lunedì 23 gennaio 2012

TEMPEST "Tempest" (Bronze, 1973)


Quando i Juicy Lucy nel 1972 chiudono definitivamente i battenti in seguito alla pubblicazione del non esaltante “Pieces”, Paul Williams – cantante e leader della band – non tarda ad essere avvicinato dal geniale Jon Hiseman, batterista tra i più innovativi del rock britannico che proprio da poco aveva visto naufragare il progetto dei suoi formidabili Colosseum, con l’idea di mettere su un supergruppo che abbinasse al pathos del rock-blues le finezze strumentali del progressive più duro e meno cerebrale. Il ruolo di bassista è facilmente coperto dall’arte solida di Mark Clarke (anch’egli ex-Colosseum e per un brevissimo periodo negli Uriah Heep) mentre per quello di chitarrista solista i tre assoldano il promettente Allan Holdsworth, messosi in luce ad inizio decennio con i suoi 'Igginbottom e da poco visto all’opera con i Nucleus di Ian Carr. Il nome del gruppo è quello significativo di Tempest e quanto segue è ciò che contiene lo straordinario episodio d’esordio, prodotto da quel Gerry Bron che per l’appunto aveva già firmato, tra gli altri, i lavori di Colosseum e Uriah Heep. Dopo un avvio acustico tra suoni alterati e voce filtrata, “Gorgon” prorompe in tutta la sua pienezza: è un rovente hard rock dalla cadenza rallentata che paga un tributo oneroso ad Hendrix ma che, complice la strepitosa performance vocale di Williams, riesce davvero ad impressionare per durezza espressiva. Con “Foyers Of Fun” si guadagna in dinamismo ed è gioia per le orecchie ascoltare i ritmi sincopati di Hiseman e la propulsione poderosa di Clarke. “Dark Star” è un melodico blues in cui Williams pare tornare a cantare nel modo che più gli è caro (oltre alla sua formativa esperienza con la Zoot Money’s Big Roll Band e con i Juicy Lucy, s’intende qui far riferimento anche al bellissimo disco solista che il singer tributò al grande bluesman Robert Johnson appena conclusa l’esperienza Tempest). Se “Brothers” non convince appieno, indecisa com’è tra rimandi ai Colosseum più lirici del periodo Farlowe e spunti in chiave marcatamente jazz-blues (ma il lavoro di Holdsworth è comunque magistrale!), ecco che invece “Up An On” tocca vertici di assoluta grandezza: se la strofa è felpata e sinuosa come il passo di un felino, il ritornello esplode con enfasi rara grazie alla chitarra di Holdsworth che sa sublimarlo attraverso note straordinariamente epiche: non ho dubbi, uno dei refrain più belli di tutto l’hard rock anni ’70. Lasciando scorrere velocemente la raffinata melodia di “Grey And Black” (è Clarke a cantarla) e il ritmato hard blues dell’ottima “Strangeher”, si giunge infine a “Upon Tomorrow” che, pur senza forse giustificare per intero gli oltre sei minuti e mezzo della sua durata, rimane tuttavia episodio di rilievo: dopo un’intro che sa molto di improvvisazione in cui Holdsworth passa addirittura al violino, il pezzo si elettrizza in passaggi jazzati fino all’apice del ritornello in cui ancora una volta la voce di Paul Williams incanta per via del suo timbro roco dalle tonalità fortemente negroidi.
Dopo un brevissimo periodo a cinque elementi (testimoniato dal postumo “Live at London ‘74” pubblicato in sordina dall’italiana Microphone diversi anni fa) con l’ingresso di un altro talentuoso chitarrista, il compianto Peter John "Ollie" Halsall, e la successiva dipartita di Holdsworth e Williams, i Tempest sfornano un altro grandissimo album (“Living In Fear”, 1974) proponendosi come funambolico power-trio, per poi detonare e frammentarsi in tante pur splendenti particelle (leggasi Colosseum II, Rainbow, Boxer). Non abbiate paura a voltarvi indietro e gettare uno sguardo a questa gloriosa band del passato: la Gorgone che incastona il logo dei Tempest saprà essere magnanima e non vi tramuterà in statue di pietra.

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