lunedì 6 febbraio 2012

ARMAGEDDON "Armageddon" (A&M, 1975)



Nel 1975, mentre - per menzionare soltanto la "sacra triade" dell'hard rock britannico - i Deep Purple sconfinavano in territori pericolosamente vicini al funky con "Come Taste The Band" (peraltro rimanendo su vertici di prima grandezza), i Led Zeppelin aggiustavano la loro formula sonora assemblando materiale più rifinito rispetto agli esordi nel doppio "Physical Graffiti" (disco comunque grandissimo!) e i Black Sabbath farcivano il loro heavy sound con arrangiamenti quasi orchestrali nell'iper-prodotto "Sabotage" (tuttavia autentico capolavoro), ecco che una band dal nome apocalittico, ancora oggi immeritatamente sconosciuta ai più, dette alle stampe un album in cui l'hard rock suonava diretto ed esplosivo, psichedelico ed elettrico come se fosse nato giusto allora, senza cioè che certe contaminazioni o tentazioni progressive - pur presenti anche qui a livello compositivo e strutturale, basti dare una scorsa alla durata estesa dei brani - si fossero già insinuate tra le pieghe del genere in fatto di ricerca musicale e soluzioni espressive.
Se la composizione ufficiale della band ed un primo periodo di prove avvenne di fatto a Los Angeles sotto l'egida della statunitense A&M, in realtà gli Armageddon erano per 3/4 inglesi (e si sente!) dato che solo il batterista Bobby Caldwell vantava natali a stelle e strisce. Ed inglesi erano anche i due illustri personaggi che in USA avevano già incontrato un successo straordinario e che in quei giorni si adoperarono per le sorti dei tre connazionali emigrati al pari loro: il sommo Aynsley Dunbar (di Liverpool) suggerì proprio Caldwell come motore ritmico per gli Armageddon mentre Peter Frampton (di Beckenham nel Kent), amico di Cennamo dai tempi degli Herd, cucì i rapporti tra la band appena formata e la casa discografica di Alpert & Moss favorendo l'intermediazione del proprio manager Dee Anthony.
Tuttavia considerare gli Armageddon semplicemente come uno dei tanti gruppi del periodo non sarebbe soltanto una limitazione bensì un errore marchiano, perché in realtà il four-piece aveva tutti i crismi del super-gruppo: alla voce e all'armonica troviamo infatti Keith Relf, leggendario frontman dei seminali Yardbirds, più tardi nei Medicine Head e nei Renaissance; alla chitarra Martin Pugh, presente sull'esordio solista di Rod Stewart e poi con i sottovalutati Steamhammer; la sezione ritmica era infine composta dal bassista "prezzemolo" Louis Cennamo (Herd, Jody Grind, Colosseum ed anche lui Renaissance e Steamhammer) e dal già menzionato batterista Bobby Caldwell (Johnny Winter, Rick Derringer, Captain Beyond e persino una partecipazione in veste di percussionista ospite alla corte della Allman Brothers Band in uno dei due celebri concerti da cui fu tratto "At Fillmore East", partecipazione che vedrà però la luce solo nel 1992 nella riedizione ampliata di quell'evento a titolo "The Fillmore Concerts").
L'avventura transoceanica dei tre albionici ebbe davvero un po' il carattere del colpo di testa, l'estremo "o la va o la spacca" di chi tenta l'ultima sterzata, violenta e diperata, per cercare di deviare la rotta ed evitare una collisione scontata: Relf aveva conosciuto il successo, quello vero, ma erano troppi anni ormai che il suo nome aveva perso appeal mentre Pugh e Cennamo, sciolti gli Steamhammer a seguito della prematura morte per leucemia del batterista Mick Bradley, forse intravidero proprio nella figura del biondo singer e nella sua voglia di rilancio il locomotore ideale per l'agognata popolarità; se oltretutto la sempre avanguardistica Inghilterra cominciava ad essere pervasa da una qualche smania di rinnovo, ancora latente ma individuabile, che spingeva gli ascoltatori a considerare già demodé i musicisti, i gruppi e i suoni affermatisi alla fine del decennio precedente o agli albori di quello in corso, in questo processo gli States si dimostrarono assai più lenti, conservatori, sostanzialmente anche meno curiosi, tanto che non furono certo poche le "istituzioni rock" europee a trovare asilo in terra americana nella fase decrescente delle loro carriere.
