giovedì 9 febbraio 2012

ROSE TATTOO "Rose Tattoo" (Albert Productions, 1978)


Emersi discograficamente nel 1978 (ma in realtà attivi da diversi anni nel sottobosco dei night clubs di Sydney sotto diversa denominazione), i Rose Tattoo, come è accaduto per parecchie band australiane (basti guardare quel che successe agli AC/DC, saliti alla ribalta in ambito hard rock proprio quando i mostri sacri del genere, messi sotto dai vandalismi sonori del punk, erano scomparsi dalla scena o latitavano attraverso produzioni di dubbio valore artistico) sembrarono sempre fuori sincrono rispetto alle mode musicali via via in voga.
Benché anche degli AC/DC sia stato detto all’epoca che avessero nel proprio gene un forte elemento punk se non strettamente musicale perlomeno a livello “ideologico” (nessuna pretesa stilistica, ma solo la voglia di suonare musica rock ad alta tensione elettrica, strutturata in modo semplice e capace di scaricare dosi massicce di energia), con meno temerarietà potremmo affermare che i Rose Tattoo, loro sì anche per certi contenuti musicali, furono una versione più… “punk” degli AC/DC. Il legame, anche storicamente, è peraltro strettissimo e parte fin da subito quando nelle file dei ruspanti Buster Brown di Melbourne (giunti nel 1974 alla pubblicazione dell’album “Something To Say” per la Mushroom) troviamo infatti assieme i nomi di Gary Stephen “Angry” Anderson, cantante dalla testa completamente rasata, Geordie Leach al basso e Philip Hugh Rudd alla batteria. Da quella formazione, autrice di un hard-boogie davvero martellante, Phil Rudd esce per unirsi a Bon Scott e ai fratelli Young giusto in tempo per prendere parte al decollo degli AC/DC mentre in tempi diversi Anderson e Leach proseguono il loro sodalizio artistico anche nella nuova band, i Rose Tattoo appunto (il bassista originario e fondatore del gruppo fu però Ian Rilen). A completare l’organico si aggiungono il batterista Dallas “Digger” Royal (anche lui ex-Buster Brown ed eroinomane in piena attività), il chitarrista Mick Cocks e soprattutto quel Peter Wells (qui alla chitarra slide) che già si era messo in luce, sebbene in veste di bassista, nei durissimi Buffalo. I cinque si presentano con un look da veri “bad boys”, brutti, sporchi, cattivi e ricoperti di tatuaggi.
“Rose Tattoo” esce come detto nel 1978 per la Albert Productions ed è prodotto (i casi della vita…) proprio da quegli Harry Vanda e George Young (il fratello maggiore di Angus e Malcolm) che tanta parte avevano avuto in precedenza nel caratterizzare il sound AC/DC degli esordi.
“Rock’n’Roll Outlaw”, l’opener, è un’esplicita e inequivocabile dichiarazione d’intenti, essenziale nel verse e incisiva nel refrain urlato a pieni polmoni da Angry, screamer arrochito dall’uso smodato di sigarette; il brano, leggermente smorzato nella cadenza, pone subito l’accento su uno dei punti chiave del suono dei Rose Tattoo, vale a dire la chitarra slide di Peter Wells, un elemento dal sapore così tradizionalmente “meridionale” che nel tempo li ha avvicinati addirittura alla scena southern americana (gli ZZ Top, ad esempio, non esitarono a portarseli dietro in tournèe). “Nice Boys” è tirata all’inverosimile e i Rose Tattoo la sparano giù con tipica urgenza punk quantunque il loro minimalismo esecutivo non scada mai nell’imperizia tecnica che caratterizzava certi gruppuscoli della scena britannica del medesimo periodo (si senta a questo proposito la pertinenza del solo di chitarra a metà brano); questa fast song, che in futuro godrà anche di un remake da parte dei Guns N’ Roses, in neppure tre minuti sciorina con irriverenza il manifesto proletario della band. “The Butcher And Fast Eddy” è un hard-blues canonico caratterizzato da un per niente imbarazzato immobilismo ritmico sulla scia di “The Jack” degli AC/DC, marchiato comunque a fuoco dagli accordi grevi delle chitarre e da una prova quasi parlata (o meglio gridata) dello skinhead Angry Anderson. “One Of The Boys” è un’altra irresistibile boogie-rock song, addirittura beffarda e civettuola nel ritornello, con ottimi spunti della slide guitar, e parente stretta ne è la successiva “Remedy” che con un pizzico di cattiveria hard in più prosegue nel solco dei “3 minuti di puro sballo e via”: i Rose Tattoo insistono con menefreghismo nel loro scatenato rockaccio da strada, duro, abrasivo, poco rifinito, che rifugge da ogni estetismo. Se “Bad Boy For Love” non si vergogna affatto di calcare la mano su un riff che pare rubato a “She’s Got Balls” dei cuginastri AC/DC (ancora loro!) e “T.V.” è uno scatto bruciante di appena due minuti, assolutamente senza compromessi, ecco che invece la dondolante “Stuck On You” – unico episodio soft dell’album – potrebbe quasi appartenere al repertorio di qualche country-blues singer americano non fosse per la sgraziata vociaccia di Angry che brutalizza anche qui ad arte i ricami della slide di Wells. Dopo la breve e frenetica “Tramp” si arriva alla conclusiva “Astra Wally”, ideale occasione per un indiavolato headbanging dove la band sembra volersi proporre come una versione stradaiola dei Motorhead, una folle corsa in discesa a rotta di collo in cui il compianto “Digger” Royal (il batterista morirà di cancro nel 1989) pesta i suoi tamburi con violenza rara per un’incisione da studio.
Cancro, abbiamo detto. Purtroppo questa è una parola che negli ultimi anni è stata abbinata troppe volte alla band di Sydney e i lutti in casa degli aussies si sono susseguiti al ritmo di una vera e propria maledizione: dopo Dallas Royal infatti è stata la volta di Pete Wells il 27 marzo 2006, di Ian Rilen il 30 ottobre 2006, di Lobby Loyde (produttore dei Buster Brown e nei Rose Tattoo solo per due diversi brevi segmenti di carriera) il 21 aprile 2007 e infine di Mick Cocks il 22 dicembre 2009.
Dopo un esordio tanto brillante i Rose Tattoo proseguiranno la loro carriera fino ad oggi con continui cambi di organico e con incisioni sempre di buon livello, quasi mai rinnegando la primeva rudezza; ma ad onor del vero la furia distruttiva di questo disco non verrà più eguagliata.
Ognuno può divertirsi a definirlo come vuole: hard rock, boogie-blues, proto-punk...
A noi piace essere più spicci. Un po’ come loro.
E’ solo rock’n’roll. Dannatissimo rock’n’roll!


