lunedì 23 gennaio 2012

MOLLY HATCHET "Molly Hatchet" (Epic, 1978)


A coloro (e non furono pochi) che acquistarono l’esordio dei Molly Hatchet a scatola chiusa soltanto per il forte appeal che emanava la copertina, sicuramente al momento dell’ascolto una certa sorpresa dovette poi sopravvenire. La cover del disco era infatti il “Death Dealer”, uno dei più celebri disegni dell’illustratore americano Frank Frazetta, noto per il suo stile eroico-fantastico: la scura sagoma di un guerriero in sella al suo cavallo, un’ascia insanguinata mostrata con fierezza, fiamme e fumo nero che si levano dal suolo, un avvoltoio che orbita alto nel cielo sembravano in effetti la cornice ideale per un album di heavy metal. In realtà il disco bastava girarlo: sul retro una foto del gruppo avrebbe fugato diversi dubbi per via di quell’immagine da bikers tutti jeans, occhiali da sole e baffi sporgenti, e soprattutto per la maglietta di Danny Joe Brown che lasciava intravedere la scritta “Redneck Power”. Quello proposto dai Molly Hatchet era insomma un rockaccio sudista a denominazione di origine controllata, abbastanza slegato dalla tradizione country-blues e indurito semmai da una naturale predisposizione al boogie-rock più selvaggio e sfrenato.
La band si era formata nel 1971 a Jacksonville, autentica fucina di talenti, e si era sbattuta senza sosta nei bar del Dixieland ma fu solamente per intercessione dei concittadini 38 Special che giunse all’attenzione del manager Pat Armstrong sul finire del ’77 e quindi alla pubblicazione del disco omonimo per la Epic l’anno successivo.
Il sestetto si fa battagliero sin dalle prime battute del Lp: ne sia d’esempio il classico “Gator Country”, lunga sgroppata in cui le tre chitarre si sfidano a colpi di assolo; il brano è un atto d’amore verso la terra natia, quella Florida settentrionale paludosa e cespugliosa mai rinnegata come proprio habitat naturale a differenza di quanto fatto invece dai Lynyrd Skynyrd (che non per nulla cantavano “Sweet Home Alabama”) al cui indirizzo nel testo viene spedita una scherzosa frecciata; ma anche altre punzecchiature sono poi rifilate a Charlie Daniels, Dickey Betts, Elvin Bishop, Marshall Tucker Band e Outlaws quantunque il tono sia quello del divertimento e della facezia, non certo della polemica. La dedica allo scomparso Ronnie Van Zant nelle note di copertina e la riuscita cover di “Dreams (I’ll Never See)” della Allman Brothers Band ristabiliscono da subito i debiti confronti col passato e l’ossequio verso le istituzioni dell’intero movimento southern: come a dire, insomma, che la “confederazione” di questi rockettari del Sud affratella indistintamente tutti i suoi figliocci attraverso vincoli di sangue. Caratterizzato dalla produzione pulita dell’esperto Tom Werman (Ted Nugent, Cheap Trick, Mother’s Finest), “Molly Hatchet” è un disco elettrico e pulsante (la pigra “The Creeper” o “The Price You Pay” che racconta il rimorso e il disincanto di un carcerato), irresistibilmente sbarazzino e festaiolo nei suoi tratti boogie-rock (“Trust Your Old Friend”, quella “Big Apple” zeppa di doppisensi e “I’ll Be Running”, con un bell’intervento di armonica). L’opener “Bounty Hunter” e “Cheatin’ Woman” sono infine due piccoli capolavori di essenzialità che lasciano il Sud a fare da lontano orizzonte, quasi una quinta scenografica, per portare invece in primo piano suoni ed immagini più tradizionalmente heavy. Se la sezione ritmica del bassista Banner Thomas e del batterista Bruce Crump “rockava e rollava” che era un piacere e se gli stili diversificati dei tre chitarristi Dave Hlubek, Steve Holland e Duane Roland si combinavano alla perfezione, era soprattutto la calda voce dell’ex-Rum Creek Danny Joe Brown (scomparso a 53 anni il 10 marzo del 2005 per non aver mai saputo tenersi troppo lontano dalla bottiglia nonostante una grave forma di diabete) a fornire il contributo decisivo.
Oggi a distanza di oltre trent’anni da quel debutto i Molly Hatchet, anche se con una formazione che curiosamente non contempla nessuno dei membri originari (salvo il recente reintegro part-time di Hlubek) rimangono i portabandiera dell’ala dura del rock sudista, orgogliosamente fedeli al loro antico credo: THE SOUTH HAS RISEN AGAIN!!!

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