Quando i quattro dopo un incontro al Rainbow di Hollywood pianificarono le prime prove, nessuno di loro aveva chiaro in mente che cosa sarebbe scaturito dagli strumenti.
Dalle jam che seguirono si rivelò da subito predominante il marcato stile heavy del batterista Caldwell, forse l'unico a non poter suonare altro che in quel modo vigoroso, che spinse e coinvolse anche gli altri (Pugh soprattutto, che adattò alla grande e col massimo entusiasmo il proprio retaggio blues a quel dinamismo così aggressivo, ma in ultimo perfino Relf che meno di tutti avrebbe voluto all'inizio affiliarsi ad un progetto che suonasse così hard!).
Il disco, che venne inciso del '74 agli Olympic Sound Studios in Barnes a Londra, si presenta con gli oltre otto minuti di "Buzzard", autentica prova di forza del quartetto: su un ritmo serrato Martin Pugh proietta un affilatissimo e complicato riff di chitarra, rubandolo dal repertorio dei suoi Steamhammer (lo si può infatti ascoltare in embrione all'interno della suite "Penumbra" su "Speech" del '72), che farà sbavare dall'invidia molti axemen dell'era speed metal della decade successiva; a coadiuvarlo nella folle corsa si esaltano l'ispirato e solido basso di Cennamo che spinge costantemente la band a superare sé stessa e soprattutto la batteria di Caldwell, un fuoriclasse assoluto, un treno velocissimo e tecnico il cui nome - a dispetto di una notorietà che non gli ha mai arriso - può tranquillamente essere inscritto nel pantheon dei dieci migliori batteristi hard rock di sempre. A cappello poi di tanta maestria ecco che nel finale Keith Relf rispolvera l'armonica del periodo Yardbirds per creare una pausa abbastanza singolare (pare di udire il ronzio di un mosquito) prima della furiosa chiusura da parte del resto della band.
Stessa identica durata (vale a dire 8' 20") ma tutt'altro registro per la successiva "Silver Tightrope", psichedelica ballata che però non cerca di ammaliare l'ascoltatore con melodie ruffiane; si tratta piuttosto di una traccia ambigua, dal respiro profondo quasi provenisse da una lontana galassia, che reca con sé un fascino alquanto misterioso: da un lato ci si immerge in un'atmosfera lirica e incantata (si possono ascoltare gli echi degli Yes ed effettivamente, pur non raggiungendo i medesimi livelli, la voce di Keith Relf qui ricorda vagamente quella di Jon Anderson), dall'altro il pezzo - complici alcuni sapienti effetti di chitarra - trasmette al tempo stesso meraviglia e paura, straniamento e attesa, pace e tensione. Un suono estraneo al resto del Lp, un coro sognante, etereo e ripetitivo, una sospensione a mezz'aria, quasi in assenza di forza di gravità.
"Paths And Planes And Future Gains", esplosiva dall'inizio alla fine, eleva di nuovo Martin Pugh a livelli stratosferici, mostrandocelo chitarrista ispirato nel solismo e incisivo nella ritmica.
"Last Stand Before", magnificamente monotona, incalza da subito col suo ritmo sospinto, mai banalizzato peraltro dai fulgidi talenti di Caldwell e Cennamo. Nei suoi ultimi quattro minuti il pezzo offre una coda strumentale spettacolare, degna dell'hard rock più celebrato: sul robusto e coinvolgente giro di basso e batteria, la solista di Pugh duella all'ultimo sangue con l'armonica indiavolata di Keith Relf, stridula e arrampicata su note talmente alte da sembrare prossime alla dissonanza.
La conclusiva "Basking In The White Of The Midnight Sun" è una suite di oltre 11 minuti che si divide in quattro parti: la furia degli Armageddon non stempera certo proprio qui, atto finale del disco, summa del loro hard fantasioso e senza freni. Dopo la rumorosa intro "Warning Comin' On" e il convulso movimento che dà il titolo all'intera track, ove ci pare di sentire pure il contributo di un organo Hammond mixato molto "sotto", si passa alla più morigerata "Brother Ego" che va segnalata per il bellissimo assolo di Pugh che ricorda da vicino certe fughe hendrixiane e per un finale mozzafiato in cui prima armonica e batteria si concedono un breve proscenio e poi la band al completo insiste con coralità quasi sinfonica su cadenzati accordi lunghi; si torna infine al tema centrale dell'intero pezzo che dopo l'ultima sgroppata al fulmicotone chiude l'album con ardore titanico.
