martedì 14 febbraio 2012

HIGH TIDE "Sea Shanties" (Liberty, 1969)


Fu Paul Whitehead di Dartford nel Kent, celebre per le copertine dei Genesis ma anche di Van Der Graaf Generator, Steamhammer e più tardi anche per il ritorno al prog delle nostre Orme, ad arricchire questo ellepì-culto col proprio talento pittorico: la cover è un disegno a china – a dire il vero un po’ insolito per l’artista – che ben si sposa al nome della band e alle tematiche suggerite dal titolo e che raffigura la poppa di un vascello assalito da un’orda pullulante e indistinta di mostri marini che ne ghermiscono lo scafo; sembra una visualizzazione onirica del Mar dei Sargassi, così come volle rappresentarlo a più riprese William Hope Hodgson, scrittore fantastico vissuto a cavallo tra ‘800 e ‘900: inglese pure lui, dell’Essex. All’interno della gatefold trova invece spazio un disegno già più in linea con quanto di Whitehead poi sarà dato apprezzare, un notturno stellato ove sull’onda spumosa di un mare che orbita nello spazio al pari dei pianeti, un nuovo vascello naviga a vele spiegate, una delle quali reca imponente la scritta PAX. Una quiete inaspettata, forse soltanto un sogno perché sul retrocopertina, proprio il simbolo della pace (una colomba) giace riversa a terra trafitta da una freccia. A cosa credere dunque nell’accostarsi a questa prima opera dell’Alta Marea? All’incubo di una paura atavica e primordiale, alla visionaria rassicurazione di un sogno o alla cruda realtà di un’illusione spezzata?
Facciamo però un passo indietro.
Quando il dj-avventuriero John Ravenscroft, dopo un lungo e movimentato periodo trascorso negli States, tornò in madrepatria per diventare col nome d’arte di John Peel uno degli speaker radiofonici più influenti della storia del rock (prima attraverso le frequenze della pirata Radio London con il fantastico programma notturno “The Perfumed Garden” e più tardi con “Top Gear” una volta approdato a Radio One della BBC), portò con sé dalla California – da Riverside, per l’esattezza – un “souvenir” di tutto rispetto, ovvero i Misunderstood di Rick Brown e Glenn Ross Campbell (poi nei Juicy Lucy), gruppo garage-psichedelico dalle idee piuttosto innovative – chitarra steel, basso suonato con il bottleneck – di cui il Nostro si era invaghito tanto da definirli “i profeti di un nuovo ordine” (in realtà Peel convinse prima loro a raggiungere le sponde britanniche – nel giugno 1966 – mentre solo nel ’67 rientrò alla base egli stesso). Fu proprio in Inghilterra che gli americani Misunderstood, in luogo del defezionario Greg Treadway arruolarono il serioso e allampanato Tony Hill, nato nel nord-est a South Shields e già chitarrista con The Answers.
Il preambolo ci serve proprio per introdurre la figura di Hill, che pur nella breve esistenza dei Misunderstood seppe caratterizzare in modo distintivo le uniche registrazioni “anglosassoni” del gruppo (poi assemblate e riesumate nel 1982 dalla Cherry Red in un cd postumo a titolo “Before The Dream Faded”) con un suono di chitarra nient’affatto derivativo. Nonostante gli sforzi di John Peel, i Misunderstood sbandarono di lì a poco rimanendo nel grande limbo delle eterne promesse (certi aspetti del loro sound e la visionarietà dei loro show tuttavia influenzeranno parecchio la scena del periodo) ma da quell’esperienza Tony Hill ne uscì con nome e credenziali assolutamente rafforzati. Dopo una parentesi di assestamento e di messa a fuoco sul da farsi vissuta al fianco dell’emergente David Bowie e della sua compagna Hermione Farthingale nel trio acustico dei Turquoise, parentesi di appena qualche settimana con debutto del loro strano spettacolo musical-teatrale alla Roundhouse di Londra, il taciturno Hill si schiarì definitivamente le idee e maturò in fretta il progetto di una nuova band del tutto fuori dai canoni: reclutò subito il bassista Pete Pavli, s’imbatté poi nel talento del violinista ventenne Simon House di Nottingham e accettò di buon grado la procura del manager Wayne Bardell, uno dei titolari della Clearwater Productions che aveva sede in Westmoreland Mews.
Il batterista si aggiunse poco dopo: lo portò in dote il manager e si chiamava Roger Hadden, geniale dietro ai tamburi ma un po’ dissociato in certi meccanismi mentali (terminerà la sua carriera appena due anni più tardi precipitando nelle spire di un grave esaurimento nervoso).
