martedì 21 febbraio 2012

THE SCREAMIN' CHEETAH WHEELIES "The Screamin' Cheetah Wheelies" (Atlantic, 1993)


Che la proposta di questo quintetto, originario di Nashville in Tennessee, non intendesse strizzare l’occhio alle più bieche leggi di mercato, lo si poteva derivare facilmente anche dallo strambo nome che il gruppo si era dato (l’ispirazione fu tratta da “The Far Side”, surreale striscia comica creata dal fumettista Gary Larson). In realtà, pur ignari della regola che quasi sempre nega fama e successo ad un moniker di non facile memorizzazione, gli Screamin’ Cheetah Wheelies dopo solamente un paio di anni di gavetta si fregiano del prestigioso contratto con una major, la Atlantic, e possono supportare addirittura il loro lavoro d’esordio (registrato ai famosi Ardent Studios di Memphis) con un videoclip per l’ottimo singolo “Ride The Tide” di cui ben ricordo i passaggi piuttosto insistiti anche qui da noi, quando esisteva ancora Videomusic e la rotazione dei video seguiva, nei limiti del possibile, criteri di maggior rilievo artistico.
Andando per sommi capi potremmo azzardare quali primarie influenze dei Nostri i nomi illustri di Allman Brothers Band, Little Feat, Trapeze (“Slow Burn” potrebbe essere cantata dal Glenn Hughes più ispirato), Cry Of Love, Black Crowes e forse anche Mother’s Finest ma il navigatore che volesse considerare queste come coordinate esatte potrebbe incontrare qualche difficoltà nella localizzazione dell’isoletta Screamin’ Cheetah Wheelies all’interno dell’oceanica mappa del rock. Il loro sound, a dire il vero estremamente personale e individuabile, unisce alla musicalità e al calore di linee tipicamente sudiste (vedi le settantiane “Ride The Tide” e “Moses Brown” o le solari melodie rock di  “This Is The Time”, “Sister Mercy” e “Let It Flow”) il piglio deciso di uno spiccato gusto hard-funky che invero manca nel pedigree delle principali band “confederate” (si ascoltino “Somethin’ Else”, “Leave Your Pride”, destinata a lunghe divagazioni in sede live, e il capolavoro a nome “Majestic”, fantasioso tour-de-force con un finale davvero emozionante). Detto peraltro che gli intrecci chitarristici di Bob Watkins e Rick White rammentano abbastanza da vicino gli amplessi elettrici ora di Allman Brothers ora di Lynyrd Skynyrd (la dura apripista “Shakin’ The Blues” li ricorda davvero e in tre minuti… “scuote” un po’ tutto, non solo il blues!), riconosciuto che la sezione ritmica sa dimostrarsi agile e versatile e che decisivi nell’economia del sound risultano alla fine i contributi all’hammond del produttore Paul Ebersold e dell’esterno Rick Steff così come le calzanti background vocals di Susan Marshall Powell (già intervenuta sul come-back dei Lynyrd Skynyrd, “1991”), occorre dire che l’autentico segno caratteristico della musica del quintetto sta nella voce di Mike Farris, singer dal timbro riconoscibile tra mille: la sua vocalità, irruente e a tratti quasi sgraziata, deborda di passione per il rock vero e sputa disprezzo per quella sorta di liofilizzazione che protegge la musica commerciale da qualsiasi sana… “alterazione”.
Questo disco contiene emozionalità al calor bianco; smuove le anime e i culi; stilla sudore; e soprattutto irradia tutta quell’energia che ad esempio gli osannati Black Crowes non hanno mai saputo mettere in un lavoro di studio.
Oggi Farris, incredibilmente affrancatosi dai demoni di droga e alcool (un’overdose rischiò di spedirlo diretto al creatore quando ancora non aveva vent’anni), si è librato più in alto rispetto alla "fanghiglia" rock, si è cavato fuori dalle paludose sonorità meridionali e, sicuro della sua classe infinita, sta dando sostanza ad una carriera solista tutta improntata sul rhythm'n'blues, sul soul e addirittura sul gospel. Seguitelo ovunque vada, qualsiasi cosa canti. Una voce che dà i brividi...

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