”, visto che copertina, inside e back-cover riproducono le stampe di tre opere (“Low Life” in fronte, “Highland Music” nell’interno e “High Life” per il retro) del londinese Sir Edwin Henry Landseer, artista vissuto nell’800 e molto popolare in patria soprattutto per aver disegnato le sculture dei quattro leoni in bronzo ai piedi della colonna dedicata all’ammiraglio Nelson in Trafalgar Square. Una curiosità ulteriore (direi più per autentici maniaci piuttosto che per i completisti…) sta nel fatto che almeno un’altra celebre opera di Sir Landseer – anzi diciamo meglio, la pedissequa copia di una sua opera – fa mostra di sé su una copertina rock: si tratta del maestoso cervo tratto dal dipinto “The Monarch Of The Glen” che troneggia sulla cover di “Twelve Point Buck” (1989) dei Killdozer, massacrante band noise-hardcore del Wisconsin.
“Pampered Menial” è un disco cui non aggiungo niente di nuovo alle informazioni di chi già lo conosce; ma ne caldeggio l’ascolto a tutti coloro ai quali fosse sfuggito perché magari un po’ fuori dalle correnti maggiori, perché distante geograficamente e cronologicamente dalla grande ondata del primo prog: si tratta di un momento di grandissima ispirazione musicale, talmente rara e occasionale da essere già volata via l’anno successivo al tempo del secondo “At The Sound Of The Bell” che non ne avvicinerà affatto la gloria. Un episodio di sontuosa intensità, dove il pathos avviluppa le canzoni senza stuccare, dove il progressive non è mai ampolloso o ingessato come nelle sue peggiori occasioni. E anche un disco “culto”, se si vuole, di quelli che fa vezzo dimostrare di conoscere…


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