4 commenti:

  1. credo tu abbia imbastito un ragguardevole corollario dell'epopea rock;aneddoti,curiosità ma anche tanta poesia!qualcosa che non si compone senza capacità letterarie e un orecchio allenato e flessibile. lo devo dire;raramente si legge qualcosa che abbia il tiro delle tue parole! thank

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  2. Credimi, sono io che ti ringrazio per queste parole. Lo prendo come il "complimento definitivo", quello oltre il quale davvero non si può andare. Grazie mille!

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  3. qualcosa di travolgente!un incrocio polveroso dove puoi incontrare il rock stradaiolo dei nazareth di hair of the dog,e il cane a due teste degli status quo. inoltre, l'aura di perdenti qui assume il suo massimo significato:qualcosa che si situa fuori dai percorsi comuni ma che ha,immutato,il fascino di una birbata giovanile.l'eco di una sbronza lontana che puoi ancora annusare per scoprirci dentro la tua parte migliore.e soltanto rock'n'roll,ma mi piace.....grazie,pensavo di averlo solo io questo disco!

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    1. Grazie per il tuo commento, arricchisce l'articolo sopra! Hai usato parole perfette per l'album e per le sensazioni che dà. Sono onorato che tu le abbia messe qui su Brigata Rock a compendio di quanto avevo scritto io. Grazie ancora.

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