lunedì 23 gennaio 2012

BUDGIE "In For The Kill!" (MCA, 1974)


Per tutti i ’70 e per i primi ’80 i Budgie sono stati una delle band più toste dell’heavy rock britannico. Grazie ad una produzione discografica massiccia e regolare (ben dieci album più un Ep concentrati in quell’epoca), si sono imposti all’attenzione e anche alla deferenza delle generazioni successive tant’è che i maggiori esponenti dell’attuale scena metal non si sono mai vergognati di ammetterne l’influenza. Capitanati dal bassista-cantante Burke Shelley, i Budgie si assestano sulla formula del power-trio con Ray Phillips alla batteria e Tony Bourge alla chitarra e con questa formazione incidono i primi tre Lp, con la produzione dei primi due affidata a Rodger Bain, di fama Black Sabbath. Alla vigilia del quarto lavoro è da registrare la fuoriuscita di Phillips che si dimostrerà attivissimo anche lontano dal nucleo d’origine: lo si troverà nelle fila di oscure bands quali Woman, Freez, Storm, Titus Oats, Kracatoa e infine Tredegar (in questi ultimi e nei Freez suonerà pure il chitarrista Tony Bourge).
Forse non è del tutto casuale che la copertina del loro quarto disco si presenti con un’immagine più grintosa rispetto alle precedenti opere grafiche di Sparling e del maestro Roger Dean: così la stessa esclamazione del titolo, il fatto che il logo del gruppo si liquefaccia in una pozza di sangue rosso vermiglio e che il pappagallo-mascotte (budgie, appunto) si tramuti in un rapace dall’aspetto più che mai aggressivo sembra non vadano disgiunti da un ulteriore indurimento dei suoni. Non che fin lì il terzetto gallese (Cardiff, per l’esattezza) avesse intrattenuto con troppe morbidezze (tutt’altro!), ma forse “In For The Kill!” piomba sull’ascoltatore con una grevità maggiore che in passato relegando la sola apertura acustica nei tre minuti scarsi dell’eterea “Wondering What Everyone Knows” (sorprendentemente coverizzata dal duo alternativo dei canadesi Lightning Dust sul loro recente “Infinite Light”).
Brani quali la title-track, col suo riff rampante e le overdubs di percussioni che spronano all’headbanging forsennato, o la pachidermica e sferragliante “Zoom Club”, connotata dalle grezze armonie e dal grossolano drumming del nuovo arrivato Pete Boot, o quali “Running From My Soul”, un veloce hard blues in cui Bourge prova a far emergere la sua vecchia passione per i dischi di John Mayall e dei Bluesbreakers (ma la voce stridula di Shelley smentisce un’adesione incondizionata al calore delle dodici battute), o ancora la lunga “Living On Your Own”, epica e lirica nel refrain, non dimostrano la mano del composer più raffinato; tornano così alla mente le note di copertina che il produttore Bain scrisse sull’omonimo disco d’esordio: “Rock And Roll. Tutto si riduce a Rock And Roll ad alto volume, vivo e viscerale (...) I Budgie sono probabilmente il primo gruppo rock britannico a poter competere con i giganti heavy americani; non sono i più grandi compositori al mondo, non sono particolarmente geniali, non sono progressive (qualunque cosa voi siate convinti che significhi), sono una rock band, una folle e solida rock band”. Pertanto i pezzi sono quanto di più funzionale vi possa essere per scaricare sull’ascoltatore la pesantezza del proprio incedere. Insomma, il “pappagallo” qui non ha la minima intenzione di apparire come uno di quei volatili ammaestrati che le signore possono mostrare con orgoglio alle amiche: e poi quale gabbietta potrebbe contenere un pappagallo da… sei tonnellate (Six Ton Budgie era infatti per esteso il primo, ironico, chiarissimo nome della band)?
Forse la sola “Hammer And Tongs” ha qualche pregio in più in fatto di ricerca compositiva: l’apertura, con la vibrazione dei piatti crash e gli accenni di chitarra, genera un insolito stato d’inquietudine prima che Bourge tiri giù un riff sulla falsariga di quello ben più celebre della zeppeliniana “Dazed And Confused”; da lì in poi il cantato acuto e sofferto di Shelley, le lunghe rullate sui tom, le esplosioni strumentali, uno straniante break centrale con voce in falsetto e il finale in blues fanno di questo brano uno dei più multiformi e articolati del repertorio dei gallesi.
Menzione finale per “Crash Course In Brain Surgery” che è qui bizzarramente inclusa nella track-list nonostante risalisse al 1971 e fosse stata già edita quale primo 45 giri del gruppo: in poco più di due minuti e mezzo i Budgie scolpiscono un’entusiasmante cavalcata di puro heavy metal, alla faccia di chi vuole partorito il genere soltanto più tardi dai Judas Priest. I Metallica renderanno omaggio a questo brano includendone una robusta versione sul loro ep dell’87, “Garage Days Re-Revisited”.
Scorrendo infine i credits del disco gli amanti del grande albero genealogico del rock noteranno che i tecnici del suono furono Kingsley Ward, il proprietario dei Rockfield Studios di Monmouth, nel sud del Galles, dove fu effettuata buona parte delle registrazioni e dove ormai i Budgie erano di casa, e Pat “Duffo” Moran che era stato qualche anno prima il cantante dei progressivi Spring.

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