venerdì 24 febbraio 2012

CAPTAIN BEYOND story


Potremmo iniziare questa retrospettiva da più di un punto di partenza essendo i Captain Beyond nati temporalmente ad un vero e proprio crocevia del rock. Potremmo infatti iniziare a raccontare la delusione che spinse Rod Evans a lasciare la natia Terra d’Albione per gli States dopo la fuoriuscita dai Deep Purple oppure dire della crescente reputazione che si stava creando un talentuoso batterista proveniente dalla Florida. Scegliamo invece di cominciare la nostra storia servendoci dello scioglimento degli Iron Butterfly. La band di San Diego, che dopo il live e un’antologia fatti uscire nel ’70 sembrava già destinata a chiudere la sua breve e bruciante esistenza, ebbe un colpo di coda l’anno seguente quando, per sostituire il defezionario Erik Brann, chiamò a sé due valenti chitarristi (l’ex-Blues Image Mike Pinera e Larry “Rhino” Reinhardt) e pubblicò “Metamorphosis”. L’assoluta eccellenza del Lp non consentì però al gruppo di ripetere commercialmente i fasti di “In A Gadda Da Vida” (una pietra di paragone che finirà col soffocare ogni altra velleità di successo dei californiani) e il 23 maggio del 1971, a seguito di un concerto in Europa, l’organista-cantante Doug Ingle lasciò la band; dopo lo zoppicante tentativo di proseguire senza di lui (un singolo inedito dal titolo “Silly Sally”), i musicisti superstiti seguirono strade diverse.
Poiché tra “Rhino” (o “El Rhino” come si faceva chiamare a quei tempi) e il bassista Lee Dorman , oltre ad una solida intesa musicale, era nata anche una sincera amicizia i due decisero di provare a combinare qualcosa assieme di lì a breve (prima Dorman trovò comunque il tempo di co-produrre assieme a Mike Pinera l’esordio discografico dei Black Oak Arkansas). La prima necessità fu quella di trovare un batterista e per quello che i due avevano in mente doveva trattarsi di un grande batterista, non di un semplice comprimario. L’attenzione cadde presto su Bobby Caldwell che in quel periodo stava suonando alla corte di Johnny Winter, il texano che cantava il blues dei neri pur essendo addirittura albino. Caldwell e “Rhino”, entrambi cresciuti in Florida, si conoscevano fin dagli esordi quando il primo aveva pubblicato un paio di singoli con i suoi Noah’s Ark e l’altro aveva fatto parte contemporaneamente (!) del power trio The Load e soprattutto dei Second Coming assieme a Dickey e Dale Betts, Reese Wynans, John Meeks e Berry Oakley (si dice che il nome del gruppo si riferisse scherzosamente all’aspetto “messianico” del bassista), e aveva infine assistito alla nascita della leggenda Allman Brothers Band con cui divise il palco durante le live-jams dei primi mesi di attività. Anche Caldwell vantava peraltro nel suo curriculum una collaborazione con la band dei fratelli Allman e il suo nome appare infatti tra quello dei guest musicians nell'edizione per completisti ("The Fillmore Concerts", 1992) dello storico doppio dal vivo “At Fillmore East” del ’71 in qualità di percussionista durante la riproposizione di “Drunken Hearted Boy” di Elvin Bishop.
