giovedì 1 marzo 2012

BADGER "One Live Badger" (ATCO - Atlantic, 1973)


Credo interessi a pochi la disputa se questo sia un album di progressive rock (dove da sempre, pur con dovuti distinguo, è stato inserito) o meno. La questione a mio parere è più semplice. Questo è un album bello da ascoltare. Punto. Un album datato, assolutamente figlio (o nipote, quel che volete) del suo tempo, ma bello da ascoltare. Non si pretendano da questi solchi innovazioni sonore straordinarie né si chieda un’attualità di contenuti a brani che sono orgogliosamente ancorati al periodo in cui vennero concepiti. Un album per appassionati nostalgici e per tutti coloro che con attenzione e sensibilità retrospettive intendono oggi andarsi a rileggere care vecchie pagine di rock. Un album che curiosamente sfugge anche alle normali logiche produttive lasciando che il debutto discografico della band sia un disco dal vivo; una registrazione quasi casuale, eseguita (il 15 e il 16 dicembre del 72’) più che altro per tarare i suoni delle incisioni vere e proprie, ovvero quelle programmate per la band il cui nome campeggiava in calce sul cartellone di quello stesso tour: gli Yes. Dietro una copertina molto “(pop) romantica” del genio Roger Dean (due tassi che fanno capolino in un ambiente completamente innevato sbucando appena fuori dalla tana ricavata nel tronco di un albero per uno dei suoi disegni più belli e poetici), si nasconde in verità una musica che con il progressive da definizione di manuale non ha poi tutti questi legami: forse l’estensione dei brani, tutti a parte uno attestati sui 7 minuti (ma è più una conseguenza delle classiche dilatazioni che le canzoni subivano in sede live piuttosto che di un modo di comporre molto strutturato), e magari il variegato utilizzo dell’impianto tastieristico. Però se i Badger, con annesso qualche imbarazzato colpetto di tosse da parte dei puristi, vengono accorpati nel calderone del rock progressivo molto deriva dal fatto che sono il gruppo di Tony Kaye, il primo tastierista degli Yes, relegato in secondo piano nella memoria dei fans dall’appariscenza del suo sostituto Wakeman e fuoriuscito appena in tempo per perdersi i fasti del loro lancio internazionale. A ben guardare, non è il solo trait d’union con la band che a settembre del ’72 aveva fatto uscire “Close To The Edge”: fatto già il nome del disegnatore in comune, Roger Dean, ci si aggiunga anche quello del manager, Brian Lane, che gestiva gli interessi di entrambi i gruppi; ribadito appunto che “One Live Badger” fu registrato dal vivo al Rainbow Theatre di Londra proprio quando i Badger suonavano di spalla agli Yes (che infatti dallo stesso tour ricaveranno il mastodonte “Yessongs”), si dica che oltre a Geoffrey Haslam a produrre il disco mise mano anche Jon Anderson, e si riferisca infine che il bassista David Foster era stato co-autore di due brani tratti da “Time And A Word” e che con Anderson aveva condiviso la giovanile esperienza The Electric Warriors (più spesso per brevità chiamati The Warriors) assieme ad un altro protagonista del movimento prog, il batterista Ian Wallace poi deceduto per tumore nel febbraio 2007. Alla batteria c’è Roy Dyke di Liverpool, che si era fatto le ossa e il nome con i Remo Four e più tardi con Ashton, Gardner & Dyke e che in seguito (diamo una spruzzata di gossip!) sposerà l’irlandese Stacia Blake, la giunonica danzatrice che accompagnava nuda i concerti degli Hawkwind tanto da diventarne un’icona imprescindibile, mentre l’ultimo ad aggregarsi è il chitarrista Brian Parrish, nato ad Ilford nell’Essex col nome di Brian Morris e cresciuto artisticamente tra le file dei Titans, dei Londoners (poi ribattezzati The Knack ma senza alcuna associazione con i californiani di “My Sharona”) e nei New York Public Library. Spazio alla musica. “Wheel Of Fortune” introduce in maniera paradigmatica ai suoni che si ascolteranno nel corso dell’intero disco: giro di organo a vuoto e pronto attacco del resto della band sotto la spinta propulsiva del basso che Foster lancia al galoppo in chiave funky; a mascherare certi forti richiami ai Traffic e al cantato di Steve Winwood ecco l’utilizzo del mellotron nel refrain; la batteria suona dinamica e secca, raccorda con semplicità i diversi segmenti ed è il veicolo primario anche durante il bell’assolo di chitarra di Parrish, melodico, pulito, lucidissimo; la parte centrale accenna ad una breve jam un po’ incompiuta condotta su un interessante lavoro di basso prima del riallacciamento al tema della strofa; l’assolo di organo di Kaye, che dal vivo era stato svezzato quasi dieci anni prima (nel ’65) addirittura dalla stella Roy Orbison quando con i Federals ne supportò la tournée inglese, mostra con quanto gusto sappia suonare un pianista classico quando s’innamora del jazz e arriva poi a contaminare il proprio tocco con il feeling del rock e del rhythm’n’blues. Anche “Fountain” nella sua sezione mediana, grazie all’impulso costante e mai invadente di basso e