E ci furono dunque anche loro sì, gli High Tide - magari defilati - nella scena londinese di Ladbroke Grove, quella dei fermenti hippie che si specchiarono in certi valori affermatisi oltreoceano, quella delle avanguardie e delle sperimentazioni artistiche, quella della controcultura underground e dell’antimilitarismo, quella dei free-concerts. Quella degli Hawkwind e dei Pink Fairies. Quella dell’LSD.
Frequentarono quell’ambiente, vennero promossi dagli stessi manager, sugli stessi cartelloni, furono seguiti dal medesimo pubblico, eppure ebbero un passo non perfettamente sincronizzato con gli altri gruppi dell’area. Ebbero… un diverso tormento.
Dopo aver già scritturato Aynsley Dunbar Retaliation e Groundhogs sotto la spinta del giovane A&R Andrew Lauder, fu la Liberty a licenziare “Sea Shanties” nell’ottobre del ’69.
Sea shanties” erano i canti dei marinai che guidavano e accompagnavano le operazioni di lavoro e di manovra sulle navi mercantili dell’800; ma gli “shantymen”, coloro che avevano appunto il compito di intonare questi canti e che sulle imbarcazioni erano figure tutt’altro che di subordine, utilizzavano poi la forma musicata anche per i racconti e le storie di navigazione con cui una volta a terra animavano le serate nelle bettole attorno ai porti.
Ancora il mare dunque. Con tutto il suo fascino ancestrale e il suo tetro simbolismo. Nei testi delle canzoni a dire il vero certi riferimenti si perdono del tutto eppure gli High Tide, grazie soprattutto alle scelte grafiche dell’esordio, quest’associazione d’idee con antiche galee, vascelli fantasma, fasciame che scricchiola, sartiame fradicio, fari isolati su promontori battuti dal vento, banchine deserte immerse nella nebbia… la suggeriranno sempre.
Il disco fu registrato agli Olympic Studios in estate, lo produsse Denver “Denny” Gerrard (amichevole contropartita dal momento che i quattro gli avevano fatto da gruppo d’accompagnamento nel suo lavoro solista inciso un mese prima ma pubblicato su Deram solo nel ’70, “Sinister Morning”) e al suono lavorò George “The Fish” Chkiantz.
Nel 1969 chi era capace di debuttare con un riff distorto e malevolo come quello dell’iniziale “Futilist’s Lament”? Giusto un altro Tony sarebbe arrivato ad eguagliare (se è per quello anche a fare di più) lo stridore proto-metal di questo incipit ma i Black Sabbath di Iommi avrebbero ancora dovuto aspettare il febbraio del ’70 per dare alle stampe il loro esordio e senza dubbio nei giorni in cui Hill e compagni incidevano questi solchi, i quattro di Birmingham non erano ancora abbastanza consapevoli del suono mostruoso che avrebbero dato alla luce (o meglio, consegnato alle tenebre...). A luglio di quell’anno semmai la Harvest aveva rilasciato il primo Lp della Edgar Broughton Band, “Wasa Wasa”. Brutale e anarchico. Però l’opera prima degli High Tide porta con sé non tanto (o non solo) l’impeto e l’urgenza di una generazione che sente di avere davanti a sé tutto da scoprire; in essa si sente piuttosto il respiro colto e profondo dell’Inghilterra “che fu”, della terra dei Celti, quello gotico e letterario dell’antica Terra d’Albione, non quello politicizzato e sovversivo da deviati figli dei fiori.
“Futilist’s Lament” ha davvero la potenza e la furia distruttrice di un’onda anomala. Tony Hill non ha il minimo calore blues e neppure la semplicità del rock gli appartiene: suona acido e fragoroso, allucinato, complicato, spigoloso e durissimo. E’ qui che si guadagna la sua unicità, molto di più di quanto non avesse lasciato intravedere nell’esperienza Misunderstood. Il brano piacerà molto ai Death SS, che ne ricaveranno una cover nell’Ep “Straight To Hell”, mentre un altro rifacimento tricolore sarà quello degli Wyxmer su “Feudal Throne”.
Il nichilismo sonoro del lungo strumentale “Death Warmed Up” è sorretto da un altro riff cavernoso ove la chitarra di Hill si attorciglia su sé stessa, doppiata da un violino in perenne estasi bacchica. Le trame si rincorrono, si doppiano, fuggono e si riacciuffano: ci vuole coraggio e schizofrenia per concepire una musica di questo tipo. Simon House a tratti sembra impersonare il lovecraftiano Erich Zann che, seppure nel racconto a lui dedicato suonasse la viola e non il violino, nella fantasia malata del “solitario di Providence”, al quinto piano di una casa pericolante nella tenebrosa Rue d’Auseil in una non precisata città francese era solito cavare fuori dal proprio strumento le note più ardite, acutissime e dissonanti, come se fosse in contatto diretto con le forze del male; Simon House, spronato in quest’avventura musicale dalla disinibizione artistica degli altri tre compagni, a tratti pare davvero trasfigurarsi in un evocatore del maligno.