Dal momento che Johnny Winter dopo la pubblicazione di “Johnny Winter And Live” aveva deciso di prendersi una pausa da dedicare alla disintossicazione dall’eroina, per Bobby Caldwell (a cui peraltro medesima cura non avrebbe certo fatto male) l’invito ad unirsi a Dorman e Reinhardt capitò, come suol dirsi, a fagiolo. Il batterista li raggiunse in California, a San Diego, nel luglio 1971 e i tre in gran segreto provarono assieme per circa venti giorni per misurare l’affiatamento: si accorsero subito che la combinazione dei loro stili dava vita ad un hard rock esplosivo e tutt’altro che convenzionale. Il tassello mancante al definitivo completamento del mosaico era adesso un cantante. I nostri fecero centro al primo tentativo. Da un paio d’anni infatti sulla costa occidentale degli States era emigrato dall’Inghilterra Rod Evans, originariamente cantante degli M15 (poi ribattezzatesi Maze, con Ian Paice alla batteria) ma soprattutto dei Deep Purple Mark I con cui aveva inciso i primi tre album (“Shades Of Deep Purple”, “The Book Of Talyesin” e “Deep Purple”): Evans, profondamente deluso per l’estromissione dai Purple alla vigilia del grande successo, non si era certo dato fin lì un gran daffare per reagire al colpo di malasorte; aveva semplicemente cambiato paese e si era dato agli studi di medicina nella speranza di dimenticare in fretta. A ricordargli di essere invece un singer di talento (che solamente il primato naturale di sua maestà Ian Gillan aveva messo in ombra) ecco che arrivò appunto la chiamata dei nascenti Captain Beyond. Il nome del gruppo, che sa tanto di fumetto di fantascienza, derivava da un appellativo che Dorman e Chris Squire degli Yes dettero a “Rhino” al tempo di quella tournée europea che aveva segnato lo split degli Iron Butterfly (dietro c'era un gioco di parole nato sulla storpiatura di una compagnia aerea).
Per il quartetto non fu molto difficile raggiungere in breve tempo un accordo contrattuale con Phil “The Cat” Walden e la sua Capricorn, un’etichetta specializzata in southern rock che annoverava in scuderia i nomi di Allman Brothers Band, Wet Willie, Marshall Tucker Band ed Elvin Bishop; Walden dette fiducia a Rhino e Caldwell in virtù dei trascorsi e della certificata abilità piuttosto che per la loro proposta musicale che col rock sudista aveva ben pochi legami. L’omonimo Lp d’esordio uscì nel luglio 1972 con una veste grafica piuttosto curata per gli standard del tempo: si trattava di un disegno tridimensionale raffigurante un personaggio (“the Captain") che protendeva in avanti le mani verso una sfera contenente i simboli del fuoco e dell'acqua; sul retro della copertina trovava spazio invece una suggestiva foto che immortalava i quattro musicisti in un indistinto deserto roccioso. Il cielo stellato dell’artwork, la foto virata in blu ed anche i titoli delle canzoni già spingevano le aspettative dell’ascoltatore verso affascinanti esplorazioni spaziali e in effetti il disco suona un hard rock in parte proiettato verso atmosfere siderali, sebbene la vulcanica e rovente chitarra di Rhino tenga ben ancorato il sound della band ad un calore tutto “terrestre”.
“Captain Beyond” è senza ombra di dubbio uno dei più fulgidi esempi di hard rock anni ’70, magnificamente innervato di psichedelia. Ad Iron Butterfly, primi Deep Purple e Johnny Winter nei suoni quasi non si accenna; in realtà su tutto arde il sacro fuoco di Hendrix (un esempio su tutti: gli echi di “Spanish Castle Magic” in “I Can’t Feel Nothin’ - Part I”) sebbene tra i solchi la vena più spigolosamente acida del buon Jimi non sia seguita; spiccano la meticolosa definizione dei suoni, la complessità delle soluzioni ritmiche e soprattutto la costruzione progressiva dei brani con qualche riferimento alla struttura del concept. Detto che il Lp è dedicato alla memoria di Duane “Skydog” Allman e che il mixing è curato da Johnny Sandlin (ex-Hourglass al fianco di Duane e Gregg), occorre precisare che per quanto numerosi fossero i riferimenti all’Allman Brothers Band qui mancava senz’altro il legame più importante, vale a dire quello musicale, fatto che alla lunga generò una forte discrepanza tra le intenzioni del gruppo e quelle del management. “Mesmerization Eclipse”, “Raging River Of Fear”, “Frozen Over”, le due parti di “I Can’t Feel Nothin’” sono soltanto alcuni degli episodi di un disco che è davvero fenomenale dalla prima all’ultima nota; l’hard dei Captains è inoltre pervaso da un orientamento “space” (sebbene non certo calcato quanto quello allucinato degli Hawkwind) tanto che a distanza di trent’anni gruppi come i Monster Magnet e gli Spiritual Beggars, votati ad un ripristino di quelle magiche sonorità settantiane, li citano come primaria influenza, in questo senso addirittura più decisivi dei Black Sabbath.