batteria, lascia spazio solistico a Parrish e al moog di Kaye. Persino qui si ascolta un refrain molto “aperto”, dove il coro si dischiude libero ma non è nelle parti vocali che i Badger cercano l’originalità. Anzi, diciamo meglio, ai Badger dell’originalità sembra proprio non potergliene fregare di meno: questi quattro (ormai ex) ragazzi stanno semplicemente… suonando. Il suono come forma d’arte, o almeno come forma di comunicazione, di espressione. Un suono d’insieme che sia fluido ma razionale, che scaturisca da una scintilla d’intuizione iniziale ma che poi sappia sovrapporci una struttura, che sproni a battere il tempo ma che faccia lavorare d’ascolto, che sia emozione e logica, che diverta ed interessi al tempo stesso. Se il disco, sempre considerato si tratti di una registrazione live, mette in luce tutto ciò offrendo un ottimo bilanciamento delle parti deve  senz’altro esserne concessa nota di merito all’esperto lavoro in consolle di Martin Rushent, scomparso nel giugno 2011, ingegnere del suono il cui nome aveva griffato vinili mitici di T. Rex (“Electric Warrior”), Gentle Giant, Stone The Crows, l’omonimo Tonton Macoute, Fletwood Mac (“Future Games”), Groundhogs (il superbo “Hogwash”) e perfino l’edizione in studio di “Jesus Christ Supesrtar” di Lloyd Webber e Rice, e che sul finire dei ’70–primi 80’ si specializzò poi nella produzione del suono punk-new wave (d’altronde nessuno è perfetto, no?). “Wind Of Change” ad un ingresso apparentemente drammatico fa seguire strofe sbarazzine, punteggiate da brevi frasi di chitarra e cenni discreti d’organo, e un ritornello molto “americano” sul substrato ancora affidato al mellotron. In buona sostanza un altro esempio del perché Kaye non fosse più negli Yes: un problema di direzione musicale, una sorta di percorso inverso rispetto agli altri membri del gruppo. Lui che fin da giovanissimo aveva ricevuto l’impostazione rigida della musica classica, salvo scoprire invece tramite il jazz il linguaggio dell’improvvisazione fino poi ad arrivare al concetto di “destrutturazione” dell’alfabeto musicale, finì col trovare innaturale il ritorno a quelle origini che volutamente egli aveva ormai abbandonato; in quegli anni pertanto il suo avvicinamento alla semplicità del rock americano (al tempo non fece mistero della sua sbandata per i dischi di The Band, che erano canadesi, ma mischiarono con grande equilibrio country, rock e soul) andava proprio nella direzione opposta rispetto alle idee complesse, magniloquenti, pompose e stratificate di Squire, Bruford, Anderson e Howe. L’inamovibile affezione di Kaye al suono caldo e pastoso dell’Hammond divenne dunque un limite per gli orizzonti degli altri Yes che in Wakeman trovarono appunto un tastierista innovativo soprattutto dal punto di vista della strumentazione e più incline ad allargare lo spettro sonoro della band. “River”, a proposito di derivazioni “americane”, ha un tiro quasi boogie blues (salvo poi rimescolare tutto nel refrain e nel bridge successivo con soluzioni più tipicamente progressive affidate stavolta al piano elettrico) e sfoggia ancora l’impeccabile solismo di Parrish che contrassegna la grande progressione finale del brano. Se “The Preacher”, che porta nei credits la sola firma di Brian Parrish e che infatti proviene dall’esperienza che il chitarrista aveva condiviso con Paul Gurvitz (e Mike Kellie degli Spooky Tooth alla batteria) nei Parrish & Gurvitz, è il pezzo meno focalizzato del disco con una linea vocale particolarmente ingenua, la conclusiva “On The Way Home” è il brano più hard rock del Lp col suo riffone in bello stile Deep Purple, il ritmo cadenzato, le ispirate note di chitarra, il cantato espressivo e drammatico su un tappeto di mellotron, la lunga accelerazione in cui Kaye si riprende un sacco di rivincite dando saggio di quanto riusciva a fare con il suo Hammond e in ultimo il coro a cappella che chiude canzone, concerto e disco. Chi scrive ha la stessa età di questa registrazione. Non ci fate pertanto caso, né dateci troppo peso, se considero l’album alla stregua di un caro vecchio compagno di viaggio.

2 commenti:

  1. Mi sono imbattutto involontariamente in questo "pezzo" di rock raccontato...e dopo averlo letto tutto di un fiato mi è venuta una gran voglia di ascoltare questo LP io che di rock (quello vero!)non ho proprio dimestichezza! grazie per aver stuzzicato la mia curiosità in maniera così stimolante e complimenti per la capacità di creare interesse che non sembra proprio di un...semplice appassionato. BRAVO.

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  2. Vanni Jahier3 marzo 2012 01:30

    Accidenti, quanti complimenti!!! Credimi, li metto "in valigia" con grandissimo piacere.
    Ora temo soltanto che tu non trovi nel disco niente di ciò che ho provato a descrivere.
    Be', casomai, se lo vorrai sarà l'occasione per discuterne.
    Grazie mille davvero. Il tuo commento mi sprona a "riprovarci".
    Ciao.

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