E se i deliri di House e Hill sembrerebbero necessitare di una base ritmica solida e quadrata, non andate a chiedere a Hadden e Pavli uno sforzo tanto innaturale: ci troviamo infatti al cospetto di un’accoppiata che è autarchica e svitata almeno quanto la prima. Il basso pulsa, ribolle, è magma addensato e colloso; la batteria una macina incessante che tutto frantuma, un demone che mastica e risputa. Istupiditi dalla forza del turbine, da qualsiasi parte ci si volti, non si vede terra ferma e non se ne esce dall’incubo a nome “Death Warmed Up”.
“Pushed, But Not Forgotten” ha un avvio ingannevole perché quasi folk, bucolico; ma basta un’inversione del vento e anche una bonaccia può virare al peggio in un batter d’occhio, chi va per mare lo sa bene; accade anche qui e il temporale arriva improvviso e immancabile e la canzone vive così tutto il suo corso, mandando regolarmente in pezzi certi respiri pastorali (pur se sempre molto umbratili) grazie agli interventi lancinanti del violino e agli aspri barocchismi di Hill.
Qua e là spuntano echi psichedelici più canonici, un po’ darkeggianti, reminiscenze quasi beat. Come nelle prime battute di “Walking Down Their Outlook” che suona nervosa e indisponente, esplodendo a più riprese in parossismi gracchianti che spezzano quell’iniziale mood apparentemente tranquillizzante; è sempre Tony Hill ad inerpicarsi su scale coraggiose, tutto fuorché scolastiche: ghirigori stordenti che recano in calce la firma del genio.
“Missing Out”, un gorgo da cui le mappe dei capitani più saggi consiglierebbero di tenere distante la rotta dei propri tragitti, si snoda lungo un minutaggio più ampio e offre a Tony Hill la possibilità di stendere linee vocali beffarde mentre la sezione ritmica fornisce un substrato lavico e viscoso garantendo a chitarra e violino la libertà di sfidarsi all’arma bianca.
E così, dopo averlo centrifugato nella procella al largo di qualsiasi approdo terrestre, l’Alta Marea lascia infine che il naufrago/ascoltatore giunga spossato sulla spiaggia di un’isola sicura. Dopo un intro piuttosto complesso e intrecciato, tipicamente progressive, ecco infatti che nella conclusiva “Nowhere”, l’unico pezzo che non porta la firma del chitarrista bensì quella di Hadden e House, la voce di Hill torna a farsi profonda e cullante (in molti ne hanno sempre sottolineato la vicinanza con il timbro e le modulazioni di Jim Morrison) quasi declamasse strofe da ballata e recita melodie che fanno della musicalità il loro tratto peculiare, mentre il violino accarezza con passaggi da festa popolare prima di farsi di nuovo coinvolgere nel finale nel solito viluppo incestuoso con la chitarra.
Anche nelle valutazioni a posteriori l’opera prima della band rimase talmente spiazzante che buona parte della critica accomunò gli High Tide al nascente fenomeno del “Dark Sound” che avrebbe trovato nei Black Sabbath e nei Black Widow le espressioni principali e più coerenti. E’ innegabile che la musica contenuta in questi solchi rechi con sé un’aura sinistra, una tensione latente, il brivido di un’alterazione sensoriale ma qui si è davvero lontanissimi dagli accenni ad effetto alle tematiche orrorifiche studiate dai Sabs o a quelle ben più convinte della band di Leicester. In “Sea Shanties” i riferimenti all’occulto mancano del tutto, eppure qualche forza oscura nelle trame strumentali, il livido alone di mistero, magari già il timbro della voce e le liriche impenetrabili, hanno fatto accostare più di una volta gli High Tide a quattro traghettatori degli inferi piuttosto che all’espressione più dura ed estrema della scena psichedelico-progressiva inglese. Spesso si parla con spavento e superstizione di tutto ciò che non si comprende…
C’è una frase riportata all’interno della grafica del lavoro solista rilasciato da Tony Hill nel 2001 per la Woronzow Records, “Inexactness” (dove tra l'altro in tre brani si può tornare ad ascoltare anche il basso di Pete Pavli), che a distanza di tanti anni da quel 1969 ben sorregge la parabola del viaggio artistico di questo grande musicista. Un disegno riproduce in alto una figura alata semi-umana per la verità un po’ ridicola (una specie di arpia) che volteggia sull’orizzonte di una linea di mare profondamente blu. Ma è sulla sabbia della spiaggia che sono tratteggiate poche ma significative parole: “The TIDE is low. The spirit’s HIGH”.

