domenica 22 gennaio 2012

BLUE OYSTER CULT "On Your Feet Or On Your Knees" (Columbia, 1975)


I Blue Oyster Cult sono uno dei casi più particolari della musica rock: la band fu la prima ad essere definita "heavy metal" senza di fatto mai esserlo stata in senso stretto. L’apparente controsenso lo si spiega però se si considera che la pesantezza metallica dei BOC è più concettuale (soggiacente alla musica stessa, impregnante le liriche, stilizzata nell'iconografia) che non legata al sound (un rock sì gelido ma che solo inizialmente e con discontinuità ha calcato per davvero i suoi passi). L'idea metallica del Culto è stata dunque più sottile e terribile perché suggerita anziché urlata, espressa e "propagandata" attraverso l'impatto del proprio carisma piuttosto che tramite prove muscolari o pose da duri, sottintesa da una simbologia misteriosa (vedi anche il più volte equivocato logo disegnato da Bill Gawlik che ben pochi riconobbero per quello che doveva essere, ovvero un simbolo ispirato a quello del dio greco Cronos) invece che dichiarata da messaggi espliciti e diretti. Ammantati fin dagli esordi da un'aura sinistra che gli procurò diverse grane con una critica spinosamente aggressiva nei loro confronti, i Blue Oyster Cult dettero vita ad una musica perfida e oscura che pochi legami aveva con la scena di allora e rimasero per lungo tempo una meravigliosa unità spaziale in viaggio solitario nell'universo rock. Sostenuti dal critico musicale Samuel "Sandy" Pearlman (costui divenne uno dei principali ispiratori/cospiratori del progetto, tessendo attraverso i suoi testi criptici una fitta trama di idee fortemente "impopolari"), loro manager ed anche produttore assieme al fido Murray Krugman, e affiancati saltuariamente da un altro giornalista pazzoide quale Richard "Borneo Jimmy" Meltzer, i cinque sacerdoti del Culto dell'Ostrica Blu realizzarono i primi tre album a cavallo tra il '72 e il '74, dopodiché reputarono di avere sufficiente materiale per pubblicare il loro primo disco dal vivo: è il 1975 quando appunto esce uno dei più terremotanti live della storia del rock, "On Your Feet Or On Your Knees", che in realtà chiude anche il periodo più creativo del gruppo. Quantunque il titolo e la copertina (un grandangolo spinto del fotografo John Berg) facciano quasi inchinare l'ascoltatore in posizione di deferenza rispetto agli amministratori del Culto e al loro edificio, in realtà il disco accorcia di molto la consueta distanza che intercorre tra i BOC di studio e i fans; sottoponendo la glacialità dei propri pezzi alla temperatura elevatissima del live-show, gli Oysters vanno ben oltre un semplice processo di fusione e il loro set si trasforma in un fiume lavico dalla portata gigantesca. La scaletta è un effluvio di classici dilatati a dovere (poco importa se il live è antologico e non registrato in un'unica data), smontati del loro apparato tecnologico e cerebrale a vantaggio di una debordante fisicità, e benché non manchino le dolorose esclusioni la band evita persino l'autocelebrazione riservando il gran finale a ben due cover: "I Ain't Got You" scritta da Calvin Carter e portata al successo dagli Yardbirds (rinominata per l'occasione "Maserati GT") e "Born To Be Wild" degli Steppenwolf.La ritmica tellurica e martellante dei fratelloni Albert e Joe Bouchard (bei tempi quando l'egocentrismo del primo non era ancora una malattia grave e il quintetto poteva preservare il suo buon bilanciamento) e il sapiente lavoro di raccordo del tastierista-chitarrista Allen Lanier permettevano ad Eric Bloom, cantante-narratore dalla carica espressiva inarrivabile (quando si dice il carisma!), di stendere su brani assai solidi la sua voce tagliente e cattiva; da par suo il chitarrista Donald "Buck Dharma" Roeser sfoggiava classe e intuizioni davvero rare: lo si ascolti ad esempio lungo i nove minuti di "Seven Screaming Diz-Busters" oppure sull'inedito strumentale "Buck's Boogie" (un titolo che vuole forse suonare un po' come risposta al "Beck's Bolero" di Beck e Page o alla stessa "Jeff's Boogie" del periodo Yardbirds) che cita anche un passaggio del celebre standard blues "Cat's Squirrel", ma le sue doti solistiche si possono tranquillamente incensare per tutta la durata del disco."On Your Feet Or On Your Knees", grida Carroll Dodd all'audience presentando la band prima del brano finale, "Here they are! An amazing group: BLUE OYSTER CULT!!!".

5 commenti:

  1. un ruvido alveare di concettualità in codice;di provenienza ignota e tenuto in vita dall'elettricità!un rasoio che cammina nel buio dei sobborghi e pronto a smembrare,senza emozioni e nemmeno una logica:un male radicale inesorabile, poetico come una ghigliottina! grandissimo album!

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    1. "Poetico come una ghigliottina!"... Troppo forte, amico!

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  2. la musica,di decifrazione incerta anche se figlia bastarda di certo r'n'r',era saturata da iniezioni di violenza brada:una colonna sonora ideale per drughi sopraffatti na nevrosi metropolitana.su questa base,non proprio alla portata di tutti,si innestavano una moltitudine di suggestioni spaziali e una simbologia che fondeva male assoluto e ricerca di redenzione.l'alchimia,cosi ben architettata,funzionò meravigliosamente fino all'uscita di questo capolavoro:in seguito vennero i riconoscimenti commerciali e una routine più scontata.certamente, fino a quando i boc hanno voluto spaventare l'audience,nessun gruppo gli stava dietro e, probabilmente,nemmeno davanti.davvero un sito coi fiocchi AMICO!

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    1. Fantastica descrizione. Se me lo concedi, la sottoscrivo con tutto l'orgoglio di poterla ospitare qui su Brigata Rock. Grazie per il tuo contributo!

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