L’attività live del gruppo cominciò nella primavera del '72 con quattro date europee di rodaggio e il primo concerto in assoluto dei Captain Beyond si tenne il 30 marzo al Jazz Festival di Montreux, in Svizzera. Ma la vera tournée partì in estate e si mosse attraverso gli States via via al seguito (anche magari per un solo concerto) di Allman Brothers, Alice Cooper, Gentle Giant, Black Sabbath, Trapeze. Pur tra i buoni consensi generali, Rhino con ironia rammenta anche un'infausta esibizione di spalla al multiplo ensemble degli Sha Na Na tenutosi al Central Park di New York: “Quello show fu grandioso: c’era frutta che ci volava intorno da ogni dove”.
Sulle questioni che portarono Caldwell alla decisione di lasciare i compagni all’indomani della registrazione del secondo lavoro, “Sufficiently Breathless”, invero non si sa poi molto; pare ad ogni modo che si trattò di un allontanamento temporaneo e del tutto amichevole dato che il buon Bobby, non senza qualche dispiacere, non seppe tuttavia dire di no all’invito dell’amico chitarrista Rick Derringer, suo compagno nella backing band di Johnny Winter, il quale gli propose di suonare la batteria sul suo primo album solista, “All American Boy” (uscito per la Blue Sky nel 1973). La Capricorn aveva però fretta di dare un seguito al disco d’esordio così Rhino e Dorman in luogo di Caldwell chiamarono il batterista inglese Brian Glascock (già presente nella prima incarnazione dei Gods di Ken Hensley e poi al servizio dei Toe Fat) e il percussionista Guille Garcia soprannominato “Timbales Ace” (un session-man di Miami abbastanza noto che aveva collaborato con Stephen Stills e Stevie Wonder). Insoddisfatta della scarsa integrazione del nuovo arrivato Glascock, la band – dietro suggerimento dello stesso Garcia – scritturò Marty Rodriguez. Si pensò poi di allargare altresì l’organico con l’ingresso di un pianista che regalasse al sound dei Captain Beyond una maggiore varietà stilistica e per quel ruolo Rhino contattò Reese Wynans (ex membro della band di Boz Scaggs) con cui aveva condiviso in Florida l’avventura Second Coming.
Anche in occasione del secondo album, il legame con l’Allman Brothers Band era ribadito dalla dedica al compianto Berry Oakley e dalla presenza come ospite in un brano dell’organista Paul Hornsby (un altro ex-Hourglass). Nell’inner sleeve del disco la band, fotografata da Bob Jenkins con indosso costumi variopinti, viene con un montaggio proiettata contro la volta celeste mentre su un tappeto volante si raccoglie intorno alla solita sfera di cristallo che riluce intensamente. La musica: il bruciante hard rock dell’esordio stempera qui in un sound più melodico e versatile e la psichedelia s’illanguidisce e si rarefà ulteriormente; la definizione perfetta forse seppe darla proprio il nuovo drummer Marty Rodriguez quando parlò di “space latin rock”. A proposito della sensibile connotazione latina, senza scomodare Santana che aveva spinto ben oltre il livello della contaminazione con il rock, magari si possono comunque trovare dei paragoni calzanti con certi suoni dei Blues Image. Le percussioni di Guille Garcia, le raffinate tastiere di Wynans e soprattutto il nuovo corso del chitarrismo di Rhino (in questa occasione più propenso a trame acustiche o generalmente più fluide) segnano “Sufficiently Breathless” in maniera distintiva, pur senza rinnegare la matrice hard del progetto (si sentano ad esempio le decise “Evil Men” e “Distant Sun”). Che poi l’amore per Hendrix fosse comunque tutt’altro che sopito lo si evince dal fatto che negli spettacoli dal vivo Rhino e compagni chiudessero il set con una fragorosa versione di “Stone Free”.
