venerdì 10 febbraio 2012

DOC HOLLIDAY "Doc Holliday Rides Again..." (A&M, 1982)


Nati addirittura nel 1971 con il nome di Roundhouse, questi cinque loschi figuri di Macon per circa un decennio si fecero le ossa come live-band e la loro incessante attività on stage li portò ad esibirsi di supporto a personaggi di spicco quali, fra gli altri, Ted Nugent e Bob Seger.
Assunto più tardi il nome del celebre gunfighter loro conterraneo, furono scritturati dalla A&M soltanto nel 1980 e quando l’anno seguente giunsero alla prima prova discografica non avevano certo l’aria dei novellini: l’omonimo disco d’esordio (ossia il vero manifesto programmatico dei Doc Holliday, nonché forse il loro disco migliore) esprimeva un southern-rock dinamico, diretto ed essenziale per quanto mai grossolano: le dieci roventi tracce che ne componevano la scaletta suonavano secche come gli spari con cui nella realtà “Doc” Holliday e i fratelli Earp colpirono a morte la cricca dei fuorilegge Clanton nella celebre sfida dell’Ok Corral a Tombstone, in Arizona, immortalata in tanti film western.
Registrato ai Bee Jay Studios di Orlando, in Florida, dove già i Molly Hatchet avevano partorito “Flirtin’ With Disaster” (oltretutto l’ingegnere del suono è qui Andy DeGahnal che dopo qualche anno si metterà al servizio della band di Jacksonville), il disco è prodotto da David Anderle salvo due tracce che vedono la direzione in consolle del “Colonnello” Tom Allom (un personaggio da mito che aveva prodotto il Lp di debutto della band e che aveva già da tempo iscritto il proprio nome nell’albo d’oro dell’hard rock lavorando, tra l’altro, sui primi due dischi dei Black Sabbath e su buona parte di quelli dei Judas Priest!!!).
“Rides Again…” rispetto al suo predecessore ha il lusinghiero pregio di offrire orditi chitarristici più elaborati ed anche quello (meno interessante, a detta dei puristi) di diversificare maggiormente la proposta sonora dei Doc Holliday: in questo senso, per quanto le direttive del suono rimangano ben legate a quell’elettrico southern-boogie che tanta parte aveva avuto nel lavoro d’esordio, trovano collocazione nel disco brani come la sofferta “Southern Man”, con un coro degno degli Outlaws, la ballata “Don’t Stop Loving Me” (vicina a quel funky-soul languido e un po’ ruffiano spesso caro ai Doobie Brothers) oppure la stessa perla “Lonesome Guitar” (vero highlight del Lp) che, grazie anche alla migliore integrazione dell’organo di Eddie Stone, allargano lo spettro delle possibilità musicali della band.
Se l’apripista “Last Ride” (complici gli effetti motoristici in apertura e chiusura del brano) e la dura “Hot Rod” ben si adattano all’immagine che il quintetto ha scelto di darsi sul retrocopertina (i Doc Holliday sono fotografati in sella alle Harley Davidson) e fanno respirare la viva sensazione di una corsa in piena libertà a cavallo di un rombante chopper, “Doin’ (It Again)” imbarazza un po’ presentando in avvio un riff che pare costruito sulle orme di quello celeberrimo di “Swamp Music” dei Lynyrd Skynyrd (una linea a quanto pare davvero cara ai musicisti southern visto che qualcosa di molto simile si può ascoltare nella rendition di “Freeborn Man” degli Outlaws o anche in "Jukin" degli Atlanta Rhythm Section sull'album "Red Tape") ma lo sviluppo divertito del pezzo fuga poi il dubbio del “già sentito”.
Ad episodi piuttosto scanzonati quali “Good Boy Gone Bad” o la disimpegnata cover di “Let Me Be Your Lover” di Delbert McClinton fa poi da superbo contraltare la conclusiva “Lonesome Guitar”, un brano epico e drammatico strutturato in due parti distinte: ad un inizio cadenzato con la voce roca di Bruce Brookshire che sfoggia insolite tonalità melodiche segue una bella sezione strumentale riccamente inanellata dai duelli chitarristici di Rick Skelton e dello stesso Brookshire.
John Henry “Doc” Holliday, pistolero tra i più famosi dell’epopea del Far West, morì a soli 36 anni in una località termale del Colorado vinto dalla tubercolosi e distrutto dall’alcool: non tutti gli eroi sono andati incontro ad una morte onorevole. Così anche i Doc Holliday, dopo alcune stagioni di discreto successo (oltre ai primi due dischi si ascolti “Song For The Outlaw Live”, un grandioso disco dal vivo pubblicato nel 1989) e nonostante l’ostinata volontà del solo Brookshire di non gettare la spugna, sono purtroppo finiti nel dimenticatoio.

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