5 commenti:

  1. questo disco è una reliquia di incomensurabile valore!una torre sfaccettata e sfolgorante;vincitore sulle mode e sul tempo!qualcosa che fatico ad inquadrare ma che,nella sua diversità,si innalza anni luce sopra l'universo rock.duro,spigoloso,inquietante e dannatamente sofisticato....per avvicinarmi alla sua dimensione,per decifrarne i codici alieni;uso la saggezza che mi infuse il mio Amico Massimo,molti anni orsono,regalandomi il disco in questione:"ascoltarli,equivale ad impigliarsi in un fondale melmoso dove le sagome sinistre di antichi velieri caduti esplodono di solitudine,tra il volteggiare sinistro di pesci ciechi e tristi.tornato a casa,nessuno ti riconosce più....."
    grazie per avermi ricordato Massimo e per avermi regalato il ricordo di tante belle emozioni. jahier ti ho trovato per caso,difficilmente ti lascerò!

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    1. E' veramente un piacere condividere una passione musicale con una sensibilità come la tua, capace di "rincarare la dose" delle emozioni suscitate da questa musica. Mi piace davvero l'idea che Brigata Rock contenga commenti come quello che hai scritto tu: insieme all' "amico Massimo" hai aggiunto immagini, colorazioni, odori che ancor più (e ancora meglio!) innalzano il fascino imperituro di questo disco. Grazie!

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  2. il caro john peel ebbe a dire circa gli high tide:"l'intreccio chitarra e violino dei giganteschi house e hill,sono l'equivalente del flusso di coscienza palesatoci da joyce:gli artigli di questa furibonda danza dilaniano le carni del pensiero asservendolo a loschi presentimenti. allontanatevi da questo feticcio se cercate uno svago danzereccio:diversamente,se amate mettervi in gioco,non potete prescindere da questo lavoro pieno di geniali incastri;qualcosa che lascia intendere la sinistra prospettiva di questi musicisti:prendere o lasciare!"

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    1. Non posso che inchinarmi difronte all'immensità di John Peel, figura decisiva per lo sviluppo di quella corrente sotterranea che animò il rock alla fine dei '60. Un romantico entusiasta, votato alla causa, un missionario per conto del cuore...

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  3. capita con alcuni dischi,invero molto pochi,di avere la sensazione che quello che gira sul piatto e le vibrazioni che ne escono;non sono propriamente ascrivibili solo alla musica:per lo meno non completamente.dischi come questo incutono terrore,ma anche fascino;certamente non ti lasciano indifferente!violino e chitarra ne tratteggiano i confini,ma non ci sono orizzonti capaci di contenere una creatività così sbalorditiva:un pandemonio che si spegne e si riattizza lasciando gocciolare squarci di indifesa tenerezza.basso e batteria non tengono nessun tempo,anzi si!ma ideale per un sabba di zombie evocati per diffondere l'anarchia del vuoto.concludendo,sembra di stare al cospetto di una belva feroce agonizzante:un anima che sta lasciando la terra,ma pronta a strapparti la tua se ti avvicini troppo!bravo jahier!

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