Una volta terminata l'incisione, fu subito in California che la A&M li volle per la promozione del Lp ma la band, di nuovo sottoposta alle "distrazioni americane", si dimostrò del tutto impreparata a disciplinarsi per riuscire a rispettare perfino quegli sparuti ingaggi live che il management seppe rastrellare: Caldwell rammenta meno di dieci esibizioni live nella storia del gruppo ma le uniche date certe che Pugh riesce a ricostruire sono solamente due concerti consecutivi allo Starwood Club di Hollywood nel luglio del '75 (nella cui scaletta, tra l'altro, la sola concessione che gli altri riuscirono a strappare a Keith Relf  dal repertorio Yardbirds fu la classica "I Wish You Would"). A dire il vero il nuovo manager del gruppo Jerry Weintraub (che poi approdò all'industria cinematografica diventando un produttore di successo) riuscì a procacciare al quartetto la chance di fare da opening act al tour con cui Eric Clapton avrebbe presentato al pubblico il suo "There's One in Every Crowd" pubblicato nel marzo di quell'anno. Eppure, per motivi vari, l'opportunità sfumò prima di concretizzarsi: se Relf dovette vedersela a quel tempo con alcuni seri problemi di salute (gli fu diagnosticato un enfisema, oltre ad essere un asmatico cronico), in realtà il guaio vero si rivelò la dipendenza dalle droghe pesanti di Caldwell (eroina, un vecchio fantasma che lo perseguitava dai tempi di Johnny Winter), che aveva creato troppe tensioni all'interno del gruppo - Pugh in particolare, che finì con l'esserne coinvolto, ma per altri versi anche Cennamo, un "emotivo reo-confesso" che pativa troppo la mancanza di serenità già all'interno della sala-prove.
Non erano certo queste le premesse ideali perché una major come la A&M potesse investire tempo e quattrini sulla band a cuor leggero...
Keith Relf tornò in Inghilterra all'inizio del nuovo anno e dopo non molto si riattivò per organizzare la riformazione dei Renaissance sotto il nuovo moniker Illusion; ma quella di tornare a suonare in una band al fianco della sorella Jane, per lui rimase davvero... un'illusione. William Keith Relf, l'ex caschetto biondo che aveva fatto impazzire le ragazzine ma che soprattutto sul palco sapeva tenere testa a Eric Clapton, Jeff Beck e Jimmy Page, il 14 maggio 1976 perse la vita a soli 33 anni nella sua casa di Londra quando rimase folgorato da una scarica elettrica mentre provava la chitarra.
Gli Illusion presero forma ugualmente e Louis Cennamo, rientrato in pianta stabile in Inghilterra, ne fece parte da subito.
Dalla California Pugh e Caldwell, la metà degli Armageddon più coinvolta nel progetto ma anche la metà più allucinata e casinista, provarono a reintegrare il bassista nel tentativo di tenere vivo il gruppo e quando Cennamo si negò i due registrarono comunque materiale inedito con Jeff Fenholt (futuro predicatore pseudo-religioso) alla voce, ma presso gli uffici della A&M non si riaccese la scintilla e il sipario calò definitivamente sulla band.
Se Martin Pugh sparì subito dalle scene (salvo riemergere a sorpresa nel 2007 nelle file dei 7th Order a fianco di Geoff Thorpe dei Vicious Rumours per il promettente Ep "The Lake Of Memory" cui però non è stato dato nessun seguito), Bobby Caldwell, prima di eclissarsi nell'anonimato degli eroi sconfitti, provò a dare nuova linfa ai suoi Captain Beyond realizzando nel 1977 il terzo ed ultimo disco della loro fantastica saga assieme a Lee Dorman, Larry "Rhino" Reinhardt e Willy Daffern. Poi il silenzio.
L'alternativa oggi è soltanto una: far rivivere la vecchia magia alzando a manetta il volume del proprio stereo (il disco ha goduto di almeno tre diverse ristampe in cd: TRC, Repertoire e Akarma) e spararsi in cuffia le splendide note di "Armageddon", suggestivo momento d'incontro tra quattro artisti dalle qualità immense.

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