Per il tour di promozione al disco Caldwell raggiunse la band appena gli fu possibile e i Captain Beyond proseguirono nella loro attività di gruppo-spalla di acts di prim’ordine (Jethro Tull, King Crimson, Quicksilver): è a questo periodo che si fa risalire l'unico loro documento dal vivo che ha più le caratteristiche del bootleg, l'introvabile e qualitativamente pressoché inascoltabile "Live in Arlington, Texas" messo postumo in circolazione nel 2002. Ma nonostante la bontà delle esibizioni live, le soddisfazioni economiche rimasero anche stavolta un miraggio e nel gennaio del 1974 (dietro pressione di una moglie piuttosto autoritaria) Rod Evans gettò la spugna a metà tournée dopo la data di San Pedro in California, ritirandosi quasi definitivamente dalla scena musicale e ritenendo più che sufficienti per il suo placido vivere le royalties dei primi tre dischi in “profondo porpora”; il “quasi” si riferisce al clamoroso tentativo di Rod di tornare on stage durante il 1980 con una formazione dal nome imbarazzante: Deep Purple, appunto. L’attività della band fu ovviamente stroncata sul nascere non appena i veri Purple misero di mezzo i loro avvocati. Si dice che oggi Evans eserciti la professione di medico in America. Ma era un cantante vero...
La band sbandò e decise di chiudere i battenti; oltre alla dipartita di Evans era divenuta in effetti insopportabile la controversa situazione col management: la Capricorn votava tutte le sue forze e le sue attenzioni ai gruppi southern – che a quel tempo godevano di un grande successo – e non riusciva a dare pieno appoggio ad una band, pur validissima, il cui suono esulava dai canoni imposti dal trademark di Allman Brothers e compagnia bella. Se Wynans – dopo un solo concerto assieme al gruppo – riprese la via che più gli era congeniale, ovvero quella del turnista (ma lo si ritroverà nei Double Trouble di spalla al grande Stevie Ray Vaughan sul finire degli eighties) e Dorman andò in tour con Spencer Davis prima di diventare “musicalmente irreperibile”, Rhino partecipò nel ’74 alle registrazioni di “Lookin’ For A Love Again” di Bobby Womack dimostrando uno straordinario eclettismo mentre ancor più interessante si fece la carriera di Bobby Caldwell; nonostante i problemi legati all’eroina lo andassero affliggendo sempre maggiormente, il batterista dopo aver inciso ancora con gli amici di sempre (su “Spring Fever” di Rick Derringer e “Saints And Sinners” di Johnny Winter) fu “assoldato” da tre noti musicisti inglesi che giusto a quel tempo avevano attraversato l’oceano in cerca di maggiore fortuna: si trattava di Keith Relf (mitico singer-armonicista degli Yardbirds, poi nei Renaissance), del chitarrista Martin Pugh (Rod Stewart, Steamhammer) e del bassista Louis Cennamo (Herd, Jody Grind, Colosseum, Renaissance, Steamhammer); la nuova band si dette il nome imponente di Armageddon, ottenne abbastanza facilmente un contratto con la A&M e pubblicò nel 1975 un grande album omonimo all’insegna dell’hard rock psichedelico. Dopo un tour solamente abbozzato (con Keith Relf costretto all’abbandono per forti attacchi asmatici), gli Armageddon provarono a resistere con un altro cantante ma Dave Donato prima e Jeff Fenholt poi non ressero il confronto col predecessore e il progetto naufragò (quantunque si vociferi che negli archivi della A&M sia ancora nascosto il secondo capitolo della saga Armageddon con Fenholt alla voce).
Nella primavera del ’76 con una certa sorpresa i Captain Beyond tornarono a materializzarsi all’attenzione del pubblico: assieme agli originari Dorman, Reinhardt e Caldwell c’era stavolta dietro il microfono un certo Jason Cahune, oscuro singer di Los Angeles. Dopo un breve tour autofinanziato di circa due mesi attraverso i club del Sud il gruppo decise di avviare la pre-produzione del nuovo album; ma proprio allora il pigro Cahune, anziché apprezzare tanto onore, preferì mollare gli altri tre dichiarando che “lavoravano troppo duramente”.
