lunedì 23 gennaio 2012

LYNYRD SKYNYRD "Nuthin' Fancy" (MCA, 1975)


In virtù degli ottimi responsi commerciali dei due album precedenti, il gruppo di Jacksonville (Florida) fu promosso dall’etichetta sussidiaria Sounds Of The South (gestita da Al Kooper) alla casa madre MCA, autentico colosso dell’industria discografica, che pensò bene di curarne direttamente gli interessi. Se da un lato la firma del nuovo contratto sanciva la pressoché definitiva conclusione della gavetta, dall’altro caricava le pur robuste spalle di Ronnie Van Zant e compagni di inusuali e maggiori pressioni, la più stringente delle quali fu quella di realizzare un nuovo disco nel più breve tempo possibile in modo da sfruttare l’eco ancora viva dell’hit-single “Sweet Home Alabama”, tratta da “Second Helping” dell’anno prima.
Pur se giudicato episodio inferiore della loro discografia persino da alcuni degli stessi musicisti, in realtà “Nuthin’ Fancy” rimane un meraviglioso manifesto di southern rock; senza ombra di dubbio i rapporti col produttore Al Kooper (qui alla sua ultima collaborazione con la band, prima di cedere il testimone a Tom “Father” Dowd) si erano fatti ormai piuttosto conflittuali e forse anche la stesura dei brani fu davvero un po’ stiracchiata, giusto per arrivare al minimo degli otto pezzi per una scaletta che fosse quantitativamente accettabile, ma in realtà dai solchi del disco emerge un sentimento assai raro nei Lp in studio. L’opener (e singolo di grande successo) è “Saturday Night Special”, duro attacco al possesso di armi, registrata qualche mese avanti: si tratta di un heavy-rock secco, essenziale e incisivo in cui le chitarre elettrizzano subito l’atmosfera caricandola di energia e ancora oggi il brano resta parte imprescindibile del repertorio live dei Lynyrd. “Cheatin’ Woman” è un sonnacchioso blues dal lento incedere in cui gioca un ruolo importante l’organo del produttore Al Kooper (musicista con alle spalle prestigiose esperienze), qui infatti doverosamente accreditato come co-autore. “Railroad Song” disegna magnificamente la corsa di un trenino a vapore in marcia lungo binari sperduti in mezzo alla prateria con l’ospite Jimmy Hall degli Wet Willie a spolmonarsi nelle fessure dell’armonica a bocca, strumento ideale per stilizzare la nuvola bianca che il fumaiolo della locomotiva “sbuffa” in aria. La seguente “I’m A Country Boy”, con i suoi intrecci chitarristici stretti entro un tempo piuttosto serrato, è un’arcigna dichiarazione d’indipendenza in cui Ronnie con fierezza tutta sudista si dice impossibilitato a vivere nelle grandi metropoli, tra rumori assordanti e tubi di scarico, lui che invece è un ragazzo di campagna abituato al rispetto della natura e alla pace della propria terra (dualismo di situazioni che viene descritto in un passaggio centrale giocato sul dialogo tra il gracchiante solo di Allen Collins e la slide di Ed King). “On The Hunt”, altro classico del gruppo, è il brano più duro del lotto e un’autentica gioia per tutti gli appassionati di hard rock grazie al tostissimo riff dell’indimenticato Allen Collins e liricamente s’ispira alla vita “on the road”, quel ciondolarsi talvolta controvoglia in costante caccia di alcool e donne nel tentativo di riempire lo spazio che sta tra un concerto e l’altro; da antologia gli epici solos con cui Gary Rossington impreziosisce la coda del brano. “Am I Losin’?” svela una sorprendente vena acustica e Ronnie canta con insospettata dolcezza le liriche ispirategli in larga parte dall’abbandono del vecchio batterista Bob Burns, membro fondatore del gruppo (fu proprio nel garage di casa Burns che nacque la musica dei Lynyrd Skynyrd), presto disorientato dai frenetici spostamenti richiesti dall’intensa attività dal vivo. “Made In The Shade”, indolente country-blues realizzato con strumenti acustici (anche artigianali, vedi una cassa di Coca-Cola percossa a mano da Artimus Pyle), è dedicata a Shorty Medlocke, l’arzillo nonno di Rickey Medlocke che si può ascoltare su diversi dischi dei conterranei Blackfoot e che, col suo rauco blues canticchiato in veranda al calar del sole nel quartiere di Shantytown in Jacksonville, rappresentò una delle primissime folgorazioni musicali del giovane Van Zant; il brano vede nuovamente la decisiva ospitata di Jimmy Hall con la sua armonica e si avvale pure dei servigi al mandolino e al dobro di Barry Harwood, membro dei misconosciuti Runnin’ Easy e futuro chitarrista della Rossington Collins Band. Infine ancora “southern al 100%” nella conclusiva e dinamica “Whiskey Rock-A Roller”, unico brano nella storia dei Lynyrd Skynyrd originali a portare il nome del tastierista Billy Powell tra gli autori; in effetti il pianoforte ha qui un ruolo di primordine e rivaleggia con le tre chitarre infuocate senza alcun complesso d’inferiorità.
Detto che l’album è dedicato a Lacy Van Zant (il padre di Ronnie), al già citato Shorty Medlocke e a Peter Rudge (manager del gruppo che aveva lavorato anche con Rolling Stones, Who e Golden Earring) e che nei credits la band ringrazia anche alcuni membri del giro dell’Atlanta Rhythm Section, altra istituzione southern, accenniamo infine ad una particolarità che all’epoca rese celebre “Nuthin’ Fancy”: sul retro della copertina trova spazio l’emblematica foto scattata da Jim McCrary in cui la band, sfoggiando lunghe criniere e pantaloni scampanati senza il minimo interesse per il look giusto, passeggia nella stepposa riserva di Green Cove Springs, a sud di Jacksonville, lungo il sentiero che portava alla Hell House, la loro isolata baita adibita a sala prove ove solevano fare vita comune. Larga parte della strafottente attitudine del gruppo, fatta di genuina irriverenza, sta per certo in questa foto, proprio là al centro dell’istantanea, nel dito medio orgogliosamente levato in aria da Billy Powell.
Lynyrd Skynyrd: uno dei più grandi gruppi dell’intera storia del rock.

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