sabato 11 febbraio 2012

POINT BLANK "Point Blank" (Arista, 1976)


Il disco in questione si presenta con una spartana quanto emblematica copertina: le minacciose canne di una doppietta in forte tridimensionalità spuntano dal nulla e tengono sotto tiro l’ascoltatore. Nella backcover poi la doppietta sfiata in aria il fumo di uno sparo: si presume infatti che a quel punto le otto tracce del Lp abbiano già provveduto a saldare il conto.
Texani di Dallas, i Point Blank si formano attorno alla figura del chitarrista Rusty Burns (nato incidentalmente a Tulsa in Oklahoma, ma - come sottolinea lui orgoglioso - "concepito in Texas" dove crebbe e visse da sei mesi in poi), alla cui destrezza si era interessato addirittura Bill Ham (manager degli ZZ Top) che dapprima lo introdusse proprio nell’entourage dei celebri “Tres Hombres” in veste di tecnico delle chitarre durante un loro tour e che poi, pienamente convinto della sua abilità, ne divenne manager e produttore a tutti gli effetti contrattualizzandolo sotto la sua compagnia Lone Wolf Productions.
Nel momento in cui il giovane Burns seppe lasciarsi alle spalle la depressione per un matrimonio fallito, svuotarsi la testa dalle nebbie generate dall'uso di droga e farla franca dopo che una forma aggressiva di epatite lo aveva addirittura tenuto in bilico tra la vita e la morte, ecco che Ham gli concesse carta bianca sulla composizione della band che gli calzasse a pennello. Radunati attorno a sé John O'Daniel (voce), Philip Petty (basso) e Peter "Buzzy" Gruen (batteria), i quattro si dettero il nome provvisorio di Southpaw; quando poi convinsero anche il talentuoso chitarrista Kim Bradford Davis (già assieme a Stevie Ray Vaughan nei Blackbird) ad unirsi al loro nucleo e cominciarono a battere in lungo e largo tutta l'area di Dallas e Forth Worth il nome del gruppo era già Point Blank.
L’omonimo debutto discografico vede la luce nel luglio 1976 sebbene fosse pronto già da un anno e segue un’intensa attività concertistica come opening act di bands quali ZZ Top, Grand Funk Railroad, Foghat e Bachman Turner Overdrive. La musica del quintetto, eccezion fatta per un paio di episodi più distesi (la sofferta ballata “Distance” e la melodrammatica “Wandering” che si avvale tuttavia di un’introduzione e di altri spunti piuttosto hard), è un duro southern rock eseguito senza fronzoli eccessivi, con l'evidente impronta del "Texas sound". L’incipit è affidato all’aggressiva “Free Man” che, alle strofe cantate sui tempi medio-lenti di un blues infiorettato di slide, accosta - alla maniera delle band storiche del genere - accelerazioni strumentali utili a mettere in bella evidenza l’estro dei chitarristi: Rusty Burns e Kim Davis, senza gli allori dei loro stessi idoli musicali, dimostrano ottime intuizioni solistiche scambiandosi i ruoli attraverso una galoppata in stile “rodeo” che diverrà fase culminante dei loro spettacoli dal vivo. Se il boogie-rock di “Bad Bees” e il funky della saltellante “In This World” richiamano alla mente persino gli sgangherati Black Oak Arkansas di Jim Dandy Mangrum e “Moving” si fa apprezzare per un riffing alquanto arcigno, altre due gemme del disco portano i titoli di “Lone Star Fool”, omaggio al blues elettrico ed essenziale dei primi ZZ Top mischiato a coretti femminili di facile presa, e soprattutto di “That’s The Law”, esplosivo heavy rock sulla scia dei Blackfoot o dei Lynyrd Skynyrd più tosti, in cui si esprime ai suoi massimi livelli l’ugola grintosa di Big John O’Daniel, un omone di parecchi chili che peraltro non avrebbe avuto certo bisogno di fare la voce grossa per far valere i propri diritti di rude cowboy.
Anche nel caso dei texani l’infinito necrologio del rock ha voluto dettare gli immancabili annunci mortuari: tra il giugno e l’ottobre del 2010 hanno infatti perso la vita due dei musicisti presenti su questo disco, il bassista Philip “Midget” Petty (che assieme a O’Daniel, Burns e al batterista “Buzzy”Gruen aveva preso parte alla reunion del 2005) per tumore e il chitarrista Kim Davis per suicidio, mentre il secondo bassista della band “Wild” Bill Randolph era morto già nel giugno 2001.
Il rock sudista non ammette bluff: può concedere qualche limite tecnico, può sorvolare sulla scarsa brillantezza compositiva ma non può prescindere dall’anima. Ogni southern rocker deve saper… “gettare il cuore al di là dell’ostacolo”. Ai Point Blank non può insegnarlo nessuno.

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