Dopo una serie di audizioni il posto di cantante fu così appannaggio di un tale che Rhino aveva già incontrato precedentemente in un negozio di liquori (!), lo sconosciuto Willy Daffern, il cui curriculum vantava soltanto referenze quale discreto batterista degli Hunger prima (un gruppetto di Portland, Oregon, autore di un album nel 1969, “Strictly From Hunger”, e di un secondo lavoro che ha visto la luce solo più recentemente grazie al recupero della nostrana Akarma) e dei Truk poi (una band originaria dell’Oklahoma che nel 1970 realizzò l’album “Truk Tracks” per bontà della Columbia); Daffern aveva poi scelto di rinunciare alle bacchette della batteria per affinare le sue doti di cantante e dopo un periodo di perfezionamento aveva svolto un onesto mestiere di session-man, condito da almeno una ghiotta occasione mai giunta a concretizzarsi per davvero (una band presto abortita assieme agli ex-Vanilla Fudge Carmine Appice e Mark Stein).
Quando però i Captain Beyond furono pronti a rituffarsi nella mischia non trovarono più Phil Walden ad aspettarli anche perché la sua Capricorn navigava in acque piuttosto burrascose ed era prossima alla bancarotta. Subentrò allora la solida Warner Bros (major per la quale Lee Dorman stava lavorando in qualità di talent-scout di band emergenti) e il disco poté essere registrato con sufficiente tranquillità ai Record Plant di Sausalito. “Dawn Explosion”, prodotto dall’esperto John Stronach, uscì nel 1977 recando il titolo di un pezzo scritto al tempo di Rod Evans (eseguito periodicamente dal vivo ma mai inserito in un lavoro di studio) e a tutt’oggi rimane l’ultimo episodio discografico dei Captain Beyond. Il terzo lavoro del gruppo si assumeva la responsabilità di fondere le fonti ispiratrici dei due album precedenti ed univa le stilettate hard dell’esordio con certe liquidità di “Sufficiently Breathless”; la voce di Daffern era un’autentica scoperta e il suo ruolo appare determinante per la buona riuscita qualitativa del Lp che conteneva il pezzo forse più heavy dell’intero repertorio dei Captains, quella “Fantasy” che ancora oggi sorprende per il suo ardore elettrico.
Ma all'interno della band regnava sopratutto il disordine (il figlio diretto dell'abuso di alcool e della dipendenza dalle droghe pesanti) e l'allora manager Derek Sutton non riuscì mai a compattare le forti divergenze che esistevano soprattutto tra "l'artistica dissolutezza" di Caldwell e la rigida professionalità del sempre sobrio Daffern: il breve tour nel Midwest che seguì alla pubblicazione dell'album, terminato in anticipo con l'annullamento dell'ultima data a Detroit nel giugno '77, non garantì nessuna visibilità al gruppo e "Dawn Explosion" rimase un fiasco commerciale che il colosso Warner mai e poi mai avrebbe inteso replicare. 
Dopo che Daffern si fu tirato fuori dal gruppo (muterà poco dopo il proprio nome nel più anonimo Willy Dee e lavorerà con i Pipedream di Tim Bogert, con Jan Akkerman, con i G-Force di Gary Moore e sarà il titolare di un album solista a titolo “Abrupt Age” uscito nel 1983), prima di sciogliersi definitivamente gli altri Captains provarono per un po’ con il vocalist Jimmy Henderson (ex-Tucky Buzzard) che poco più tardi seguirà Larry Reinhardt nella band che portava il soprannome dello stesso chitarrista, i Rhino. Da lì in poi il chitarrista non farà altro che entrare ed uscire dall’instabile formazione degli Iron Butterfly, stoicamente decisi a non sparire dai palcoscenici e che peraltro avevano ormai incluso nel loro set qualche brano dei Captains; nell’estate del 1979 un’inedita formazione dei Captain Beyond andò in tour a supporto proprio degli Iron Butterfly: Dorman e Caldwell suonavano in entrambi i gruppi mentre della partita erano anche Robb Hanshaw alla voce e Randy Skirvin alla chitarra.
Gli anni '80 trascorsero tristemente silenziosi e dei Nostri solo Bobby Caldwell a metà del decennio dette notizia di sé per il tentativo (abbastanza assurdo) di ricomposizione degli Armageddon e quasi contestualmente per essersi proposto in veste di cantante nei "carneadi" Tight Grip di Los Angeles.
Devono invece passare quasi vent'anni perché a sorpresa venga rotto il silenzio attorno ai Captain Beyond, ovvero quando nell’autunno del 1998 i due amici di sempre, Caldwell e Ryno (così si fa chiamare Reinhardt in quel periodo), decidono che è tempo di riprovarci: in Florida reclutano infatti il cantante Jimi Interval, il tastierista Dan Frye e il bassista Jeff “The Count” Artabasy (tutti relativamente sconosciuti), rispolverano il moniker Captain Beyond e lo portano in giro con rinnovata fiducia. Tra le apparizioni live occorre menzionare perlomeno quella allo Sweden Rock Festival del giugno ’99 assieme a nomi altisonanti quali Deep Purple, Scorpions, Dio, Manowar, Motorhead e quella ad Orlando in Florida, un mese più tardi, al concerto in aiuto di Danny Joe Brown, il vecchio cantante dei Molly Hatchet che da anni lottava contro gravissimi problemi di diabete (morirà a soli 53 anni il 10 marzo 2005).
La ricostituzione della band suscita presto l’interesse di nuovi accoliti e la svedese Record Heaven sfrutta il momento pubblicando agli inizi del 2000 un tribute-album che, anziché antologico, riproduce la scaletta dell’omonimo lavoro d’esordio dei Captains: all’omaggio partecipano tra gli altri Pentagram, Lotus, Flower Kings, gli italiani Standarte, Rise And Shine e The Quill ed una delle bonus-tracks (“Sweet Dreams”) è affidata agli ZoomlenZ che vedono alla voce il redivivo Willy Daffern (o Dee, come preferisce chiamarsi adesso).
I Captain Beyond – con il tastierista David Muse (ex-Firefall) in luogo di Dan Frye – registrano allora un demo di quattro brani ("Night Train Calling", che qualcuno ha il coraggio di chiamare Ep ma che in realtà non ha mai avuto neppure una copertina) e si mettono alla ricerca di un contratto discografico che li rilanci opportunamente sul mercato. Occorre però dire che, in base a quanto di quel mediocre materiale fu dato ascoltare, probabilmente è stato giusto che alla fine non ne sia venuto fuori niente: forse in questo caso è davvero meglio vivere nostalgicamente di buoni ricordi piuttosto che rischiare di offuscare il mito.
E' comunque dal 2002 che il nome Captain Beyond può ritenersi definitivamente sepolto. 
Bobby Caldwell è uscito dal grande giro ma perlomeno questo gli ha permesso di disintossicarsi del tutto ed oggi conduce una vita "rinnovata".
Lee Dorman, dopo aver superato alcuni grossi problemi cardiaci (tra il 2001 e il 2007 furono addirittura organizzati due concerti benefici i cui proventi potessero aiutarlo nell'intervento di trapianto), oggi affronta i 70 anni ancora col suo basso a tracolla nell'ennesima reincarnazione degli Iron Butterfly con tanto di tour europeo che ha toccato recentemente anche l'Italia in tre date.
Altrettanto recente è purtroppo anche la triste notizia che arriva dal Manatee Memorial Hospital di Bradenton, Florida. Il 2 gennaio 2012 è morto Larry Reinhardt dopo una lunga malattia (che comunque, contrariamente a quanto diagnosticatogli dai medici, non gli aveva impedito di proseguire l'attività musicale e anche di rilasciare due album solisti: il quasi profetico "Rhino's Last Dance" nel 2009 e "Back In The Day" nel 2011).

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